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	<title>Storia in Network &#187; Estremismo islamico &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LA CRESCITA DI UN NUOVO ANTISEMITISMO IN GERMANIA</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 07:56:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi &#8211; Le antiche radici di un pregiudizio, una recessione economica che mina certezze consolidate, l&#8217;antisemitismo islamico spacciato per antisionismo: il Terzo Millennio vede tornare le ombre del passato. E i media? Cavalcando l&#8217;odio contro Israele contribuiscono ad avvelenare il clima.     Negli ultimi anni, è cresciuto &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #333333;"><b><i>di Daniela Franceschi &#8211; </i></b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><span style="color: #333333;"><strong>Le antiche radici di un pregiudizio, una recessione economica che mina certezze consolidate, l&#8217;antisemitismo islamico spacciato per antisionismo: il Terzo Millennio vede tornare le ombre del passato. E i media? Cavalcando l&#8217;odio contro Israele contribuiscono ad avvelenare il clima.</strong></span></em></p>
<p align="center"><span style="color: #333333;"><b> </b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #333333;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Negli ultimi anni, è cresciuto pericolosamente il numero di attacchi</strong> verso le comunità ebraiche europee e verso istituzioni e luoghi ebraici, tra i quali i più drammatici per numero di vittime sono stati gli attentati contro una scuola ebraica di Tolosa in Francia nel 2012, contro il museo ebraico di Bruxelles nel 2014 e contro il supermercato Kosher a Parigi nel 2015, tutti originati dal terrorismo islamista legato all’ISIS.<br />
Nel mondo letterario e dei mass-media europei l’associazione tra Israele, il nazismo e l’apartheid, anche se storicamente e politicamente infondata, sta prevalendo, con la possibilità di influenzare l’opinione pubblica. Insieme con l’aumento dei livelli di sentimenti anti-israeliani, l’Europa sta sperimentando anche la crescita dell’antisemitismo, come evidenziano i rapporti annuali dell’Anti-Defamation League europea.<br />
È possibile identificare tre ragioni per la ricrescita dell’antisemitismo in Europa. La prima e la più importante è che l’antisemitismo non è mai veramente morto, ma ha semplicemente sperimentato una lunga dormienza. Questa dormienza è stata provocata dall’occupazione Alleata in Europa dopo la Seconda Guerra mondiale, che non permise ad un antisemitismo palese di prosperare pubblicamente.<br />
La seconda ragione è da ricercare nella crisi finanziaria dell’ultimo decennio. La recessione economica ha rappresentato la proverbiale “acqua” che ha permesso alle “radici” dell’antisemitismo di rinnovarsi nell’Europa Occidentale. La crisi finanziaria ha distrutto posti di lavoro, un contesto sociale e politico in cui i Partiti di estrema destra hanno preteso di avere risposte semplici. Questi Partiti, come Alba Dorata in Grecia, hanno propagandato una xenofobia che includeva una forte dose di antisemitismo. Il riemergere di Partiti di estrema destra nell’Europa Occidentale ha portato alla ricrescita dell’antisemitismo, poiché cercano capri espiatori per i problemi economici dei loro Paesi. Stanno cercando qualcuno da incolpare, e questo aiuta lo sviluppo di un nuovo antisemitismo. I Partiti di estrema destra accusano gli ebrei di aver provocato la crisi, riprendendo la retorica antisemita secondo la quale gli ebrei avrebbero il monopolio della finanza mondiale.<br />
L’ultima ragione per il riemergere dell’antisemitismo nei tempi contemporanei è il conflitto israelo-palestinese. Alcuni credono che i palestinesi stiano semplicemente difendendo la loro patria contro invasori stranieri; assecondando questa prospettiva, è facile dipingere gli ebrei in una luce sfavorevole. Inoltre, Israele è stato spesso accusato ingiustamente di violazione dei diritti umani contro il popolo palestinese. In tutta Europa, a livelli crescenti di antisionismo è corrisposta la crescita di atti ostili verso gli ebrei.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Ci troviamo di fronte un nuovo antisemitismo, proteiforme,</strong> che, pur mantenendo le caratteristiche tradizionali dell’odio antiebraico, è riuscito a rinnovarsi acquisendo modalità di comunicazione contemporanee, basti pensare all’importanza che oggi assumono per la sua diffusione i social network come Facebook. Inoltre, il nuovo antisemitismo sfrutta subdolamente il conflitto israelo-palestinese per acquisire una accettabilità sociale che l’antisemitismo classico solitamente non ha.<br />
La comprensione di un fenomeno come il nuovo antisemitismo passa attraverso lo studio della sua genesi, del suo sviluppo e delle sue dinamiche. Per questa ragione, si è scelto di esaminarne le caratteristiche attraverso l’analisi della sua diffusione in Germania, dato che il nuovo antisemitismo rappresenta un fattore capace di influenzare, e modificare, in profondità il rapporto ebraico-tedesco.<br />
Dal 2011, il numero di episodi antisemiti in Germania è oscillato in relazione agli eventi in Medio Oriente, soprattutto nell’estate del 2014. In quell’anno e in quello successivo, la polizia e gli organi di controllo tedeschi hanno registrato altresì un crescendo di tali incidenti. Da allora, l’odio antiebraico è stato presente nelle manifestazioni per Gaza e nel dibattito pubblico, sotto forma di molestie, aggressioni e attacchi. Questi sentimenti avevano già raggiunto un livello preoccupante a partire dal 2000, dato l’ampio supporto riscontrato nella società tedesca.<br />
Alcuni ricercatori tedeschi vedono sempre più l’antisemitismo come un fenomeno postmoderno che cresce in risposta a certe caratteristiche della modernità, in particolare all’ambivalenza, all’incertezza, all’insormontabilità, all’invisibilità e al cambiamento. L’antisemitismo rende processi complessi, percepiti come minacce, comprensibili in modo semplice, e serve a costruire un’immagine di sé chiara, unica e stabile- caratteristica che si applica anche all’antisemitismo del XIX secolo.<br />
Anche se l’antisemitismo in Germania si correla all’autoritarismo politico e sciovinista e a una narrazione omogenea della identità nazionale, il nuovo antisemitismo unisce la destra radicale, la sinistra anti-sionista e gli islamisti. Come fenomeno internazionale che unisce un manifesto antisemitismo, l’anti-globalizzazione e le posizioni contro gli Stati Uniti e Israele, esso mira a una difesa sociale strutturale contro i processi di modernizzazione, intesi come norme universali e promosse di libertà. In tale contesto, gli ebrei diventano simboli stigmatizzati della globalizzazione.<br />
Gli atteggiamenti antisemiti in Germania continuano ad essere staccati da una interazione nel mondo reale con gli ebrei: da un sondaggio del 2002, risultava che soltanto il 21% degli intervistati conoscesse personalmente una persona israelita.<br />
</span></p>
<div id="attachment_8142" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/12/Openly_antisemitic_Protester_in_Berlin_17.7.2014.jpg"><img class=" wp-image-8142 " alt="Manifestazione antisionista a Berlini (2014) - Boris Niehaus" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/12/Openly_antisemitic_Protester_in_Berlin_17.7.2014.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Manifestazione antisionista a Berlino (2014) &#8211; Boris Niehaus</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Le aperte manifestazioni di antisemitismo tradizionale</strong> sono ancora generalmente condannate e stigmatizzate in pubblico, ma gli stereotipi antisemiti persistono, anche tra persone che non si considerano antisemite; a questo proposito, è interessante notare che, a causa delle restrizioni discorsive e delle norme sociali esistenti, un fenomeno noto come desiderabilità sociale, i risultati dei sondaggi effettuati sottostimano il peso degli atteggiamenti antisemiti.<br />
L’antisemitismo tradizionale, misurato nei sondaggi con la domanda se gli ebrei avevano troppo potere in Germania e la persecuzione era stata causata dal loro comportamento, era calato da un 12,7% nel 2002 a un 5,8% nel 2016. Secondo alcuni autori il calo non è dovuto a una riduzione degli atteggiamenti antisemiti, ma ad una strategia comunicativa articolata; infatti, al fine di evitare la restrizione comunicativa che stigmatizza l’antisemitismo tradizionale in pubblico, questi atteggiamenti vengono incanalati in forme più socialmente accettabili di antisemitismo, come l’antisemitismo secondario e l’antisionismo. Un’altra spiegazione possibile per una parte della riduzione, soprattutto nelle giovani generazioni, è l’impatto dei programmi di educazione e prevenzione (Zick et al., 2016: 50).<br />
L’antisemitismo secondario è molto diffuso. Nel sondaggio Allbus del 2006 il 49,9% dei tedeschi intervistati conveniva che “molti ebrei cercano di trarre profitto dagli eventi del Terzo Reich e lasciano che i tedeschi paghino per questo” (Germania Ovest 52,2%, Germania Est 39,9%). Secondo l’indagine “Deutsche Zustände” del gruppo di Bielefeld, l’affermazione “molti ebrei cercano di trarre profitto dagli eventi del Terzo Reich” trovava d’accordo più del 50% degli intervistati nel 2002/03 (2003: 54,5%), ma ha mostrato un calo negli anni successivi, fino a circa un terzo nel 2007, poi una stabilizzazione a poco meno del 40% tra il 2008 e il 2011 (Zick / Küpper, 2011: 22). In un sondaggio dell’American Jewish Committee del 2002 il 52% degli intervistati tedeschi era d’accordo con l’affermazione che “gli ebrei stanno sfruttando la memoria della Shoah per i propri scopi” &#8211; solo il 30% non era d’accordo (AJC, 2002). Dal 2008, una crescente maggioranza era concorde con l’affermazione che Israele stava conducendo una <i>Vernichtungskrieg</i> (guerra di sterminio) contro i palestinesi: 68,4% nel 2004, 41,9% nel 2006, 49,2% nel 2008, 51,1% nel 2009 e 57,3% nel 2010 (Zick / Küpper 2011: 23; Leibold et al, 2012: 186). Nella sua equazione tra nazionalsocialismo e Israele e la sua implicita minimizzazione della Shoah, una tale affermazione costituisce una categoria speciale di antisemitismo secondario.<br />
L’affermazione sulla <i>Vernichtungskrieg </i>può essere interpretata come una forma di antisemitismo legata ad Israele, in quanto demonizza lo stato ebraico instaurando un’equazione storicamente infondata tra il genocidio ebraico durante la seconda guerra mondiale e la politica dello Stato ebraico verso i palestinesi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Probabilmente la manifestazione più tipica di antisemitismo</strong> relativa a Israele è l&#8217;equazione Israele=ebrei. Tra il 30% e il 40% degli intervistati tedeschi riteneva che “alla gente non piacciono gli ebrei a causa delle politiche israeliane”: 2004: 44,4%, 2006: 29,9%, 2007: 32,8%, 2009: 33,9%, 2010: 38,4% (Zick / Küpper, 2011: 22). Coloro che sottoscrivono l’antisemitismo legato ad Israele, equiparano ebrei e Israele e, direttamente o indirettamente, mettono in discussione l’esistenza dello Stato ebraico in Medio Oriente. La presenza di doppi standard nei confronti di Israele può essere dimostrata dall’esistenza del termine Israelkritik (critica di Israele), una costruzione applicata ad un solo paese al mondo (UEA, 2017: 66). In sintesi, l’antisemitismo legato a Israele può essere definito come l’inimicizia o odio contro gli ebrei in quanto ebrei facendo riferimento allo Stato di Israele e alle sue politiche. Si incolpano tutti gli ebrei in tutto il mondo per le politiche israeliane, si critica Israele utilizzando i tradizionali stereotipi antisemiti e si caratterizzano le politiche israeliane come tipicamente ebraiche. Attraverso l’equazione tra Israele e il nazionalsocialismo, si demonizza lo Stato ebraico come il male supremo dei nostri tempi, un giudizio pieno di doppi standard.<br />
Molti studi documentano anche come i media tradizionali tedeschi abbiano parlato di Israele in modo parziale e antisemita (Jäger / Jäger, 2003, 2004; anche recentemente UEA, 2017: 124-7).<br />
Un recente incidente a Berlino può illustrare il fenomeno dell’antisemitismo relativo ad Israele. In una scuola elementare, un ragazzo ebreo era stato aggredito verbalmente con epiteti antisemiti e malmenato da compagni di scuola con un background familiare turco o arabo. I genitori del ragazzo lo hanno tolto dalla scuola e hanno reso pubblico il caso. Questo episodio è stato seguito da una intensa copertura mediatica a livello nazionale. Successivamente, i genitori di altri bambini della stessa scuola si sono lamentati in una lettera aperta perché si stava distruggendo la reputazione dell&#8217;istituto. Allo stesso tempo, hanno parlato anche del conflitto arabo-israeliano: in Medio Oriente vi è un “conflitto tra arabi ed ebrei” decennale e città diverse come Berlino, “con persone provenienti da “entrambe le religioni e le culture”, non potevano pagare per gli eccessi dei conflitti internazionali. È presente in questa lettera aperta uno degli elementi fondamentali dell’antisemitismo legato ad Israele: i genitori sottovalutano e relativizzano l’attacco antisemita da parte di musulmani tedeschi a un bambino ebreo in quanto parte di un conflitto reciproco e legittimo, come se il ragazzino ebreo fosse un soldato israeliano.<br />
