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	<title>Storia in Network &#187; Curdi &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>I CURDI E IL KURDISTAN, I GRANDI DIMENTICATI DI LOSANNA</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2024 15:49:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Se dopo un secolo dal Trattato di Losanna del 1923 i Curdi sperano di ottenere uno Stato rivendicandone la legittimità, la storia insegna che le strategie messe a punto dalle leadership curde di allora furono a dir poco disastrose…     I Curdi sono passati alla &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Se dopo un secolo dal Trattato di Losanna del 1923 i Curdi sperano di ottenere uno Stato rivendicandone la legittimità, la storia insegna che le strategie messe a punto dalle leadership curde di allora furono a dir poco disastrose…</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b><b><i></i></b></p>
<p style="text-align: justify;">I Curdi sono passati alla storia come vittime ingiuste delle grandi potenze. All&#8217;indomani della Prima guerra mondiale Francia e Inghilterra per prime avrebbero rifiutato di tener conto della loro esistenza e del loro diritto all’autodeterminazione. Ma questa affermazione non corrisponde al vero ed è comunque inesatta. Prima di tutto, i Curdi sono stati vittime di sé stessi e in particolare della mancanza di chiaroveggenza dei loro dirigenti dell&#8217;epoca, capi tribali e intellettuali.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il Kurdistan alla Conferenza di pace</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della Conferenza di Pace di Parigi del 1919 la Gran Bretagna &#8211; attraverso il primo ministro David Lloyd George &#8211; aveva sostenuto la candidatura del Kurdistan a rientrare nella lista dei paesi ammessi nel seno della Società delle Nazioni. Questo sostegno si inseriva nella logica degli impegni internazionali del presidente statunitense Woodrow Wilson. Per quanto riguarda il Medio Oriente, conformemente ai suoi 14 punti, i popoli sottomessi da secoli al dominio ottomano avrebbero dovuto vedersi offrire l&#8217;accesso all&#8217;indipendenza nazionale dopo, se necessario, un periodo di transizione sotto mandato alleato.<br />
Il Trattato di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920 nel salone d&#8217;Onore della Manifattura di Sèvres da 14 Stati era costituito da 433 articoli. Gli articoli 62, 63 e 64 della Sezione III si riferivano al processo di creazione di un Kurdistan indipendente.<br />
Ovviamente la creazione di questo Stato rispondeva agli interessi strategici di Francia e Inghilterra, che intravvedevano tutti i vantaggi derivanti dalla nascita di uno Stato tampone fra la Turchia ottomana e i vecchi possedimenti arabi sui quali essi si erano assicurati alcuni mandati: la Francia sulla Siria (che allora inglobava anche il Libano) e la Gran Bretagna sulla Mesopotamia (Iraq) e la Palestina. Il problema del Kurdistan “autonomo” fa la sua comparsa allora per la prima volta.<br />
Non solamente il progetto di un Kurdistan autonomo viene accettato dalla comunità internazionale, ma viene persino approvato dal sultano califfo Mehemet VI, ovviamente senza grande entusiasmo. Occorre sapere che il mantenimento alla testa di quello che resta del suo impero dipende dalla buona volontà degli Alleati e che quindi il califfo non ha altra soluzione che piegarsi alle loro decisioni. Per contro, l&#8217;idea di una autonomia curda è combattuta dal movimento nazionale turco guidato dal generale Mustafà Kemal pasha (futuro Ataturk), che, nell&#8217;estate del 1920, sostenuto dai resti dell&#8217;esercito ottomano, ha acquisito il controllo dell&#8217;interno dell&#8217;Anatolia e affronta il corpo di spedizione greco, che ha iniziato la conquista dell&#8217;Anatolia occidentale dalle coste dell&#8217;Egeo.<br />
Ben sapendo con chi ha a che fare, Kemal conduce un&#8217;abile propaganda presso i notabili curdi civili e religiosi (i due vanno spesso di pari passo in terra d&#8217;islam) per dissuaderli dal collaborare con gli Alleati. La sua campagna d&#8217;opinione mette l&#8217;accento sul fatto che il suo movimento lotta contro le potenze cristiane che vogliono assoggettare le ultime terre che ancora sfuggono loro. Soprattutto il pasha fa correre la voce che queste potenze meditano di ristabilire gli Armeni e le altre minoranze cristiane nei loro possedimenti, confiscati <i>de facto</i> e ridistribuiti all&#8217;indomani del genocidio del 1915. Come dire che tutte le proprietà immobiliari o mobili, accaparrate da poco, dovranno essere restituite ai loro vecchi proprietari: a quelli che sono sopravvissuti o agli aventi diritto. Certamente tutti i Curdi non sono stati gli attori di questo dramma moderno, segnato da una inaudita violenza e ampiezza. Questi sono stati soprattutto la parte maggioritaria dei Sunniti, che si sono comportati come devoti ausiliari dei Giovani Turchi, fautori del genocidio. Il genocidio ha interessato decisamente meno i curdi alevi, vale a dire quelli di obbedienza sciita, che, invece, hanno spesso soccorso e ospitato fuggitivi armeni.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Tensioni con Pasha Kemal</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Fra i curdi, che nell&#8217;insieme hanno molto da rimproverarsi nell&#8217;affare armeno, l&#8217;avvertimento di Mustafà Kemal di diffidare delle intenzioni reali delle potenze alleate viene pienamente recepito. Ancora più abilmente Kemal afferma di voler creare nei territori musulmani liberati dall&#8217;occupazione straniera uno “Stato dei Turchi e dei Curdi” e di voler restaurare sul trono il sultano califfo Mehemet VI, che egli presenta come virtuale prigioniero nel suo palazzo di Costantinopoli. Il sultano stambuliota, da parte sua, cerca inutilmente di far sapere che la diceria non è vera, ma, in ogni caso, la maggioranza dei curdi, di fronte all&#8217;incertezza della situazione, preferisce giocare la carta kemalista. Le prime reclute dell&#8217;esercito kemalista arrivano dalle province dell&#8217;Asia minore, giustamente da quelle che il Trattato di Sèvres aveva designato per formare il nocciolo del futuro Kurdistan. Questi uomini, che partono per respingere i <i>giaours</i> greci che invadono l&#8217;Anatolia con lo scopo di fare applicare il Trattato di Sèvres, non riescono a rendersi conto di essere stati raggirati da quelli che li portano a combattere.<br />
Certamente, coscrizione e requisizioni hanno provocato rivolte curde, ma queste rivolte non hanno un carattere politico; si tratta piuttosto di rivolte contadine locali. E’ il caso della comunità curde alevi di Kocgiri, una regione di alta montagna a est di Ankara. Alla fine del 1920 e agli inizi del 1921, le loro sommosse a ripetizione contro le requisizioni e le tasse imposte dai kemalisti vengono duramente represse dalle truppe e dalle milizie distaccate nella regione.<br />
Si sa oggi che l&#8217;alto comando kemalista meditava l&#8217;insediamento di uno stato-nazione basato sull&#8217;identità turca, escludendo la manifestazione di qualsiasi altra identità nazionale greca (rum), armena e curda. Fino al suo trionfo definitivo sui Greci, nell&#8217;estate 1922, gli insorti non cessano, per prudenza, di promettere la creazione di uno stato musulmano di Turchi e di Curdi. E anche dopo la vittoria kemalista, in occasione della Conferenza di Pace riunita a Losanna, i rappresentanti turchi continuano ad affermare di parlare a nome delle “nazioni sorelle” curde e turche.<br />
Ismet pasha (più tardi Ismet Inonu), che dirige con brio la delegazione kemalista, argomenta che l&#8217;origine dei curdi è oscura (affermazione sostanzialmente esatta), che essi sono verosimilmente di ascendenza turca (affermazione manifestamente falsa) e che, in ogni caso Turchi e Curdi hanno sempre convissuto in perfetta armonia (anche in questo caso siamo ben lontani dalla verità). Comunque sia, i suoi avversari nella Conferenza di Pace, che hanno ormai rinunciato all&#8217;idea di uno stato tampone curdo, hanno accettato le sue tesi.<br />
Il 24 luglio 1921, viene firmato un trattato di pace fra il governo kemalista di Angora (Ankara) e le potenze alleate. Esso rende caduco il trattato di Sèvres, consacra l&#8217;annessione della maggior parte del Kurdistan al nuovo stato turco, senza fornire alcuna garanzia riguardo il rispetto del diritto dei Curdi.<br />
A partire dal 1924 e per lungo tempo non si parlerà più di curdi in Turchia, ma di “Turchi delle montagne”. Nell&#8217;est anatolico (vecchio Kurdistan) nasce una guerriglia che durerà fino al giorno d&#8217;oggi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La questione di Mosul</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immensa vittoria dei turchi a Losanna non è tuttavia completa. I negoziatori turchi sono stati costretti a fare delle concessioni. Una fra queste &#8211; forse la più importante &#8211; è il <i>vilayet</i> di Mosul. Ismet pasha, dopo aver lungamente discusso, acconsente a che la questione dell&#8217;attribuzione di questo vasto territorio &#8211; 88 mila km quadrati &#8211; venga affidato all&#8217;arbitrato della Società delle Nazioni. Vale la pena di ricordare il Vilayet in questione (Mosul), quando è stato concluso l&#8217;armistizio di Mudros, risultava ancora ottomano. Per i kemalisti, che hanno ormai rinunciato a qualsiasi sogno di riconquista dei Balcani e nella penisola arabica, i territori, che erano ancora controllati dall&#8217;esercito ottomano il giorno fatidico del 30 ottobre 1918, conservano comunque una assoluta vocazione a essere inglobati nel nuovo stato turco in formazione.<br />
Questa pretesa viene respinta dai rappresentanti britannici, così come essi si rifiutano di prendere in considerazione gli argomenti etnici proposti da Ismet pasha. Questi argomenti, è vero, risultano speciosi, in quanto descrivono Mosul come una città turca e non araba. Di fatto, la popolazione di questa città è composita, come tutti gli abitanti di quelle delle città ottomane dell&#8217;epoca: si tratta di un mosaico umano e religioso. Mosul, situata nel nord dell&#8217;Iraq, sulle rive del fiume Tigri, significa “crocevia” in arabo ed è un’importante città commerciale. Si tratta di una città ricca di storia. All&#8217;interno delle sue mura coabitavano, a quel tempo, Arabi, Curdi, Turkmeni, Ebrei, Cristiani, Musulmani e Yezidi. I Britannici, che si trovavano sul posto, erano ben piazzati per saperlo. Per contro, i Curdi, pur in assenza di statistiche affidabili, costituiscono la maggioranza della popolazione delle campagne del vasto Vilayet di Mosul.<br />
Da parte loro, in maniera ipocrita, i diplomatici britannici insistono perché l&#8217;Iraq abbia “frontiere che gli consentano di vivere, sia dal punto di vista politico, sia da quello economico”. Essi arguiscono che la Mesopotamia irachena non potrebbe prosperare senza la disponibilità di questo vilayet, che costituisce la sua risorsa d&#8217;acqua. L&#8217;argomentazione viene recepita e nel dicembre 1925 il Consiglio della Società delle Nazioni attribuisce il vilayet di Mosul all&#8217;Iraq, posto sotto mandato britannico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La Commissione di Mosul</b></h3>
<p style="text-align: justify;">A dispetto dei 14 punti del presidente americano Wilson, la proposta turca dell&#8217;ultimo minuto per un referendum “per conoscere il punto di vista delle popolazioni interessate”<i> </i>viene respinta. Finalmente ci si mette d&#8217;accordo per inviare una commissione d&#8217;inchiesta, detta “Commissione di Mosul”, per consultare le popolazioni. Essa è composta da tre inquisitori: il diplomatico svedese Einar al Wirsen (1875-1936), il conte ungherese Pal Teleki (1879-1941) e il colonnello ingegnere militare belga Albert Paulis (1875-1933), oltre a un geografo rispettato.<br />
Tre personalità che hanno in comune il fatto di essere originari di paesi che, all&#8217;indomani della Guerra Mondiale sono sotto influenza britannica; evidentemente una scelta deliberata e che per il Regno Unito si rivela pagante.<br />
La Commissione soggiorna nel nord dell&#8217;Iraq dal gennaio al marzo 1925. Il 16 dicembre 1926 deposita il suo rapporto a Ginevra, sede della SDN. Come era da attendersi, il risultato è sostanzialmente favorevole alla tesi britannica: la frontiera settentrionale dell&#8217;Iraq, o “linea Bruxelles”, che corre lungo 532 chilometri con la Turchia, risulta conforme ai desiderata inglesi. La sovranità del regno d&#8217;Iraq viene riconosciuta sull&#8217;essenziale del vilayet di Mosul, a eccezione di monti Hakkari. Gli <i>assiri</i> (oscura popolazione cristiana, sempre maltrattata dalla storia) che popolavano tali monti &#8211; che si erano tuttavia impegnati nella guerra a fianco degli Alleati &#8211; vengono sacrificati; ma si tratta in larga parte di <i>paria</i>, la cui sorte poco importa alla comunità internazionale, tanto più che sono detestati dalle popolazioni musulmane, siano esse arabe, curde o turche. Gli altri grandi perdenti sono i Curdi: le loro terre ancestrali sono ancora una volta divise e la loro lotta per il riconoscimento dei diritti fondamentali è compromessa.<br />
Vale la pena notare che la Commissione giustifica la sua decisione attraverso il ruolo cruciale dell&#8217;acqua, considerata vitale per lo sviluppo del Regno dell&#8217;Iraq. Per contro, rimane molto discreta per quanto riguarda il petrolio, che, a dire il vero, risulta ancora sfruttato in maniera artigianale. In definitiva, la Commissione giudica, come tutte le popolazioni interessate, che l&#8217;ordine e il progresso non sono possibili che sotto la tutela britannica.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Risposta turca</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il 17 dicembre la Turchia risponde con la firma di un Trattato di amicizia con la Russia sovietica. L&#8217;Inghilterra non si lascia impressionare e sostiene senza esitazione il suo uomo nella regione, l&#8217;insignificante re Feisal, insediato sul trono iracheno il 23 agosto 1921. Dopo prolungate tensioni, che comprendono minacce di scontri armati rilanciate dalla stampa turca, il realismo riesce a imporsi ad Ankara.<br />
