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	<title>Storia in Network &#187; Democrazia &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>L&#8217;EVOLUZIONE DEL COMUNE NEL MEDIOEVO</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2021 08:38:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - &#160; Alla fine dell’XI secolo alcuni comuni dell’Italia centro-settentrionale iniziano a governarsi da soli: sono i primi tentativi di democrazia da cui origineranno le moderne esperienze di sovranità popolare. ♦ Nel 1154 l’arcivescovo Ottone di Frisinga, zio dell’imperatore tedesco, passa per l’Italia e racconta il suo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Alla fine dell’XI secolo alcuni comuni dell’Italia centro-settentrionale iniziano a governarsi da soli: sono i primi tentativi di democrazia da cui origineranno le moderne esperienze di sovranità popolare.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1154 l’arcivescovo Ottone di Frisinga, zio dell’imperatore tedesco, passa per l’Italia e racconta il suo stupore davanti a questo paese fatto di città, che “sorpassano in ricchezza e in potenza tutte le altre città del mondo”. L’evidente ricchezza lo colpisce: essa si esprime con lo splendore nella varietà dei prodotti scambiati sui mercati, nel numero di abitanti che si ammassa nei borghi, nella fastosità delle chiese e dei palazzi che abbelliscono i centri storici. Ma questa potenza è anche di natura tutta politica, fatto che stupisce il nostro venerabile prelato: “Quasi tutto il territorio è diviso in città”. Da questo lato delle Alpi, non ci sono regni, né contee e risulta difficile incontrare tutti quei riferimenti territoriali, abituali dell’Europa medievale centro-settentrionale, che rendono l’autorità dei signori la principale forza di strutturazione dello spazio. Al di qua delle Alpi esistono soprattutto città popolate, prospere e fiere della loro indipendenza, che polarizzano il territorio che le circonda.<br />
A leggere la descrizione di Ottone di Frisinga, si individua anche il momento in cui l’ammirazione si trasforma in indignazione. In effetti, questo potere delle città pretende di imporsi su tutti: “Ci si troverebbe in forte difficoltà nel trovare un nobile o un grande, abbastanza ambizioso, che sia disposto a non conformarsi agli ordini della sua città”. Questa è l’altra stranezza italiana, sottolineata dal vescovo tedesco: l’inurbamento di una buona parte della nobiltà feudale, vale a dire il mantenimento della propria residenza nella città, mentre, al contrario, la ruralizzazione delle aristocrazie costituisce una delle caratteristiche principali della società medievale tedesca.<br />
Tutto questo perché, ed ecco lo scandalo: gli abitanti delle città “amano talmente la libertà che rifiutano qualsiasi eccesso di potere e preferiscono come capi, per guidarli, dei consoli”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>1080-1180: il secolo dei consoli</b></h3>
<div id="attachment_11211" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/La_battaglia_di_Legnano_di_Amos_Cassoli.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-11211" alt="La battaglia di Legnano, dipinto di Amos Cassioli" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/La_battaglia_di_Legnano_di_Amos_Cassoli-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La battaglia di Legnano, <em>dipinto di Amos Cassioli</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Consoli: una parola pregna di significato, evocativa di una autorità del passato che deriva dal latino. La prima volta che appare nella documentazione medievale è a Pisa, nel 1085. La città toscana, partecipando attivamente alle operazioni della crociata, è riuscita a soppiantare l’altro grande porto della costa tirrenica, Amalfi, facendo spostare il centro di gravità dell’Italia comunale da sud a nord. E’, pertanto, proprio tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo che nell’Italia centro settentrionale appaiono i primi consoli, specialmente in Piemonte, Lombardia e Toscana (ad Asti nel 1095, a Milano nel 1097, ad Arezzo nel 1098). Anche se essi si designano come tali, il riferimento del titolo non deriva dalle istituzioni romane ma piuttosto dalle pratiche politiche che lo stesso termine suggerisce.<br />
<em>Consulere </em>significa “deliberare” e gli uomini che prendono in mano il destino delle loro città (spesso, come vedremo, ricchi aristocratici) non fanno nient’altro che organizzare, su basi radicalmente nuove, il potere delle città, in modo da amministrarsi da soli. Un potere fondato sulla delega dell’autorità sovrana a un collegio di rappresentanti eletti, che operano collettivamente: questa è la prima definizione che si potrebbe dare alla gestione del Comune.<br />
Un’esperienza, dunque, piuttosto che un regime, fatta di pratiche politiche che non fissano nessuna istituzione scritta. Questo è dunque l’aspetto specifico dell’Italia medievale ed è proprio questo il fatto di cui si preoccupa Ottone di Frisinga. Ciò perché, nel momento in cui riferisce del suo viaggio in Italia, l’esperienza è già antica e minaccia direttamente le prerogative dell’imperatore.<br />
Suo nipote, Federico Barbarossa di Hohenstaufen, eletto imperatore dei Romani dal 1152, cerca effettivamente di recuperare i suoi diritti sulla “sua” Italia, ovvero uno dei tre regni che, con quello di Borgogna e di Germania, compongono l’impero. Il vecchio regno d’Italia che, partendo dalle Alpi e limitato dagli stati della Chiesa, è centrato sulla Lombardia, una delle regioni economiche più dinamiche del tempo. L’imperatore intende recuperare la sovranità proprio sui comuni appena nati e pervasi dallo spirito di libertà di cui parla Ottone di Frisinga. Lo scontro diventa quindi inevitabile.<br />
Inizialmente la lotta volge a vantaggio di Federico Barbarossa. Nel 1162 le truppe imperiali conquistano Milano, che viene rasa al suolo (<em>ad fundamentum</em>), ma i suoi abitanti riescono a ritornare in città e questa gloriosa riconquista verrà celebrata sui bassorilievi della Porta romana, primo esempio di un’arte laica di autocelebrazione urbana. Milano, in effetti, era riuscita a mobilitare la maggior parte delle città dell’Italia del nord nella prima Lega lombarda e le sue milizie sconfiggeranno il Barbarossa nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. Dall’opera che Verdi ha fatto rappresentare a Roma nel 1849 fino alle dubbiose celebrazioni politiche della Lega del Nord, Legnano è diventato uno degli ambigui luoghi della memoria degli Italiani. In effetti gli Italiani non hanno mai smesso di credere che la città è stata, per riferirsi al titolo di una celebre opera dello storico Carlo Cattaneo, il “principio ideale” della loro storia a partire dal 1859.<br />
E’ pur vero che la storia italiana imbocca dopo Legnano una biforcazione decisiva: l’imperatore, firmando a Costanza il 25 giugno 1183 una pace con i rappresentanti di 25 città italiane, le riconosce come entità politiche legittime, soprattutto in materia giuridica e fiscale, concedendo loro i diritti regali (regalia) “sia all’interno che all’esterno della città”. Questa precisazione è fondamentale, in quanto, una volta costituito politicamente, il Comune si lancia alla conquista del suo contado, vale a dire delle sue campagne circostanti, precedentemente iscritte nelle vecchie contee (<em>comitatus</em>) e coincidenti, in tutto o in parte, con una diocesi dei loro vescovi, che dall’epoca carolingia si erano impossessati di alcuni diritti comitali.<br />
Gli imperatori successivi cercheranno di riprendersi i diritti che Federico Barbarossa pretendeva comunque di aver concesso. In particolar modo il re di Sicilia e imperatore di Germania, Federico II di Hohenstaufen, che provocherà nel 1236 la ricostituzione della Lega lombarda. Indubbiamente i partigiani imperiali (denominati ghibellini) non disarmeranno per tutto il XIII secolo, opponendosi ai guelfi, gli alleati del Papa, che a sua volta cercava di imporre ai Comuni la tutela di un altro potere a vocazione universale.<br />
Resta comunque il fatto che l’Italia comunale del centro-nord riesce ad affermare la sua specificità e la sua prosperità, in particolar modo rispetto al Mezzogiorno, dove il movimento di emancipazione urbana ha grandi difficoltà (Federico II riesce a distruggere i comuni nascenti di Gaeta, Napoli e Messina). Ma tutto questo avviene – fatto essenziale che la storiografia recente non smette di rivalutare – al prezzo di una intensificazione della conflittualità sociale.<br />