Zick e Küpper hanno osservato un generale declino dell’antisemitismo dopo il 2002, ma dal 2007 vi è stata una stabilizzazione e in alcuni aspetti anche un aumento, senza tornare al livello del 2002 (Zick / Küpper, 2011: 20). In generale, dal momento dell’Intifada Al-Aqsa nel 2000, il peso del risentimento antisemita tra il pubblico tedesco si è sempre più spostato da un antisemitismo secondario, nel senso di odiare gli ebrei per la loro volontà di conservare la memoria della Shoah (come si manifesta nei discorsi circa le riparazioni o per il memoriale dell’Olocausto a Berlino) all’antisemitismo Israele-correlato. Ciò può essere considerato come un nuovo antisemitismo e, nonostante l’odio esplicito contro gli ebrei sia ancora condannato nella cultura pubblica democratica, i codici interpretativi dell’immagine degli ebrei stanno cambiando e la soglia di ciò che è permesso dire si è costantemente abbassata. Questa tendenza è favorita anche da processi decisionali opachi nell’ambito politico che aumentano il disincanto generale (Rensmann, 2004; Pallade, 2008). Un numero crescente di antisemiti sta mettendo da parte l’anonimato: espressioni antisemite pubbliche, lettere di odio e lettere minatorie ora tendono ad essere firmate (Bergmann / Wetzel, 2003: 49).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un aspetto che merita una particolare attenzione</strong> è l’antisemitismo presente nella popolazione musulmana in Germania. I musulmani sono autori di atti antisemiti in Germania come in altri paesi. Il numero di reati mostra molto chiaramente che l’autore-tipo di aggressioni antisemite è un non musulmano, di estrema destra, bianco e tedesco. Nel caso di Berlino, tuttavia, i musulmani hanno commesso un numero sproporzionato di atti di violenza antisemita (Kohlstruck / Ullrich, 2015: 89). Alcuni autori ci ricordano che queste cifre devono essere controllate per i tassi generalmente più elevati di reati violenti tra gli adolescenti di sesso maschile con un background migratorio turco (Möller, 2012: 249). In un recente sondaggio tra gli ebrei tedeschi, le persone colpite da attacchi antisemiti erano molto più propense a identificare i colpevoli nei musulmani, di quanto non fossero pronte a individuare autori non identificati, di sinistra o di destra. Tra i giovani, il livello di opinioni e atteggiamenti antisemiti sembra essere più alto tra i musulmani che tra i non-musulmani (Kohlstruck / Ullrich, 2015: 89; per l’antisemitismo Israele-correlato: Frindte et al, 2011: 219.).<br />
Dal 2002, si è assistito a un nuovo fenomeno: l’adesione di giovani con background familiare turco all’antisemitismo Israele-correlato. Mentre i musulmani tedeschi con un background turco si erano in gran parte astenuti dall’antisionismo antisemita fino ad allora, dal 2002 gli adolescenti maschi di questa comunità hanno sempre più espresso solidarietà con i palestinesi, in quanto fratelli musulmani e vittime del conflitto in Medio Oriente (Wetzel, 2014: 3).<br />
Si presume che l’antisemitismo tra i musulmani assolva a un certo numero di funzioni: fornisce un mezzo di costruzione e stabilizzazione dell’identità e un gruppo di appartenenza per i musulmani in un contesto nazionale, etnico o religioso (Freville et al, 2010: 194; Holz, 2005); è una forma di provocazione al fine di marcare la propria differenza; fornisce una compensazione nei confronti degli ebrei; permette la repressione delle proprie esperienze di esclusione per ragioni razziali attraverso l’incolpare gli ebrei (Messerschmidt, 2010: 95). Si tratta di una questione aperta se le versioni odierne di antisemitismo islamico abbiano le stesse funzioni dell’antisemitismo nella Germania imperiale – servano cioè come chiave per comprendere tutti i problemi politici, economici e culturali in corso e come una concessione a coloro che credono che la loro posizione sociale, politica e culturale nella società moderna sia in pericolo (cfr Jochmann, 1976). Klaus Holz estende la sua analisi all’antisemitismo islamista. A suo avviso, l’antisemitismo islamista svolge lo stesso ruolo che aveva l’antisemitismo tradizionale europeo: legittimare ideologicamente il nazionalismo attraverso la costruzione di un nemico universale (Holz, 2005: 13 e segg.; Kiefer, 2007).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per una valutazione del contesto tedesco è importante approfondire</strong> anche la prospettiva degli ebrei tedeschi. Non vi è ovviamente una sola “prospettiva ebraica”. Nel rapporto dell’European Agency for Fundamental Rights del 2013, il 29% delle persone che si identificano come ebree in Germania riferivano di aver vissuto una qualche forma di molestia negli ultimi 12 mesi, il 4% aveva subito attacchi antisemiti (FRA, 2013: 45-6), il 34% temeva di diventare una vittima di attacchi violenti, il 47% temeva insulti o minacce (ibid.: 35), il 63% evitava di mostrare segni di appartenenza all’ebraismo in pubblico attraverso i simboli religiosi e il 26% pensava di lasciare la Germania a causa della minaccia antisemita (ibid.: 35, 39- 40).<br />
Secondo un sondaggio condotto tra le comunità ebraiche di Berlino nel 2014 (Steinitz, 2015), gli<b> </b>ebrei berlinesi si astenevano dal mostrare la loro ebraicità in pubblico più di quanto avessero fatto agli inizi degli anni Novanta. A causa dell’ostilità e degli attacchi sui mezzi di trasporto pubblico e a scuola, molti mandavano i figli nelle scuole ebraiche ed evitavano i quartieri con alte percentuali di musulmani. Anche se lo studio ha sottolineato la necessità di prendere atto dell’antisemitismo nella maggioranza tedesca (ad esempio durante il dibattito sulla circoncisione nel 2012), la radicalizzazione tra i giovani musulmani è stata percepita come la principale minaccia. In particolare, “l’estate dell’odio”, (ibid.: 25) durante la campagna di Gaza del 2014, ha visto un picco dell’odio manifesto contro gli ebrei durante le manifestazioni anti-israeliane, nei mas media e nei canali social, con un aumento dell’ostilità e delle aggressioni antisemite. Tutto questo ha portato, secondo Steinitz, ad un grave peggioramento della libertà e della qualità della vita ebraica a Berlino. Un intervistato ha aggiunto che le comunità ebraiche in Germania si sentono lasciate sole nella lotta contro l’antisemitismo Israele-correlato, aiutate solo da rare espressioni di solidarietà da parte della maggioranza tedesca e dalle dichiarazioni, in gran parte soltanto simboliche, dei politici (ibid.: 26). Gli israeliani che vivono a Berlino, tuttavia, sono molto più rilassati e mostrano meno paura del contatto con i musulmani o gli arabi (ibid.: 18).<br />
Secondo una recente indagine quantitativa, il 78% degli ebrei tedeschi percepisce una minaccia crescente &#8211; on-line, nei media e durante le manifestazioni. Essi attribuiscono questo all’aumento dei rifugiati musulmani-arabi, ad un abbassamento della soglia di accettabilità sociale della critica verso Israele e ad un’ostilità crescente nei confronti delle minoranze a causa del gran numero di profughi.<br />
Nel mondo contemporaneo, il processo informativo avviene sempre più attraverso i social media, tuttavia, fino ad oggi, le indagini quantitative sull’antisemitismo nei social media sono rare. In generale, a causa della natura dell’antisemitismo, è difficile isolare il fenomeno a livello nazionale. Ma il ruolo dei social network è ampiamente riconosciuto. I social media servono come strumenti di networking per persone con interessi simili, anche se questo interesse è l&#8217;odio. I riferimenti circolari e le legittimazioni rendono facile stabilizzare anche la teoria del complotto più dubbia. Le attività antisemite di estrema destra e islamiste hanno spostato il loro peso dai siti web ai social network (Bundesministerium des Innern, 2011). Secondo l’Amadeu Antonio Stiftung (AAS), non ha più senso distinguere tra l’antisemitismo on-line e quello nel mondo reale. Contenuti e forme che appaiono online sono presenti anche nelle le strade (AAS, 2015). In generale, se si tratta di antisemitismo, gruppi e individui dell’estrema destra, islamisti, anti-globalizzazione di sinistra e il cosiddetto Mitte sono tutti presenti on-line. L’attivismo islamista ha guadagnato attenzione di recente mentre quello degli estremisti di destra è sempre stato evidente (vedi anche Wetzel, 2003, 2004).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È stato il drammatico aumento di contenuti razzisti nei social media</strong> (e le sue violente conseguenze nella vita reale) a spingere i procuratori tedeschi a mettere sotto accusa Facebook. Un sondaggio internazionale sulle cancellazioni effettuate da Facebook, Twitter e YouTube ha scoperto che i contenuti antisemiti (N = 2024) erano costituiti da un 5% di inviti alla violenza contro gli ebrei, da un 12% di negazione della Shoah, da un 49% di antisemitismo tradizionale, da un 34% di antisemitismo Israele-correlato. YouTube e Twitter, tuttavia, sembrano attrarre più contenuti antisemiti di Facebook (Oboler, 2016: 7).<br />
I Ministeri federali della Giustizia (BMJV) e per la Tutela dei consumatori, della famiglia, degli anziani, delle donne e della gioventù (BMFSFJ) hanno finanziano il monitoraggio dei contenuti di odio on-line e promosso un facile accesso alla segnalazione di crimini dell’odio. In base a questo monitoraggio, i propagandisti islamici usano Facebook, Twitter e YouTube per reclutare nuovi membri, in particolare attraverso l’incitamento antisemita nel contesto del conflitto tra Israele e palestinesi: demonizzazione di Israele come unico aggressore, vittimizzazione dei palestinesi e teorie del complotto. I giovani utenti dei social media spesso condividono questi contenuti in modo acritico. Il monitoraggio ha anche rilevato come l’antisemitismo sia una parte importante delle teorie del complotto, che hanno trovato un terreno ideale nei social. 980.000 persone hanno apprezzato la pagina di Facebook del collettivo tedesco Anonymous, che ha ospitato teorie revisioniste, antisemite e di cospirazione. YouTube offre facilmente materiale di negazione della Shoah, anche come auto-completamento della ricerca “Olocausto” &#8211; “Lüge” (Olocausto-bugia). Mentre YouTube ha reagito rapidamente alle richieste di rimozione, Facebook lo ha fatto solo nel 50% dei casi, e Google non ha reagito affatto. La struttura del web, con le sue modalità di quotazione, resta un processo opaco, in particolare per i giovani utenti.<br />
Il BMJV, Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jugend, promise, nel marzo del 2016, di migliorare la rilevazione statistica dei reati a sfondo politico. I primi report sono stati rilasciati nel novembre del 2016. I dati mostrano un forte aumento dei crimini d’odio, soprattutto online. Il numero di casi on-line di istigazione e visualizzazione di violenza è aumentato da 500 a 2.300. In generale, le possibilità di essere condannati per crimini d’odio sui social media è molto bassa. La maggior parte dei casi deve essere chiuso a causa di una mancanza di prove, mentre i politici, le ONG e le autorità sono tutt’altro che preparati per gestire la criminalità su Internet, in quanto mancano di formazione, personale e volontà.<br />
Nel suo progetto per il dottorato di ricerca del 2012, Christian Hardinghaus ha contato 120 gruppi su Facebook che avevano la parola antisionismo nel titolo, criticavano Israele e promuovevano il suo boicottaggio, e la ricerca per la frase “io odio gli ebrei” comprendeva 653 gruppi (Hardinghaus, 2012: 104-8). Hardinghaus ha trovato estremamente facile leggere contenuto antisemita e nazista attraverso Facebook. Una sua ricerca del 2009 sui social network StudiVZ e SchülerVZ (all’epoca ancora più grande di Facebook) lo ha portato a concludere che i pregiudizi antisemiti prevalgono nella generazione dei social media. Dei suoi intervistati, il 31,9% ha affermato che l’influenza ebraica nel mondo era troppo grande; il 27% sosteneva l’esistenza di uno specifico carattere ebraico, che circa la metà di essi descriveva in modo negativo; il 21,4% credeva in differenze biologiche tra ebrei e non ebrei; il 18,6% riteneva che gli ebrei fossero colpevoli per la persecuzione dei nazisti; il 48,8% ha affermato che gli ebrei facevano troppo chiasso per il passato nazionalsocialista; e il 52,6% ha dichiarato che gli ebrei sfruttano la Shoah. In sintesi, il 75,5% dei suoi intervistati era d’accordo con almeno una delle dichiarazioni. StudiVZ è stato spesso criticato per ospitare gruppi e espressioni antisemite.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Quando il gruppo Simon Wiesenthal-Center</strong> su StudiVZ ha riportato i messaggi antisemiti di un gruppo denominato “Israel öffentlich kritisieren dürfen”, la reazione di StudiVZ è stata quella di chiudere il gruppo Simon-Wiesenthal (Bundesministerium des Innern 2011: 92).<br />
Il progetto di ricerca di Monika Schwarz-Friesel si focalizza sull’antisemitismo verbale e comprende i media on-line, in particolare i social media. I commenti e le attività di social network sono il luogo principale per l’antisemitismo di tutti i giorni. La semantica dell’antisemitismo sui social è omogenea indipendentemente dal fatto che le fonti siano di estrema destra, fondamentaliste cristiane o islamiche. Internet si rivela essere uno spazio di identità-stabilizzante per la comunicazione antisemita, fuori da ogni controllo. Online non vi è alcuna latenza di comunicazione riguardante l’antisemitismo &#8211; e la realtà virtuale incide sulla vita reale rendendo l’odio antiebraico parte integrante della comunicazione pubblica. I nuovi media online in tal modo sostengono la normalizzazione dell’odio antisemita: le osservazioni antisemite non sono vietate e il pericolo dell’antisemitismo contemporaneo è negato. Con le loro caratteristiche specifiche di nuovi media, servono come catalizzatori per una radicalizzazione crescente del linguaggio antisemita, in particolare per quanto riguarda Israele e la recessione economica. L’antisemitismo nei commenti delle pagine web di grandi media online come i giornali non viene espresso in forma anonima, non è contraddetto, censurato o altrimenti proscritto. In questo contesto, tali espressioni appaiono come un parere legittimo, non un crimine d’odio (Becker / Gisel, 2016: 118-25; Schwarz-Friesel, 2013).<br />