In effetti, Mosul e il suo territorio non sono altro che una provincia periferica, una marca di frontiera con la Persia, senza grande importanza economica. Il 5 giugno 1926 il Regno Unito, l&#8217;Iraq e la Turchia firmano ad Ankara un trattato che si ispira al testo della SDN. Il tracciato della frontiera fra la Repubblica turca e il Regno d&#8217;Iraq viene definitivamente fissato secondo l&#8217;arbitrato della Società delle Nazioni. Unica compensazione ottenuta dalla Turchia, l&#8217;Iraq si impegna per 25 anni a versare il 10% del totale dei profitti della Turkish Petroleum Company e di altre compagnie che potrebbe essere portate a sfruttare il petrolio.<br />
Va precisato che le royalties sulle entrate petrolifere irachene compensano la rinuncia turca su Mosul, ma rappresentano una quantità decisamente insufficiente. Certamente, questa concessione finanziaria risultava necessaria affinché Mustafà Kemal potesse concludere l&#8217;accordo di Ankara senza perdere la faccia. Ma per comprendere la sua decisione occorre guardare sul lato della questione curda. L&#8217;accordo prevede la responsabilità mutua dei firmatari a impedire “qualsiasi atto di saccheggio e brigantaggio” nei confronti dello stato vicino. L&#8217;accordo viene completato con impegni di cooperazione di polizia e di estradizione. L&#8217;articolo 9 recita: “Nel caso in cui più individui armati abbiano compiuto un crimine o un delitto nella zona di frontiera, le autorità di quest&#8217;ultima zona sono tenute ad arrestare questi individui per metterli, secondo la legge, a disposizione delle autorità dell&#8217;altra parte, da dove provengono con il loro bottino e le loro armi”. L&#8217;articolo seguente precisa inoltre che la zona di frontiera nella quale viene applicata questa disposizione “&#8230; sarà tutta la frontiera che separa la Turchia dall&#8217;Iraq, come anche una zona di 75 km di profondità da una parte e dall&#8217;altra di questa frontiera”. Infine, l&#8217;articolo 12 precisa che le autorità turche e le autorità irachene non permetteranno nella zona di frontiera nessuna organizzazione di propaganda né riunioni dirette contro uno o l&#8217;altro stato. Queste disposizioni risultano ancora oggi d&#8217;attualità. Esse sono servite come base giuridica ai molteplici interventi dell&#8217;esercito turco in Iraq contro gli oppositori Curdi, che conducevano azioni di guerriglia, a partire dalla frontiera dell&#8217;Iraq.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Conclusione</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Chi oggi proclama che l&#8217;Europa ha un debito nei confronti dei Curdi si sbaglia clamorosamente, proprio perché non conosce la storia. Certamente, all&#8217;indomani della Prima guerra mondiale, le potenze alleate erano ben lontane dal giocare un ruolo positivo in Medio Oriente, ma per quanto concerne i Curdi, non si può avallare alcuna accusa di tradimento. I Curdi nel periodo 1919-1922 hanno liberamente fatto la loro scelta di allearsi con i Turchi. Senza dubbio, il popolo curdo (se un popolo curdo esiste, ma questo è un altro problema) è stato vittima dell&#8217;avidità e della cecità dei suoi dirigenti dell&#8217;epoca; capi tribali e dignitari religiosi hanno scelto di sostenere i kemalisti per non dover restituire case e beni usurpati ai (rari) sopravvissuti armeni. Una scelta che, sul breve periodo, si è dimostrata disastrosa: essi sono i principali se non gli unici responsabili del fatto che lo Stato curdo che, nel 1922, doveva essere costituito a Sèvres ed era quasi sul fonte battesimale, nacque morto, frammentato fra i diversi Stati ostili.</p>
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		<title>YAZIDI, UNICITÀ E PERSECUZIONI DI UN POPOLO OPPRESSO</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jul 2023 07:38:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Renzo Paternoster - Sino al 2018 molti neppure conoscevano l’esistenza degli yazidi. L’assegnazione del Nobel per la Pace alla yazida Nadia Murad ha reso note al mondo le drammatiche vicissitudini di questa piccola comunità, vittima di una violenza sistematica. ♦ Gli yazidi (yezidi, ezid, izid) fanno parte dell’etnia curda &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sino al 2018 molti neppure conoscevano l’esistenza degli yazidi. L’assegnazione del Nobel per la Pace alla yazida Nadia Murad ha reso note al mondo le drammatiche vicissitudini di questa piccola comunità, vittima di una violenza sistematica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<div id="attachment_12854" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/06/Il-mausoleo-yazida-di-Mîr-Alî-Beg-principe-venerato-per-aver-rifiutato-di-abiurare-la-sua-fede-yazida.jpg"><img class=" wp-image-12854 " alt="Il mausoleo di Mir Ali Beg, principe che rifiutò di abiurare la fede yazida" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/06/Il-mausoleo-yazida-di-Mîr-Alî-Beg-principe-venerato-per-aver-rifiutato-di-abiurare-la-sua-fede-yazida.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il mausoleo di Mir Ali Beg, principe che rifiutò di abiurare la fede yazida</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli yazidi (yezidi, ezid, izid) fanno parte dell’etnia curda</strong> con la quale condividono la lingua, il Kurmancî. La fonte scritta più antica che cita la presenza della comunità yazida è il <em>Kitāb al-Ansāb</em> (Libro delle genealogie) di ‘Abd al-Karīm al-Sam’ānī (XII secolo), che li nomina come al-Yazīdiyya, ubicandoli in Iraq settentrionale tra i fiumi Tigri e Grande Zab.<br />
Per Eszter Spät, accademica ungherese specializzata nella religione yazida, il nome di questo popolo trae origine da <em>ez Xwede dam</em>, che per alcuni significa “sono stato creato da Dio”, per altri “seguaci del vero sentiero”. Un’altra tesi dell’origine del nome riporta alla parola zoroastriana <em>Yazdan</em>, che significa “Dio”.<br />
Secondo l’assiriologo e storico delle religioni italiano Giuseppe Furlani «il nome Yazīdiyyah, dipende certamente dal nome di persona &#8211; comune tra gli Arabi &#8211; di Yazīd» che alcuni «identificano col secondo califfo omniade Yazīd, figlio di Mucāwiyah, che regnò a Damasco dal 60 al 64 dell’ègira». Tuttavia per gli attuali yazidi il califfo Yazid era solo un sovrano musulmano che solo successivamente si convertì allo yazidismo.<br />
La comunità yazida è stanziata prevalentemente in Iraq settentrionale, con presenze più ristrette in Siria, Iran, Turchia meridionale e Caucaso (Armenia e Georgia).<br />
La fonte scritta più antica che parla della presenza del popolo yazida è del XII secolo, il <em>Kitāb al-Ansāb</em> (Libro delle genealogie) di ‘Abd al-Karīm al-Sam‘ānī, un genealogista arabo. Nel testo è menzionata la presenza nella regione di Ḥulwān (in Iraq settentrionale tra i fiumi Tigri e Grande Zab, a nord-est di Mosul) di una comunità chiamata al-Yazīdiyya.<br />
La fonte cita anche la presenza nello stesso periodo di Adī ibn Musāfir al-Umawī, un sufi discendente dalla famiglia califfale degli Omayyadi, che da Bagdad si trasferì a Lālīsh, villaggio iracheno situano a nord-ovest, fondando una <em>zawiya</em> (confraternita religiosa musulmana).<br />
Sheikh ‘Adī (1078-1162), come è chiamato dagli yazidi, è una figura importante poiché riformò un culto presente nella regione, lo yazidismo, dando stabilità teologica alla stessa. Shaikh ‘Adi è divenuto per questo una figura estremamente importante nel panorama yazida, tanto che la sua tomba a Lālīsh è meta di pellegrinaggio.<br />
Altra personalità religiosa importante per il popolo yazida, la seconda dopo Shaikh ‘Adi, è quella Hasan ibn Sheikh ‘Adī II (1196 ca.-1254). Egli, oltre a scrivere un testo di mistica importante per il popolo yazida, il Libro dell’Illuminazione (<em>Kitāb al- Jilwa li-Arbāb al Khalwa</em>), riuscì a espandere il popolo yazida tra i gruppi curdi. Approfittando della rivalità tra gli zanghidi e gli ayyubidi, gli yazidi riuscirono a occupare la regione di Sinjar. Lo Sheikh fu arrestato, imprigionato e decapitato a Mosul nel 1254. Sheikh ‘Adī, grazie alla sua grande opera di predicazione, riuscì a convertire moltissimi curdi allo yazidismo, che divenne parte integrante della cultura della comunità sotto la sua guida.<br />
I successori di Shaikh ‘Adi, iniziando da suo figlio Sheikh Sharaf ad-Dīn (1215-1258), riuscirono ad espandere sia la religione yazida arrivando fino a Sulaimaniyah (nei pressi del confine con l’attuale Iran), Antiochia e nella Turchia sud-orientale tra Diyarbakir e Sīrt, riuscendo alla fine del sec. XIV a far proclamare lo yazidismo religione ufficiale del principato indipendente di Jazīrah.<br />
Altra figura illustre yazida è Mîr Alî Beg, un principe vissuto tra la fine del XIX secolo e l&#8217;inizio del XX secolo venerato per aver rifiutato di abiurare la sua fede yazida e aver lottato per i diritti del suo popolo. Il suo mausoleo nel cimitero del villaggio di Ba&#8217;adrê è oggi meta di pellegrinaggio.</p>
<div id="attachment_12853" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/06/Tawsi-Melek.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12853" alt="Tawsi melek" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/06/Tawsi-Melek-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Tawsi melek</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>È proprio lo yazidismo a dare una identità propria</strong> a questo gruppo umano. È un culto pre–islamico monoteista particolare, che mestola elementi del manicheismo e del mazdeismo con quelli islamici, in particolare sciismo e sufismo, con il giudaismo cabalistico e il cristianesimo nestoriano. Gli yazidi hanno un Dio primordiale, Khude, che ha creato se stesso e l’universo, manifestandosi in Sette Angeli: Darda’il, Jībra’îl, Israfîl, Nura’îl, Ezra’îl, Shemna’îl, Azrael.<br />
Khude non partecipa alle vicende umane, delegando i suoi Sette Angeli che, attraverso la credenza nella trasmigrazione delle anime, si incarnano negli sheikh (sacerdoti). La loro prima umanizzazione è avvenuta nella incarnazione dei sette grandi sheikh capostipiti del gruppo. Così Darda’il si è incarnato in Sheikh Ḥasan, Jībra’îl in Sheikh Abū Bekir, Israfîl in Sheikh Shams al-Dīn, Nura’îl in Sheikh Fakhr al-Dīn, ‘Ezra’îl in Sajadīn, Shemna’îl in Sheikh Nasr al-Dīn, Azrael, in ‘Adī ibn Musāfir al-Umawī.<br />
Questi Sette Angeli sono raffigurati in altrettanti simboli chiamati <em>sanjaq</em>, ossia sacra effige, che per gli yazidi non sono idoli, ma simboli della loro fede. Il <em>sanjaq</em> ricorda un candelabro, è in bronzo o ottone, ed è formato da una base su cui è sormontato da un uccello.<br />
Tra i Sette Angeli il primo in dignità è Azrael, un angelo che si presenta sotto le sembianze di un pavone, e per questo chiamato Tawsi Melek, a cui Khude ordinò di scendere sulla terra per mettere ordine al caos primordiale.<br />
Il primo essere umano, Adamo, è creato da tutti i “Sette Grandi Angeli”, ognuno dei quali lo ha dotato di un senso fisico. Poiché questo primo essere umano era solo un mucchio di carne senza vita e senza anima, fu Tawsi Melek a trasmettergli il respiro della vita. Fatto l’uomo, Khude ordinò a Tawsi Melek di prostrarsi ma l’angelo, per devozione esclusiva verso lo stesso Dio, si rifiutò. Ma Dio aveva solamente messo alla prova il suo angelo, che fu premiato col compito di reggere la terra. La trasmissione orale a dispetto di quella scritta, ha però creato miti nelle altre religioni. Così, successive interpretazioni da parte cristiana e musulmana, hanno assegnato a questo angelo il ruolo di trasgressore della volontà di Dio e per questo punito. Solo dopo aver pianto migliaia di anni Tawsi Melek fu perdonato da Khude che gli assegnò il compito di governare sugli uomini.<br />
Questa concezione assegna agli yazidi la qualifica di seguaci di un angelo decaduto, ossia quella di “adoratori del diavolo”. Tuttavia, per gli yazidi non solo non esiste l’Inferno, ma anche la figura di un’entità malefica che si contrappone a un’Entità misericor¬diosa non è contemplata nel loro culto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A causa della loro unicità,</strong> e nonostante siano un popolo pacifico, che ha deciso di non far alcun tipo di proselitismo, il popolo yazida è da sempre perseguitato.<br />
Yazidi si è soltanto per nascita ed è possibile sposarsi unicamente con altri yazidi, pena l’esclusione permanente dalla comunità.<br />
A differenza di tutti gli altri popoli sulla terra, che discendono sia da Adamo sia da Eva, gli yazidi credono che loro stessi discendono solo da Adamo.<br />
La comunità yazida ha un proprio livello gerarchico. Il livello più alto nella gerarchia politico-religiosa è occupato dal <em>mīr</em> (emiro) che risiede a risiede a Ba’adra (65 km a nord di Mosul). La sua carica è ereditaria. Dopo il <em>mīr</em> c’è l’autorità religiosa che è rappresentata dal <em>Baba Sheikh</em>, il Maestro, che è nominato dal <em>mīr</em>. Questo capo religioso risiede nel cortile interno del santuario di Shaikh ‘Adi a Lālīsh e rappresenta l’autorità infallibile nell’interpretazione delle Sacre scritture. Egli, assistito dal<em> pesh imam</em> (anch’egli nominato dal <em>mīr</em>), presiede tutte le cerimonie e i rituali. Al di sotto ci sono i comuni cittadini/fedeli che completano la comunità dell’Angelo Pavone.<br />
Una serie di proibizioni, permessi, liceità regolano la quotidianità della comunità. Tra le proibizioni, quella assoluta è il già citato divieto di contrarre matrimonio al di fuori della comunità yazida, ma anche quello di nominare satana e di mangiare certi cibi. Tra i permessi e le liceità ci sono la preghiera quotidiana da effettuarsi due volte, le abluzioni sacre, la circoncisione non obbligatoria ma gradita. Tra gli obblighi, il maggiore è quello del pellegrinaggio obbligatorio almeno una volta nella vita nel santuario di Lālīsh.<br />
Sia per la loro unicità sia per l’importanza geoeconomica e geostrategica dei territori che occupano, gli yazidi hanno vissuto da sempre oppressione e persecuzioni, nonostante siano un popolo pacifico, che ha deciso di non far alcun tipo di proselitismo.<br />
I territori abitati da yazidi sono geopoliticamente importanti. La parte alta dei monti del Jebel Sinjar rappresenta un efficiente avamposto strategico, in quanto consente il controllo della pianura tra il Sinjar e Mardin. L’orografia all’interno della catena montuosa, permette agli yazidi di occupare terre fertili e ricche di sorgenti idriche. Attualmente la scoperta di giacimenti petroliferi e la richiesta di autonomia politica della comunità ha poi complicato ancor di più le “cose”. Ecco, allora, che alle motivazioni religiose si aggiungono quelle economiche e politiche, creando un mix di aperta ostilità verso la comunità yazida.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia tramandata dagli yazidi</strong> narra di 74 stermini. Gli studiosi di “Yezidi Truth” hanno stimato che negli ultimi settecento anni, siano stati sterminati dai musulmani e da altri loro autoproclamati nemici ben 23 milioni di yazidi.<br />