In effetti, se si vuole scandire la storia dell’Italia comunale, si possono individuare tre tempi &#8211; dei consoli, dei podestà e del popolo &#8211; che corrispondono alla nascita di istituzioni specifiche e a un allargamento progressivo della base sociale dei governi urbani. Di fatto, questa dinamica è tutto meno che armoniosa e consensuale. E soprattutto è costellata di scontri sociali e tra fazioni.<br />
Del comune consolare, in opera agli inizi del XII secolo, si potrebbe affermare che è di natura aristocratica, un’ipotesi che risulta decisamente controcorrente rispetto a una lunga tradizione storiografica. Affascinati dal ruolo del grande commercio nello sviluppo economico delle città, gli storici hanno per lungo tempo messo in stretta relazione lo sviluppo delle libertà urbane con la crescita di potenza e di influenza degli uomini nuovi arricchitisi con gli affari.<br />
A questa logica interpretativa rimandava l’immagine della borghesia conquistatrice nel XX secolo, immagine che a sua volta si rifaceva ai riferimenti storici tratti dall’avventura comunale medievale. Questa era già la prospettiva della <em>Histoire des republiques italiennes du Moyen Age</em>, scritta fra il 1807 ed il 1818 dal filosofo e storico svizzero Jean Charles de Sismondi, ripresa da una buona parte della storiografia contemporanea.<br />
Di fatto, fra il primo gruppo dirigente dei comuni consolari si possono individuare ricchi banchieri a Milano o armatori a Genova. Ma quelli che dominano sono in primo luogo i personaggi provenienti dalla nobiltà feudale: è questo il caso di Padova, dove il primo patriziato urbano fonda le sue radici sulla proprietà fondiaria delle campagne e sulla clientela del vescovo. A lungo sottovalutata, l’origine episcopale del comune consolare appare essenziale per gli storici di oggi, poiché essi vi intravvedono l’indizio di un legame storico fra i movimenti riformatori della Chiesa e quelli dell’emancipazione urbana: in entrambi i casi, si tratta, in primo luogo, di scongiurare un disordine politico conseguente alla vacanza del potere centrale. Nel momento in cui la conquista normanna insedia una potente monarchia feudale nell’Italia del sud, l’eclissi imperiale sul resto d’Italia mette le città del nord di fronte alla sfida di restaurare la pace pubblica e il Comune è la forma politica derivata da questa necessità.<br />
Fiscalità, giustizia, controllo del territorio: in un solo colpo, i consoli allargano il campo dell’attività governativa, affermando la loro capacità di difendere la <em>res publica</em>, vale a dire di farsi carico degli interessi del comune. In tal modo nasce il sostantivo <em>comune</em>, che sostituisce, a poco a poco, quello di <em>civitas </em>negli atti della pratica amministrativa. Di fatto, come si può leggere negli <em>Annales</em> – una delle prime storie che prende come orizzonte il contesto urbano –, il console Caffaro di Rustico di Caschifellone (1080-1164) suggerisce al Consiglio di Genova, nel 1152, che il compito principale dei consoli è quello di “reggere il comune e il popolo in pace e nella concordia”.<br />
La nascita dell’istituzione comunale in Italia, legata al movimento di pace sociale lanciato della Chiesa, sarebbe incomprensibile ove non si tenesse conto che proprio nello stesso periodo si assiste allo sviluppo di un forte movimento culturale: la rinascita del diritto romano, che, in parte, ha contribuito allo sviluppo del fenomeno. Si conosce da tempo l’importanza dei giuristi bolognesi nella reinterpretazione del <em>Corpus iuris civilis</em> di Giustiniano (482-565), dal quale gli ideologi del comune traggono formule di sovranità che rivolgono contro l’imperatore, a cominciare dal bene comune, cruciale nella teoria politica dei Comuni così come nelle pratiche ordinarie della cittadinanza. In effetti, al di là di queste grandiose costruzioni teoriche, è proprio nella condotta di governo che si apprezza l’impatto del diritto erudito, sia nella redazione degli statuti urbani sia nell’impiego dei consigli dei giuristi (<em>Consilia</em>) nella condotta degli affari o nella pratica ordinaria dei processi (da non confondere, però, con le odierne consulenze).<br />
Il cronista Fra’ Salimbene de Adam da Parma (1221-1288) diceva di suo zio che era un<em> famosus iudex et probus in armis</em> (giudice famoso e abile nel maneggio delle armi): attributi propri della cultura giuridica che caratterizza l’aristocrazia comunale dei <i>milites</i> urbani, vale a dire dei cavalieri (aristocratici), in opposizione ai <i>pedites </i>(popolo), che combattono a piedi.<br />
Questa bipartizione militare fra <em>militia </em>e <em>populo </em>è fondamentale nella strutturazione dello spazio politico delle città. Lo storico Jean Marie Vigueur ha evidenziato l’importanza dell’esercizio delle armi e dei valori marziali nella cultura politica italiana; essi spiegano, allo stesso tempo, l’importanza strategica delle guerre di conquista del <i>contado</i> e la violenza strutturale delle lotte di fazione all’interno della città, di norma irta di torri (a Firenze nel 1300 se ne contano più di 200). E’ proprio l’insediamento spontaneo o forzoso delle dinastie feudali nel tessuto urbano e la loro capacità di costituire delle sacche di potere intorno alle loro residenze fortificate il primo principio di strutturazione dello spazio cittadino (un “urbanesimo cittadino”, come è stato definito nel caso di Genova).<br />
Ricostituire la composizione sociale di questa prima aristocrazia consolare consente, <em>in primis</em>, di immaginare lo sviluppo della città prima che questa risulti regolata dai politici del bene pubblico (istituzione del Comune); ma essa porta, <em>in secundis</em>, ad affrontare un paradosso: occorre, in effetti, comprendere che la società comunale è stata allo stesso tempo profondamente intrisa di diritto e strutturalmente violenta, penetrata dalla cultura dello scritto e regolata dalle pratiche di vendetta tipiche della faida aristocratica.<br />
I <em>milites</em>, utilizzando allo stesso tempo le armi e la legge, si impongono nelle città a colpi di processi e di combattimenti di strada, in una situazione a elevato livello di conflittualità (Gerard Rippe, storico francese autore di ricerche su Padova e il suo contado, soleva dire che il Comune era la prosecuzione della guerra feudale con altri mezzi).<br />
In effetti, la pace di Costanza del 1183, nel momento in cui consente ai Comuni di affermare la loro legittimità fiscale e giudiziaria, libera forze sociali e politiche che superano ben presto il livello consolare, aprendo il secondo tempo della storia dei Comuni: quello dei podestà.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>1180-1230: il tempo dei podestà</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Intorno agli anni Ottanta del XII secolo i Comuni italiani sperimentano una sorprendente innovazione politica: affidare temporaneamente (in genere per un anno) a un magistrato straniero l’incarico di risolvere i suoi conflitti interni. I suoi compiti sono quelli di “reggere, unificare, rendere coesa e conservare” la città, dal momento che essa è diventata preda delle inimicizie civili, proprio come viene precisato in un documento della città di Cremona agli inizi del XII secolo.<br />
Concretamente, il podestà convoca e presiede le riunioni dei Consigli, fa eseguire le deliberazioni, vigila sull’ordine pubblico e rende giustizia alla testa di un suo tribunale. Professionista della conciliazione, egli riesce a imporsi per la sua potenza sociale – in tale contesto non risulta raro che questi grandi personaggi vengano circondati dalla loro guardia armata e da uno stuolo di consiglieri – ma anche per mezzo delle sue capacità oratorie. In effetti, in questo sistema in cui ogni sovranità viene dall’<i>arengo</i>, vale a dire dall’assemblea dei cittadini, governare significa, anche e soprattutto, disporre di capacità di convincere l’uditorio. Ecco perché si sviluppa una retorica della persuasione civica, che viene denominata <i>ars dictaminis</i>, della quale alcuni trattati (ad esempio l’anonimo <em>Oculus pastoralis</em> del 1220-1225) sono destinati proprio all’esercizio dell’autorità podestarile.<br />