Judith Rahner ha analizzato 100 profili Facebook di giovani berlinesi che si sono dichiarati musulmani durante la guerra di Gaza nel 2014. Molti profili, che in precedenza non erano politicizzati, lo sono diventati bruscamente, in tanti casi con modalità antisemite. I contenuti pubblicati si riferivano alla tradizionale calunnia antisemita dell’omicidio rituale (sostenendo che Israele ha sistematicamente preso di mira bambini palestinesi), e alle teorie del complotto e all’antisemitismo Israele-correlato (equazione tra il nazionalsocialismo e Israele, negazione del diritto di esistere dello Stato ebraico, colpevolizzazione delle vittime della Shoah) e sono stati in gran parte scaricati da siti web islamisti (UEA 2017: 130-40).<br />
Secondo alcune indagini, più della metà degli intervistati ritiene i social media uno strumento molto importante per la diffusione di stereotipi razzisti o antisemiti, ma non per la loro formazione. Molti hanno sottolineato la loro funzione di amplificatori, catalizzatori e strumenti di mobilitazione, influenza e radicalizzazione virtuale &#8216;sicura&#8217; di persone che pensano isolate da qualsiasi discussione critica. La mancanza di filtri e di controllo (sociale) è stato citato più volte, così come la loro disponibilità a pubblicare commenti di odio in (pseudo) anonimato. In sintesi, viene riconosciuta la funzione di Internet come un “organo centrale per i messaggi di odio, di notizie false e stereotipi”. Allo stesso tempo, la maggior parte ha sottolineato che i social media potrebbero essere utilizzati anche come mezzo per contrastare i pregiudizi.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La relazione degli esperti indipendenti al Ministero Federale</strong> <strong>degli Interni</strong> nel 2011 ha rilevato che difficilmente si trovano stereotipi antisemiti nella televisione tedesca &#8211; a differenza di altri Paesi europei e delle pubblicazioni della destra radicale e degli islamisti. Ma in relazione al conflitto in Medio Oriente e alla crisi finanziaria, gli stereotipi tradizionali antisemiti erano entrati nei media.<br />
La copertura del conflitto israelo-palestinese ignorava la diversità della società israeliana, mostrando spesso pregiudizi a favore dei palestinesi e contro Israele (se non nel testo, nell’immagine e nel contesto), una tendenza riflessa in gran parte nella società tedesca (Bundesministerium des Innern 2011: 98ff). La copertura della crisi finanziaria ha ricorrentemente menzionato il fatto che Bernard Madoff e l’investitore Haim Saban, che aveva acquistato il gruppo Kirch Media, fossero ebrei (ibid.: 102ff.). Altri autori arrivano a una conclusione molto più critica: l’antisemitismo era diffuso tra i giornalisti, che lo hanno espresso nella loro copertura delle notizie riguardanti Israele e il Medio Oriente. I media tedeschi hanno, in modo subliminale, convogliato la narrazione secondo la quale senza Israele ci sarebbe stata la pace in Medio Oriente. Le critiche contro Israele sono state esagerate, storie false e notizie fabbricate ad arte spesso sono state pubblicate senza che nessuno le verificasse e le presunte violazioni dei diritti umani da parte dello Stato ebraico hanno ricevuto molta più attenzione rispetto a qualsiasi altra parte del mondo (Shapira / Hafner, 2010). 102ff.).<br />
La società tedesca come risponde a questo crescente antisemitismo?<br />
Le statistiche della polizia in materia di crimini d’odio sono state riformate nel 2001, dopo le critiche dell’opinione pubblica, dato che il vecchio sistema minimizzava la portata della violenza dell’estrema destra, in particolare il bilancio delle vittime dal 1990. Dal 2001, sono state registrate diverse motivazioni per i reati a sfondo politico, tra cui l&#8217;antisemitismo, ma ancora permangono le problematiche categorie di estremismo di destra, sinistra e straniero.<br />
Per eliminare le carenze nelle statistiche di registrazione della magistratura, nel marzo del 2016, il Ministero Federale di Giustizia e Tutela dei consumatori ha avviato un’iniziativa per fornire un resoconto più dettagliato e uniforme dei reati a sfondo politico &#8211; tra cui differenziazioni tra le indagini, le accuse e le condanne comminate. Questo ha portato, a partire dal 2014, a statistiche relative ai reati antisemiti. Nel 2013, l’Amministrazione della giustizia federale aveva iniziato a raccogliere e pubblicare dati unificati sul crimine a sfondo politico, in cui rientrava la categoria di reati antisemiti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un altro problema nella reazione dello Stato tedesco all’antisemitismo</strong> è il rifiuto ricorrente della magistratura a considerare l’antisemitismo. Un caso che ha destato l’attenzione internazionale è stato l’attacco incendiario alla sinagoga di Wuppertal nel 2014 da parte di tre uomini, di origine palestinese, che avevano vissuto in Germania come rifugiati per 15 anni. Il loro attacco con sei bottiglie molotov è stato considerato da tre Corti consecutive non un atto antisemita, ma piuttosto una “critica della politica di Israele” &#8211; i giudici hanno accettato le scuse dei tre che volevano solo attirare l’attenzione sul conflitto a Gaza.<br />
Un altro caso di rilievo è stato quello della giornalista Jutta Ditfurth a cui è stato vietato, da un tribunale di Monaco di Baviera, di definire il famigerato antisemita e attivista della Nuova Destra Jürgen Elsässer, un “antisemita duro a morire”. Particolarmente preoccupante è la tesi del giudice, secondo il quale la definizione “antisemita duro a morire” potrebbe applicarsi solo a coloro che si rifiutavano di prendere le distanze dal nazionalsocialismo. Lo stesso giudice ha proibito alla Presidente della comunità ebraica di Monaco, sopravvissuta della Shoah, Charlotte Knobloch, di ripetere il suo giudizio estremamente negativo sul pubblicista ebreo Abraham Melzer che aveva equiparato Israele al nazionalsocialismo e notoriamente indicato la Knobloch, un’ebrea tedesca, come un’agente israeliana.<br />
Per quanto riguarda i crimini dell’odio on-line, i Ministeri Federali di Giustizia e di Tutela dei consumatori (BMJV) e della famiglia, degli anziani, della donna e della gioventù (BMFSFJ) hanno finanziato il monitoraggio dei contenuti di odio on-line e promosso un facile accesso per la loro segnalazione. Le due istituzioni di osservazione più rilevanti sono jugendschutz.net con il suo progetto hass-im-netz.info, promosso dal Governo federale e statale, e netz-gegen-nazis.de, un progetto della Fondazione Amadeu Antonio (AAS), un’organizzazione non governativa. Entrambi stanno monitorando attivamente la rete, segnalando i contenuti di odio ai proprietari delle piattaforme, esigendone la cancellazione e ottenendola nell’80% dei casi.<br />
Due progetti di monitoraggio sono stati avviati in modo esplicito per gli episodi antisemiti, nel 2015 a Berlino e nel 2016 a Kassel. Oltre a ciò, molti progetti di monitoraggio coprono diverse forme di ostilità, come il ‘Berliner Register’ per le aggressioni da parte della destra radicale e gli atti discriminatori.<br />
Il Ministero Federale della Giustizia ha tracciato una linea chiara tra il crimine d’odio e la violenza motivata politicamente, dichiarando che le aziende con guadagni significativi provenienti dai social media erano socialmente obbligate a evitare che le loro piattaforme fossero usate impropriamente per i crimini di odio, razzismo, antisemitismo o fantasie terroristiche islamiste (SCA4). È stato il drastico aumento del contenuto razzista nei social (e le sue violente conseguenze sulla vita reale) a spingere i procuratori ad indagare Facebook. In seguito, è stato siglato un accordo tra il Governo tedesco e Facebook, Google (YouTube) e Twitter secondo il quale i contenuti illegali devono essere cancellati entro 24 ore.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un studio internazionale sulla soppressione</strong> di contenuti illegali sulle tre piattaforme ha scoperto che dieci mesi dopo la segnalazione di contenuti offensivi, gran parte di essa era ancora accessibile: il 25% di messaggi di incitamento alla violenza antisemita su Facebook e il 96% di antisemitismo legato ad Israele su YouTube (Oboler 2016: 7). Se la quota di cancellazione non fosse aumentata, il Ministro Federale della Giustizia ha annunciato che avrebbe preso in considerazione la possibilità di mettere sotto accusa i proprietari delle piattaforme, imponendogli di rendere noto il numero dei casi segnalati e dei contenuti illegali cancellati. Questa iniziativa ora si è materializzata in una proposta di legge.<br />
La comprensione del nuovo antisemitismo è limitata non solo a livello pratico, ma anche a livello concettuale.<br />
La Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza lamentava nella sua relazione del 2014 che la Germania non riuscisse a riconoscere, registrare e punire i crimini motivati da razzismo e altre ideologie di intolleranza per quello che erano. L’ultimo rapporto (2017) accoglie positivamente alcuni miglioramenti, come l’integrazione della sottocategoria crimini d’odio nelle statistiche della polizia e la modifica del codice penale che rende le motivazioni razziste e xenofobe circostanze aggravanti. Ma deplora, tuttavia, le lacune ancora presenti; in particolare, la mancata rilevanza della motivazione del colpevole e dell’opinione della vittima e il mantenimento della fuorviante meta-categoria di “reato a sfondo politico”.<br />
L’antisemitismo rimane un problema in Germania, come atteggiamento e come minaccia concreta. La diminuzione apparente nelle sue forme tradizionali può essere in parte attribuita alla sua articolazione in un antisemitismo Israele-correlato o in un antisemitismo secondario. Secondo alcune analisi, l’antisemitismo Israele-correlato è sposato da quasi la metà della popolazione, il che rende questo aspetto molto importante per comprendere la nuova forma di antisemitismo presente in Germania. Riferendosi ad un conflitto esistente, è particolarmente pericoloso perché è ampiamente diffuso in tutti i segmenti della società e perché è facile per i suoi sostenitori mascherare il loro antisemitismo sotto la maschera della critica ad Israele.<br />
Esiste un problema di autenticità per la maggior parte degli attori della società tedesca. Finché insegnanti, operatori sociali, funzionari pubblici, agenti di polizia e giudici rifiuteranno di riconoscere i propri stereotipi antisemiti sarà difficile condurre una lotta vittoriosa contro un nuovo antisemitismo complesso e multiforme.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">AAS (Amadeu Antonio Stiftung), ed. 2015. <i>Lagebild Antisemitismus 2015</i>. <a href="http://www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/aas-lagebild-antisemitismus-2015.pdf"><span style="color: #000000;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/aas-lagebild-antisemitismus-2015.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">ADL (Anti-Defamation League), ed. 2012. <i>Attitudes Toward Jews In Ten European Countries. March 2012</i>. <a href="http://archive.adl.org/anti_semitism/adl_anti-semitism_presentation_february_2012.pdf"><span style="color: #000000;">http://archive.adl.org/anti_semitism/adl_anti-semitism_presentation_february_2012.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">ADL (Anti-Defamation League), ed. 2015. <i>Executive Summary: ADL Global 100 Poll – 2015 Update in 19 countries</i>. 2015. www.adl.org/assets/pdf/press-center/ ADL-Global-100-Executive-Summary-2015.pdf</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> AJC (American Jewish Committee), ed. 2002. <i>German Attitudes Toward Jews, The Holocaust and the U.S. </i><a href="http://www.ajc.org/site/apps/nlnet/content3.aspx?c=7oJILSPwFfJSG&amp;b=8449863&amp;ct=12486235"><span style="color: #000000;">www.ajc.org/site/apps/nlnet/content3.aspx?c=7oJILSPwFfJSG&amp;b=8449863&amp;ct=12486235</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Antidiskriminierungsstelle des Bundes, ed. 2016. <i>Akzeptanz religiöser und weltanschaulicher Vielfalt in Deutschland. Ergebnisse einer repräsentativen Umfrage</i>. Berlin. <a href="http://www.antidiskriminierungsstelle.de/SharedDocs/Downloads/DE/publikationen/Umfragen/Bericht_zur_Umfrage_Akzeptanz_religioeser_und_weltanschaulicher_Vielfalt_in_Deutschland.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=2"><span style="color: #000000;">www.antidiskriminierungsstelle.de/SharedDocs/Downloads/DE/publikationen/Umfragen/Bericht_zur_Umfrage_Akzeptanz_religioeser_und_weltanschaulicher_Vielfalt_in_Deutschland.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=2</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Arnold, Sina, Jana König. 2016. <i>Flucht und Antisemitismus. Erste Hinweise zu Erscheinungsformen von Antisemitismus bei Geflüchteten und mögliche Umgangsstrategien. Qualitative Befragung von Expert_innen und Geflüchteten. Expertise für den Expertenkreis Antisemitismus</i>. Berliner Institut für empirische Integrations – und Migrationsforschung (BIM), Humboldt-Universität zu Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Attia, Iman. 2013. “Das Konzept der ‘gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit’. Einige kritische Anmerkungen”. In <i>Soziologische Revue </i>36, pp. 3–9.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bade, Klaus J. 1994. <i>Homo Migrans. Wanderungen aus und nach Deutschland. Erfahrungen und Fragen</i>. Stuttgarter Vorträge zur Zeitgeschichte, 2. Essen: Klartext.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bade, Klaus J., Jochen Oltmer. 2004. <i>Normalfall Migration</i>. Bonn: Bundeszentrale für politische Bildung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Becker, Matthias Jakob, Linda Giesel. 2016. “‘Reich ist ein jüdischer Name…’. Kontinuitäten antisemitischen Sprachgebrauchs in den Neuen Medien”. In <i>Schiefheilungen. Zeitgenössische Betrachtungen über Antisemitismus</i>. A cura di Charlotte Busch, Martin Gehrlein, Tom David Uhlig. Wiesbaden: Springer VS, pp. 111–29.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Benz, Wolfgang. 2008. “Vorwort”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>17, pp. 9–14.