Questi 74 stermini di massa sono chiamati dagli yazidi <em>ﬁrmān</em>, concetto derivato dal persiano farmân, che significa decreto o ordine (in arabo <em>fatwā</em>), giacché la gran parte degli episodi sterminazionisti sono stati commessi in seguito a una fatwā da parte di qualche guida religiosa del fondamentalismo islamico.<br />
Il primo grande eccidio del popolo yazida si realizza durante l’invasione mongola del XIII secolo. Quando Hulagu Khan invase il Vicino Oriente, trucidarono gli yazidi di Mosul (1261- 1262), distruggendo i loro insediamenti nel Sinjar. Per i mongoli gli yazidi erano colpevoli di aver fermato la loro avanzata collaborando militarmente con i turchi.<br />
A questo primo ﬁrmān ne seguirono altri da parte delle autorità persiane, ottomane e turche.<br />
Quando il capo tribale curdo Jalal al-Dīn Muḥammad nel 1414 abbracciò l’islamismo, emise una fatwā contro i suoi ex compagni di fede. Realizzando un grande <em>ﬁrmān</em> che determinò l’uccisione degli yazidi del più grande distretto comunitario del gruppo, Sheikhan, assieme alla distruzione del loro maggior santuario, quello di Lālīsh, che conservava il mausoleo di Adī ibn Musāfir al-Umawī.<br />
Nel 1514 l’Impero ottomano inglobò con la violenza i territori curdi nella provincia di Diyarbakir.<br />
Durante la guerra ottomano-safavide (1603–1618), combattuta fra la Persia safavide e l’Impero ottomano di Ahmed I, moltissimi yazidi furono coinvolti nelle uccisioni in massa. Occupando il rango più basso dei gruppi non mussulmani, la loro esistenza sotto gli ottomani fu sempre compromessa.<br />
Quando nel 1885 gli yazidi furono obbligati dall’Impero a versare esose tasse, questi si ribellarono determinando un nuovo ﬁrmān. In questa occasione tutti furono obbligati a convertirsi all’Islam e ogni loro territorio islamizzato, compreso il loro santuario di Lālīsh, che fu trasformato in una scuola islamica.<br />
Con la caduta dell’Impero Ottomano, nell’Iraq sotto il mandato britannico la persecuzione termina, poiché la comunità yazida è riconosciuta nella propria specificità come parte della regione curda del Paese.<br />
Grazie a un accordo sancito nel Memoriale di Sheikhan la comunità yazida è riappacificata all’interno, poiché scossa dalle lotte tra i vari capi clan.</p>
<div id="attachment_12855" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/06/Lamiya-Aji-Bashar-e-Nadia-Murad-Premio-Sakharov-2016.jpg"><img class=" wp-image-12855 " alt="Lamiya Aji Bashar e Nadia Murad, insignite del Premio Sacharov 2016" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/06/Lamiya-Aji-Bashar-e-Nadia-Murad-Premio-Sakharov-2016.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lamiya Aji Bashar e Nadia Murad, insignite del Premio Sacharov 2016</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con l’indipendenza irachena</strong> tuttavia gli yazidi ritornano a essere emarginati e discriminati socialmente, culturalmente e politicamente sia in era monarchica sia repubblicana.<br />
Nel 1968, quando il Partito Ba’th (1968) prende il potere statale, la condizione della comunità yazida peggiora ulteriormente, poiché è attuato il progetto di arabizzazione e islamizzazione dell’intero Stato. La distruzione di interi villaggi yazidi, causa per i superstiti alle uccisioni un grande esodo e la creazione di campi profughi. Una nuova grande persecuzione arriva tra il 1987 e il 1988 quando il presidente iracheno Saddam Hussein decide di classificarli definitivamente come arabi, falsando gli equilibri etnici delle importanti zone strategiche ed economiche del nord del Paese, completamente arabizzate e “irachenizzate” dal dittatore. Inizia così anche una diaspora europea della comunità yazida.<br />
Nel vuoto di potere creatosi subito dopo la caduta del regime di Saddam Hussein (2003), il fondamentalismo islamico di Tanzim al-Qa’ida imbocca una campagna d’odio contro gli yazidi, tale da mettere a rischio la sopravvivenza stessa della loro comunità. La distruzione della comunità yazida è sia propagandata attraverso volantini, in cui si promettevano premi divini a chi uccideva gli “adoratori del diavolo”, sia ufficializzata attraverso una <em>fatwa</em> che chiedeva di sterminare i maschi della comunità e schiavizzare le loro donne. Ritorna il movente religioso nello sterminio degli yazidi, restando anche quello economico e politico.<br />
Iniziano così una serie di attentati che decimano la comunità yazida. Tra questi quelli in serie del 14 agosto del 2007, quando quattro attacchi suicidi coordinati fra loro uccidono 796 yazidi e ne feriscono 1.562 a Kahtaniya e Jazeera, nella provincia di Niniveh.<br />
Con la comparsa dell’ISIS la comunità yazida diventa uno dei target più ambiti dei miliziani del neonato Stato Islamico (al-Dawla al-Islāmiyya). È il 74° grande <em>ﬁrmān</em>, che inizia appena due mesi dopo la proclamazione del califfato avvenuta nell’agosto del 2014.<br />
La strategia del califfato ha previsto l’uccisione degli yazidi più refrattari alla conversione all’Islam, la cattura e il conseguente “rinnovamento” all’Islam e alla causa dello Stato Islamico dei maschi più arrendevoli, specialmente dei bambini, la schiavizzazione, soprattutto sessuale, delle donne dai nove anni in su. Se l’uccisone in massa dei maschi è utilizzata sia come strategia militare degli jihadisti sia per cancellare il presente del gruppo, la schiavizzazione delle loro donne è servita per distruggere irrimediabilmente il futuro della comunità dell’Angelo Pavone.<br />
Vian Dakhil, parlamentare yazida del Partito Democratico Curdo, in una seduta del Parlamento iracheno denuncia pubblicamente lo sterminio del suo popolo da parte dei miliziani dello Stato Islamico, rivolgendo un accorato appello alla comunità internazionale.<br />
Il presidente statunitense Obama decide di intervenire portando in salvo gli yazidi che sono riusciti a mettersi in salvo sul monte Sinjar.<br />
A rendere pubblico il dramma delle donne yazide, sono invece due giovani riuscite a scappare dallo schiavismo, Lamiya Aji Bashar e Nadia Murad, entrambe insignite dal Parlamento Europeo del Premio Sacharov 2016 per la Libertà di pensiero.<br />
Nadia Murad riceve anche il Premio Nobel per la Pace nel 2018 per gli sforzi volti a porre fine all&#8217;uso della violenza sessuale come arma di guerra e conflitto armato (assieme alla Murad riceve il Premio anche Denis Mukwege, medico congolese che cura le numerose vittime della violenza sessuale nel suo Paese).<br />
Nel novembre del 2015, combattenti yazidi, coadiuvati dalle milizie curde, sono riusciti a liberare il territorio del Sinjar dallo Stato Islamico.<br />
Nel 2016, il Parlamento europeo e l’ONU classificano lo sterminio yazida del 2014 come genocidio.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">G. FURLANI, <em>Testi Religiosi dei Yezidi</em>, Zanichelli, Bologna 1930.<br />
A.D. SHEKHANI, <em>Panorama of the mass destructive campaigns against Yezidiz</em>, «Roj Journal», n. 6, 1998.<br />
E. SPÄT, <em>The Yezidis</em>, Saqi Books, London 2005.<br />
B. AÇIKYILDIZ, <em>The Yezidis. The History of a Community, Culture and Religion</em>, I.B. Tauris, London–New York 2010.<br />
G.S. ASATRIAN, V. ARAKELOVA, <em>The Religion of the Peacock Angel: The Yezidis and Their Spirit World</em>, Routledge, New York 2014.<br />
R. CONTE, <em>Alcune considerazioni sulle origini dei Yazidi o Yezidi</em>, «Rivista di Studi Indo-Mediterranei», 5, 2015, pp. 1-20.<br />
G. FURLANI, <em>Gli adoratori del pavone. I Yezidi: i testi sacri di una religione perseguitata</em>, Jouvence, Milano 2016.<br />
AA. VV., <em>Yazidi Cultural Heirage Project</em>, Università degli Studi di Udine e dall’Università degli Studi di Trieste https://www.yazidiculturalheritage.com/it/.<br />
Yazidi Genocide, in «Yezidi Truth», http://www.yeziditruth.org/.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IRAQ: UNA LUNGA STORIA DI DIVISIONI ETNICHE, SETTARIE E RELIGIOSE</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Oct 2017 06:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Il complesso tessuto politico-sociale iracheno, pervaso da correnti religiose in contrapposizione tra loro e da fenomeni diffusi di clientelismo, è stato reso ancora più instabile dall’occupazione britannica, dalla nascita di un forte sentimento nazionalista e successivamente dalle vicende legate alla dittatura di Saddam Hussein e al &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #000000;"><b>di Daniela Franceschi -</b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong><span style="color: #000000;">Il complesso tessuto politico-sociale iracheno, pervaso da correnti religiose in contrapposizione tra loro e da fenomeni diffusi di clientelismo, è stato reso ancora più instabile dall’occupazione britannica, dalla nascita di un forte sentimento nazionalista e successivamente dalle vicende legate alla dittatura di Saddam Hussein e al suo tracollo </span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<div id="attachment_6522" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/09/Bagdad1258.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6522" alt="bagdad1258" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/09/Bagdad1258-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>I mongoli assediano Baghdad nel 1258</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La Prima Guerra mondiale vide l’aumento</strong> dei sentimenti nazionalisti nel Paese, che condussero ad una ribellione -  sostenuta e supportata dall’Inghilterra con la promessa dell’indipendenza -  contro l’impero ottomano. La rivolta di armeni e assiri cristiani nella regione fu sottoposta a una violenta repressione, mentre la ribellione araba, essendo maggiormente organizzata, ebbe più successo. Dopo il crollo dell’impero ottomano le promesse di indipendenza non furono rispettate: Inghilterra e Francia, infatti, si spartirono Siria e Iraq attraverso la sottoscrizione dell’Accordo Sykes-Picot. La mancata indipendenza provocava una nuova ondata di ribellione contro l’occupazione inglese: già nel 1918, le autorità inglesi furono sfidate dalla resistenza a Najaf e nel 1919 i curdi, che inizialmente avevano accolto positivamente la Gran Bretagna, si ribellarono con l’obiettivo di formare uno Stato indipendente curdo sotto la guida di Shaikk Mahmud. La resistenza contro l’occupazione inglese portò a una unione delle comunità sunnite e sciite, che diede vita alla grande rivolta del 1920. Le fratture all’interno della resistenza &#8211; sebbene inizialmente fosse unita &#8211; si svilupparono presto: i notabili urbani sunniti erano sospettosi della maggioranza sciita e inoltre la popolazione araba sciita intorno alla città di Bassora non era disposta a partecipare alla ribellione, a causa dei benefici economici che l’attività britannica aveva portato alla regione. I curdi, da parte loro, anche se interessati all’indipendenza non aderirono alla rivolta a causa del sospetto verso gli arabi. La ribellione ottenne un vasto appoggio dalla popolazione sciita di Najaf e Karbala ma &#8211; non possedendo un effettivo coordinamento  &#8211; fu soppressa dalle autorità britanniche.<br />
Benché conclusasi con un insuccesso, l’insurrezione dimostrò che l’occupazione britannica era insostenibile portando, di conseguenza, all’instaurazione di Faisal al-Awwal ibn al-Husaynibn Ali al-Hashimi as King in 1921 and the founding of the British Mandate. ibn Ali al-Hashimi come re nel 1921 e all’istituzione del mandato britannico. Consapevole della sua mancanza di popolarità, della sua posizione subordinata all’autorità inglese e infine della natura frammentaria della società irachena, Faisal cercò di ottenere una reale indipendenza dagli inglesi e di integrare l’Iraq in una struttura unitaria in cui le singole comunità sentissero rappresentati i loro interessi. Tuttavia, i tentativi di Faisal di creare una identità irachena unitaria, che comprendesse curdi e sciiti arabi, non ottennero molto successo: la centralizzazione del potere a Baghdad, la mancanza di esperti tecnocratici sciiti e il sospetto verso la popolazione sciita in seguito alla ribellione finirono per favorire gli arabi sunniti, cosa che portò alla replica dell’ordine sociale stabilito durante l’epoca ottomana. La formale dichiarazione di indipendenza del 1932 non eliminò tali squilibri strutturali: infatti, anche se Faisal era a conoscenza della situazione, non aveva interesse a rovesciare un sistema su cui aveva costruito la sua autorità, dando inizio invece ad un graduale aumento delle divisioni. Gli sforzi per placare la comunità sciita, dopo le rivolte seguite all’etichettatura come traditori da parte di un funzionario del Governo sunnita, furono minimi e il dispiegamento militare contro i cristiani assiri a seguito della rottura dei colloqui a proposito della loro autonomia furono interpretati come una grande vittoria per l’integrità nazionale.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il figlio di Faisal – Ghazi – salì al trono nel 1933</strong> alla morte del padre. Il nuovo regnante favorì ampiamente l’ideologia pan-arabista, avvicinandosi all’élite sunnita a scapito delle relazioni con gli sciiti, i curdi e le altre minoranze, con una conseguente esplosione periodica di violenza e di disordine tribale per alcune politiche governative, come la coscrizione o l’esclusione da parte del Governo. La soppressione dei disordini tribali sciiti nella zona dell’Eufrate e di quelli curdi e yazidi nella regione curda vicino Sinjar nel 1936 eliminò la maggiore minaccia diretta per il Governo, ma non le cause. Infatti, la successiva repressione governativa del dissenso incoraggiò le divisioni all’interno del Paese.<br />
La soppressione delle ribellioni etno-settarie e tribali non stabilizzò il Governo, che continuò a soffrire per le lotte politiche al suo interno anche durante la Seconda Guerra mondiale. L’evento più significativo fu il colpo di Stato del 1941 che portò al potere il politico nazionalista Rashid Ali al-Kaylani,  supportato da quattro generali dell’esercito. L’obiettivo di Rashid Ali era di approfittare del conflitto per diminuire l’influenza britannica in Iraq, cooperando con le potenze dell’Asse. Le autorità inglesi, allarmate da questa impostazione, intervennero nel Paese per ripristinare la precedente Autorità. Sebbene il colpo di Stato non avesse successo, rafforzò il sentimento dell’opinione pubblica secondo il quale l’esercito era un protettore dell’interesse nazionale. L’uso di militari di leva cristiani assiri e il serpeggiante sentimento antisionista derivante dal mandato britannico sulla Palestina furono la causa degli attacchi alle comunità ebraiche irachene da parte dei nazionalisti, che consideravano queste niente di più che una quinta colonna inglese.<br />