Tali podestà, senza dubbio, vengono reclutati essenzialmente fra i ranghi della <em>Militia</em>. Un’indagine storica collettiva ha consentito di individuare i contorni di questo gruppo sociale a livello dell’Italia comunale: considerando le 6500 cariche detenute da 2500 ufficiali dalla fine del XII secolo agli inizi del XIV, la ricerca ha potuto verificare la schiacciante predominanza dell’antica aristocrazia consolare. Più della metà di loro provengono dalla fascia superiore della <em>Militia</em>, quella che nell’Italia longobarda chiamavano i <em>Capitanei</em>.<br />
Tre regioni si evidenziano come esportatrici di podestà: la Lombardia nella prima metà del XIII secolo (soprattutto Milano, Cremona e Brescia), l’Emilia dal 1250 al 1300 (con Bologna in prima linea) e la Toscana, dai primi decenni del XIV secolo, con uno schiacciante predominio della città di Firenze. La circolazione dei podestà individua, pertanto, anche spazi di alleanze, di dominio e di prestigio. Alcune città (Siena e Perugia, ad esempio) prendono l’abitudine di scambiarsi i podestà, mentre altre utilizzano la loro capacità di esportazione come mezzo di egemonia o di dominio. In tal modo, le piccole città della Toscana (San Gimignano, Prato o Pistoia) vengono ben presto costrette a scegliere i loro podestà a Firenze, come le città degli Stati della Chiesa devono farlo a Roma o in altre città di maggiore influenza (è il caso di Assisi nei confronti di Perugia).<br />
I podestà, in definitiva, dicono tutto dell’Italia comunale: un mondo indubbiamente a compartimenti, nel quale ogni città, gelosa della propria autonomia, sviluppa un sistema politico proprio e dove la complessità del gioco sociale si assomiglia solo sotto l’aspetto dell’intensità dei conflitti che l’animano. Ma questo panorama costituisce anche un mondo unificato da un solo e identico sistema culturale, nel quale la circolazione del personale politico itinerante testimonia una capacità straordinaria di scambio di idee, di informazioni e di modelli politici.<br />
Questa unificazione vale, in special modo, in materia di architettura: si è potuto osservare che nei comuni lombardi determinati podestà provenienti da Brescia o da Milano avevano operato come specialisti dell’edilizia pubblica, contribuendo a diffondere un modello unico di palazzo civico. Il podestà milanese Guglielmo da Osa inizia, ad esempio, la costruzione del palazzo comunale di Brescia nel 1187, prima di far edificare quello di Verona (sul modello del palazzo di Pavia), dove diviene podestà dal 1189 al 1191 e dove si distingue per i lavori idraulici di sistemazione del corso del Brenta.<br />
Occorre però essere prudenti a non idealizzare e generalizzare questo secondo tempo podestarile del comune italiano: questo, di fatto, non si può comprendere appieno se non si tiene conto di una forza sociale e politica che ben presto supererà il semplice contesto comunale: il popolo.<br />
A Piacenza nel 1218 scoppia un tumulto per espellere il podestà di provenienza milanese, Guido da Busto, accusato dalla <em>societas populi</em> di sostenere troppo apertamente i <em>Milites</em>. Ciò significa che il popolo si è già costituito, se non in un partito nel senso moderno, almeno in un gruppo di pressione. In questo periodo si incontrano nelle città molti artigiani associati nelle Arti che contribuiscono a regolare la vita economica e sociale delle città; sembra comunque che i vari mestieri, in quanto tali, non costituiscano ancora la struttura portante di queste fazioni. Le solidarietà di vicinato, nell’ambito delle <i>contrade</i> della città, che formano spesso dei quartieri chiusi su sé stessi, sono inizialmente più rilevanti, come anche la necessità, per tutti quelli che non si trovano nei ranghi della <em>militia</em>, di organizzarsi militarmente.<br />
In tal modo, quando a Milano i nobili si dotano di una società d’armi detta Societas Galliardorum, che opera spesso come punta di lancia nelle battaglie di strada contro i popolani, questi ultimi replicano con la creazione della Societas Fortium. I primi reclutano fra i giovani cavalieri nobili, i secondi fra i membri del popolo che combatte a piedi. E’ comunque raro che l’opposizione sia così limpida e netta, gli storici hanno rinunziato a cercare negli scontri fra <em>militia </em>e <em>populo </em>il fronte delle classi che lo storico marxista Gaetano Salvemini credeva di riconoscere nelle lotte di fazione nella Firenze del XIII secolo.<br />
Anche se gli storici rimettono oggi in discussione l’esistenza di fazioni socialmente omogenee, rimane comunque confermato che il bipartitismo fazioso contribuisce a sfaldare sempre più profondamente la società urbana del XIII secolo. Al punto da mettere in pericolo la stessa unità della comunità civica: nel 1209-1210 la città di Cremona è divisa fra la <em>pars superior</em>, che tiene la città alta, e la <em>pars inferior</em>, stabilita nella città bassa. L’istituzione del podestà non basta più a impedire che le discordie si incanalino nella forza dissolvente delle <em>partes</em>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>1230-1280: il tempo del popolo</b></h3>
<div id="attachment_11208" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/Ambrogio_Lorenzetti_-_Allegory_of_the_Good_Government_detail_-_WGA13487.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-11208" alt="Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano assiso sul trono, nell'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/Ambrogio_Lorenzetti_-_Allegory_of_the_Good_Government_detail_-_WGA13487-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano sul trono, nell&#8217;</em>Allegoria del Buon Governo<em> di Ambrogio Lorenzetti</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Ecco dunque che interviene una terza fase nella storia comunale, quella corrispondente all’allargamento al popolo della base sociale dei regimi, ovvero l’apertura a tutti quelli che non sono nobili. In questo caso, l’azione imperiale – la seconda, quella di Federico II negli anni 1230-1250 – serve da elemento scatenante della crisi. Quella che a volte viene definita “vittoria del popolo” corrisponde dunque alla vittoria di un partito su un altro. E per certi aspetti il Comune non è altro che un sistema instabile di fazioni. Le sue istituzioni, piuttosto che riformarsi, si sovrappongono: nello stesso modo in cui la funzione di podestà è venuta ad aggiungersi al sistema dei consigli consolari, quella del “capitano del popolo” compare nel corso degli anni 1250 allo scopo di controbilanciarli.<br />
Tuttavia, se i <i>regimi di popolo</i> assomigliano a regimi di partito, la particolarità del popolo è che esso aspira a rappresentare l’insieme della comunità politica. Sotto questo aspetto, il comune “popolare” costituisce un apogeo amministrativo, poiché sviluppa al massimo la cultura delle istituzioni, che si concretizza in particolar modo attraverso uno spettacolare sviluppo dello scritto pragmatico e, conseguentemente, del notariato.<br />
Si è calcolato che nelle grandi città dell’Italia comunale del XIII secolo un uomo adulto su venti è un notaio. La figura del notaio, autenticando gli atti, gli conferisce la garanzia della <em>fides publica</em> e contribuisce allo sviluppo dello scritto pragmatico nei comuni italiani. Ma il notaio è anche un personaggio chiave del sistema di comunicazione: maestro di retorica civica, egli diventa volentieri lo storico della sua città, come nel caso di Rolandino da Padova, che nel 1262 tiene una lettura pubblica della sua cronaca davanti ai professori e agli studenti dell’università, i quali “con la loro autorità l’hanno approvata ed autenticata solennemente”.<br />
Dopo i lavori fondamentali di Paolo Cammarosano, gli storici sono ora molto attenti a descrivere il paesaggio documentale dei regimi politici, vale a dire la forma stessa degli archivi che essi producono, Alla fine del XIII secolo viene abbandonato il mondo solenne dei <em>libri iurium</em>, cartolari comunali, dove si conservava gelosamente il diritto della città (così come un monastero conserva i suoi privilegi), per quello dei registri, dove gli atti vengono classificati, indicizzati e resi accessibili. Questa esplosione documentaria accompagna la specializzazione delle magistrature, che rende necessario l’ingrandimento dei palazzi comunali, diventati ormai centri di “ingegneria amministrativa”.<br />
Una volta al potere, il popolo impone una svolta fondamentale alla politica comunale, inizialmente in materia giudiziaria. Se la giustizia podestarile era una <i>pratica di conciliazione</i>, essa, di norma, risultava spesso favorevole ai potenti e si inseriva nella vasta gamma dei modi di regolazione dei conflitti, passando, in particolare, attraverso la vendetta. Ecco invece che la giustizia popolare favorisce la <i>procedura inquisitoria</i>, ovvero l’“avvento del penale”, attraverso il quale la giustizia diventa allo stesso tempo pubblica e punitiva.<br />