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner. 2008. “Vergleichende Meinungsforschung zum Antisemitismus in Europa und die Frage nach einem ‘neuen europäischen Antisemitismus’”. In <i>Feindbild Judentum. Antisemitismus in Europa</i>. A cura di Lars Rensmann e Julius H. Schoeps. Berlin: Verlag für Berlin-Brandenburg, pp. 473–507.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner, Rainer Erb. 1986. “Kommunikationslatenz, Moral und öffentliche Meinung: theoretische Überlegungen zum Antisemitismus in der Bundesrepublik Deutschland”. In <i>Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie </i>38.2, pp. 223–46.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner and Juliane Wetzel. 2003. <i>Manifestations of anti-Semitism in the European Union</i>. Wien: European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bertelsmann-Stiftung, ed. 2015. <i>Religionsmonitor. Verstehen was verbindet. Sonderauswertung Islam 2015. Die wichtigsten Ergebnisse im Überblick</i>. <a href="http://www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/Projekte/51_Religionsmonitor/Zusammenfassung_der_Sonderauswertung.pdf"><span style="color: #000000;">www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/Projekte/51_Religionsmonitor/Zusammenfassung_der_Sonderauswertung.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Betzler, Lukas, Manuel Glittenberg. 2015. <i>Antisemitismus im deutschen Mediendiskurs. Eine Analyse des Falls Jakob Augstein</i>. Baden-Baden: Nomos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Beyer, Heiko. 2015. “Theorien des Antisemitismus: Eine Systematisierung”. In <i>KZfSS Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie </i>67, pp. 573–89. <a href="http://dx.doi.org/10.1007/s11577–015–0332–7"><span style="color: #000000;">http://dx.doi.org/10.1007/s11577–015–0332–7</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bildungsstätte Anne Frank, ed. 2013. <i>Weltbild Antisemitismus, Didaktische und methodische Empfehlungen für die pädagogische Arbeit in der Migrationsgesellschaft</i>. Frankfurt/M.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brettfeld, Karin, Peter Wetzels. 2007. <i>Muslime in Deutschland. Integration, Integrationsbarrieren, Religion und Einstellungen zu Demokratie, Rechtstaat und politisch-religiös motivierter Gewalt. Ergebnisse von Befragungen im Rahmen einer multizentrischen Studie in städtischen Lebensräumen</i>. Hamburg: Bundesministerium des Innern.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 2011, <i>Migrationsbericht 2011</i>. Bundesministerium des Innern. www.bamf.de/SharedDocs/Anlagen/DE/Publikationen/Migrationsberichte/migrationsbericht-2015.pdf?__ blob=publicationFile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 2015, <i>Migrationsbericht 2015</i>. Bundesministerium des Innern. www.bamf.de/SharedDocs/Anlagen/DE/Publikationen/Migrationsberichte/migrationsbericht-2015.pdf?__ blob=publicationFile .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, ed. 2016. <i>Das Bundesamt in Zahlen 2015. Asyl, Migration und Integration</i>. Nürnberg.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundeskriminalamt, ed. 2015. <i>Kriminalität im Kontext von Zuwanderung. Bundeslagebild 2015</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesministerium des Innern, ed. 2011. <i>Antisemitismus in Deutschland. Erscheinungsformen, Bedingungen, Präventionsansätze. Bericht des unabhängigen Expertenkreises Antisemitismus</i>. Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bunzl, John, Alexandra Senfft, eds. 2008. <i>Zwischen Antisemitismus und Islamophobie. Vorurteile und Projektionen in Europa und Nahost</i>. Hamburg: VSA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Butterwegge, Christoph. 2010. “Extremismus, – Totalitarismus – und Populismustheorien: Ideologien zur Diskreditierung der Linken. Eine Grundsatzkritik an ihren analytischen Defiziten, verborgenen Interessen und politischen Implikationen”. In <i>Jahrbuch für Extremismus – und Terrorismusforschung 2009 / 2010</i>. A cura di Armin Pfahl-Traughber. Schriften zur Extremismus – und Terrorismusforschung, 3. Brühl/Rheinland: Fachhochschule des Bundes für öffentliche Verwaltung, pp. 33–60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Coors, Heiner. 2016. “Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft”. In <i>Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura del MBT Hessen Regionalstelle Nord-/Osthessen des beratungsNetzwerks Hessen. Kassel, pp. 5–15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dantschke, Claudia. 2009. ‘Feindbild Juden – zur Funktionalität der antisemitischen Gemeinschaftsideologie in muslimisch geprägten Milieus’. In ‘<i>Die Juden sind schuld’. Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft am Beispiel muslimisch sozialisierter Milieus</i>. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung, pp. 14–19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver Elmar Brähler. 2016. ‘Autoritäre Dynamiken: Ergebnisse der bisherigen ’Mitte’-Studien und Fragestellung’. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, e Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 11–22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Elmar Brähler, Norman Geißler. 2006. <i>Vom Rand zur Mitte. Rechtsextreme Einstellung und ihre Einflussfaktoren in Deutschland</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Johannes Kiess, Elmar Brähler, eds. 2014. <i>Die stabilisierte Mitte. Rechtsextreme Einstellung in Deutschland 2014</i>. Die ’Mitte’-Studien der Universität Leipzig. Leipzig: Kompetenzzentrum für Rechtsextremismus – und Demokratieforschung, Universität Leipzig.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Johannes Kiess, Elmar Brähler, eds. 2016. <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. Gießen: Psychosozial-Verlag.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver et al. 2010. <i>Die Mitte in der Krise. Rechtsextreme Einstellung in Deutschland 2010</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver et al. 2014. “Die ‘Mitte’-Studie 2016: Methode, Ergebnisse und Zeitverlauf”. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, e Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 23–66.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Demirel, Aycan. 2011. “Antisemitismus in türkischsprachigen Medien”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>20, pp. 213–39.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Drüeke, Ricarda. 2016. <i>Die TV-Berichterstattung in ARD und ZDF über die Silvesternacht 2015/16 in Köln</i>. A cura di Heinrich-Böll-Stiftung. Berlin: Gunda-Werner-Institut. <a href="http://www.gwi-boell.de/sites/default/files/web_161122_e-paper_%20gwi_medienanalysekoeln_v100.pdf"><span style="color: #000000;">www.gwi-boell.de/sites/default/files/web_161122_e-paper_ gwi_medienanalysekoeln_v100.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Feustel, Susanne, Jennifer Stange, e Tom Strohschneider, eds. 2012. <i>Verfassungsfeinde? Wie die Hüter von Denk – und Gewaltmonopolen mit dem “Linksextremismus” umgehen</i>. Hamburg: VSA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fick, Patrick et al. 2014. <i>Integration gelungen? Die fünf größten Zuwanderergruppen in Baden-Württemberg im Generationenvergleich. Ergebnisse einer Mehrthemenbefragung</i>. Baden-Württemberg, Ministerium für Integration.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Follert, Guido, Wolfram Stender. 2010. “Das kommt jetzt wirklich nur aus der muslimischen Welt. “Antisemitismus bei Schülern in der Wahrnehmung von Lehrern und Schulsozialarbeitern – Zwischenergebnisse aus einem Forschungsprojekt”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, and Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 199–223.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Foroutan, Naika. 2013. “Die entsicherte Gesellschaft im Blick – Heitmeyer und die deutschen Zustände”. In <i>Soziologische Revue </i>36, pp. 14–20.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Foroutan, Naika et al. 2015. <i>Deutschland postmigrantisch II – Einstellungen von Jugendlichen und jungen Erwachsenen zu Gesellschaft, Religion und Identität</i>. 2nd ed. Berlin: Humboldt-Universität zu Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Forum für kritische Rechtsextremismusforschung, ed. 2011. <i>Ordnung. Macht. Extremismus. Effekte und Alternativen des Extremismus-Modells</i>. Wiesbaden.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">FRA (European Agency for Fundamental Rights) 2013. <i>Discrimination and hate crime against Jews in EU Member States: experiences and perceptions of antisemitism</i>. http://fra.europa.eu/en/publication/2013/discrimination-an d-hate-crime-against-jews-eu-member-states-experiences-and.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fréville, Gabriel, Susanna Harms, Serhat Karakayali. 2010. “‘Antisemitismus – ein Problem unter vielen’. Ergebnisse einer Befragung in Jugendclubs und Migrant/innen-Organisationen”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, and Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 185–96.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Freytag, Ronald. 2016. <i>Flüchtlinge 2016. Studie der HMKW zu Demokratieverständnis und Integrationsbereitschaft von Flüchtlingen 2016</i>. Hochschule für Medien, Kommunikation und Wirtschaft. www.hmkw.de/fileadmin/media/downloads/pdfs/Publikationen/HMKW_Fl%C3%BCchtlinge_2016_Studie_ Ronald_Freytag_20160815.pdf.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frindte, Wolfgang, Dorit Wammetsberger. 2008. <i>Antisemitismus in Deutschland: Sozialwissenschaftliche Befunde</i>. A cura di Lars Rensmann and Julius H. Schoeps. Berlin, pp. 261–95.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frindte, Wolfgang et al. 2011. <i>Lebenswelten junger Muslime in Deutschland</i>. Berlin: Bundesministerium des Innern.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Funck, Marcus. 2016. “Wie antisemitisch ist dieser AfD-Politiker?” In <i>Die Zeit </i>(6 Sept.). <a href="http://www.zeit.de/2016/34/wolfgang-gedeon-antisemitismus-afd"><span style="color: #000000;">www.zeit.de/2016/34/wolfgang-gedeon-antisemitismus-afd</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">GESIS (Leibniz-Institut für Sozialwissenschaften), ed. 2016. <i>Allgemeine Bevölkerungsumfrage der Sozialwissenschaften ALLBUS 2016 – Pre-release</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Glaser, Michaela and Sally Hohnstein. 2012. “Ethnozentrismus und Antisemitismus in Migrationskontexten – ein Überblick über den Forschungsstand”. In <i>Ethnozentrismus und Antisemitismus bei Jugendlichen mit Migrationshintergrund. Erscheinungsformen und pädagogische Praxis in der Einwanderungsgesellschaft</i>. A cura di Frank Greuel e Michaela Glaser. Halle: Deutsches Jugendinstitut, pp. 10–25.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Goldenbogen, Anne. 2013. “Zwischen Diversität und Stigmatisierung. Antisemitismus und Bildungsarbeit in der Migrationsgesellschaft”. In <i>Widerspruchstoleranz. Ein Theorie-Praxis-Handbuch zu Antisemitismuskritik und Bildungsarbeit</i>. A cura di Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus (KIgA e.V.) Berlin, pp. 19–22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gostomski, Christian Babka von et al. 2016. <i>IAB-BAMF-SOEP-Befragung von Geflüchteten: Überblick und erste Ergebnisse. IAB-Forschungsbericht 14</i>. IAB Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gryglewski, Elke. 2013. <i>Anerkennung und Erinnerung. Zugänge arabisch-palästinensischer und türkischer Berliner Jugendlicher zum Holocaust</i>. Berlin: Metropol.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hardinghaus, Christian. 2012. ‘<i>Der ewige Jude’ und die Generation Facebook. Antisemitische NS-Propaganda und Vorurteile in sozialen Netzwerken</i>. Marburg: Tectum.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Haug, Sonja, Stephanie Müssig, Anja Stichs. 2009. <i>Muslimisches Leben in Deutschland, im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz</i>. Forschungsbericht, 6. Nürnberg: Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Haug, Sonja et al. 2017. <i>Asylsuchende in Bayern. Eine quantitative und qualitative Studie. Abschlussbericht</i>. München: Hanns-Seidel-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Häusler, Alexander. 2016. “Die AfD als rechtspopulistischer Profiteur der Flüchtlingsdebatte”. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 167–78.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm. 2003. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit. Die theoretische Konzeption und empirische Ergebnisse aus 2002 sowie 2003”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 2</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 13–32.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm. 2012. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit (GMF) in einem entsicherten Jahrzehnt”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 15–41.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm, Joachim Müller, Helmut Schröder. 1997. <i>Verlockender Fundamentalismus. Türkische Jugendliche in Deutschland</i>. Kultur und Konflikt. Frankfurt am Main: Suhrkamp.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hofmann, Gunter. 2012. “Das Soziale und der Zeitgeist. Eine Einlassung auf das letzte Jahrzehnt”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 42–60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2005. <i>Die Gegenwart des Antisemitismus. Islamistische, demokratische und antizionistische Judenfeindschaft</i>. Hamburg: Hamburger Edition.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2001. <i>Nationaler Antisemitismus. Wissenssoziologie einer Weltanschauung</i>. Hamburg: Hamburger Edition.