Il regime monarchico crollò nel 1958, dopo un colpo di Stato organizzato dal generale Abd Al-Karim Qasim, che cercò di sottolineare la secolare unità nazionale dell’Iraq, sminuendo le divisioni etno-settarie, dato il suo background in parte sunnita, sciita e curdo. Anche se all’inizio del regime furono concessi significativi diritti politici, questi furono gradualmente erosi con il crescere del dissenso. Le politiche di Qasim verso il Partito Democratico Curdo, sebbene concilianti nei toni, non erano garanzia per i diritti su cui i curdi stavano negoziando, tanto che diedero vita ad una escalation della violenza dal 1961. Il Partito Democratico Curdo si rivolse al pan-arabista Partito Baath, scontento per la politica estera di isolamento dell’Iraq, mettendo in atto un colpo di Stato nel 1963 che portò alla morte di molti dei sostenitori del regime, tra cui esponenti del Partito Comunista Iracheno che Qasim aveva cooptato nell’Esecutivo. Il colpo di Stato fu anche il risultato dell’alleanza tra il Partito Baatista e i militari.<br />
Il nuovo Governo, guidato da Abd al-Salam Arif, iniziò un ciclo di negoziati con i curdi ma essi si rivelarono infruttuosi, tanto che vi fu una ripresa degli scontri.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È interessante notare che dallo stesso anno il Partito Baath</strong> governò anche in Siria: ciò nonostante durante il regime di Saddam Hussein vi fu sempre rivalità tra i due regimi baatisti. Il Partito Baath era stato fondato nel 1940 dal filosofo cristiano libanese Michel Aflaq come movimento pan-arabo socialista, il cui scopo era ridurre le divisioni religiose e settarie tra gli arabi.<br />
Nel novembre del 1963 Arif epurò dal Partito Baath tutti gli oppositori, tra cui il Primo Ministro AhmadHasan al-Bakr, and instituted direct military rule. Hasan al-Bakr, istituendo un Governo militare diretto. Arif morì in un incidente aereo nel 1966, sostituito dal fratello maggiore Abd al-Rahim al-Arif. Dopo la presa del potere da parte del Partito Baath nel 1968 Bakr tornò al Governo come Presidente dell’Iraq e Saddam Hussein, un civile, divenne il numero due del regime, con la carica di vice-presidente del comando Supremo del Consiglio Rivoluzionario. In questa funzione Saddam sviluppò i servizi di sicurezza che si sarebbero sovrapposti alle Istituzioni irachene, comprese quelle militari, per monitorare la fedeltà della popolazione al regime. Il 17 luglio del 1979, data l’età avanzata, al-Bakr si dimise su pressione di Saddam il quale divenne presidente dell’Iraq. Sotto il suo Governo i laici sciiti ottennero cariche elevate nel Partito ma i sunniti, per la maggior parte provenienti dalla sua città natale Tikrit, dominarono le posizioni più alte.<br />
Al momento del suo arrivo al potere Arif cercò di consolidare la sua posizione promuovendo il clientelismo per prevenire un colpo di Stato in grado di deporlo, colpo di Stato che lui stesso aveva usato per arrivare al comando. Eliminò dal Partito Baath i gruppi che avrebbero potuto minacciarlo e che non aderivano al suo pan-arabismo e istituì la Guardia Repubblicana Irachena, proveniente dalla sua stessa tribù di al-Jumailat nei pressi di Ramadi. Le purghe consolidarono indirettamente la presenza e l’identità sunnite.<br />
Il nuovo regime avviò un ambizioso e ampio processo di modernizzazione, che comprendeva l’espropriazione dei latifondi di terra nell’Iraq meridionale. In questa zona del Paese, gli sceicchi tribali sciiti si erano trasformati in proprietari, e le loro tribù in mezzadri. Ciò aveva indebolito i tradizionali meccanismi di controllo politico e sociale della popolazione sciita, in combinazione con un esodo massiccio dalla campagna alla città e una maggiore educazione della popolazione, inducendo molti sciiti ad impegnarsi nella politica laica al fine di affrontare i loro problemi sociali. Tra il 1958 e il 1979 &#8211; anno in cui Saddam Hussein prese il pieno e formale controllo del Partito Baath &#8211; il Partito Comunista d’Iraq (il più grande del Medioriente) e il Baath erano le formazioni politiche scelte dagli sciiti iracheni per entrare nell’arena politica.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Alla fine degli anni Cinquanta, un secondo filone di mobilitazione politica sciita</strong> emerse con la fondazione del Partito Da’wa. L’ideologia del Da’wa (che significa chiamata o invito per l’islam in arabo) è stata in un primo momento pan-islamista, giudicando basilare l’impegno dei musulmani nella moderna società, sulla base di riflessioni su come implementare la volontà di Dio nella vita sociale moderna. Come per altri Partiti islamisti nel resto del Medioriente, il focus iniziale del Da’wa era quindi sulla vita culturale e sociale piuttosto che sulla politica e lo Stato. I sostenitori erano tutti sciiti e il Partito, in realtà, ebbe fin dall’inizio un elettorato prevalentemente sciita. Da’wa fu organizzato secondo linee molto centraliste e segrete: anche se i religiosi ebbero un ruolo rilevate non ne ottennero la leadership assoluta. In questo periodo l’ayatollah principale era Mohsen al-Hakim, appartenente al filone “quietista”: costui incoraggiò lo sviluppo del Da’wa credendo che sarebbe stato utile per preservare le prerogative del clero sciita. Nella tradizione sciita il termine “<i>quietismo”</i> fa riferimento a un clero che rimane in disparte rispetto alla politica, riservandosi il ruolo di osservatore e critico degli eventi politici e sociali, intervenendo con forza soltanto in occasioni particolari come le crisi nazionali e sociali.<br />
L’espropriazione della terra, definita “waqf” (vale a dire le donazioni pie), effettuata dai regimi post 1958, minò l’indipendenza economica del clero, creando un problema che al-Hakim credeva potesse essere risolto dal Da’wa. Il legame tra al-Hakim e il Da’wa è proseguito attraverso i suoi figli, tra i quali Muhammad Baqir al-Hakim ha svolto un ruolo centrale come capo del Consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica in Iraq. Alla morte di Mohsen al-Hakim nel 1970, gli successe il quietista Abol-Qasem al Khoei, molto popolare tra gli sciiti di tutto il Medioriente, che seguì la linea del predecessore nel perseguire un delicato equilibrio con il regime autoritario post 1958.<br />
La morte inaspettata di Arif evidenziò la debolezza del sistema clientelare, e il suo successore e fratello Abd al-Rahman fu incapace di prendere il controllo del sistema clientelare già instaurato. La sua decisione di offrire un programma che tenesse conto del carattere bi-nazionale del Paese, arabo e curdo, vide la reazione violenta da parte degli ufficiali sunniti e del clero sciita. Inoltre, la limitata presenza comunista nelle zone meridionali del Paese, rese possibile al  Partito Baath attuare un colpo di Stato nel 1968 che portò il generale Ahmed Hassan al-Bakr e nel 1979 Saddam Hussein al potere sopprimendo il dissenso politico e ripristinando il sistema clientelare favorevole alle connessioni tribali, che invariabilmente avvantaggiavano le tribù sunnite del Nord-Ovest dell’Iraq, promuovendo, al contempo, un’ideologia ampiamente pan-arabista sospettosa nei riguardi degli sciiti e dei curdi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>I risultati di questo contesto erano evidenti.</strong> Anche se il Governo del Partito Baath aveva nominato dei rappresentanti del Partito Democratico Curdo guidato da Mustafa Barzani, nell’Esecutivo i tentativi di esacerbare il dissenso curdo avevano condotto alle dimissioni dei rappresentanti e alla ripresa del conflitto armato nei dintorni di Kirkuk, oltre all’interruzione della produzione di petrolio. I negoziati continuarono fino al 1971, quando fu concesso un certo grado di autonomia. Tuttavia, questioni chiave come il petrolio, la finanza e la difesa furono tematiche escluse dalle trattative. I programmi del Governo di spostare delle famiglie arabe a Kirkuk nel tentativo di cambiare la demografia della città e i ripetuti attentati contro Barzani mantennero il Partito Democratico Curdo diffidente nei confronti dell’Esecutivo, spingendolo a riaprire le comunicazioni con l’Iran in previsione di un futuro conflitto.<br />
I rapporti tra Iran e Iraq erano molto peggiorati durante questa fase, in particolare quando il Governo iracheno espulse 40.000 curdi-faili (feyli) come parte integrante del suo giro di vite sulla comunità sciita. Il Partito Democratico Curdo aveva iniziato a ricevere sovvenzioni anche da parte degli Stati Uniti, sempre più preoccupati dalla vicinanza dell’Iraq all’Unione Sovietica e decisi dunque a incoraggiare gli scontri con il Governo iracheno dalla fine del 1972. Tuttavia né l’Iraq né l’Iran desideravano un ulteriore escalation: nel 1975 l’Iran accettò di interrompere il suo sostegno al Partito Democratico Curdo in cambio della risoluzione della disputa sui confini. Le truppe del Partito Democratico Curdo si dispersero rapidamente, mentre un certo numero di combattenti accettò l’amnistia. Molti, tra cui Barzani, si rifugiarono in Iran. L’Esecutivo iracheno avrebbe continuato a seguire il suo piano originario per una autonomia limitata con un’assemblea a Erbil e la ricollocazione delle comunità curde lontano dal confine turco-iraniano, dislocandole tra la popolazione araba sciita e incoraggiando nel contempo le famiglie povere sunnite a trasferirsi nella regione curda. La rete clientelare fu estesa a quei gruppi curdi considerati politicamente strategici e a quegli individui che garantivano una piena lealtà.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per la popolazione sciita dell’Iraq,</strong> che stava sperimentando una rinascita religiosa negli ultimi anni, la caratteristica laica e socialista dello Stato e il dominio su di esso delle tribù sunnite del Nord-Ovest rappresentavano dei segnali inquietanti che si concretizzarono quando, nel 1969, il Governo cercò di spingere l’Ayatollah Muhsin al-Hakim a condannare il Governo iraniano durante la disputa sui confini. Il rifiuto di Al-Hakim portò a una serie di misure che limitarono la gerarchia sciita in Iraq: studenti e religiosi iraniani furono arrestati o espulsi e l’Università Kufa a Najaf fu chiusa in nome della lotta contro la minaccia iraniana. Un certo numero di istituti religiosi sunniti venne in aiuto degli sciiti, ma il movimento di protesta era focalizzato nelle aree sciite dell’Iraq. Il sostegno sunnita ai manifestanti sciiti, tuttavia, portò il Governo a sopprimere tutte le istituzioni islamiche, per timore che si formasse un fronte islamico unito. Consapevole dell’esistenza di una resistenza sotterranea ancora attiva, il Governo del Partito Baath tentò di minare e dividere la solidarietà sciita estendendo il sistema clientelare a un certo numero di tribù, famiglie e individui sciiti, replicando così le stesse modalità adoperate con la popolazione curda.<br />
La rivoluzione islamica del 1979 in Iran avrebbe continuato ad avere un impatto significativo sui curdi e sugli sciiti dell’Iraq. Anche se il Governo iracheno si era affrettato a riconoscere l’Esecutivo rivoluzionario, il carattere religioso di questo era fonte di preoccupazione per Saddam Hussein. I timori furono rafforzati quando il nuovo Governo iraniano chiamò gli sciiti dell’Iraq a rovesciarne il Governo ateo e l’organizzazione segreta scita Da’wa attuò una serie di attacchi contro figure e simboli associati al Governo Baath. Il giro di vite che ne risultò portò a proteste diffuse a Najaf, Karbala, Kufa e a Baghdad guidate dall’Ayatollah Sayyid MuhammadBaqir al-Sadr. Baqir al-Sadr.<br />
La figura di Sadr era emersa nel corso degli anni Sessanta all’interno del clero sciita, in concorrenza con Khoei per la leadership. Muhammad Baqir al-Sadr o Sadr 1, come viene spesso definito, divenne una figura centrale nello sviluppo dello sciismo-islamismo in Iraq. Al-Sadr aveva lo status di ayatollah sciita ed era membro della Hawza, che raggruppava i principali ayatollah della comunità sciita in Iraq. Al-Sadr sviluppò i fondamenti teorici della filosofia politica sciita-islamista nei suoi libri, “La nostra filosofia” del 1958 e “La nostra economia” del 1961. Questa linea di pensiero era molto simile a quella di Ruhollah Khomeini e si concretizzava in una valorizzazione della giustizia sociale, nella nozione del “giusto Governo”, in norme morali e costumi canonizzati dalla Sharia e in una ideologia politica teocratica, per cui la sovranità politica apparteneva a Dio e non alle persone. Al-Sadr sviluppo anche il concetto di marja&#8217;iya oggettiva, una sorta di leadership collettiva istituzionalizzata degli sciiti, con strumenti per far rispettare le decisioni al di là della morale tradizionale e del potere normativo, basandosi sulla supremazia dell’autorità religiosa su quella politica. Come Khomeini, al-Sadr fece appello in particolare ai poveri sciiti delle città, che non percepivano l’interesse del clero per i loro problemi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Durante la fine degli anni Settanta,</strong> lo sciismo-islamismo si rafforzò in Iran, spronando gli sciiti dell’Iraq ad aderire al Partito Da’wa, che nella visione di al-Sadr sarebbe stato composto da una generazione di rivoluzionari che avrebbe preso un giorno il potere istituendo uno Stato basato sulla legge islamica. Saddam Hussein si sentì sempre più minacciato dal Da’wa e cercò di controllare il clero sciita che non supportava gli sciiti-islamisti. Il rapporto tra Saddam Hussein e il clero subì ben presto una trasformazione, passando dalla negoziazione ad un rapporto in cui Saddam Hussein chiedeva una sottomissione totale al regime.<br />
L’apice di questo conflitto fu raggiunto nel 1979 e nel 1980, quando i membri del Da’wa cercarono di assassinare il Ministro degli Esteri Tariq Aziz eMuhammad Baqir al-Sadr was brutally killed together with his renowned sister, Muhammad Baqir al-Sadr fu ucciso insieme con la sorella Bint al-Huda dagli uomini di Saddam Hussein. Saddam Hussein iniziò a reprimere anche il Partito Da’wa e l’adesione ad esso fu punita con la pena capitale, tanto che alla fine degli anni Settanta i leader della formazione politica erano fuggiti dal Paese o erano stati uccisi o arrestati.<br />