Una stessa esigenza di verità e di trasparenza svolge un ruolo essenziale nella politica delle costruzioni, per la difesa del bene comune. Essa si concretizza attraverso una regolamentazione precisa dello spazio urbano, che attacca con decisione la supremazia “dell’urbanismo del privato” sullo spazio pubblico. Gli statuti urbani cominciano a identificare questi spazi, liberati dalla stretta dell’approvazione privata (piazze, mercati, sagrati delle grandi chiese…) e quindi, a partire da questi punti di appoggio, diffondono, a poco a poco, le norme del bene pubblico.<br />
Infine, l’arrivo al potere del popolo modifica considerevolmente la politica fiscale, sempre nello stesso ideale di trasparenza e di verità, che, da quel momento, risulta sempre più sistematicamente basato sulla stima dei beni del contribuente, elemento che contestualmente presuppone l’ordine urbano e l’inquisizione fiscale.<br />
Il caso di Bologna è sotto questo punto di vista esemplare: nel 1228, una rivolta consente al popolo di costituirsi come gruppo di pressione; sette anni più tardi si arriva a redigere il primo <i>estimo</i> della città, che valuta i beni mobili e immobili; un evento che viene chiaramente designato nella letteratura politica del tempo come una vittoria del popolo. La sua revisione nel 1249 è seguita, qualche mese più tardi, dalla promulgazione delle prime leggi anti-magnati, che tendevano a escludere dalla vita politica la vecchia nobiltà, identificata anche attraverso l’<i>estimo</i>. Come è stato dimostrato da Giuliano Milani, questo “governo delle liste” costituisce nello stesso tempo l’espressione più alta dell’ideale politico del regime del popolo, ma anche l’elemento detonatore della sua crisi finale.<br />
La messa al bando dei nemici politici e il ricorso alla signoria rappresentano ormai le due sole uscite alla crisi delle società comunali. In entrambi i casi, essi costituiscono l’irrigidimento sociale dell’ultimo terzo del XIII secolo, che determina il passaggio da una società del conflitto a una società dell’esclusione. A Ferrara, Modena, Verona alcuni Signori si impadroniscono del potere. Certuni si appoggiano sull’istituto del podestà, altri su quello del capitano del popolo. Questi ultimi non sono sempre legati alla <em>militia</em>, anche se molti di essi vengono reclutati fra i ghibellini, alleati dell’imperatore, che avevano possedimenti nel contado. Gli Este a Verona o i Visconti a Milano riescono così a consolidare un potere di tipo dinastico. Quindi, la svolta signorile deve essere considerata sia come una confisca autoritaria del potere sia come un allargamento delle basi territoriali nel contado. Ma, in entrambi i casi, questa confisca del potere inizialmente appare alla cittadinanza una soluzione transitoria e accettabile alla crisi strutturale dei regimi comunali.<br />
E’ proprio in questi termini che il nuovo fenomeno viene percepito da una parte significativa del popolo, anche se gli storici hanno a lungo rifiutato di prendere in considerazione la potenza di seduzione dei regimi personali che avevano sovvertito i principi repubblicani dei comuni italiani. In definitiva, si tratta più che di un vero cambiamento di regime, di una progressiva trasformazione delle istituzioni verso la Signoria.<br />
Agli inizi del XIV secolo Dante Alighieri scriveva nel <em>Purgatorio:</em> “le città d’Italia sono piene di tiranni”. Fallimento del Comune? Certamente sì, specie ove si consideri l’energia politica, sociale e culturale con la quale esso ha tentato di convincere i concittadini &#8211; con le parole e con tutti i media allora disponibili: murales, immagini ecc. &#8211; sulla sua volontà di <em>buon governo</em>. Una volontà che si basava meno su sagge e solide istituzioni e molto più su comportamenti regolati da normative, ovvero più sulla pratica che sui principi. In tal modo il Comune potrebbe essere definito come il tentativo di creare uno spazio di una espressione politica armoniosa e regolata, dove ben parlare e ben vivere si dovevano confondere in una stessa virtù civile. Ma il racconto di un cronista come il fiorentino Dino Compagni, impegnato nella difesa della causa del <i>popolo minuto</i>, è ossessionato dalla paura della <em>malizia</em>, questa deviazione del pubblico parlare, che fa degenerare i discorsi in arringhe demagogiche.<br />
E’ in questo senso che ancora oggi si può considerare l’avventura dei Comuni italiani come uno dei laboratori della nostra politica moderna. Dopo la rivoluzione francese le repubbliche moderne non disdegnano di rivestirsi delle toghe greco-romane. Esiste, tuttavia, un altro filone di discendenza della democrazia moderna, più discreto e incerto, che una corrente storiografica non ha mai smesso di esplorare. Lo storico del diritto Mario Ascheri, nell’invitare recentemente a rivalorizzare “l’esperienza comunale nella storia repubblicana mondiale”, ha voluto manifestare l’intenzione di ravvivare un idealismo passato di moda. Ciò è tanto è più vero proprio per il fatto che molti storici hanno a lungo operato per rendere meno significativo questo aspetto, raffreddando gli ardori di quelli che, a partire dal Risorgimento, hanno voluto intravvedere nel Comune la culla delle nostre libertà democratiche.<br />
Per concludere questa analisi, si potrebbe parafrasare per i Comuni quello che lo storico francese Jacques Dalarun ha detto delle comunità monastiche: “tentativi di democrazia medievale” in cui si sono evidenziate difficoltà, contraddizioni e delusioni. Considerare i Comuni sotto questo punto di vista, e non come prodromi gloriosi, costituisce il solo modo di attribuire loro una capacità di fornire chiavi di interpretazioni per il nostro presente. I Comuni sono stati un tentativo di organizzare, in modo organico e armonico, l’eterno disaccordo che regna in tutte le società.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Ascheri, Mario, <em>Scrivere il medioevo. Lo spazio, la santità, il cibo</em>, Viella, Roma 2001;<br />
Cammarosano, Paolo, <em>Italia medievale. Geografia e storia delle fonti scritte</em>, NIS, Roma, 1991;<br />
Crouzet-Pavan, Elisabeth, <em>Enfers e Paradis. L’Italie de Dante et de Giotto</em>, Albin Michel, 2001;<br />
Dalarun, Jacques, <em>Gouverner c’est servir. Essays de democratie medievale</em>, Alma, 2012;<br />
Grillo, Paolo, <em>Legnano 1176. Una battaglia per la libertà</em>, Laterza, Bari-Roma, 2010;<br />
Rippe, Gerard, <em>Padoue e son contado, X-XIII siecle. Societé et Pouvoirs</em>, Ecole Française de Rome, 2003;<br />
Vigueur, Jean-Claude Marie, <em>Cavaliers e citoyens. Guerre conflits e societé dans l’Italie communale, XII-XIII siecle”</em> EHESS, 2003;<br />
Vigueur, Jean-Claude Marie, <em>I podestà dell’Italia comunale. Reclutamento e circolazione degli ufficiali forestieri</em>, Ecole Française de Rome, 2000.</p>
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		<title>LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (GUARDANDO ALL&#8217;EUROPA)</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 07:19:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Alexis De Tocqueville - &#160; Pubblichiamo l’introduzione del filosofo francese alla sua Democrazia in America, un&#8217;opera che ancora oggi andrebbe letta e meditata. Non tanto per leggervi in trasparenza le vicende attuali del grande paese d’Oltreoceano, quanto per ritrovare nelle parole di Tocqueville lo sguardo su ciò che era &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Alexis De Tocqueville -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pubblichiamo l’introduzione del filosofo francese alla sua </em>Democrazia in America<em>, un&#8217;opera che ancora oggi andrebbe letta e meditata. Non tanto per leggervi in trasparenza le vicende attuali del grande paese d’Oltreoceano, quanto per ritrovare nelle parole di Tocqueville lo sguardo su ciò che era e per certi aspetti è ancora l’Europa. Al netto delle considerazioni specifiche sulle vicende americane e francesi dell’epoca, sono le riflessioni sui rischi del conformismo e di un astratto egualitarismo, unite alla denuncia della debolezza di una società smarrita e priva di slancio  a rendere straordinariamente efficace questa introduzione. Un piccolo saggio in un classico del pensiero politico.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell&#8217;uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull&#8217;andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi princìpi, ai governati abitudini particolari.<br />