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2006. “Neuer Antisemitismus? Wandel und Kontinuität der Judenfeindschaft”. In <i>Antisemitismus in Europa und der arabischen Welt. Ursachen und Wechselbeziehungen eines komplexen Phänomens</i>. A cura di Dirk Ansorge. Paderborn/Frankfurt a. M.: Bonfatius/Otto Lembeck, pp. 51–79.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hövermann, Andreas, Eva Groß. 2016. “Menschenfeindlicher und rechtsextremer – Die Veränderung der Einstellungen unter AfD-Sympathisanten zwischen 2014 und 2016”. In <i>Gespaltene Mitte – Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2016</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf, pp. 167–83.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jäger, Siegfried and Margarete Jäger. 2004. “Die Nahost-Berichterstattung zur Zweiten Intifada in deutschen Printmedien”. In <i>Gefühlte Geschichte und Kämpfe um Identität</i>. A cura di Siegfried Jäger and Franz Januschek. Münster: Unrast, pp. 147–68.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jäger, Siegfried, Margarete Jäger. 2003. <i>Medienbild Israel. Zwischen Solidarität und Antisemitismus</i>. Münster/London/Hamburg: LIT.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jikeli, Günther. 2012. “Antisemitism among European Muslims”. In <i>Studies in Antisemitism. Resurgent Antisemitism: Global Perspectives</i>. A cura di Alvin H. Rosenfeld. Bloomington, IN: Indiana University Press, 2013, pp. 268–307.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jochmann, Werner. 1976. “Struktur und Funktion des deutschen Antisemitismus”. In <i>Juden im Wilhelminischen Deutschland 1890–1914. Ein Sammelband</i>. A cura di Werner E. Mosse and Arnold Paucker. Schriftenreihe wissenschaftlicher Abhandlungen des Leo Baeck Instituts, 33. Tübingen: J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), pp. 389–477.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kempf, Wilhelm. 2015. <i>Israelkritik zwischen Antisemitismus und Menschenrechtsidee. Eine Spurensuche</i>. Friedens – und Demokratiepsychologie, 12. Berlin: Irena Regener.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kiefer, Michael. 2012. <i>Antisemitismus unter muslimischen Jugendlichen – Randphänomen oder Problem? </i>Oct. 24.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">www.bpb.de/politik/extremismus/ antisemitismus/145728/antisemitismus-unter-muslimischen-juge ndlichen-randphaenomen-oder-problem.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kiefer, Michael. 2007. “Islamistischer oder islamisierter Antisemitismus?” In <i>Antisemitismus und radikaler Islamismus</i>. A cura di Benz Wolfgang e Wetzel Juliane. Antisemitismus: Geschichte und Strukturen, 4. Essen: Klartext, pp. 71–84.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">KIgA (Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus), ed. 2017. <i>Discover Diversity – Politische Bildung mit Geflüchteten</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kohlstruck, Michael, Peter Ullrich. 2015. <i>Antisemitismus als Problem und Symbol. Phänomene und Interventionen in Berlin</i>. A cura del Landeskommission Berlin gegen Gewalt. Berliner Forum Gewaltprävention, 52. Berlin. <a href="https://depositonce.tu-erlin.de/bitstream/11303/4866/1/kohlstruck_et-al.pdf"><span style="color: #000000;">https://depositonce.tu-erlin.de/bitstream/11303/4866/1/kohlstruck_et-al.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lantzsch, Malte. 2016. “Man muss lebensweltlich näher bei den Jugendlichen anfangen”. Interview mit Manuel Glittenberg. In <i>Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura di MBT Hessen Regionalstelle Nord-/Osthessen des beratungs Netzwerks Hessen. Kassel, pp. 16–19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leggewie, Claus. 2000. “Integration und Segregation”. In <i>Migrationsreport 2000. Fakten – Analysen – Perspektiven. Für den Rat für Migration herausgegeben</i>. A cura di Klaus J. Bade e Rainer Münz. Bonn: Bundeszentrale für politische Bildung, pp. 85–107.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leibold, Jürgen, Steffen Kühnel, Wilhelm Heitmeyer. 2006. “Abschottung von Muslimen durch generalisierte Islamkritik?” In <i>Aus Politik und Zeitgeschichte </i>1–2 (2 Jan.), pp. 3–10.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leibold, Jürgen et al. 2012. “Mehr oder weniger erwünscht? Entwicklung und Akzeptanz von Vorurteilen gegenüber Muslimen und Juden”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 177–98.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lemmen, Thomas. 2001. <i>Muslime in Deutschland. Eine Herausforderung für Kirche und Gesellschaft</i>. Schriften des Zentrums für Europäische Integrationsforschung, 46. Baden-Baden: Nomos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">El-Mafaalani, Aladin, Ahmet Toprak. 2017. <i>Muslimische Kinder und Jugendliche in Deutschland. Lebenswelten – Denkmuster – Herausforderungen</i>. 3rd ed. Sankt Augustin/Berlin: Konrad-Adenauer-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mansel, Jürgen, Viktoria Spaiser. 2013. <i>Ausgrenzungsdynamiken. In welchen Lebenslagen Jugendliche Fremdgruppen abwerten</i>. Konflikt – und Gewaltforschung. Weinheim/Basel: Beltz Juventa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mendel, Meron. 2013. “Islamistischer Antisemitismus”. In <i>Weltbild Antisemitismus, Didaktische und methodische Empfehlungen für die pädagogische Arbeit in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura del Bildungsstätte Anne Frank. Frankfurt/M., pp. 56–7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Messerschmidt, Astrid. 2010. “Flexible Feindbilder – Antisemitismus und der Umgang mit Minderheiten in der deutschen Einwanderungsgesellschaft”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 91–108.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Meuser, Michael, Ulrike Nagel. 2009. “Das Experteninterview – konzeptionelle Grundlagen und methodische Anlage”. In <i>Methoden der vergleichenden Politik – und Sozialwissenschaft. Neue Entwicklungen und Anwendungen</i>. A cura di Susanne Pickel et al. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 465–80.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Möller, Kurt. 2012. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit bei in Deutschland lebenden Jugendlichen mit und ohne Migrationshintergrund”. In <i>Jugend und Differenz. Aktuelle Debatten der Jugendforschung</i>. A cura di Jutta Ecarius and Marcel Eulenbach. Wiesbaden: Springer, pp. 245–64.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Müller, Jochen. 2009. “Islamophobie und Antisemitismus – Kritische Anmerkungen zum einem fragwürdigen Vergleich”. In „<i>Die Juden sind schuld “. Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft am Beispiel muslimisch sozialisierter Milieus</i>. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung, pp. 24–8.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordbruch, Götz. 2007. “Nahostkonflikt und Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft”. In <i>Antisemitismus in Geschichte und Gegenwart. Lehrerhandreichung zum Unterrichtsmaterial “Antisemitismus – immer noch?” </i>A cura del Zentrum für Antisemitismusforschung. Berlin, pp. 31–3.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordbruch, Götz. 2014. “<i>Pro Palestine” – Palästina als Metapher unter Jugendlichen</i>. 1 Sept.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">www.bpb.de/gesellschaft/migration/ neukoelln-unlimited/190667/pro-palestine-palaestina-als-metapher-unter-jugendlichen.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Oboler, Andre. 2016. <i>Measuring the Hate. The State of Antisemitism in Social Media</i>. Online Hate Prevention Institute. https://european-forum-on-antisemitism. org/report/measuring-hate-state-antisemitism-social-media.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pallade, Yves. 2008. “Antisemitismus in Deutschland: Politikwissenschaftliche Analysen”. In <i>Feindbild Judentum. Antisemitismus in Europa</i>. A cura di Lars Rensmann e Julius H. Schoeps. Berlin: Verlag für Berlin-Brandenburg, pp. 297–344.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pfahl-Traughber, Armin. 2015. “Antizionistischer Antisemitismus, antiimperialistische Israelfeindlichkeit und menschenrechtliche Israelkritik”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>24, pp. 293–315.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pfahl-Traughber, Armin. 2013. “Kritik der Kritik der Extremismustheorie. Eine Auseinandersetzung mit einschlägigen Vorwürfen”. In <i>Jahrbuch für Extremismus – und Terrorismusforschung 2013</i>. A cura di Armin Pfahl-Traughber. Schriften zur Extremismus – und Terrorismusforschung, 7. Brühl /Rheinland: Fachhochschule des Bundes für öffentliche Verwaltung, pp. 31–55.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pollack, Detlef et al. 2016. <i>Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland. Repräsentative Erhebung von TNS Emnid im Auftrag des Exzellenzclusters “Religion und Politik” der Universität Münster</i>. Exzellenzcluster “Religion und Politik”. <a href="http://www.uni-muenster.de/imperia/md/content/religion_und_politik/aktuelles/2016/06_2016/studie_integration_und_%20religion_aus_sicht_t__rkeist__mmiger.pdf"><span style="color: #000000;">www.uni-muenster.de/imperia/md/content/religion_und_politik/aktuelles/2016/06_2016/studie_integration_und_ religion_aus_sicht_t__rkeist__mmiger.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rahner, Judith. 2014. “‘Gefällt mir (nicht)’. Facebook-Monitoring zu Postings von Jugendlichen während des Gaza-Krieges”. In <i>Kritik oder Antisemitismus? Eine pädagogische Handreichung zum Umgang mit israelbezogenem Antisemitismus</i>. A cura di Amadeu Antonio Stiftung, pp. 39–45. <span style="text-decoration: underline;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/ files/pdfs/handreichung_antisemitismus_internet.pdf</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ramm, Christoph. 2010. “The Muslim Makers”. In <i>Interventions </i>12.2, pp. 183–97. <a href="http://dx.doi.org/10.1080/1369801X.2010.489692"><span style="color: #000000;">http://dx.doi.org/10.1080/1369801X.2010.489692</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rensmann, Lars. 2004. <i>Demokratie und Judenbild. Antisemitismus in der politischen Kultur der Bundesrepublik Deutschland</i>. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Saleh, Mona. 2008. <i>Zuwanderung und Integration. Rot-grüne deutsche Ausänderpolitik 1998 bis 2005. Die Integration der muslimischen Minderheit im Fokus</i>. Marburg: Tectum.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Scherr, Albert, Barbara Schäuble. 2007. “<i>Ich habe nichts gegen Juden, aber…” Ausgangsbedingungen und Perspektiven gesellschaftspolitischer Bildungsarbeit gegen Antisemitismus</i>. 2nd ed. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung. <a href="http://www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/ich_habe_nichts_2.pdf"><span style="color: #000000;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/ich_habe_nichts_2.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Schwarz-Friesel, Monika. 2013. “‘Juden sind zum Töten da’ (studivz.net, 2008). Hass via Internet – Zugänglichkeit und Verbreitung von Antisemitismus im World Wide Web”. In <i>Sprache und Kommunikation im technischen Zeitalter. Wieviel Internet (v)erträgt unsere Gesellschaft? </i>A cura di Konstanze Marx, Monika Schwarz-Friesel. Berlin/Boston: De Gruyter, pp. 213–36.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Shapira, Esther, Georg M. Hafner. 2010. “Die Wahrheit unter Beschuss – der Nahostkonflikt und die Medien”. In <i>Aktueller Antisemitismus – ein Phänomen der Mitte</i>. A cura di Monika Schwarz-Friesel, Evyatar Friesel, Jehuda Reinharz. Berlin/New York: De Gruyter, pp. 115–32.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Statistisches Bundesamt. 2015. <i>Fachserie 1 Reihe 2.2: Bevölkerung und Erwerbstätigkeit. Bevölkerung mit Migrationshintergrund – Ergebnisse des Mikrozensus 2015</i>. <a href="http://www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/MigrationIntegration/Migrationshintergrund2010220157004.pdf"><span style="color: #000000;">www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/MigrationIntegration/Migrationshintergrund2010220157004.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Statistisches Bundesamt. 2016. <i>Fachserie 1 Reihe 2: Bevölkerung und Erwerbstätigkeit. Ausländische Bevölkerung. Ergebnisse des Ausländerzentralregisters 2015</i>. 2016. <a href="http://www.destatis.de/GPStatistik/receive/DESerie_serie_00000018"><span style="color: #000000;">www.destatis.de/GPStatistik/receive/DESerie_serie_00000018</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Steinitz, Benjamin. 2015. “Wahrnehmungen und Erfahrungen Berliner Jüdinnen und Juden. Eine Befragung”. In “<i>Wir stehen alleine da”. EveryDayAntisemitism sichtbar machen und Solidarität stärken. Neue Wege der Erfassung antisemitischer Vorfälle – Unterstützungsangebote für die Betroffenen</i>. A cura del Verein für Demokratische Kultur in Berlin (VDK) e.V. and Recherche – und Informationsstelle Antisemitismus Berlin (RIAS). Berlin, pp. 16–29. <a href="http://www.report-antisemitism.de/Wir-stehen-alleine-da.pdf"><span style="color: #000000;">www.report-antisemitism.de/Wir-stehen-alleine-da.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Stichs, Anja. 2016. <i>Wie viele Muslime leben in Deutschland? Eine Hochrechnung über die Anzahl der Muslime in Deutschland zum Stand 31. Dezember 2015. Im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz</i>. Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Stöss, Richard. 2015. <i>Kritische Anmerkungen zur Verwendung des Extremismuskonzepts in den Sozialwissenschaften</i>. 29 Jan. <span style="text-decoration: underline;">www.bpb.de/politik/extremismus/rechtsextremismus/200099/kritische-anmerkunge n-zur-verwendung-des-extremismuskonzepts-in-den-sozialwissenschaften</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tibi, Bassam. 