Come accennato in precedenza, il Partito come organizzazione con un’ampia base scomparve in Iraq agli inizi degli anni Ottanta, e le sue attività furono portate avanti da gruppi segreti vagamente coordinati, prendendo parte ad attività terroristiche in Iraq e all’estero. La leadership del Da’wa si divise negli anni Ottanta sul tema della nozione khomeinista del <i>velayat-e faqih</i> costituendo due diverse formazioni politiche: Da’wa Tandhim e il Partito Da’wa che non aderì alla teoria khomeinista e non accettò l’ingerenza iraniana nell’organizzazione politica. Letteralmente <i>velayat-e</i> <i>faqih </i>significa “governo tutelare del giureconsulto”: è il principio fondante della dottrina khomeinista, secondo cui a guidare la comunità spirituale e politica deve essere un alto esponente religioso esperto della legge islamica, il <i>vali-ye faqih</i>, fino alla comparsa del dodicesimo <i>Imam</i>.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La repressione dei Partiti sciiti islamici in Iraq</strong> ebbe due conseguenze. La prima fu che il Partito Da’wa fu in larga misura smantellato e la sua esistenza continuò attraverso piccoli gruppi di élite all’estero. La seconda conseguenza fu che una nuova organizzazione, il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq, fu creato in Iran da Muhammad Baqir al-Hakim, figlio diayatollah Mohsin al-Hakim and pupil of Muhammad Baqir al-Sadr. Mohsin al-Hakim e allievo di Muhammad Baqir al-Sadr. Questa formazione aveva come fine, in un primo momento, di coordinare i gruppi sciiti-islamisti in esilio.  Tale tentativo, però, fallì nel 1984, quando il leader del Da’wa lasciò e il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq divenne indipendente. Il consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica fu guidato da Muhammad Baqir al-Hakim, che aveva dei contatti diretti con Khomeini.<br />
A seguito dello scoppio della guerra Iran-Iraq, l’esecutivo iracheno aumentò i suoi sforzi per dividere la popolazione sciita, estendendo la rete clientelare agli ufficiali sciiti che avevano mostrato affidabilità e fedeltà. Allo stesso tempo, sciiti etichettati come iraniani furono espulsi dal Paese.<br />
Per la maggior parte della durata della guerra Iran-Iraq, la regione curda rimase in uno stato di calma, con il Partito Democratico Curdo espulso e l’ordine mantenuto dal Governo e dalla rete clientelare curda. L’Unione Patriottica del Kurdistan, guidata da Jalal Talabani, e il Partito Democratico Curdo si erano divisi e l’Unione Patriottica fu coinvolta nei negoziati con il Governo iracheno in merito ai temi dell’autonomia, anche se Saddam Hussein non intendeva concedere alcuna autodeterminazione, ma si serviva dei negoziati per dividere il fronte curdo. Nel 1985 ciò era divenuto evidente e per questo le maggiori formazioni politiche curde iniziarono un percorso di riconciliazione, anche grazie all’aiuto dell’Iran che voleva utilizzare i curdi per compensare la fase di stallo militare nella controffensiva contro l’Iraq. Consapevole del deteriorarsi della sicurezza e della modernizzazione delle capacità militari irachene, Saddam Hussein appoggiò Ali Hasan al-Majid nella campagna al-Anfal del 1987. La campagna iniziò con alcune azioni militari nel 1987 ma un anno dopo, quando era chiaro che nessuna offensiva iraniana avrebbe avuto luogo, essa si trasformò in pulizia etnica nei confronti dei curdi, con la distruzione di numerose città e villaggi e lo sterminio degli abitanti mediante armi chimiche. La campagna non coinvolse la rete clientelare curda, costringendo l’Unione Patriottica del Kurdistan e il Partito Democratico Curdo a ritirarsi verso l’Iran e la Turchia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’invasione del Kuwait nel 1990 e la successiva sconfitta militare</strong> per mano della Coalizione portarono a un’altra ondata di violenza etno-settaria da parte degli sciiti e dei curdi che, vedendo indebolito il potere di Saddam Hussein, considerarono la ribellione un’opportunità. Nonostante il suo slancio iniziale, la rivolta sciita era fortemente divisa e non presentava una leadership unificata. Questo, in combinazione con la mancanza di supporto materiale da parte degli Stati Uniti, permise all’esercito iracheno di ottenere la supremazia durante il conflitto. Nel tentativo di trasformare il conflitto da una ribellione contro Saddam Hussein in un conflitto settario, il Governo incoraggiò articoli che attaccavano gli sciiti, i serbatoi dei mezzi militari erano dipinti con slogan anti-sciiti e santuari sciiti a Najaf e Karbala furono violati. Inoltre, nell’intento di distruggere le paludi in cui molti sciiti vivevano e numerosi ribelli avevano trovato rifugio, il Governo attuò un vero disastro ecologico. In ultima analisi, dalle 20.000 alle 100.000 persone furono uccise. La resistenza sciita continuò clandestinamente, soprattutto da parte del Partito Da’wa, che avrebbe guadagnato una certa prominenza dopo il 2003, e dal Supremo Consiglio della rivoluzione Islamica in Iraq che seguiva un’ideologia komeinista.<br />
Nella regione curda, il Partito Democratico Curdo e l’Unione Patriottica del Kurdistan furono in grado di unirsi nella ribellione; nonostante i successi iniziali, la liquidazione della ribellione da parte del Governo nelle regioni sciite e la riconquista di Kirkuk fomentarono il timore del ripetersi della campagna di al-Anfal, provocando un esodo di massa dei profughi curdi e il collasso delle linee curde. A differenza del Sud, il conflitto nella regione curda è stato molto pubblicizzato, tanto da portare alla stipula dell’Accordo di Washington, con la creazione di una <i>no-fly zone</i> per il Governo iracheno, che garantì <i>de facto</i> l’autonomia per la regione curda. L’Accordo riconobbe, inoltre, le aspirazioni delle minoranze più esigue, come turcomanni, assiri, yazidi, caldei e arabi cristiani, dando loro uno status giuridico uguale a quello dei curdi. Tuttavia le lotte intestine tra il Partito Democratico Curdo e l’Unione Patriottica del Kurdistan riemersero, causando un periodo di conflitto latente per tutti gli anni Novanta.<br />
Nel corso degli anni Novanta, il Governo di Saddam Hussein rafforzò il suo controllo sulla Nazione. Anche se alcuni politici sciiti ebbero incarichi governativi, la maggior parte di questi era prettamente simbolica e priva di qualsiasi potere reale. Il potere continuò a basarsi su reti clientelari tribali, concentrandosi principalmente nella tribù di Saddam Hussein, al-Majid, e  combinandosi con regolarità con altre tribù regionali, soprattutto sunnite, garantendo in questo modo l’inesistenza di una opposizione stabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Saddam Hussein e il suo Partito Baath</strong> hanno governato brutalmente per un quarto di secolo, arco temporale in cui l’Iraq è passato attraverso numerose guerre, sanzioni internazionali e disordini civili. Una grande rivolta nel 1991, quando quattordici delle diciotto province irachene si sollevarono, fu schiacciata con violenza, causando moltissime vittime.<br />
Saddam Hussein e il suo Governo crollarono soltanto con l’intervento straniero guidato dagli Stati Uniti nel 2003 attraverso l’operazione <i>Iraqi Freedom</i>. La guerra fu sostenuta da numerosi alleati della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”: l’iniziativa, spinta dall’amministrazione di George Bush Junior, portò al disarmo di Saddam Hussein, alla sua morte e allo smantellamento del suo programma di armi. L’assenza delle armi di distruzione di massa -  motivazione indicata per l’invasione -  minò la credibilità dell’amministrazione Bush e della Coalizione dei volenterosi. L’assenza delle armi, combinata con l’instabilità e l’aumento della violenza dopo la caduta di Saddam, avrebbe convinto molti osservatori che l’intervento in Iraq era stato un errore, e la ricostruzione post-conflitto un fallimento per la politica estera americana. La promessa di portare la democrazia in Iraq come ultimo esperimento di democratizzazione era divenuta il principale motivo per la guerra stessa, anche se la democratizzazione non era la ragione principale dell’intervento militare. Vi era, infatti, anche la questione delle armi di distruzione di massa. Diffondere la democrazia in Iraq divenne una priorità assoluta quando fu chiaro che non vi erano armi di distruzione di massa. L’accusa che la guerra era stata non solo un errore, ma anche immorale, fu comune. La presenza straniera in Iraq e la costante escalation di scontri e violenze hanno contribuito al declino del sostegno pubblico, tanto che le truppe americane si sono ritirate nel dicembre del 2011, realizzando così la promessa fatta agli elettori da Barack Obama durante la campagna elettorale del 2008.<br />
La rimozione dal potere di Saddam Hussein ha suscitato reazioni divergenti tra i gruppi e le comunità dell&#8217;Iraq. Molti sciiti e curdi, ma anche alcune frange sunnite, hanno sostenuto la rimozione di Saddam, ma le radicate divisioni conseguenti alla guerra e alla dittatura hanno reso le controparti sospettose le une delle altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Dalla sua nascita, l’Autorità Provvisoria di Coalizione</strong> ha avuto una visione semplicistica della società irachena, credendo che essa fosse divisa in tre comunità antagoniste, basando le sue politiche su tale percezione invece che sulle radicate divisioni etno-settarie. Sebbene le divisioni etno-settarie possano essere riscontrate in tutta la storia dell’Iraq, la nomina del Consiglio Governativo iracheno da parte dell’Autorità Provvisoria di Coalizione ha rappresentato il primo caso nella storia moderna dell’Iraq in cui queste identità divenivano prioritarie, rispetto all’identità nazionale, a livello istituzionale, rappresentando un pericoloso precedente.<br />
Con grande sorpresa dell’Autorità Provvisoria di Coalizione, la resistenza baatista, anche nella città natale di Saddam, Tikrit, non ebbe luogo. Tuttavia, le tensioni tra la popolazione araba sunnita e il nuovo regime erano molto forti, specialmente alla luce del fatto che i principali alleati della Coalizione erano i nazionalisti curdi del Nord e i Partiti sciiti guidati da religiosi nel Sud. Queste tensioni furono convalidate dall’incapacità della Coalizione di ristabilire l’ordine dopo la caduta di Saddam: questa incapacità portò a saccheggi diffusi, tra cui quello delle armi e delle attrezzature militari, culminando nella politica di de-baatificazione, che si concretizzò nell’espulsione dall’esercito e dalla pubblica amministrazione di 300.000 membri delle forze armate e 30.000 dipendenti pubblici, creando ulteriore risentimento nella popolazione sunnita. Un violento scontro tra soldati americani e manifestanti nell’aprile del 2004 agì come catalizzatore per una rivolta sunnita che si diffuse rapidamente in tutte le altre città. Contemporaneamente, si fece strada anche una rivolta sciita guidata da Muqtada al-Sadr, i cui sostenitori, soprattutto la classe sociale urbana più povera, erano stati colpiti duramente dalle politiche economiche liberiste dell’Autorità Provvisoria, concretizzatesi nel taglio dei sussidi e nel licenziamento dei dipendenti di inefficienti imprese statali.<br />
Fu in questo contesto che il potere venne consegnato nel giugno del 2004 a un Governo ad interim guidato dal nazionalista laico ed ex baatista Ayad Allawi, replicando la rappresentazione etno-settaria del Consiglio direttivo iracheno che aveva nominato come capo di Stato uno sceicco sunnita, con due vice-presidenti, uno curdo e l’altro sciita. Allawi si impegnò per combattere la violenza esplosa nel Paese, invertendo alcune delle politiche del processo di de-baatificazione e favorendo la crescita di organizzazioni militari e paramilitari per affrontare gli insorti. Nella città di Najaf gli insorti seguaci di al-Sadr riuscirono a negoziare la fine delle ostilità, mentre a Falluja i diffusi bombardamenti portarono a un massiccio esodo di civili e a molte morti, senza vittorie tangibili sugli insorti. La presenza di truppe curde e sciite infastidì ulteriormente i sunniti che si sentivano perseguitati, tanto che il Partito Islamico sunnita iracheno ritirò il suo appoggio al Governo Allawi e decise di boicottare le elezioni previste per il gennaio del 2005.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nonostante il boicottaggio da parte della maggioranza</strong> della popolazione sunnita, le elezioni del gennaio del 2005 si svolsero regolarmente; i vincitori furono l’Alleanza Irachena Unita, un Partito sciita, costituito dall’islamista Da’wa e dai Partiti del Supremo Consiglio della rivoluzione Islamica in Iraq, seguiti dall’Alleanza del Kurdistan, nata dall’unione del Partito Democratico curdo e dell’Unione Patriottica curda, e dalla Lista irachena di Allawi.<br />
La popolazione sunnita praticamente non aveva rappresentanti. Fu nominato Primo Ministro Ibrahim al-Ja’fari, sciita del Partito Da’wa, con tre vice-primi ministri, uno sciita, uno curdo e uno sunnita, con un certo numero di ministri curdi, sciiti e sunniti. La nuova struttura di potere favorì i ministri curdi e sciiti che cercarono di consolidare le loro posizioni, impegnandosi negli stessi modelli clientelari che avevano caratterizzato il periodo dittatoriale di Saddam Hussein, con la conseguente crescita delle violenze nel Paese e della divisione all’interno della comunità sunnita. Questo contesto fu esacerbato dalla stesura di una nuova costituzione che sottolineava la natura federale dell’Iraq andando contro la volontà della popolazione sunnita e di alcuni sciiti islamisti, tra cui il Partito Da’wa e il Supremo Consiglio della rivoluzione Islamica in Iraq.<br />