Subito mi accorsi che questo fatto estende la sua influenza assai oltre la vita politica e le leggi, e che domina non meno la società civile che il governo: infatti crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente.<br />
Pertanto, più studiavo la società americana, più vedevo nell&#8217;uguaglianza delle condizioni la forza generatrice da cui pareva derivare ogni fatto particolare; e me la ritrovavo continuamente davanti come un punto centrale, in cui convergevano tutte le mie osservazioni.<br />
Ripensai allora al nostro emisfero, e mi parve di scorgervi qualche analogia con lo spettacolo che mi offriva il Nuovo Mondo. Constatai che anche qui l&#8217;uguaglianza delle condizioni, pur senza aver raggiunto come negli Stati Uniti i suoi estremi limiti, vi si avvicinava tuttavia ogni giorno di più; mi sembrò inoltre che questa stessa democrazia che regna sulle società americane, anche in Europa avanzasse rapidamente verso il potere.<br />
Fin da quel momento cominciai a pensare al libro che ora leggerete.<br />
Una grande rivoluzione democratica si sta infatti attuando tra noi: tutti la vedono, ma non tutti la giudicano nello stesso modo. Alcuni infatti, considerandola una novità puramente accidentale, sperano di riuscire ancora a fermarla; mentre altri pensano che niente e nessuno possa più resisterle, perché la considerano il fenomeno storico più continuo, più antico, più duraturo che si conosca.<br />
Risalgo un attimo a considerare le condizioni della Francia, quali erano settecento anni fa: la trovo divisa tra un ristretto numero di famiglie che possiedono la terra e governano gli abitanti; il diritto di comandare viene trasmesso, in questo periodo, di generazione in generazione insieme al patrimonio ereditario; gli uomini hanno un solo mezzo per prevalere gli uni sugli altri, la forza; non c&#8217;è che un&#8217;unica fonte di potere, la proprietà fondiaria.<br />
Ma ecco che il potere politico del clero si afferma e rapidamente si estende. Il clero apre le sue file a tutti, al povero come al ricco, al plebeo come al nobile; attraverso la Chiesa l&#8217;uguaglianza comincia a penetrare in seno al governo e colui che, nella sua condizione di servo, avrebbe vegetato in un&#8217;eterna schiavitù, ora, come prete, ha il suo posto tra i nobili e spesso si asside anche al di sopra dei Re.<br />
Con l&#8217;andare del tempo la società diventa sempre più stabile e più civile, di conseguenza più complessi e più vari si fanno anche i diversi rapporti tra gli uomini. Il bisogno di leggi civili si fa sentire fortemente: appaiono allora i legisti, che escono dall&#8217;aula oscura dei tribunali e dal ridotto polveroso delle cancellerie per andare a prendere posto nella corte del principe, accanto ai baroni feudali coperti di ermellino e di ferro.<br />
I Re vanno in rovina per portare a termine grandi imprese; i nobili s&#8217;indeboliscono nelle guerre private; i plebei invece si arricchiscono con il commercio. L&#8217;influenza del denaro comincia a farsi sentire anche sugli affari di Stato. Il commercio è ormai una nuova fonte di potenza e i finanzieri divengono un potere politico disprezzato, ma adulato.<br />
Poco per volta, diffondendosi il sapere, si nota un risveglio dell&#8217;amore per la letteratura e per le arti; la cultura diviene ora un elemento di successo, la scienza un mezzo per governare, l&#8217;intelligenza una forza sociale: gli uomini di lettere arrivano al maneggio degli affari politici.<br />
Frattanto, insieme all&#8217;aprirsi di nuove vie attraverso le quali giungere al potere, si può notare un regresso dell&#8217;importanza che prima veniva attribuita alla nascita. Nell&#8217;XI secolo infatti la nobiltà aveva un valore incalcolabile, nel XIII la si può già comprare; la prima concessione di nobiltà risale al 1270, e così l&#8217;uguaglianza viene a introdursi nel governo per mezzo dell&#8217;aristocrazia stessa.<br />
Durante questi ultimi settecento anni accadde talvolta che i nobili diedero un potere politico al popolo, per farsene un alleato contro l&#8217;autorità del sovrano o nelle lotte per togliere il potere ai loro rivali.<br />
Ancora più spesso sono stati gli stessi Re ad innalzare al governo le classi sociali inferiori per umiliare l&#8217;aristocrazia.<br />
In Francia i Re si sono dimostrati i livellatori più attivi e più costanti: quand&#8217;erano ambiziosi ed energici, si adoprarono per portare il popolo allo stesso livello dei nobili; quand&#8217;erano moderati e deboli, permisero addirittura che il popolo si ponesse al di sopra di loro stessi. I primi sono stati d&#8217;aiuto alla democrazia con le loro capacità, i secondi con i loro vizi. Luigi XI e Luigi XIV cercarono di rendere tutti uguali al disotto del trono, Luigi XV ha finito per scendere lui stesso nella polvere con tutta la sua corte.<br />
Da quando i cittadini cominciarono a possedere la terra in modo diverso dalla «tenure» feudale e da quando la ricchezza mobiliare, ormai conosciuta, poté a sua volta creare l&#8217;influenza politica e dare il potere, non ci furono scoperte nelle arti, né vennero apportati perfezionamenti in campo commerciale e industriale, che non divenissero altrettanti elementi di uguaglianza tra gli uomini. A partire da questo momento tutti i metodi che si scoprono, i bisogni che sorgono, i desideri che richiedono di essere soddisfatti, sono altrettanti progressi verso il livellamento universale. Il gusto del lusso, l&#8217;amore per la guerra, l&#8217;impero della moda, tutte le passioni del cuore umano, dalle più superficiali alle più profonde, sembrano lavorare di comune accordo per impoverire i ricchi e arricchire i poveri.<br />
Da quando le attività intellettuali divennero fonte di potenza e di ricchezza, si guardò a ogni sviluppo della scienza, a ogni nuova scoperta, a ogni nuova idea come a uno strumento di potere messo alla portata del popolo. La poesia, l&#8217;eloquenza, la memoria, le doti spirituali, il fuoco dell&#8217;immaginazione, la profondità del pensiero, tutti questi doni distribuiti a caso dal Cielo, giovarono alla democrazia; e, anche quando si trovarono in possesso dei suoi avversari, servirono ancora la sua causa, ponendo in rilievo la grandezza naturale dell&#8217;uomo. Le conquiste della democrazia si estesero, dunque, parallelamente a quelle della civiltà e del sapere, e la letteratura divenne un arsenale aperto a tutti, in cui i deboli e i poveri si recarono ogni giorno a cercare delle armi.<br />
Se si scorrono le pagine della nostra storia, si può dire che non s&#8217;incontra un solo avvenimento di particolare importanza che in questi ultimi settecento anni non si sia risolto in favore dell&#8217;uguaglianza sociale.<br />
Le crociate e le guerre con gli Inglesi decimano i nobili e dividono le loro terre; il costituirsi dei comuni introduce la libertà democratica in seno alla monarchia feudale; l&#8217;invenzione delle armi da fuoco rende uguali il plebeo e il nobile sul campo di battaglia; la stampa offre le medesime risorse alla loro intelligenza; la posta porta le notizie alla soglia della capanna del povero come alla porta dei palazzi; il protestantesimo sostiene che tutti gli uomini sono ugualmente in grado di trovare la via del Cielo. La scoperta dell&#8217;America apre mille strade nuove alla fortuna e offre ricchezza e potere all&#8217;oscuro avventuriero.<br />
Se, partendo dall&#8217;XI secolo, esaminate gli avvenimenti che si svolgono in Francia di cinquanta in cinquant&#8217;anni, dovrete constatare che, alla fine di ognuno di questi periodi, si è operata una duplice rivoluzione nelle condizioni sociali. Il nobile sarà indietreggiato nella scala sociale, il plebeo vi sarà avanzato; l&#8217;uno scende, l&#8217;altro sale. Ogni mezzo secolo li avvicina e ben presto si troveranno fianco a fianco.<br />
Questa non è una caratteristica della sola Francia. Infatti, da qualsiasi parte si guardi, si vede sempre la stessa rivoluzione che continua in tutto il mondo cristiano.<br />
Dappertutto si è visto come i diversi avvenimenti della vita dei popoli contribuiscano alla fortuna della democrazia. Tutti gli uomini l&#8217;hanno aiutata con i loro sforzi, quelli che si proponevano di contribuire al suo successo, e quelli che non pensavano affatto a servirla, quelli che per essa hanno combattuto, e quelli che si sono dichiarati suoi nemici: tutti sono stati spinti alla rinfusa sulla stessa via e hanno lavorato insieme, gli uni loro malgrado, gli altri a propria insaputa, ciechi strumenti nelle mani di Dio.<br />