2016. “Zugewanderter Judenhass. Der gefährlichste Antisemitismus, der heute gedeiht, kommt aus der Welt des Islam. Die Aufklärung darüber ist keine Panikmache”. In <i>Weltwoche </i>36 (Sept.), pp. 60–1.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ullrich, Peter. 2013. “Antisemitismus, ‘Shoah und deutsche Verantwortung’ – die (Nach-) Wirkungen des Nationalsozialismus im medialen Nahostdiskurs”. In <i>Deutsche, Linke und der Nahostkonflikt. Politik im Antisemitismus </i>– <i>und Erinnerungsdiskurs</i>. A cura di Peter Ullrich. Göttingen: Wallstein, pp. 117–28.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Unabhängiger Expertenkreis Antisemitismus. 2017. <i>Bericht des Unabhängigen Expertenkreises Antisemitismus</i>. Deutscher Bundestag, Apr. 7. <a href="http://dip21.bundestag.de/dip21/btd/18/119/1811970.pdf"><span style="color: #000000;">http://dip21.bundestag.de/dip21/btd/18/119/1811970.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weidacher, Alois, ed. 2000. <i>In Deutschland zu Hause. Politische Orientierungen griechischer, italienischer, türkischer und deutscher junger Erwachsener im Vergleich. DJI-Ausländersurvey</i>. Opladen: Leske + Budrich.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2004. “Antisemitismus und Holocaustleugnung als Denkmuster radikaler islamistischer Gruppierungen”. In <i>Extremismus in Deutschland. Erscheinungsformen und aktuelle Bestandsaufnahme</i>. A cura del Bundesministerium des Innern. Berlin, pp. 253–72.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2003. “Die internationale Rechte und der arabische Antizionismus im World Wide Web”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>12, pp. 121–44.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2014. <i>Moderner Antisemitismus unter Muslimen in Deutschland</i>. Wiesbaden: Springer VS.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weyand, Jan. 2010. “Die Semantik des Antisemitismus und die Struktur der Gesellschaft”. German. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, e Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 69–89.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Woellert, Franziska et al. 2009. <i>Ungenutzte Potenziale. Zur Lage der Integration in Deutschland</i>. Berlin: Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Andreas Hövermann, e Daniela Krause. 2012. “Die Abwertung von Ungleichwertigen. Erklärung und Prüfung eines erweiterten Syndroms der Gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 64–86.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Anna Klein. 2014. <i>Fragile Mitte </i>– <i>Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2014</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Beate Küpper. 2011. <i>Antisemitische Mentalitäten. Bericht über Ergebnisse des Forschungsprojektes Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Deutschland und Europa. Expertise für den Expertenkreis Antisemitismus</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Beate Küpper, Andreas Hövermann. 2011. <i>Die Abwertung der Anderen. Eine europäische Zustandsbeschreibung zu Intoleranz, Vorurteilen und Diskriminierung</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung. Forum Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas et al. 2016. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Deutschland 2002–2016”. In <i>Gespaltene Mitte – Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2016</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf., pp. 33–81.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>LA CRISI DEL MALI: NAZIONALISMO, ISLAMISMO E FRAGILITÀ POLITICA</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2017 09:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi &#8211; Prima del colpo di Stato del 2012 il Mali stava vivendo una difficile situazione economica, infatti, oltre alla siccità e alla scarsa sicurezza alimentare, il turismo, un settore importante dell’economia nazionale, stava subendo le ricadute negative delle attività terroristiche di Al Qaeda nella Regione del Sahel. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Daniela Franceschi &#8211; </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Prima del colpo di Stato del 2012 il Mali stava vivendo una difficile situazione economica, infatti, oltre alla siccità e alla scarsa sicurezza alimentare, il turismo, un settore importante dell’economia nazionale, stava subendo le ricadute negative delle attività terroristiche di Al Qaeda nella Regione del Sahel.</strong></em></p>
<p align="center"><em><strong> </strong></em><br />
<b> </b></p>
<p style="text-align: justify;">Nei primi mesi del 2012 il Mali è stato travolto dalla quarta rivolta dei Tuareg nella sua storia post-coloniale, dalla conquista di tutte le città del Nord da parte delle forze islamiste e da un colpo di Stato militare. Questa successione di eventi destabilizzanti ha colto di sorpresa l’intera comunità internazionale che considerava erroneamente il Paese un esempio di democrazia consolidata.<br />
La crisi politico-istituzionale del Mali ha sollevato importanti interrogativi sulla stabilità degli Stati sottoposti alla pressione delle tensioni etniche e delle minacce esterne. Non è possibile comprendere la genesi di questa crisi se non analizzando la storia coloniale e post-coloniale del Mali, con una particolare attenzione alle dinamiche etniche e politiche.<br />
L’eredità coloniale ha lasciato impronte profonde nel Mali, rivelandosi cruciale per il futuro assetto politico e statuale del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’area che comprende l’odierno Mali divenne un territorio coloniale della Francia</strong> nel 1890 e fu conosciuto come Sudan francese; l’interesse primario della Francia era collegare i suoi possedimenti in Senegal e in Algeria, ottenendo, inoltre, l’accesso al Congo attraverso il Lago Chad. Il Sudan francese faceva parte della Federazione dell’Africa Occidentale (1865-1960), che comprendeva il Senegal, la Guinea francese, la Costa d’Avorio, l’Alto Volta (Burkina Faso), il Niger, la Mauritania e il Dahomey (Benin).<br />
La Francia si trovò ad amministrare un territorio etnicamente e linguisticamente disomogeneo, infatti, nel Paese esistevano 23 etnie differenti, tra le quali le più numerose erano, e sono, quelle dei Kel Tamasheq o Tuareg, dei Dogon, dei Fulani, dei Malinké, dei Bambara, dei Soninké e dei Songhai. La frammentazione sociale e politica che ha caratterizzato il Sahel occidentale nel Diciannovesimo secolo ha ostacolato l’espansione francese, infatti, la frammentazione comportava il dover trattare con un gran numero di gruppi etnici, spesso in competizione fra loro, nel tentativo di stabilire un controllo territoriale efficace. La resistenza locale fu molto forte, tanto che il completo controllo del territorio fu raggiunto soltanto in seguito.<br />
I Fulani, presenti in tutta l’Africa Occidentale, sono pastori e agricoltori. I Dogon sono principalmente agricoltori e artigiani che vivono nella regione dell’altopiano centrale del Mali e del Burkina Faso, a cui, storicamente, è sempre mancato un sistema centralizzato di Governo. I Bambara, che si situano nel Mali meridionale e appartengono linguisticamente ai Mande, hanno dominato la politica del Mali. I Songhai sono prevalentemente pescatori e commercianti. Inoltre, ci sono i Mori, appartenenti ad un gruppo nomade che vive in tutto il Sahel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È opportuno analizzare approfonditamente l’etnia Tuareg,</strong> poiché lo scontro con questa etnia è la base dei conflitti attuali dell’odierno Mali. I Kel Tamasheq, o Tuareg, comprendono popolazioni nomadi che si muovono attraverso i confini nazionali di Algeria, Burkina Faso, Libia e Niger. I Tuareg si sono sempre considerati distinti dagli altri gruppi etnici della regione del Sahel, soprattutto dai neri in quanto si ritengono bianchi. I clan Tuareg non sono omogenei, infatti, sono internamente divisi in caste e clan, con gerarchie orizzontali e verticali. Ogni Confederazione consiste di numerosi raggruppamenti di clan nobiliari che, a loro volta, hanno associati dei clan subordinati, come quelli degli artigiani e degli ex schiavi. Di fede musulmana, parlano la lingua berbera. I Tuareg, che resistettero al controllo francese fino al 1917, vantavano una lunga storia di auto-sufficienza e di ribellione contro il potere straniero, anche se, come vedremo, una confederazione Tuareg mantenne buoni rapporti con la Potenza coloniale, acquisendo una posizione privilegiata non solo rispetto ad altre etnie, ma anche nei confronti della propria.<br />
Il Governo coloniale amministrò in modo centralizzato il Mali, tuttavia, non cercò di far modificare ai Tuareg la loro vita nomade, bensì gli consentì una certa libertà dal potere centrale dato che ne aveva compreso l’utilità ai fini della sicurezza territoriale, infatti, favorì la Confederazione tuareg Kel Adagh, poiché necessitava di un forte potere locale come supporto contro un’altra Confederazione, la Iwellemmedan. Inoltre, Kel Adagh fu scelta per il controllo delle strade e dei confini, ottenendo una posizione economica e sociale di rilievo e mantenendo buone relazioni con la Francia fino all’indipendenza.<br />
La diffidenza esistente fra i diversi gruppi etnici fu esacerbata dalla politica coloniale francese che privilegiò quelle etnie meno propense alla rivolta contro la dominazione straniera; infatti, la Francia decise di formare una classe dirigente autoctona di etnia Bambara, residente nel Sud, che avrebbe dominato la politica del Mali dopo l’indipendenza.<br />
Formalmente, le popolazioni indigene non potevano partecipare alla vita politica, tuttavia, nel periodo coloniale emersero tre componenti sociali, capi locali, insegnanti e soldati, che avrebbero contraddistinto il panorama politico post-indipendenza. I capi tradizionali erano riusciti ad occupare uno spazio all’interno del sistema coloniale, acquisendo una certa autonomia. Gli insegnanti, di cultura francese, organizzarono sovente associazioni culturali e club letterari, da cui emersero molti Partiti politici nel secondo dopoguerra. I soldati presero parte alle discussioni politiche dopo la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I Malinké, i Songhai, i Bambara, e i Soninké cercarono di ottenere</strong> una posizione politica all’interno dell’amministrazione coloniale, cooperando con i funzionari francesi, divenendo soldati affidabili durante le Guerre mondiali, e partecipando al sistema educativo francese. Al contrario, i Mori e i Kel Tamasheq avrebbero preferito un’organizzazione politica indipendente rispetto al Governo coloniale, prediligendo la formazione di uno Stato autonomo invece che una federazione coloniale multietnica.<br />
I primi partiti politici videro la luce nell’immediato dopoguerra, favoriti in questo da attori politici di cultura francese.<br />
Il primo Partito ad essere fondato nel 1946 fu il Parti Progressiste du Soudan (PSP) che diede l’avvio alla partecipazione politica, sebbene fosse apertamente sostenuto dall’amministrazione coloniale.<br />
Al contrario, il Rassemblement Démocratique Africaine (RDA) cercò di separarsi dal Governo coloniale, unendosi agli altri partiti comunisti dell’area francofona, nel tentativo di promuovere attivamente una piattaforma politica pan-africana e anticoloniale. Allo stesso modo, altri soggetti, tra cui il PartiCommunistes, the Internationale Socialiste, and the Union Soudanais (US) successfully recruited Communistes, l’Internationale Socialiste, e l’Unione Soudanais (US), reclutarono con successo africani francofoni attraverso le loro piattaforme politiche anticoloniali.<br />
In ogni modo, nonostante un aumento significativo dell’attivismo politico, l’affluenza al voto nel Sudan francese rimase bassa; ciò fu dovuto a svariati fattori, tra i quali la mancanza del suffragio universale, l’organizzazione delle elezioni all’inizio della stagione delle piogge, quando i contadini e i nomadi erano maggiormente occupati, la mancanza di risorse e informazioni per gli elettori, e la non conoscenza della lingua francese da parte del 98% della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante la scarsa partecipazione politica,</strong> entro breve tempo il Mali avrebbe dovuto affrontare i problemi connessi all’indipendenza; infatti, il movimento della decolonizzazione in Africa era cresciuto rapidamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, poiché molti Paesi africani avevano sperimentato una crescente ondata di nazionalismo e di desiderio di auto-determinazione. Per gli Stati europei, la cui economia era stata fiaccata dalla guerra, stava divenendo sempre più difficile mantenere costosi possedimenti coloniali, anche in considerazione del nascere di movimenti nazionalisti violenti, come evidenziò la rivolta dei Mau Mau contro gli inglesi nel 1952 in Kenya. Poco dopo, la Francia si trovò impegnata nella sanguinosa guerra d’Algeria (1954-1962), che si rivelò estremamente costosa, sia in termini finanziari sia in termini di perdite di vite umane. Il Sudan francese ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1960, nel mezzo della crisi algerina.<br />
Nell’immediato secondo dopoguerra, le relazioni tra la Francia e le colonie dell’Africa Occidentale si caratterizzavano per il dibattito sulla natura dei loro rapporti; infatti, tra le élite africane, che avevano assimilato fortemente la cultura francese e che operavano all’interno dell’Amministrazione coloniale, temi quali il federalismo e l’indipendenza cominciarono ad essere sempre più discussi. Allo stesso tempo, le autorità francesi iniziarono a consentire un’attività politica autoctona e la formazione di Partiti politici.<br />