L’invasione della Coalizione nel 2003 portò all’annullamento unilaterale della costituzione promulgata nel 1970. La nuova costituzione fu formulata da un team sotto gli auspici di Paul Bremer, nominato dal Presidente USA George W. Bush capo dell’Autorità Provvisoria: costui aveva poca dimestichezza con la politica e con la società irachene nel loro complesso e nessuna esperienza costituzionale. Inoltre, il documento fu commissionato e redatto in brevissimo tempo sotto precisa richiesta dell’Autorità Provvisoria che desiderava una transizione rapida alla democrazia per giustificare la sua uscita. Anche se la costituzione fu approvata a seguito del referendum del 2005, l’enfasi sul federalismo e la percezione che i gruppi sciiti e curdi avessero un’influenza sproporzionata nella realizzazione del testo costituzionale fecero nascere accuse di brogli e diffusi boicottaggi da parte dei sunniti e dei laici.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>A causa delle condizioni in cui fu redatto,</strong> il documento finale aveva un linguaggio che sottolineava le divisioni etno-settarie invece che fondere le diverse comunità in un organismo quanto più simile ad uno Stato unitario, inoltre, conteneva una serie di contraddizioni e ambiguità che avrebbero avuto un impatto significativo sulla politica irachena negli anni a venire. Queste problematiche erano così riassumibili: 1) Il preambolo della costituzione era insolitamente lungo e conteneva un’enfasi sulla leadership religiosa che poteva anche non essere inclusa nella costituzione vera e propria, riferendosi alle identità settarie, invece che ad una identità irachena unitaria. 2) L’enfasi sull’islam come religione dello Stato e fonte della Legislazione. Anche se questo non rappresentava un problema in un Paese a maggioranza musulmana, potenzialmente poteva rendere insignificanti i diritti garantiti dagli articoli dal 14 al 46 che concernevano la libertà dalle discriminazioni religiose e la libertà di credo. 3) La costituzione dichiarava che in caso di contrapposizione tra Leggi centrali e Leggi locali quest’ultime avrebbero prevalso, costituendo l’unico caso in cui una costituzione moderna prevedeva una simile gerarchia. L’inserimento dell’articolo 126 che impediva modifiche costituzionali senza il parere favorevole delle Istituzioni regionali bloccava efficacemente la possibilità di apportare modifiche. Le autorità curde trassero un particolare vantaggio da questa clausola, varando una serie di Leggi che contraddicevano il Governo centrale, specialmente nel campo dello sfruttamento delle risorse, costante fonte di tensioni con l’Esecutivo di Baghdad. 4) In relazione a questo tema, i diritti di sfruttamento delle risorse naturali e i fondi di finanziamento destinati alle province furono diversi e incoerenti. Il Governo regionale curdo, per esempio, riceveva il 17% del bilancio nazionale, mentre Thi Qar, un’altra area alla ricerca di uno status federale, meno dell’1%. Tutti i tentativi di rimuovere i privilegi speciali del Governo regionale curdo furono rigettati. 5) Disposizioni analoghe esistevano nei confronti delle forze armate e della politica estera. Il divieto della formazione delle milizie e la creazione di un esercito unitario furono passi in avanti verso la concordia nazionale, tuttavia, la debolezza del Governo centrale lasciò i peshmerga curdi quali forze di combattimento separate. Riguardo alla politica estera, l’articolo 121 stabiliva la presenza dei governatori negli uffici delle ambasciate e delle missioni diplomatiche, con la conseguenza che questi uffici diventarono più influenti rispetto al Ministero degli Esteri del Governo centrale, creando differenze e tensioni tra i due apparati. 6) Gli articoli riguardanti la lotta al terrorismo furono mal definiti e avrebbero potuto essere utilizzati per condannare tutti coloro che si opponevano al processo politico. La comunità sunnita, che aveva subito l’impatto maggiore del processo di de-baatificazione, obiettò affermando che questo impediva un legittimo dibattito politico sulla formulazione del paragrafo.<br />
In ultima analisi, la costituzione ebbe scarso consenso e legittimità nella società irachena e il linguaggio vago, contraddittorio ed etno-settario contribuì alla lotta politica nel Paese.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È opportuno soffermarsi sull’evoluzione dei principali Partiti</strong> dopo l’approvazione della nuova costituzione. A differenza degli altri Partiti sciiti islamici, il Da’wa non aveva né un’importante organizzazione politica né una milizia. La sua leadership era composita: infatti,  contava non soltanto le due correnti in cui si era diviso negli anni Ottanta, ma anche i gruppi formatisi in esilio, a Teheran, Damasco e Londra. La rappresentanza parlamentare derivava dalla sua alleanza con i Partiti islamici sciiti, poiché la sua capacità di attrarre voti da solo era molto debole rispetto alle altre formazioni politiche. Allo stesso tempo il Da’wa occupava una posizione particolare nella coscienza della popolazione a causa della sua lunga storia di opposizione e persecuzione da parte del regime baatista. Il Da’wa ottenne trenta seggi alle elezioni del dicembre 2005, eguagliando il concorrente Consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica in Iraq, conquistando, inoltre, quattro incarichi nel Governo, tra cui quello di Primo Ministro.<br />
Il Da’wa è stato spesso descritto come una sorta di Partito cuscinetto tra gli altri più importanti Partiti islamici all’interno dell’Alleanza Irachena Unita.<br />
Storicamente il Da’wa ha mantenuto una stretta alleanza con i leader del molto meglio organizzato Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica, i cui capi hanno ricevuto la loro preparazione politica e militare nei suoi centri di studio clandestini. Sebbene vi siano state persistenti segnalazioni sulle tensioni tra le due formazioni politiche, la cooperazione politica e militare è continuata per tutti gli anni Novanta, in parte perché il ruolo di mediazione dell’Iran ha impedito la trasformazione delle dispute dottrinali e politiche in un conflitto aperto.<br />
Anche se l’obiettivo storico del Partito era quello di stabilire uno Stato islamico in Iraq, esso ha supportato le elezioni e il sistema parlamentare. Per esempio, nel dicembre del 2002, al-Maliki affermò: “noi preferiamo il gioco democratico. Quello che la gente deciderà è ciò che conta, lontano dalle sette e dalle etnie. Per ciò, noi chiediamo uno Stato islamico-non religioso- fintanto che gli iracheni supportano volontariamente un tale Stato”.<br />
È interessante notare che il Da’wa non ha mai specificato come intendesse coniugare la sua visione di Stato islamico con la democrazia. Come segno del suo pragmatismo è indicativo che il Partito si sia opposto alla rigida applicazione delle norme sul vestiario nelle zone sciite.<br />
Nel maggio del 2007 il Consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica ha deciso di omettere la parola “rivoluzione” dal suo nome, come segno che la costituzione irachena aveva superato la necessità di un sovvertimento. Ciò non deve essere considerato un&#8217;indicazione della trasformazione ideologica del Partito, ma piuttosto una testimonianza del suo pragmatismo politico, che considerava più importante conquistare il potere che mantenere fermi i principi ideologici. Allo stesso tempo, poteva essere interpretato come un tentativo di allontanare la formazione politica dall’Iran, evidenziando le sue radici irachene.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Sebbene il Consiglio Supremo Islamico Iracheno</strong> sia stato istituito in Iran con l’aiuto attivo dell’ayatollah Khomeini, e in quel momento avesse adottato la teoria del <i>velayat-e faqih</i>, da allora riuscì a formare un’alleanza con entrambi i Partiti curdi in Iraq e negli Stati Uniti, divenendo il più importante Partito politico in Iraq, posizionando con successo i suoi quadri dirigenti nelle posizioni più rilevanti nell’ambito della politica e della sicurezza dello Stato iracheno.<br />
Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, il Consiglio Supremo Islamico era in una buona posizione per avvantaggiarsi della situazione. Il suo leader, Muhammad Baqir al-Hakim, aveva costruito e organizzato durante i suoi anni in Iran una milizia, la Brigata Badr, con più di 10.000 uomini sovvenzionati e addestrati dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana.<br />
Durante la permanenza in Iran, il Partito abbracciò il principio del <i>velayat-e faqih</i>, adattandosi rapidamente ad una posizione più democratica e liberale dopo la caduta di Saddam Hussein. Rimangono ancora dei seri dubbi sulla effettiva veridicità di questa svolta ideologica.<br />
Nel gennaio del 2005, il Partito ha partecipato alle elezioni all’interno della lista dell’Alleanza Irachena Unita, ottenendo 140 seggi dei 275 disponibili. Dato che le elezioni si svolgevano in concomitanza con le votazioni per i Consigli dei Governatorati, il Partito ottenne il controllo delle 9 province in cui la popolazione sciita era in maggioranza. A dicembre dello stesso anno, si sono ripetute le elezioni generali, che hanno visto la partecipazione dei Partiti sunniti e sadristi, ma non quelle provinciali: ciò ha consentito al Consiglio Supremo Islamico di mantenere il controllo delle province conquistate.<br />
Fin dall’inizio il Partito è riuscito ad affermarsi negli importanti Ministeri delle Finanze e degli Interni, oltre ad ottenere uno dei due posti di vicepresidente. La combinazione del controllo dell’apparato politico e di sicurezza nelle maggiori province, così come il controllo di rilevanti pilastri della politica nazionale e delle risorse economiche, ha permesso al Consiglio supremo di affermarsi come una sorta di “macchina” politica. Ciò si è basato su un sistema clientelare in cui i sostenitori erano motivati più da interessi personali che da convinzioni ideologiche o religiose. I quadri delle milizie Badr sono stati in gran parte integrati nelle forze di sicurezza ufficiali, e la sostituzione del personale della pubblica amministrazione è stata utilizzata per stabilire un gruppo clientelare tale da formare la sua base politica.<br />
Il principale oppositore del Partito, oltre alla comunità sunnita, è stato il movimento sadrista e il suo leader Moqtada al-Sadr. Il conflitto sociale tra classe media dell’Iraq centrale, che rappresentava la base politica del Consiglio Supremo, e la classe dei lavoratori dei sobborghi e della città di Baghdad, base politica del movimento di al-Sadr, si stagliava dietro il conflitto politico tra le due formazioni.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un’altra occasione di scontro fu la proposta del Consiglio Supremo</strong> di costituire una nuova provincia-governatorato nel Sud. Con l’appoggio dei curdi, il Consiglio fece passare una Legge in Parlamento che consentiva la formazione di una nuova provincia. I Partiti Sunniti, il Da’wa e i sadristi si mostrarono tutti contrari, temendo la disintegrazione dello Stato iracheno e la perdita dell’accesso ai proventi del petrolio del sud, corrispondenti all’85% del totale delle risorse petrolifere irachene.<br />
Il Partito Fadhila, una diramazione del movimento şadrista, che rappresentava gli interessi locali della città di Bassora, si opponeva all’idea sostenendo il progetto di una provincia più piccola costituita dai tre governatorati del Sud. Dal 2006, Fadhila ha ritenuto che l’autonomia federale avrebbe dovuto comprendere un solo governatorato, cioè Bassora. Queste differenti posizioni sulla questione federale erano correlate agli interessi divergenti dei Partiti e dei loro rispettivi collegi elettorali; infatti, mentre il Consiglio Supremo -  data la sua forte presenza nell’Iraq centrale, -  avrebbe dominato la nuova provincia, il movimento sadrista avrebbe perso la sua influenza, in gran parte perché l’elettorato di Baghdad ne sarebbe stato escluso.<br />
Il Consiglio Supremo riteneva che la sua proposta fosse compatibile con il mantenimento dell’unitarietà dello Stato iracheno: tuttavia, molti osservatori argomentavano che un simile progetto avrebbe potuto disintegrare l’Iraq, poiché il Governo centrale era considerato troppo debole per gestire un tale sistema federalista dove tutto il potere e il controllo delle risorse sarebbero stati demandati alle province.    L’approvazione della costituzione consentì nuove elezioni generali nel dicembre del 2005, che videro la partecipazione dei Partiti sunniti e sadristi, con la conseguente vittoria dell’Alleanza Irachena Unita che portò Nuri al-Maliki, membro della formazione politica Da’wa, alla carica di Primo Ministro. Il Partito, tuttavia, ottenne meno seggi e dovette formare una coalizione di Governo, lasciando al-Maliki vincolato e in competizione per l’influenza.<br />
La continua insicurezza e la sfiducia tra sciiti e sunniti hanno incanalato la ribellione in una direzione sempre più settaria, che è stata sfruttata da gruppi estremisti come al-Qaeda, il cui leader in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, dichiarò che gli sciiti non erano veri musulmani, avviando una serie di attacchi contro siti sciiti e civili, tra cui il bombardamento del santuario di Askari a Samarra nel febbraio del 2006.<br />
Il malcontento esistente tra la popolazione sunnita dell’Iraq, che aveva rappresentato la più grande base di appoggio per Saddam Hussein, in particolare nelle città di Tikrit e Ramadi, è stato esacerbato dopo l’invasione da parte degli Stati Uniti e della Coalizione dei volenterosi, dato che le nuove autorità non riuscirono ad affrontarne i problemi e ad incentivarne la partecipazione al Governo, con una conseguente ondata di insurrezioni che misero in pericolo le future prospettive di riconciliazione. Durante il regime di Saddam Hussein, l’affiliazione al sistema clientelare del Partito Baath era l’opzione più idonea per ottenere un benessere economico, specialmente per la popolazione sunnita delle città di Tikrit, Ramadi e Fallujiah.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La popolazione sunnita ha percepito</strong> il processo di de-baatificazione, la perdita dell’influenza detenuta prima del 2003 e il sistema politico come elementi ad essa ostili.<br />
Al culmine dello scontro, alla fine del 2006, si contavano 3000 morti al mese dovuti al conflitto settario esploso in molte parti dell’Iraq. Il sistema clientelare è continuato anche durante il mandato di al-Maliki, con l’aumento dei conflitti settari tra combattenti locali e governativi.<br />
La violenza ha iniziato a diminuire a metà del 2008, a causa di una serie di fattori, tra i quali la decisione di al-Maliki di formare un Governo di unità nazionale più inclusivo, l’utilizzo di truppe statunitensi per migliorare la sicurezza in tutto il Paese, e il rallentamento delle politiche di de-baatificazione. Un numero crescente di ufficiali dell’esercito non si era riarmato. Inoltre, durante il “risveglio di Anbar” le tribù sunnite, che si erano contrapposte ad al-Qaeda, avevano messo fine alla rivolta.<br />