Il graduale sviluppo dell&#8217;uguaglianza delle condizioni è pertanto un fatto provvidenziale; e ne ha i caratteri essenziali: è universale, duraturo, si sottrae ogni giorno alla potenza dell&#8217;uomo; tutti gli avvenimenti, come anche tutti gli uomini, ne favoriscono lo sviluppo.<br />
Sarebbe quindi saggio credere che un movimento sociale, che ha così lontane origini, potrà essere arrestato dagli sforzi di una generazione? C&#8217;è forse qualcuno che può pensare che la democrazia, dopo aver distrutto il feudalesimo e aver vinto i Re, indietreggerà poi davanti ai borghesi e ai ricchi? È possibile che si arresti proprio ora che è divenuta tanto forte e i suoi avversari tanto deboli?<br />
Dove ci stiamo dunque dirigendo? Nessuno saprebbe rispondere, perché ci mancano ormai i termini di confronto: le condizioni sono più uguali oggi tra i cristiani di quanto lo siano mai state in altre epoche o presso altre nazioni del mondo; così la grandiosità di ciò che è già stato fatto impedisce di prevedere che cosa si potrà ancora fare.<br />
Tutto il mio libro, appunto, è stato scritto sotto l&#8217;impressione di una specie di terrore religioso, sorto nella mia anima alla vista di questa rivoluzione irresistibile, che progredisce da tanti secoli, sormontando qualsiasi ostacolo, e che ancor oggi avanza in mezzo alle rovine che essa stessa ha prodotte.<br />
Non è necessario che sia Dio in persona a parlare, per scoprire i segni sicuri del suo volere; basta esaminare il cammino abituale della natura e la tendenza costante degli avvenimenti. So, senza bisogno che me lo dica il Creatore, che gli astri seguono nello spazio le orbite che il suo dito ha tracciato.<br />
Se lunghe osservazioni e meditazioni sincere portassero gli uomini del nostro tempo a riconoscere che lo sviluppo graduale e progressivo dell&#8217;uguaglianza rappresenta nello stesso tempo il passato e l&#8217;avvenire della loro storia, questa constatazione darebbe, da sola, a una tale evoluzione il carattere sacro della volontà del signore sovrano. Allora, voler arrestare il cammino della democrazia apparirebbe come lottare contro Dio stesso, e perciò alle nazioni non resterebbe che adattarsi alla condizione sociale loro imposta dalla Provvidenza.<br />
Mi sembra che i popoli cristiani offrano ai nostri giorni uno spettacolo sconcertante; il movimento che li trascina è già troppo forte perché lo si possa fermare, e d&#8217;altra parte non è ancora abbastanza rapido, perché si debba perdere ogni speranza di poterlo dirigere: il destino di questi popoli è nelle loro mani, ma ad esse ben presto sfuggirà.<br />
Educare la democrazia, rianimare, se è possibile, le sue fedi, purificare i suoi costumi, regolare i suoi movimenti, sostituire, poco per volta, la scienza degli affari all&#8217;inesperienza, la conoscenza dei suoi reali interessi ai suoi ciechi istinti; adattare il suo governo ai tempi e ai luoghi, modificarlo secondo le circostanze e gli uomini: questo è il principale dovere che oggi s&#8217;impone ai nostri governanti.<br />
È necessaria una scienza politica nuova per un mondo ormai completamente rinnovato.<br />
Ma proprio a questo còmpito noi non pensiamo affatto: posti in mezzo a un fiume vorticoso, ci ostiniamo a fissare qualche rottame che ancora si scorge sulla riva, mentre la corrente ci trascina e ci sospinge indietro verso gli abissi.<br />
Non c&#8217;è un popolo in Europa presso il quale la grande rivoluzione sociale, che ho appena delineata, abbia compiuto progressi più rapidi che presso di noi; ma essa è sempre avanzata a caso.<br />
Mai i capi di Stato si sono preoccupati di prepararle anticipatamente il terreno; essa si è compiuta loro malgrado o a loro insaputa. Le classi più potenti, più intelligenti e più morali della nazione non hanno mai cercato di impadronirsi della democrazia, onde poterla dirigere. Così essa è stata abbandonata ai suoi istinti selvaggi; è cresciuta come quei bambini che, rimasti privi delle cure paterne, crescono da soli nelle strade delle nostre città, e che della società non conoscono altro che i vizi e le miserie. Sembrava che nessuno si fosse ancora accorto della sua esistenza, quando si è impadronita improvvisamente del potere. Tutti allora si sono sottomessi servilmente ai suoi più piccoli desideri, adorandola come la personificazione della forza; ma quando, in séguito, i suoi stessi eccessi la indebolirono, i legislatori concepirono l&#8217;imprudente progetto di distruggerla, invece di tentare di educarla e di correggerla: non volendo insegnarle a governare, non pensarono che a respingerla dal governo.<br />
Ne è derivato che la rivoluzione democratica si è effettuata nell&#8217;assetto materiale della società, senza che si verificasse nelle leggi, nelle idee, nelle abitudini e nei costumi quel cambiamento che sarebbe stato necessario per rendere questa rivoluzione utile e positiva. Così noi abbiamo la democrazia, senza avere ciò che dovrebbe attenuarne i difetti e farne risaltare i naturali pregi: mentre scorgiamo i mali che essa reca con sé, non ci rendiamo ancora conto dei beni che potrebbe apportarci.<br />
Quando il potere regio, appoggiandosi sull&#8217;aristocrazia, governava in pace i popoli europei, la società, pur in mezzo alle proprie miserie, godeva di vantaggi di vario genere, che difficilmente si possono concepire e apprezzare ai giorni nostri.<br />
La potenza di alcuni sudditi innalzava barriere insormontabili alla tirannide del principe; e i Re, sentendo di essere agli occhi della folla rivestiti d&#8217;un carattere quasi divino, trovavano, nel rispetto stesso che si creavano attorno, la ragione per non abusare affatto del proprio potere.<br />
I nobili, posti ad un&#8217;enorme distanza dal popolo, dimostravano tuttavia nei suoi confronti quel particolare interesse benevolo e tranquillo, che il pastore ha per il suo gregge, e, pur senza vedere nel povero un proprio pari, vegliavano sulla sua sorte come su un deposito ad essi affidato dalla Provvidenza.<br />
Il popolo, non avendo ancora concepito l&#8217;idea di un assetto sociale diverso dal suo, né immaginando di poter mai uguagliare i propri capi, accoglieva i loro benefici e non contestava affatto i loro diritti. Li amava, quand&#8217;erano clementi e giusti, e si sottometteva senza fatica e senza bassezza ai loro rigori, come a dei mali inevitabili inviati da Dio. Gli usi e i costumi avevano d&#8217;altra parte posto dei limiti alla tirannide e fondato una specie di diritto in mezzo alla stessa forza.<br />
Il nobile non pensava che gli si volessero togliere dei privilegi che riteneva legittimi; il servo accettava la propria inferiorità come un effetto dell&#8217;ordine immutabile della natura: si comprende come si sia potuta stabilire una reciproca benevolenza tra queste due classi tanto nettamente separate dalla sorte. A quel tempo si potevano trovare nella società ingiustizia e miseria, ma non degradazione spirituale.<br />
Non è infatti l&#8217;uso del potere o l&#8217;abitudine all&#8217;obbedienza che deprava gli uomini, ma l&#8217;uso di un potere illegittimo e l&#8217;obbedienza a un potere che si ritiene usurpatore ed oppressore.<br />
Da un lato c&#8217;erano le ricchezze, la forza, gli agi, e con essi la ricerca del lusso, le raffinatezze del gusto, i piaceri dello spirito, il culto delle arti; dall&#8217;altro il lavoro, la volgarità e l&#8217;ignoranza.<br />
Eppure in mezzo a questa folla ignorante e grossolana si potevano trovare passioni forti, sentimenti generosi, fedi profonde e virtù primitive. Il corpo sociale così organizzato avrebbe potuto avere stabilità, potenza e, soprattutto, gloria.<br />
Ma ecco che i ranghi si confondono, che le barriere innalzate tra gli uomini si abbassano; si dividono le proprietà, si divide il potere, la civiltà si diffonde, le intelligenze si uguagliano; l&#8217;assetto sociale diviene democratico e l&#8217;impero della democrazia si stabilisce infine facilmente nelle istituzioni e nei costumi.<br />
Io immagino, così, una società in cui tutti, considerando la legge come opera propria, l&#8217;amerebbero e vi si sottometterebbero senza fatica, e in cui, essendo l&#8217;autorità del governo rispettata non in quanto divina, ma perché necessaria, l&#8217;amore verso il capo dello Stato non sarebbe una passione, ma un sentimento ragionevole e tranquillo. Quando ciascuno avesse dei diritti e la sicurezza di poterli conservare, verrebbe a stabilirsi tra tutte le classi una fiducia sincera e una sorta di reciproca condiscendenza, lontana sia dall&#8217;orgoglio che dalla bassezza.<br />