Nel 1957 l’annuncio della Gran Bretagna che la Costa d’Oro (l’odierno Ghana) avrebbe ottenuto l’indipendenza accelerò il cammino verso l’autodeterminazione del Sudan francese. Inoltre, nel 1958, la vittoria del no nel referendum svoltosi in Guinea sull’associazione con la Francia diminuì ulteriormente il controllo della Potenza coloniale sull’Africa Occidentale. Poco dopo, il Senegal e il Sudan francese si unirono in una federazione, ottenendo l’indipendenza nel 1960 come Federazione del Mali, mentre altre colonie sceglievano la formazione di uno Stato indipendente. Questa unione ebbe breve durata, infatti, dopo pochi mesi il Senegal si ritirò e la Repubblica Sudanese fu rinominata Mali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poco prima dell’indipendenza, la Francia</strong> cercò di creare un’area del Sahara per i Tuareg; questa area, conosciuta come Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara, avrebbe portato i Governi di Algeria, Mauritania, Chad, Mali, e Niger dentro una comune cornice politica, unendo la maggior parte della popolazione araba e Kel Tamasheq della Regione. Modibo Keita, esponente di spicco del nazionalismo maliano, e gli altri leader africani rifiutarono la proposta, tale rifiuto contribuì ad alimentare la prima ribellione separatista Tuareg del periodo post-indipendenza.<br />
Come molti altri Paesi africani di nuova indipendenza, il Mali dovette affrontare enormi sfide politiche, economiche e geografiche, sfide che persistono ancora e che sono alla base della crisi attuale del Paese. Non sorprende che le Istituzioni politiche e di governo fossero sottosviluppate o assenti nel nuovo Stato; William Foltz ha evidenziato la separazione esistente tra “il processo politico e l’attività di Governo dalla vita della maggior parte della popolazione…l’esistenza di una piccola e omogenea élite, l’assenza di un processo politico capace di garantire un ricambio pacifico e democratico della classe dirigente e il ritorno ad un carica politica una volta che una persona avesse perso una competizione elettorale.<a title="" href="#_ftn1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a>” [trad.it.a].<br />
Un altro problema per il nuovo Stato fu il numero veramente esiguo di persone con istruzione superiore e universitaria; ciò fu dovuto alla politica coloniale che, onde evitare rivolte e l’acquisizione da parte dei nativi di posizioni elevate nell’Amministrazione, limitò fortemente la preparazione della popolazione autoctona. Di conseguenza, dopo l’ottenimento dell’indipendenza, il nuovo Stato del Mali si trovò ad essere guidato da individui scarsamente formati. In aggiunta all’assenza di leader qualificati, il Paese era mancante anche di infrastrutture adeguate; in considerazione della prossima indipendenza, la Francia non aveva investito risorse finanziarie in servizi pubblici basilari, quali strade e aeroporti, dato che queste attività non comportavano un beneficio finanziario immediato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Mali indipendente si presentava come un Paese molto fragile</strong> dal punto di vista delle istituzioni politiche, inoltre, sussistevano altre condizioni avverse al suo futuro; infatti, i politici avrebbero usato il loro potere e le limitate risorse per rafforzare la fedeltà alle identità etniche e culturali. Ad esempio, data la mancanza di cospicui finanziamenti per la costruzione delle strade e di altri servizi di trasporto, il Governo assegnò la maggior parte dei progetti di costruzione e manutenzione alla parte meridionale del Paese, abitata in prevalenza dai Bambara.<br />
I gruppi etnici del Nord furono emarginati politicamente e non beneficiarono delle infrastrutture e dello sviluppo finanziati dal Governo federale; gli abitanti del Nord hanno avuto, di fatto, un accesso limitato all’acqua potabile e all’energia elettrica. Ciò ha fatto nascere un forte risentimento e una totale mancanza di fiducia verso lo Stato centrale.<br />
Il leader nazionalista Modibo Keita divenne Presidente della Federazione nel 1960, successivamente, quando questa si sciolse, ottenne la carica di Presidente del Mali, posizione che conservò fino al 1968.<br />
La presidenza di Keita si caratterizzò per un rinnovato centralismo governativo, molto somigliante a quello della Francia durante il periodo coloniale, inoltre, essendo finalizzata alla modernizzazione e alla liberalizzazione del Paese, considerò i Tuareg un problema. Molti studiosi affermano che il nuovo Governo maliano era più ostile verso i Tuareg della Francia; in effetti, la colonizzazione francese del Sahel fu vantaggiosa per alcune Confederazioni Tuareg, favore che scomparve con la fine del colonialismo.<br />
È importante osservare come alcune Confederazioni Tuareg, in particolare la Kel Adagh, siano passate dal possedere una posizione di privilegio all’emarginazione nella società post-indipendenza, questo capovolgimento di status ha costituito un fattore di instabilità interno estremamente rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il desiderio dell’Esecutivo maliano di centralizzare l’economia</strong> e liberalizzare la società ha ulteriormente esacerbato il “problema Tuareg”; infatti, il Presidente Keita cercò di realizzare nella pratica le sue idee socialiste nell’ambito dell’industrializzazione e della modernizzazione agricola, ritenendo il nomadismo dei Tuareg un ostacolo per tale modernizzazione e per lo sviluppo del Paese in generale. Keita sosteneva che la <i>sedentarizzazione</i> dei nomadi fosse importante per lo sviluppo della nuova Nazione e per la loro trasformazione in cittadini produttivi.<br />
Secondo molti studiosi, la pressione modernizzatrice di Keita è stata considerata dagli abitanti della zona settentrionale, in particolare dai nomadi del Nord del Mali, una violazione culturale e economica.<br />
Nella contrapposizione nascente con il Nuovo Stato non sono da sottovalutare le implicazioni culturali ed etniche, infatti, i Tuareg si consideravano, e si considerano, <i>nomadi bianchi</i> razzialmente superiori agli agricoltori neri del Sud e agli arabi di tutta la Regione, non accettando, di conseguenza, il principio di uguaglianza insito nella nozione di cittadinanza. I Tuareg non hanno mai riconosciuto la legittimità del Governo, in quanto non si ritenevano cittadini maliani, poiché erano nomadi e abitavano anche Paesi limitrofi il Mali.<br />
La gestione delle risorse naturali è stata un’ulteriore fonte di conflitto all’interno del Paese; le regioni settentrionali sono particolarmente aride e difficili da coltivare, soggette ad una desertificazione che è cresciuta nel corso degli ultimi decenni. In un simile contesto, è chiaro come i clan Tuareg siano potuti sopravvivere per secoli soltanto grazie al loro stile di vita nomade. Nonostante il favore mostrato verso le etnie nomadi del Nord, la Francia decise di stabilire con certezza la proprietà della terra, generando, nel lungo periodo, un forte malcontento nella parte settentrionale del Mali. Il problema ebbe origine dall’impossibilità per il Servizio Forestale Francese di identificare i proprietari di ampie aree del Nord; conseguentemente, per giungere ad una determinazione precisa, fu deciso che la proprietà coincidesse con l’uso produttivo della terra che si riferiva, generalmente, all’agricoltura stanziale. Per questo, attività quali la pastorizia, la raccolta del legno, dei cereali selvatici, della frutta e delle piante medicinali non hanno trovato spazio nella definizione di proprietà. Dopo l’indipendenza, il Governo ha mantenuto le rigide leggi agricole e forestali fino al 1963, quando il regime di Keita introdusse una riforma agraria con la quale i terreni agricoli erano distribuiti secondo il principio del “primo occupante”, penalizzando pastori assenti e migranti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ribellione nel Nord del Mali ebbe inizio proprio a causa di questa riforma agraria.</strong> L’esercito maliano, supportato militarmente dall’Unione Sovietica, riuscì a domare la rivolta nel 1964 sottoponendo l’area dei Tuareg ad una repressiva amministrazione militare. Il tenente colonnello Kalifa Keita dell’Esercito maliano osservava come “mentre il Governo era riuscito a porre fine alla rivolta, le misure coercitive avevano alienato molti Tuareg che non avevano appoggiato gli insorti. Le atrocità e le violazioni dei diritti umani da entrambe le parti hanno contribuito a creare un clima di paura e di sfiducia nel Nord. E mentre il Governo ha annunciato una serie di programmi per migliorare le infrastrutture economiche locali e le opportunità di sviluppo, sono mancate le risorse per attuarle. Di conseguenza, il malcontento dei Tuareg non ha trovato risposta, generando un risentimento in molte comunità. Chiaramente, il problema dell’instabilità era stato differito, non risolto.”<a title="" href="#_ftn2"><sup><sup>[2]</sup></sup></a> [trad.it.a].<br />
Le tattiche usate dai militari, inclusi massacri, avvelenamento di pozzi, e la distruzione delle greggi, lasciarono un sentimento di profonda amarezza che avrebbe alimentato la crescente percezione di emarginazione economica e politica. Nonostante la sconfitta dei ribelli, il Paese non era politicamente ed economicamente stabile; infatti, il Governo di Keita fu costretto a chiedere il supporto della Francia e di altri Stati.<br />
Nel 1968 il regime di Keita fu rovesciato dal generale Moussa Traoré che governò in modo dittatoriale per ventitré anni, trasformando il Mali in uno Stato di Polizia. Come il suo predecessore, dovette affrontare una nuova rivolta dei Tuareg, cercando, allo stesso tempo, di addivenire a degli accordi di pace. Le gravi siccità degli anni Settanta e Ottanta contribuirono al mantenimento dell’ordine nelle regioni settentrionali, poiché molti giovani di etnia Tuareg, che avrebbero potuto ribellarsi contro il Regime, si trasferirono in Libia per sfuggire alla fame e alla miseria. Tuttavia, nel 1991 il ripetersi di un’ennesima siccità, unita al malcontento collettivo per la grave situazione economica, provocò una rivolta generalizzata della società civile. Traoré commise l’errore di ordinare alle truppe di sparare sugli studenti che manifestavano contro di lui, uccidendo centinaia di persone; ciò provocò un’ondata di sdegno tra la popolazione, e il tenente colonnello Amadou Toumani Touré si unì alle forze democratiche e dopo aver preso il potere promise una riforma delle Istituzioni e libere elezioni. Touré contribuì a riscrivere la Costituzione e indisse nuove elezioni nel 1992.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alpha Oumar Konaré fu eletto Presidente per due mandati consecutivi</strong> nel 1992 e nel 1997, successivamente, nel 2002 e nel 2007, Touré divenne Capo dello Stato. La carica presidenziale non può essere ricoperta per più di due mandati consecutivi, ogni mandato ha la durata di cinque anni.<br />
I rapporti con i Tuareg ebbero un nuovo peggioramento nel 1996, ciò nonostante, il Governo riuscì a raggiungere un Accordo con gli insorti.<br />
Dopo dieci anni di relativa stabilità interna, esplose una nuova insurrezione separatista dei Kel Tamasheq; l’insurrezione iniziò il 23 maggio del 2006, ad opera di ex combattenti scontenti delle Forze Armate del Mali, in collaborazione con la Libia di Gheddafi che sperava di estendere la sua sovranità su tale territorio.<br />
Guidati dall’Alleanza Democratica per il Cambiamento, gli ex soldati lanciarono diversi attacchi contro le Forze armate regolari nei tre anni successivi. Il conflitto si arrestò nell’agosto del 2008, allorquando il Governo maliano e i ribelli siglarono un cessate il fuoco. Questa tregua ebbe breve durata, infatti, dopo soli quattro mesi ripresero i combattimenti. Il Trattato di Pace fu siglato nel maggio del 2009.<br />
Tutti questi tentativi separatisti risultarono fallimentari, tanto che la creazione di uno Stato Tamasheq non si è mai concretizzato.<br />
Anche se il Mali aveva sperimentato già tre rivolte, nella primavera del 2012 la condizione interna del Paese era divenuta più complicata, data la presenza dell’organizzazione terroristica Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). Molti studiosi di politica internazionale avevano giudicato impossibile un’alleanza tra i terroristi islamici e i ribelli secessionisti Tuareg, dato che il Mali era considerato un bastione moderato dell’Islam Sufi. Nondimeno, non erano stati presi in debita considerazione il complicato sistema di caste e clan dei Kel Tamasheq e la natura opportunistica di Al-Qaeda.<br />
Storicamente, Al-Qaeda ha iniziato ad operare nella zona settentrionale del Mali nel 2003, ma le sue radici sono molto più antiche e derivano dalla Guerra civile algerina. Nel 1992, il Front Islamique du Salut (FIS) fu vietato in Algeria perché ne minacciava il Governo democratico, in risposta al divieto, si trasformò in diversi gruppi scissionisti, tra i quali il più importante era il Groupe Islamique Armé (GIA) che scatenò la guerra civile nel Paese. Alla fine del 1990, dal GIA nacque un’altra organizzazione, il Groupe Salifiste pour la Prédication et le Combat, che nel 2007 acquisì il nome di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Inoltre, la tensione esistente tra arabi e neri portò alla nascita del Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa Occidentale (MUJAO), che iniziò ad operare nel 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È importante ricordare come AQIM sia sempre stata pronta a sostenere</strong> i movimenti autoctoni nella loro opposizione ai Governi centrali degli Stati della Regione. AQIM si trovava nel Nord del Mali dal 2003, ma in quel periodo era spesso in contrasto con i clan Tuareg e le due fazioni si combattevano l’un l’altra.<br />
Il biennio 2011-2012 ha visto la fragile democrazia del Mali rompersi sotto il peso di diversi fattori, culminati nel colpo di Stato del 2012. Il primo elemento è stato il rafforzamento di AQIM nella Regione in seguito alla guerra algerina, infatti, rinforzata dall’esclusione dell’islam radicale dalla Legislazione di questo Paese, ha prosperato per poi diffondersi in Mali e nel Sahel in generale.<br />