La cessazione della violenza e le migliorate condizioni di sicurezza hanno condotto ad un periodo di stabilità e calma relativa in tutto l’Iraq. I sondaggi effettuati nell’ottobre del 2008 suggerivano che l’identità irachena era rimasta relativamente forte in tutto il Paese e che i blocchi etno-settari che avevano dominato la scena politica si erano indeboliti. Anche se le tensioni tra le comunità erano rimaste elevate, le elezioni del 2009 suggerivano che i modelli di voto stavano gradualmente passando da una base etno-settaria ad una ideologica.  Fu in questo periodo di relativa stabilità che gli Stati Uniti iniziarono il processo di ritiro che sarebbe stato completato nel dicembre del 2011.<br />
Alle tribù sunnite che avevano partecipato al “risveglio di Anbar” era stata promessa una maggiore integrazione nel Governo di Baghdad e posti di lavoro per garantire sicurezza economica. Le promesse mancate fatte a queste tribù, che nel biennio 2007-2008 avevano combattuto contro al-Qaeda, comprendevano anche l’integrazione nell’esercito nazionale dei loro combattenti e posti di lavoro governativi. Tuttavia, la maggior parte del Governo di Baghdad ancora diffidava delle tribù a causa del loro ruolo prima e durante il “risveglio” e per il fatto che erano armate e tecnicamente indipendenti dallo Stato centrale. Sotto la pressione di altre fazioni politiche contrarie alla concessione di potere alle tribù sunnite, il Governo iniziò a promuovere alcune persone ad esso vicino e a rimuovere o arrestare coloro che erano troppo critici verso le sue politiche, compresi coloro che erano coinvolti in crimini terroristici o in atti contro lo Stato. La comunità sunnita interpretò questo comportamento come una mossa calcolata diretta contro di essa, mirante a sopprimere i rivali politici; per esempio, la rimozione nel dicembre del 2012 del Ministro delle Finanze sunnita Rafi al-Issawi fu percepita come un espediente mirato ad allontanare gli avversari politici. Le proteste successive e il deterioramento della sicurezza hanno creato quel vuoto statuale di cui avevano bisogno gruppi ribelli come lo Stato Islamico per stabilire la loro presenza in Iraq.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nelle settimane successive le proteste</strong> iniziarono dalla città di Ramadi: le manifestazioni di dissenso, generalmente pacifiche, furono organizzate da gruppi ribelli o neo-baatisti, tra i quali i più rilevanti erano il Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia e il Consiglio Militare Generale dei Rivoluzionari Iracheni, che fondevano il potere e l’identità sunniti con i vecchi simboli baatisti. Il movimento ebbe un successo limitato con il rilascio di 3000 detenuti e l’ammorbidimento del processo di de-baatificazione.<br />
Anche se si svolsero alcuni negoziati, e qualche progresso fu realizzato, gli sforzi del Governo per arrestare le proteste, anche con la forza, condussero alla crescente mobilitazione dei gruppi armati in Iraq.<br />
L’attacco dell’ISIS, precedentemente nota come al-Qaeda in Iraq, ad una squadra SWAT aumentò ulteriormente le tensioni, tanto che il Primo Ministro al-Maliki etichettò i manifestanti come sostenitori di al-Qaeda, arrestando i membri del Parlamento in sintonia con i dimostranti e reprimendo con la forza le manifestazioni. Consapevole delle crescenti agitazioni, al-Maliki promise il ritiro delle forze armate da Ramadi, ma il vuoto di sicurezza fu utilizzato dall’ISIS per conquistare la città e dichiararla parte del califfato islamico.<br />
La mancata rappresentazione politica della popolazione sunnita durante il Governo di al-Maliki condusse organizzazioni neo-baatiste come il Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia e lo Stato Islamico a trasformare nel 2013 il movimento di protesta sunnita in un’insurrezione che conquistò le città di Mosul, Ramadi, Tikrit e Fallujah nel 2014, recuperate dallo Stato iracheno nel 2015.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Risulta importante soffermarsi anche sull’Isis,</strong> la formazione terroristica divenuta sempre più un attore fondamentale della crisi irachena. Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è una organizzazione terrorista stanziatasi nel territorio desertico, ricco di petrolio e gas, che circonda i fiumi Eufrate e Tigri della Siria e dell’Iraq. L’ISIS è una mutazione dei gruppi salafiti-jihadisti guidati in Iraq da Abu Musab al-Zarqawi e da altri comandanti, la cui ultima iterazione è lo Stato Islamico in Iraq guidato dall’iracheno Abu Bakr al-Baghdadi.<br />
L’Isis si è impegnata a stabilire uno Stato islamico; per perseguire questo obiettivo ha dichiarato la fondazione del califfato nel giugno del 2014, invitando i musulmani di tutto il mondo a migrare verso i suoi territori. Le ambizioni dell’Isis sono esplicitamente transnazionali, con un rifiuto completo del concetto di Stato-Nazione. Gli obiettivi a breve termine comprendono la distribuzione di risorse umane e materiali nel territorio che controlla per consolidare il proprio potere, la raccolta di fondi per l’acquisizione delle armi e la costruzione di una base di appoggio in cui formare la futura generazione di combattenti. L’intento genocida nei confronti delle minoranze, basti ricordare le stragi di cristiani e yazidi, la sua rapida espansione, e la minaccia dei confini hanno condotto ad un intervento internazionale nel settembre del 2014.<br />
Per quanto concerne il contesto iracheno, l’ISIS ha saputo sfruttare e strumentalizzare la debolezza dell’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein e le preoccupazioni dei sunniti per l’ascesa degli sciiti e l’influenza dell’Iran. Baghdadi ha utilizzato la spaccatura esistente in tutto il Medioriente tra sciiti e sunniti, intensificatasi con la nuova <i>Guerra Fredda</i> tra la sunnita Arabia Saudita e l’Iran sciita, di cui la guerra <i>per procura</i> nello Yemen è l’esempio più significativo. Baghdadi raffigura il suo gruppo come l’avanguardia dei perseguitati sunniti, considerando gli sciiti degli infedeli che devono convertirsi o essere eliminati.<br />
Le organizzazioni come Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia, il Consiglio Militare Generale dei Rivoluzionari Iracheni e altri gruppi più piccoli si sono affrettati a unirsi all’ISIS, spesso rappresentandosi come partner alla pari in una “rivoluzione” che aveva avuto luogo nella regione di Anbar ed era stata supportata da un certo numero di tribù durante l’attacco del 2014, quando furono conquistate Fallujah e Mosul approfittando delle rivolte popolari contro le unità militari irachene in queste aree. Fu istituita una stretta interpretazione della Sharia attraverso l’utilizzo di metodi estremamente brutali contro qualsiasi gruppo etnico che non intendeva convertirsi, in primo luogo i cristiani, i curdi, e gli yazidi. I gruppi neo-baatisti di insorti radunatisi intorno all’ISIS hanno continuato a mantenere un ruolo rilevante, cercando di conciliare le politiche repressive dell’ISIS con la propria ideologia pan-arabista o pan-irachena. Benché alcuni ex baatisti, come Izzat Ibrahim al-Duri, vicepresidente di Saddam Hussein, siano divenuti noti come figure chiave dell’ISIS, la maggior parte degli ex baatisti e dei gruppi di insorti che non hanno aderito all’ISIS sono stati eliminati.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Sebbene alcune tribù sunnite e gruppi di insorti abbiano sostenuto</strong> lo Stato Islamico durante l’offensiva del 2014 e il successivo conflitto contro lo Stato iracheno, non tutte le tribù sunnite si sono schierate con l’ISIS. Tuttavia, queste tribù hanno sofferto una cronica mancanza di armi, attrezzature e supporto logistico da parte del Governo centrale di Baghdad. Tale mancato sostegno può essere legato alla sfiducia verso le tribù sunnite da parte dei funzionari del Governo, anche a causa del fatto che molte armi sono state vendute invece che utilizzate per la sicurezza. Il Governo iracheno sembrava prediligere l’uso di Hashd al-Shaabi per liberare il territorio iracheno dallo Stato islamico; è interessante notare come questa organizzazione, in prevalenza sciita, abbia raccolto, nel corso del tempo, molti combattenti sunniti e cristiani, rappresentando un timido segnale positivo per la futura riconciliazione e instaurazione della fiducia e della cooperazione tra le diverse comunità dell’Iraq.<br />
Dal punto di vista politico, ad al-Maliki è subentrato Haider al-Abadi che ha dovuto affrontare sfide aggravate dalla politica clientelare adottata dai precedenti Governi. Al-Abadi è salito al potere grazie ad un programma politico che avrebbe dovuto frenare la corruzione e il settarismo dominanti negli anni precedenti, che secondo molti osservatori avevano spianato la strada alla conquista dell’Iraq da parte dello Stato Islamico, ottenendo l’appoggio dell’ayatollah al-Sistani e di un’ampia parte degli sciiti. Il suo programma per frenare la corruzione, in particolare a seguito delle proteste del 2015, ha ricevuto un ampio sostegno. Tuttavia, la continua presenza di lealisti dei vari Partiti nel Governo ha rallentato e addirittura bloccato le riforme. I ritardi nell’attuazione della politica di lotta alla corruzione e l’introduzione di misure di austerità, come la riduzione degli stipendi e i licenziamenti per ridurre il deficit del bilancio, hanno fatto perdere ad al-Abadi il sostegno dei movimenti di protesta e del clero che lo avevano supportato nell’ascesa al potere. La sua intenzione di ricostruire l’esercito iracheno, nel frattempo, ha sollevato tensioni con i gruppi armati che si erano dimostrati efficaci nella lotta contro lo Stato Islamico. Lo sviluppo di conflitti tra i Partiti e la costante corruzione mettono a rischio la riconciliazione e la sicurezza irachene, inoltre, forniscono materiale di propaganda ai gruppi estremisti che cercano di attirare la popolazione nelle loro fila.<br />
Tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015 vi sono state una serie di offensive dell’ISIS contro curdi e sciiti in territorio iracheno. La crisi ha portato a una mobilitazione di massa delle unità curde e irachene dell’esercito, nonché delle tribù sunnite che non sostenevano l’ISIS. Anche se la controffensiva contro l’ISIS ha avuto successo, come dimostra la riconquista di città come Baiji, Tikrit, Sinjar e Mosul, il divampare delle ostilità tra curdi e sciiti nonostante gli obiettivi comuni e le accuse di discriminazione da parte della minoranza turcomanna contro i combattenti curdi indicano che la sconfitta dell’ISIS non permetterà, da sola, di risolvere le problematiche etno-settarie che affliggono l’Iraq, mancando una leadership legittimata e unificante capace di raccogliere la sfida di un processo di nation-building difficile e dall’esito incerto.<br />
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<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;"><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></span></strong><span style="color: #000000;"><b><br />
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<p style="text-align: justify;"><em>Saggi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Adnan Sinan, Aaron Reese. “Beyond the Islamic State: The Sunni Insurgency in Iraq”, Institute for the Study of War, Report 24, (October 2014).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ali, Ahmed. <i>Iraq’s Provincial Elections and Their National Implications. </i>Washington, D.C.: Institute for the Study of War, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Allawi, Ali A. <i>The Occupation of Iraq: Winning The War, Losing The Peace. </i>New Haven: Yale University Press, 2007.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Black, Edwin. <i>Democracy Will Fail in Iraq. </i>In Democracy: Opposing Viewpoints. Ed. Mike Wilson. Detroit: Greenhaven Press, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bremer III, Paul L. <i>My Year in Iraq. </i>New York: Simon &amp; Shuster, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Campbell, David F. J. <i>The Basic Concept for the Democracy Ranking of the Quality of Democracy</i>. Vienna: Democracy Ranking, 2008.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Davis, Eric. <i>Taking Democracy Seriously in Iraq. </i>Boston: Boston University, 2015.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, <i>Memories of State: Politics, History and Collective Identity in Modern Iraq. </i>London and Berkeley: University of California Press, 2005.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dawisha, Adeed. <i>Iraq: A Political History. </i>Princeton: Princeton University Press, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dodge, Toby. <i>Iraq: from war to a new authoritarianism. </i>London: The International Institute for Strategic Studies, 2012.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, Daniela. “La guerra civile nello Yemen: il ruolo dell’Arabia Saudita e dell’Iran”. “Storico.org”, novembre 2016. <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/yemen.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/yemen.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hashim, Ahmad. <i>Insurgency and Counterinsurgency in Iraq</i>. Ithaca, NY: Cornell University Press, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kadhim, Abbas. <i>The Hawza Under Siege: A Study in the Ba’th Party Archive. </i>Boston: Boston University, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kinninmont, Jane. <i>The Myth of ‘Democracy at the Barrel of a Gun’. </i>In Iraq Ten Years On. Eds. Claire Spencer, Jane Kinninmont, Omar Sirri, Eds. London: Chatham House, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Marozzi, Justin. <i>Baghdad: City of Peace, City of Blood. </i>London: Allen Lane, 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Marshall, Monty G. and Keith Jaggers. <i>Polity IV Country Report 2010: Iraq</i>. Center for Systematic Peace, 2011.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, <i>Polity IV Project Dataset Users’ Manual</i>. Center for Systematic Peace, 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">O’Hanlon, Michel E. and Ian Livingston. <i>Iraq Index: Tracking Variables of Reconstruction &amp; Security in Iraq. </i>Washington D.C.: Brookings Institute, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ricchiardi, Sherry. <i>Iraq’s News Media After Saddam: Liberation, Repression, and Future Prospects. </i>Washington, D.C.: Center for International Media Assistance, 2011.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brigham, Robert K. Ed. <i>The United States and Iraq Since 1990. </i>Singapore: Wiley-Blackwell, 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sky, Emma. <i>The Unraveling: High Hopes and Missed Opportunities in Iraq. </i>New York: Public Affairs, 2015.