Il popolo, educato ai suoi veri interessi, capirebbe che, per trarre profitto dai vantaggi della società, bisogna sottomettersi alle sue esigenze. La libera associazione dei cittadini potrebbe allora sostituire la potenza individuale dei nobili, e lo Stato sarebbe al sicuro dalla tirannide e dalla licenza.<br />
Capisco che in uno Stato democratico, così costituito, la società non rimarrà immobile, ma i necessari movimenti del corpo sociale potranno essere regolati e graduali; se vi si troverà meno splendore che in un sistema aristocratico, vi si troveranno però anche meno miserie; i godimenti saranno meno eccessivi, ma il benessere sarà più generale; le scienze eccelleranno meno, ma l&#8217;ignoranza sarà più rara; i sentimenti meno energici, ma le abitudini più dolci; ci saranno più vizi, ma meno delitti.<br />
In mancanza dell&#8217;entusiasmo e dell&#8217;ardore della fede, l&#8217;educazione e l&#8217;esperienza faranno fare talvolta ai cittadini grandi sacrifici; ogni uomo, essendo ugualmente debole, sentirà un uguale bisogno dei suoi simili; e, sapendo di poter contare sul loro aiuto solo a condizione di prestar loro a sua volta appoggio, scoprirà senza fatica che per lui l&#8217;interesse particolare si confonde con quello generale.<br />
La nazione, considerata nel suo insieme, avrà forse meno splendore, meno gloria, meno forza; ma la maggioranza dei cittadini godrà di un benessere maggiore, e il popolo si dimostrerà tranquillo, non perché disperi di poter star meglio, ma perché sa di star bene.<br />
Se poi non tutto sarà buono e utile in un simile stato di cose, la società tuttavia potrà godere di ciò che di buono e di utile si potrà presentare, e gli uomini, abbandonando per sempre i vantaggi sociali che può dare l&#8217;aristocrazia, trarrebbero dalla democrazia tutto il bene che essa può loro offrire.<br />
Invece noi, abbandonando l&#8217;ordine sociale dei nostri avi, eliminando alla rinfusa le loro istituzioni, le loro idee e i loro costumi, cosa vi abbiamo sostituito?<br />
Il prestigio del potere regio è svanito, senza che fosse sostituito dalla maestà delle leggi; oggi il popolo disprezza l&#8217;autorità, ma la teme, e la paura ottiene da lui più di quanto ottenessero in passato il rispetto e l&#8217;amore.<br />
Mi accorgo che abbiamo distrutta le forze individuali che potevano lottare separatamente contro la tirannide; ma vedo che solo il governo ha assorbito tutte le prerogative tolte alle famiglie, alle corporazioni, agli uomini: alla forza talvolta oppressiva, ma spesso conservatrice, di un ristretto numero di cittadini, è così seguita la debolezza di tutti.<br />
La divisione delle fortune ha accorciato la distanza che separava il povero dal ricco, ma in questo avvicinamento essi sembrano aver trovato nuove ragioni per odiarsi. Temendosi e invidiandosi reciprocamente, si respingono a vicenda dal potere: per l&#8217;uno come per l&#8217;altro l&#8217;idea dei diritti non esiste affatto, e la forza appare ad entrambi come la sola ragione del presente e l&#8217;unica garanzia per l&#8217;avvenire.<br />
Il povero ha conservato la maggior parte dei pregiudizi dei suoi avi e non la loro fede, la loro ignoranza e non le loro virtù; ha accettato, come regola delle sue azioni, la dottrina dell&#8217;interesse senza conoscerne la scienza, e il suo egoismo è sprovvisto di discernimento, quanto lo era un tempo la sua devozione.<br />
La società è tranquilla, non perché abbia coscienza della propria forza e del proprio benessere, ma, al contrario, perché si sente debole e inferma; teme di morire facendo uno sforzo: tutti sentono il male, ma nessuno ha il coraggio e l&#8217;energia necessari per cercare il meglio. Si hanno desideri, rimpianti, dolori, gioie che non producono nulla di visibile o di duraturo, simili del tutto alle passioni senili che finiscono nell&#8217;impotenza.<br />
Così abbiamo abbandonato tutto quello che vi poteva esser di buono nel vecchio stato senza acquistare quello che lo stato attuale poteva offrire di utile; abbiamo distrutto una società aristocratica e, fermandoci compiacentemente in mezzo alle rovine dell&#8217;antico edificio, crediamo di poterci rimanere per sempre. Quello che succede nel mondo intellettuale non è meno deplorevole.<br />
La democrazia francese, osteggiata nella sua marcia o abbandonata senza appoggio alle sue passioni disordinate, ha rovesciato tutto quello che trovava sul suo passaggio e spezzato tutto quello che non distruggeva. Essa non si è impadronita a poco a poco della società per stabilirvi pacificamente il suo dominio, ma ha sempre camminato in mezzo al disordine e all&#8217;agitazione della lotta. Nel calore di questa lotta, spinta al dì là dei limite ritenuto necessario, forse per le opinioni e gli eccessi degli avversari, ognuno perde di vista il fine stesso delle sue azioni ed usa un linguaggio che mal risponde al suo vero sentimento e al suo segreto istinto.<br />
Di qui la strana confusione di cui siamo forzatamente i testimoni.<br />
Io cerco inutilmente nei miei ricordi qualcosa capace di eccitare più dolore e pietà di quello che oggi si verifica; sembra che si sia rotto il legame naturale che unisce le opinioni ai gusti e gli atti alla fede; la concordanza che in ogni tempo si riscontra fra i sentimenti e le idee degli uomini sembra distrutta e si direbbe che siano abolite tutte le leggi dell&#8217;analogia morale.<br />
Si trovano ancora presso di noi dei cristiani pieni di zelo, la cui anima religiosa ama nutrirsi delle verità dell&#8217;altra vita; costoro si orientano senza dubbio in favore dell&#8217;umana libertà, fonte di ogni grandezza morale. Al cristianesimo, che ha reso tutti gli uomini eguali di fronte a Dio, non ripugnerà vedere tutti i cittadini eguali dinanzi alla legge. Ma, per un concorso di strani avvenimenti, la religione si trova momentaneamente unita alle potenze nemiche della democrazia e sovente respinge l&#8217;eguaglianza che essa ama e maledice la libertà come un avversario mentre, prendendola per mano, potrebbe santificarne gli sforzi.<br />
Accanto a questi uomini religiosi ne scopro altri che rivolgono lo sguardo verso la terra piuttosto che verso il cielo: partigiani della libertà, non solo perché vedono in essa l&#8217;origine delle più nobili virtù, ma soprattutto perché la considerano come la fonte dei più grandi beni, essi desiderano sinceramente assicurarne la vittoria e farne gustare agli uomini i benefici: comprendo che questi chiamerebbero volentieri la religione in loro aiuto poiché dovrebbero sapere che non si può stabilire il regno della libertà senza quello dei buoni costumi, né creare buoni costumi senza la fede ma, vedendo la religione accomunata ai loro avversari, la considerano come nemica, attaccandola o quanto meno non curandosi di difenderla.<br />
I secoli passati videro anime basse e venali preconizzare la schiavitù e contemporaneamente spiriti indipendenti e generosi lottare, pur senza speranza, per salvare la libertà umana. Ma ai nostri giorni si trovano sovente uomini che, pur essendo di natura nobile e fiera, ostentano opinioni in diretta opposizione con i loro gusti e vantano la servilità e la bassezza, che però non hanno mai per loro stessi conosciute. Altri, al contrario, parlano di libertà come sentissero veramente quel che vi è di santo e di grande in essa e reclamano rumorosamente, in favore dell&#8217;umanità, quei diritti che essi poi hanno sempre disconosciuto.<br />
Si trovano spesso uomini virtuosi e tranquilli e levati naturalmente a posti di comando per la purezza dei loro costumi e la loro saggezza.<br />
Pieni di un amore sincero per la patria, essi sono pronti a qualunque sacrificio, e tuttavia sono spesso avversari della civiltà, poiché ne confondono gli abusi con i benefici, e nella loro mente l&#8217;idea del male è indissolubilmente unita a quella della novità.<br />
Vicino a questi ve ne sono altri che, in nome del progresso, si sforzano di materializzare l&#8217;uomo, volendo raggiungere l&#8217;utile senza occuparsi del giusto, o tengono lontana la scienza dalla fede, il benessere dalle virtù: costoro si dicono i campioni della civiltà moderna e si mettono insolentemente alla sua testa, usurpando il posto trovato vuoto e dal quale dovrebbero essere scacciati per indegnità.<br />
Dove siamo dunque arrivati?<br />