Il secondo elemento è stato la nascita nel 2011 del Mouvement national de libération de l’Azawad (MNLA)<a title="" href="#_ftn3"><sup><sup>[3]</sup></sup></a>. Dopo la fine dell’ultima rivolta separatista nel 2009, durante la quale i Tamasheq fallirono nel tentativo di creare uno Stato autonomo, i combattenti si ritirarono in Libia per ristabilire i contatti con i simpatizzanti separatisti. La nuova formazione politica aveva come obiettivo primario la formazione di uno Stato Tuareg autonomo, ma allo stesso tempo, intendeva rappresentare le aspirazioni delle popolazioni – non solo Tuareg – originarie del nord del paese. Inizialmente, tale formazione si considerava laica. È difficile pensare che la forma tollerante di Islam sunnita praticato in Mali dalla maggior parte della popolazione abbia potuto diventare un terreno fertile per la predicazione del salafismo, tuttavia, l’MNLA si alleò con AQIM e con Ansar-al-Dine (Difensori della fede). Questa organizzazione terroristica è stata fondata da Iyad Ag Ghaly, esponente di spicco di un clan minore Tuareg, con l’obiettivo di promuovere la Sharia in Mali.<br />
Il terzo elemento consiste nella progressiva debolezza del messaggio esclusivamente indipendentista dei Tuareg, infatti, la formazione islamista radicale Ansar-al-Dine è stata fondata proprio da un componente Tamasheq. Inoltre, queste milizie ebbero accesso ai depositi di armi dopo la caduta del regime libico. Come risultato, i gruppi separatisti del Nord del Mali ricevettero un afflusso importante di armamenti durante un periodo di crescente attrito con il Governo centrale.<br />
Il quarto elemento è rappresentato dalla caduta del regime di Gheddafi in Libia, che permise il rientro in Mali di molti di quei Tuareg che avevano lasciato il Paese durante i precedenti periodi di siccità; essi erano anche ben addestrati militarmente, poiché erano entrati numerosi nell’esercito libico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ad ulteriore prova dell’importanza dell’etnia nel contesto africano,</strong> è importante segnalare che molti dei maliani rientrati in Patria dopo il 2011 si unirono alle milizie in base all’appartenenza tribale. Tutti questi fattori hanno concorso al golpe del 2012.<br />
Molti dei maliani che avevano combattuto in Libia stabilirono dei collegamenti con il Mouvement national de libération de l’Azawad e con politici Tamasheq. Questa organizzazione, nata nell’ottobre del 2011, era ispirata dalla recente indipendenza del Sud Sudan e intenzionata ad ottenere un riconoscimento internazionale al fine di promuovere i diritti Tamasheq, e richiese un referendum sull’autodeterminazione in base alle norme del diritto internazionale.<br />
Successivamente, il MNLA adoperò ogni mezzo, compresa la violenza, per raggiungere l’indipendenza, asserendo che i diritti politici dei Kel Tamasheq erano stati continuamente violati dall’Esecutivo, dominato dai Bambara.<br />
Prima del colpo di Stato del 2012 il Mali stava vivendo una difficile situazione economica, infatti, oltre alla siccità e alla scarsa sicurezza alimentare, il turismo, un settore importante dell’economia nazionale, stava subendo le ricadute negative delle attività terroristiche di Al Qaeda nella Regione del Sahel.<br />
Si è così creata una “<i>tempesta perfetta”</i> costituita da siccità, da un’economia nazionale debole e dalle crescenti tensioni tra un Governo centrale vacillante e i Kel Tamasheq, pesantemente armati. Tutto ciò ha creato le condizioni per un cambiamento radicale nel sistema politico del Mali, dando inizio, nel gennaio del 2012, al colpo di Stato.<br />
Il 17 gennaio del 2012 i componenti del MNLA attaccarono le città settentrionali di Menaka, Aguelhok e Tessalit. A causa della mancanza di risorse adeguate e di motivazione dei militari governativi, il MNLA riuscì ad espellere dall’area l’esercito nazionale. Irritati dalla sconfitta da parte del gruppo ribelle, i funzionari militari e le loro famiglie protestarono contro il Governo in tutto il Sud del Mali.<br />
Il 22 marzo è così andato in scena un golpe ad opera di una fazione dell’esercito stanziata a Kati, piccola guarnigione a circa 15 chilometri a nord di Bamako. A guidarla, il capitano Amadou Haya Sanogo, ufficiale peraltro addestrato dagli americani nell’ambito di uno dei programmi promossi da Washington per sostenere i governi locali nella lotta contro la branca di Al Qaida nel Maghreb. Il Presidente Touré fu rimosso dal suo incarico e fu istituito il Comitato Nazionale per il Ripristino della Democrazia e dello Stato di Diritto (CNRDRE). Nella notte tra il 16 e il 17 aprile i militari protagonisti del golpe arrestarono alcune figure vicine a Touré, tra cui gli ex Primo Ministro e Segretario della Difesa, oltre ad alcuni alti quadri dell’esercito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pochi giorni dopo il colpo di Stato,</strong> gran parte dell’esercito maliano si sfaldò, con la conseguente conquista di circa due terzi del Paese da parte del MNLA, che dichiarò prematuramente l’indipendenza dell’Azawad il 6 aprile.<br />
Nel contempo, soltanto due giorni più tardi, Ansar-al-Dine, AQIM e il Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa Occidentale (MUJAO) ebbero la meglio militarmente sul MNLA, facendogli perdere gran parte delle città conquistate nel Nord del Mali.<br />
Le varie organizzazioni terroristiche si unirono per impossessarsi delle città controllate dal MNLA, in modo da espandere oltre le frontiere i loro traffici di droga e le altre attività economiche.<br />
Contemporaneamente, il CNRDRE tentò di rimuovere le Istituzioni centralizzate del Mali, sospese la Costituzione del 1992 e chiese la creazione di un Congresso Nazionale per determinare il futuro del Paese e le azioni da intraprendere contro il MNLA.<br />
Dopo l’unanime condanna della comunità internazionale e grazie alla mediazione dell’Organizzazione economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), il 6 aprile si giunse a un accordo per formare un Governo di transizione guidato dal presidente del parlamento Dioncounda Traoré. Il 17 aprile fu resa nota la nomina a Primo Ministro di Cheick Modibo Diarra, presidente di Microsoft Africa e fondatore del Rassemblement pour le développement du Mali.<br />
Il Governo civile si dimostrò altrettanto caotico quanto quello militare, non possedendo le capacità per riprendere il controllo delle città settentrionali controllate dal MNLA.<br />
Dopo il crollo dell’esercito del Mali nei primi mesi del 2012, il MNLA smantellò sistemicamente la burocrazia statale nel Nord, in particolare, quegli aspetti ritenuti essere simboli della laicità del governo francofono. Per esempio, nella città di Douentza, le scuole, le carceri, i centri medici, e le banche furono chiuse dal momento dell’arrivo delle milizie del MNLA fino alla loro partenza nel luglio del 2012.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allo stesso tempo, è importante osservare come le tensioni tra le diverse etnie</strong> &#8211; Fulbe, Dogon, Songhay, e Tamasheq &#8211; subissero un progressivo incremento, dato l’afflusso di enormi quantitativi di armi e la mancanza di una mediazione ufficiale, determinata dall’assenza delle forze di sicurezza nella Regione.<br />
L’applicazione della Sharia da parte del MNLA, di AQIM e di altri gruppi islamisti comportò un netto peggioramento della condizione femminile; infatti, le donne furono costrette ad indossare il velo, a non poter lavorare, se non in casi sporadici, e a non poter uscire di casa liberamente. Oltre a ciò, si riscontrò un aumento dei matrimoni forzati a causa della condanna a morte per quante avessero delle relazioni extraconiugali o dei figli illegittimi. Inoltre, queste formazioni islamiste perpetrarono molti atti di violenza contro la popolazione civile, tra cui le esecuzioni sommarie, le violenze sessuali, la tortura e l’utilizzo di bambini-soldato.<br />
La guerra civile nel Mali stava avendo delle forti ripercussioni sull’assetto geopolitico regionale, tuttavia, la rivalità esistente tra l’Algeria e la Mauritania, i due più influenti Paesi confinanti con il Mali settentrionale, e la competizione per la leadership all’interno dell’Unione Africana (AU) impedirono un accordo sulle modalità di gestione del conflitto.<br />
Contemporaneamente, in una Regione già poverissima, la situazione umanitaria divenne sempre più drammatica: in breve di tempo, oltre 200 mila profughi si rifugiarono in Niger e Mauritania.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel gennaio del 2013 la Francia intervenne militarmente in Mali,</strong> dopo che il Presidente ad interim Dioncounda Traoré ne aveva chiesto il sostegno militare. L’intervento militare francese aveva come finalità di espellere AQIM dal Nord del Mali, mettere fine ai sentimenti antifrancesi, e prevenire la diffusione di forme radicali di Islam.<br />
Questa decisione di intervenire direttamente in Mali fu presa dopo che per tutto il 2012 la Francia aveva rifiutato tale sostegno, nel timore che si delineasse un scenario di guerra simile a quello afghano. La Francia riconobbe l’opportunità di rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ed altri Paesi in Europa e in Africa partecipando ad un conflitto dal quale sarebbe uscita sicuramente vincente, oltre a ciò, l’intervento in Mali le offriva l’occasione di consolidare la sua influenza politica a livello internazionale.<br />
Dal punto di vista militare, in meno di tre settimane le truppe francesi, con il supporto delle Forze militari del Mali e dei Paesi facenti parte dell’ECOWAS, misero fine alla ribellione dei Tuareg, riconquistarono le città più importanti nel Nord del Mali, e dispersero i ribelli islamisti, la maggioranza dei quali si nascose tra la popolazione o si ritirò tatticamente tra le montagne e nel deserto. Dal 9 aprile la Francia iniziò a ritirare una parte dei suoi contingenti.<br />
Le elezioni, tenutesi il 28 luglio 2013, videro vincitore il precedente Primo Ministro Ibrahim Boubacar Keita sull’ex Ministro delle finanze Soumaila Cisse. È interessante notare come entrambi questi esponenti politici abbiano conseguito la laurea in Università francesi, un’ulteriore prova della stretta connessione tra la classe politica e dirigente del Mali, fondamentalmente di cultura francese, e l’ex potenza coloniale. La Francia ha continuato a mantenere una presenza diplomatica e militare nella Regione, in modo da consolidare il Governo centrale ed evitare un’ulteriore ribellione dei Tuareg, inoltre, dal maggio del 2014, ha deciso di ampliare le operazioni militari anti-terrorismo in Burkina Faso, Niger e Ciad.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’intervento militare francese è stato oggetto di sentimenti contrastanti;</strong> infatti, sebbene i sondaggi effettuati nel 2012 mostrassero una popolazione favorevole, molti abitanti e leader della Regione del Sahel ritenevano che l’ex potenza coloniale fosse più interessata alle risorse presenti nell’area, uranio e oro, che alla sicurezza. Questo punto di vista è stato favorito dalla presenza nel Paese, dal 2013, della Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali (MINUSMA), una missione delle Nazioni Unite avente lo scopo di promuovere la riconciliazione e il dialogo e favorire il ristabilimento dell’Autorità statale (Risoluzione ONU 2164), che è stata considerata, invece, alla stregua di un’occupazione occidentale. Per questa ragione, il coinvolgimento occidentale costituisce un ulteriore ostacolo alla sicurezza interna del Mali, poiché se la popolazione percepisce l’Esecutivo come un fantoccio della Francia o dell’Occidente può essere più propensa alla rivolta. Inoltre, il recente colpo di Stato in Burkina Faso rappresenta un pericoloso precedente per i Governi dell’Africa Occidentale.<br />
Anche se l’Esecutivo e le milizie separatiste hanno firmato un Accordo di pace nel maggio 2015, è importante evidenziare come nessuna delle parti abbia intrapreso delle trattative dirette, infatti, il Trattato è stato scritto da altri attori internazionali. Sebbene l’Accordo rappresenti un punto importante per il ripristino della pace, tralascia un tema fondamentale: il desiderio dei maliani del Nord di una inclusione nella vita nazionale che non pregiudichi il mantenimento della loro peculiare identità culturale. Nell’Accordo, si privilegia il ristabilimento dell’ordine e della stabilità, piuttosto che mirare a soddisfare il desiderio di vero e proprio cambiamento che scorre in profondità tra le popolazioni del Nord. L’Accordo menziona superficialmente temi quali l’accesso ai servizi sociali di base, i posti di lavoro o la giustizia, tematiche al centro delle rivendicazioni popolari. Dare priorità alla sicurezza sminuisce la necessità di ripristinare la funzione sociale dello Stato in tutto il territorio del Mali.<br />
Senza una soluzione al problema della corruzione dilagante e del clientelismo, e senza il superamento di modelli ridondanti e antiquati di decentramento, è improbabile che il Mali mostri un significativo miglioramento delle relazioni tra il Governo legittimo nel Sud e l’area settentrionale del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span><br />
</em></strong><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Cfr. William J. Foltz, <i>From French West Africa to the Mali Federa­tion</i>, New Haven, CT: Yale University Press, 1965, p. 189.<br />
<a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Keita Kalifa, “Conflict and Conflict Resolution in the Sa­hel: The Tuareg Insurgency in Mali,” Carlisle, PA: Strategic Stud­ies Institute, U.S. Army War College, 1998, pp. 10-11.<br />
<a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Con il termine Azawad i Tamasheq indicano il territorio settentrionale del Mali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
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