Uomini religiosi combattono la libertà, mentre amici della libertà combattono le religioni; spiriti nobili e generosi vantano la schiavitù e anime basse e servili preconizzano l&#8217;indipendenza; cittadini onesti e colti sono nemici di ogni progresso, mentre uomini senza patriottismo e senza costumi si fanno apostoli della civiltà e della scienza.<br />
Tutti i secoli hanno rassomigliato al nostro? L&#8217;uomo ha sempre avuto sotto gli occhi, come noi, un mondo in cui tutto è slegato, in cui la virtù è senza il genio, il genio è senza l&#8217;onore, l&#8217;amore dell&#8217;ordine si confonde con il gusto della tirannide e il culto santo della libertà con il disprezzo delle leggi; in cui la coscienza getta solo una luce dubbiosa sulle azioni umane e nulla sembra più vietato o permesso, onesto o disonorevole, vero o falso?<br />
Dovrò pensare che il Creatore abbia fatto l&#8217;uomo per lasciarlo dibattersi senza tregua in mezzo alle miserie intellettuali che ci circondano? Non posso crederlo: Dio prepara alle società europee un avvenire più stabile e più calmo; ignoro i suoi disegni, ma non smetterò di credervi solo perché non posso penetrarli, e preferisco dubitare della mia intelligenza piuttosto che della sua giustizia.<br />
Vi è un paese nel mondo in cui la grande rivoluzione sociale di cui parliamo è quasi giunta al suo limite naturale e vi si è compiuta in modo semplice e facile, o piuttosto si può affermare che questo paese ha visto i risultati della rivoluzione democratica che si manifesta presso di noi, senza avere avuto la rivoluzione stessa.<br />
Gli emigranti che vennero a stabilirsi in America al principio del secolo diciassettesimo liberarono in certo modo il principio della democrazia da tutte quelle forze contro cui lottava nelle vecchie società europee, trapiantandolo da solo sulle coste del nuovo mondo. Là esso ha potuto crescere liberamente e, camminando di conserva con i costumi, svilupparsi pacificamente nelle leggi.<br />
Mi sembra fuor di dubbio che presto o tardi arriveremo anche noi, come gli americani, all&#8217;eguaglianza quasi completa delle condizioni; ma non concludo affatto che anche noi dovremo un giorno trarre da un simile assetto sociale le conseguenze politiche che ne hanno tratto gli americani. Sono ben lontano dal credere che essi abbiano trovato la sola forma di governo che possa darsi la democrazia; ma basta il fatto che in due paesi la causa generatrice delle leggi e dei costumi sia la medesima perché in noi debba sorgere un immenso interesse a conoscere quel che essa ha prodotto in ciascuno.<br />
Non è dunque solo per soddisfare una curiosità, d&#8217;altronde legittima, che ho studiato l&#8217;America, ma per trovarvi degli insegnamenti utili per noi. Sbaglierà grossolanamente chi penserà che io abbia voluto fare un panegirico e spero che chiunque leggerà questo libro resterà convinto che tale non è stata la mia intenzione; il mio scopo non è stato neppure quello di propugnare una tale forma di governo in generale, poiché io sono tra coloro che credono non esservi mai nelle leggi una assoluta bontà, né ho voluto giudicare se questa rivoluzione sociale, la cui marcia mi sembra irresistibile, sia vantaggiosa o funesta all&#8217;umanità; bensì ho ammesso questa rivoluzione come un fatto compiuto, o vicino a compiersi, e ho cercato, fra i popoli che l&#8217;han vista operarsi nel loro seno, quello nel quale essa è giunta al grado più alto di sviluppo, allo scopo dì discernerne con chiarezza le naturali conseguenze e vedere, se possibile, quali siano i mezzi per renderla profittevole all&#8217;umanità.<br />
Confesso che nell&#8217;America ho visto qualcosa più dell&#8217;America; vi ho cercato un&#8217;immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa.<br />
Nella prima parte di quest&#8217;opera mi sono dunque sforzato di mostrare l&#8217;influenza che la democrazia, abbandonata in America quasi senza ostacoli ai suoi istinti, ha avuto nelle leggi, le direttive che essa imprime al governo e, in genere, la potenza che essa ha negli affari politici. Ho voluto esaminare i beni e i mali da essa prodotti, ricercare le precauzioni adottate dagli americani per dirigerla e distinguere le cause che le permettono di governare la società.<br />
Volevo dipingere poi, in una seconda parte, l&#8217;influenza che l&#8217;eguaglianza delle condizioni e il governo democratico esercitano in America nella società civile, nelle abitudini, nelle idee e nei costumi, ma comincio a sentire meno ardore al compimento di questo disegno.<br />
Prima che io possa finire il compito propostomi, questo lavoro sarà diventato inutile. Un altro mostrerà presto ai lettori i principali elementi dei carattere americano e, nascondendo sotto un velo leggero la gravità dei quadri, darà alla verità le attrattive che io non sarei mai capace di dare.<br />
Non so se riuscirò a far conoscere quel che ho visto in America, ma assicuro di aver avuto sinceramente questo desiderio e di non aver mai ceduto consapevolmente al bisogno di adattare i fatti alle idee in luogo di sottomettere queste a quelli.<br />
Quando qualche punto poteva essere stabilito con l&#8217;aiuto di documenti scritti, ho avuto cura di ricorrere ai testi originali e ad opere autentiche e stimate. Ho indicato le mie fonti in nota e ciascuno potrà verificarle. Quando si è trattato di opinioni, di usi politici, di osservazioni, di costumi, ho cercato di consultare gli uomini più istruiti.<br />
Se la cosa era importante e incerta, non mi sono contentato di un solo testimone ma ho cercato molte testimonianze e da queste ho tratto le mie conclusioni. A questo riguardo bisogna che il lettore mi creda sulla parola. Avrei potuto citare in appoggio alle mie affermazioni nomi autorevoli e a lui noti, ma mi sono ben guardato dal farlo. Lo straniero apprende spesso dal suo ospite importanti verità, che questi nasconderebbe forse anche all&#8217;amico; con lui si può rompere un silenzio obbligato, non si teme la sua indiscrezione perché egli non rimane.<br />
Ognuna di queste confidenze è stata da me annotata, ma non uscirà mai dalle mie carte; preferisco nuocere al successo delle mie opere che aggiungere il mio nome alla lista di quei viaggiatori che ricambiano con noie ed imbarazzi la generosa ospitalità ricevuta.<br />
So bene che, malgrado le mie cure, sarà molto facile criticare questo mio libro, se qualcuno vorrà farlo. Quelli che l&#8217;osserveranno da vicino troveranno in quest&#8217;opera un&#8217;idea madre che incatena per così dire ogni sua parte. Ma la diversità degli oggetti che ho avuto da trattare è tanto grande che chi vorrà opporre un fatto isolato all&#8217;insieme dei fatti, un&#8217;idea isolata all&#8217;insieme delle idee, vi riuscirà senza fatica. Vorrei dunque che mi si facesse la grazia di leggermi con lo stesso spirito che ha presieduto al mio lavoro e si giudicasse il libro dall&#8217;impressione generale che lascia, poiché anch&#8217;io mi sono deciso a scrivere spinto, non da una sola ragione, ma da un insieme di ragioni.<br />
Non bisogna poi dimenticare che un autore che voglia farsi comprendere è obbligato a spingere ogni sua idea fino alla sua ultima conseguenza teorica e spesso fino al limite del falso e dell&#8217;impraticabile; infatti, se è qualche volta necessario abbandonar la logica nelle azioni, non si saprebbe far lo stesso nei libri; e l&#8217;uomo trova quasi altrettanta difficoltà a essere inconseguente nelle parole quanto ad essere conseguente negli atti.<br />
Voglio finire segnalando io stesso quello che molti lettori giudicheranno il difetto principale di quest&#8217;opera. Questo libro non si mette in modo deciso al seguito di alcuno; scrivendolo non ho inteso servire o combattere alcun partito; mi sono sforzato soltanto di vedere, non già diversamente, ma più lontano dei vari partiti; e, mentre essi si occupano del domani, io ho voluto pensare all&#8217;avvenire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p>Alexis De Tocqueville (a cura di N. Matteucci), <em>La democrazia in America</em> &#8211; UTET, Torino 2013<br />
Alexis De Tocqueville (a cura di C. Vivanti), <em>La democrazia in America</em> &#8211; Einaudi, Torino 2006<br />
M. Zetterbaum, <em>Tocqueville and the Problem of Democracy</em> &#8211; Stanford University Press, Stanford (California), 1967<br />
Vittorio de Caprariis, <em>Profilo di Tocqueville</em>, a cura di Ernesto Paolozzi &#8211; Guida, Napoli, 1996</p>
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