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Taheri, Amir. <i>Islam and Democracy Are Incompatible. </i>In Democracy: Opposing Viewpoints. Ed. Wilson Mike. Detroit: Greenhaven Press, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tripp Charles. <i>A History of Iraq</i>, Cambridge: Cambridge Press, 2007</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;"><b>Articoli</b></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al-Khatteeb, Luay. “Abadi’s momentous gambit against political corruption in Iraq.” <i>Brookings Institute</i>, August 9, 2015. <a href="http://www.brookings.edu/research/opinions/2015/08/09-abadi-against-corruption-alkhatteeb"><span style="color: #000000;">http://www.brookings.edu/research/opinions/2015/08/09-abadi-against-corruption-alkhatteeb</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al-Shebeeb Dina. “Iraqi Sunnis Ready to Fight ISIS but lack support, says tribal leader”, Al-Arabiya News, 27-October-2015, <a href="http://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/10/27/Iraqi-Sunnisready-to-fight-ISIS-but-lack-support-tribal-leader.html"><span style="color: #000000;">http://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/10/27/Iraqi-Sunnisready-to-fight-ISIS-but-lack-support-tribal-leader.html</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Arraf Jane. “Anbar Awakens With a New Bedfellow”, Foreign Policy Magazine, 7-May-2015, <a href="http://foreignpolicy.com/2015/05/07/anbar-awakens-with-a-new-bedfellow"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2015/05/07/anbar-awakens-with-a-new-bedfellow</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Haider al-Abadi’s Authority Tested by reaction to Iraq Reforms”, The Financial Times, 23-November-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="#axzz3tFqI1Mhv"><span style="color: #000000;">http://www.ft.com/cms/s/0/ef97dd52-89f5-11e5-90de-f44762bf9896.html#axzz3tFqI1Mhv</span></a>  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bell, Gertrude. “Letters 3/10/1920<i>.</i>” <i>Gertrude Bell Archives in Newcastle University</i>. <a href="http://www.gerty.ncl.ac.uk/letter_details.php?letter_id=425"><span style="color: #000000;">http://www.gerty.ncl.ac.uk/letter_details.php?letter_id=425</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bruno Alessandro, “The Ba’Athist Roots of the Islamic State”, Geopolitical Monitor, 31-August-2015, <a href="http://www.geopoliticalmonitor.com/the-baathist-roots-of-islamic-state/"><span style="color: #000000;">http://www.geopoliticalmonitor.com/the-baathist-roots-of-islamic-state/</span></a>&gt; </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Butler, Darren and Ahmed Rasheed. “Turks keeping troops in Iraqi camp, Baghdad turns to U.N.” <i>Reuters, </i>December 11, 2015. <a href="http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-turkey-iraq-idUSKBN0TU1GG20151212"><span style="color: #000000;">http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-turkey-iraq-idUSKBN0TU1GG20151212</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Cockburn, Patrick. “How bribery became a way of life in Iraq.” <i>The Independent</i>, June 27, 2009. <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middleeast/how-bribery-became-a-way-of-life-in-iraq-1722466.html"><span style="color: #000000;">http://www.independent.co.uk/news/world/middleeast/how-bribery-became-a-way-of-life-in-iraq-1722466.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Davis, Eric. “Ab al- Karim Qasim, Sectarian Identities and the Rise of Corporativism in Iraq.” <i>Kufa Review</i> 1, no. 2 (Winter 20013).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “During Saddam’s Time we could only dream of something like this!” <i>The New Middle East</i>, may 21, 2009, <a href="http://new-middle-east-blogspot.com/2009/05/during-saddams-times-we-could-only-dream.html"><span style="color: #000000;">http://new-middle-east-blogspot.com/2009/05/during-saddams-times-we-could-only-dream.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Local Control and Democratization in Iraq.” <i>The New Middle East</i>, november 10, 2010, htpp://new-middle-east-blogspot.com/2010/11/local-control-and-democratization-in.html<span style="text-decoration: underline;">  </span>     </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Draezen Yochi. “Maliki Used to Have the Support of Both Iran and the US. Now He’s Lost Them</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Both”, Foreign Policy Magazine, 13-August-2014, <a href="http://foreignpolicy.com/2014/08/13/maliki-used-tohave-the-support-of-both-iran-and-the-u-s-now-hes-lost-them-both"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2014/08/13/maliki-used-tohave-the-support-of-both-iran-and-the-u-s-now-hes-lost-them-both</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fadel, Dalia. “Defense Minister: ISIS controls 17% of Iraqi territory after it was 40%.” <i>Iraqi News, </i>December 20, 2015. <a href="http://www.iraqinews.com/iraq-war/defense-minister-isis-controls-17-iraqi-territory-40/"><span style="color: #000000;">http://www.iraqinews.com/iraq-war/defense-minister-isis-controls-17-iraqi-territory-40/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gerecht, Reuel Marc. “Ayatollah Democracy<i>.</i>” <i>The Atlantic, </i>(September, 2004).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Green, Andrew. “Why Western Democracy can never work in the MiddleEast.” <i>The Telegraph, </i>August 16, 2014. <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/11037173/Why-Western-democracy-can-never-work-inthe-Middle-East.html"><span style="color: #000000;">http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/11037173/Why-Western-democracy-can-never-work-inthe-Middle-East.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hanna, Michael W. “The Line in the Sand: Is Sykes-Picot Coming Undone?” <i>Journal of Middle Eastern Politics and Policy, </i>(July 13, 2015).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hassan, Tirana. “The Thirst For Revenge Threatens to Destroy Iraq”, Foreign Policy Magazine, 1-April-2015, <a href="http://foreignpolicy.com/2015/04/01/the-thirst-for-revenge-threatens-to-destroy-iraq-shiitemilitias-tikrit"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2015/04/01/the-thirst-for-revenge-threatens-to-destroy-iraq-shiitemilitias-tikrit</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ibrahim, Youssef M. “Iraqis Go to Polls; Guess Who Will Win.” <i>The New York Times, </i>October 15, 1995. <a href="http://www.nytimes.com/1995/10/15/world/iraqis-go-to-polls-guess-who-will-win.html"><span style="color: #000000;">http://www.nytimes.com/1995/10/15/world/iraqis-go-to-polls-guess-who-will-win.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hastings, Michael. “Border oil dispute worsens fears about Iran’s influence over Iraqi government.” <i>The Washington Post</i>, January 9, 2010. <a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/01/08/AR2010010803654.html"><span style="color: #000000;">http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/01/08/AR2010010803654.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jawad Saad N. “The Iraqi Constitution: Structural Flaws and Political Implications”, LSE Middle East Centre Paper Series, No 1, November 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Johnson Keith, “Pushed By ISIS, Iraq and Kurds Come Closer to a Deal”, Foreign Policy Magazine, 20-November-2014, <a href="http://foreignpolicy.com/2014/11/20/pushed-by-isis-iraq-and-kurds-come-closer-toa-deal"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2014/11/20/pushed-by-isis-iraq-and-kurds-come-closer-toa-deal</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Karim, Ammar. “Thousands of Iraqis protest corruption, poor services.” <i>Agence France-Presse, </i>August 7, 2015. <a href="http://news.yahoo.com/thousands-iraqisprotest-corruption-poor-services-155714031.html"><span style="color: #000000;">http://news.yahoo.com/thousands-iraqisprotest-corruption-poor-services-155714031.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Miller, Benjamin. “Does Democratization Pacify the State? The Cases of Germany and Iraq.” <i>International Studies Quarterly, </i>56 (2012).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mohammed Zhyar “No Houses For the Arabs: Iraqi Kurdish Council’s Racist Ruling About Who Can or Can’t Buy Property”, Niqash, 29-October-2015, <a href="http://www.niqash.org/en/articles/economy/5147/"><span style="color: #000000;">http://www.niqash.org/en/articles/economy/5147/</span></a> Iraqi-Kurdish-Council’s-Racist-Ruling-About-Who-Can-and-Cannot-Buy-Property.htm  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Desperately Seekingan Opposition: Strained Relations Inside Iraqi-Kurdistan’s Power-Sharing Deal”, Niqash, 8-October-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.niqash.org/en/articles/politics/5122/Strained-Relations-Inside-Iraqi-Kurdistan's-Power-Sharing-Govt.htm"><span style="color: #000000;">http://www.niqash.org/en/articles/politics/5122/Strained-Relations-Inside-Iraqi-Kurdistan’s-Power-Sharing-Govt.htm</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordland, Rod. “The Iraqi Voter Rewrites the Rulebook.” <i>The New York Times, </i>April 3, 2010. <a href="http://www.nytimes.com/2010/04/04/weekinreview/04nordland.html"><span style="color: #000000;">http://www.nytimes.com/2010/04/04/weekinreview/04nordland.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ollivant, Douglas A. “Why Iraq Is More Stable That You Think.” <i>Politico Magazine, </i>(July 9, 2014).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ray, James Lee. “A Lakatosian view of the democratic peace research program.” <i>Progress in international relations theory: Appraising the field, </i>(2003): 205-43.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Reilly, Benjamin. “Post-Conflict Elections: Constraints and Dangers.” <i>International Peacekeeping</i>, Vol. 9, No. 2 (2002).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rubin, Michael. “Sunnis Must Accept Baghdad.” <i>Commentary Magazine, </i>(January 26, 2016).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sowell Kirk H., “Maliki’s Anbar Blunder”, Foreign Policy Magazine, 15-January-2014, <a href="http://foreignpolicy.com/2014/01/15/malikis-anbar-blunder"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2014/01/15/malikis-anbar-blunder</span></a>    </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Abadi’s Failed Reforms”, Carnegie Endowment for International Peace, 17-November-2015, <a href="http://carnegieendowment.org/sada/?fa=62004&amp;mkt_tok=3RkMMJWWfF9wsRouu6vPZKXonjHpfsX57uslXaazlMI%2F0ER3fOvrPUfGjI4GRMFkI%2BSLDwEYGJlv6SgFSrnAMbBwzLgFWhI%3D"><span style="color: #000000;">http://carnegieendowment.org/sada/?fa=62004&amp;mkt_tok=3RkMMJWWfF9wsRouu6vPZKXonjHpfsX57uslXaazlMI%2F0ER3fOvrPUfGjI4GRMFkI%2BSLDwEYGJlv6SgFSrnAMbBwzLgFWhI%3d</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sylvester, Kevin. “Emma Sky: Why Iraq is the ‘worst strategic failure since the foundation of the United States’.” <i>CBC News, </i>August 23, 2015. <a href="http://www.cbc.ca/news/world/emma-sky-why-iraq-is-the-worst-strategic-failure-since-thefoundation-of-the-united-states-1.3196444"><span style="color: #000000;">http://www.cbc.ca/news/world/emma-sky-why-iraq-is-the-worst-strategic-failure-since-thefoundation-of-the-united-states-1.3196444</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Thompson, Loren. “Failed State: Five Reasons Iraq Can’t Be Fixed.” <i>Forbes, </i>May 29, 2015. <a href="#3ed310e9425f"><span style="color: #000000;">http://www.forbes.com/sites/lorenthompson/2015/05/29/failed-state-five-reasons-iraq-cant-be-fixed/#3ed310e9425f</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wicken Stephen. “Iraq’s Sunni in Crisis”, Institute for the Study of War, May 2013, No: 2.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Williams Sara Elizabeth “Destroying Homes For Kurdistan”, Foreign Policy Magazine, 23-July-2015, <a href="http://foreignpolicy.com/2015/07/23/peshmerga-war-crimes-ethnic-cleansing-islamic-state-iraq"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2015/07/23/peshmerga-war-crimes-ethnic-cleansing-islamic-state-iraq</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wilson Lydia. “What I Discovered From Imprisoned ISIS Fighters”, The Nation, 21-October-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.thenation.com/article/what-i-discovered-from-interviewing-isis-prisoners"><span style="color: #000000;">http://www.thenation.com/article/what-i-discovered-from-interviewing-isis-prisoners</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wood, David. “Iraq Reconstruction Cost U.S. $60 Billion, Left Behind Corruption and Waste.” <i>Huffington Post</i>, March 6, 2013. <a href="http://www.huffingtonpost.com/2013/03/06/iraq-reconstruction_n_2819899.html"><span style="color: #000000;">http://www.huffingtonpost.com/2013/03/06/iraq-reconstruction_n_2819899.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Vick, Karl. “Iraq’s Second Largest City Falls to Extremists.” <i>Time Magazine, </i>June 10, 2014. <a href="http://time.com/2852097/iraq-mosul-extremists/"><span style="color: #000000;">http://time.com/2852097/iraq-mosul-extremists/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Clashes Between Iraqi Kurds and Shiite Fighters Kill Seven”, al-Arabiya, 13-November-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/11/13/Clashes-between-Iraqi-Kurd-Shiite-fighterskill-seven.html"><span style="color: #000000;">http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/11/13/Clashes-between-Iraqi-Kurd-Shiite-fighterskill-seven.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Iraq: Widening Crackdown on Protests”, The Human Rights Watch, 21-April-2011,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="https://www.hrw.org/news/2011/04/21/iraq-widening-crackdown-protests"><span style="color: #000000;">https://www.hrw.org/news/2011/04/21/iraq-widening-crackdown-protests</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“ISIL Wins Support from Iraq’s Sunni Tribes”, Al-Jazeera English, 4-June-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.aljazeera.com/news/2015/06/sunni-sheiks-pledge-allegiance-isil-iraq-anbar-150604074642668.html"><span style="color: #000000;">http://www.aljazeera.com/news/2015/06/sunni-sheiks-pledge-allegiance-isil-iraq-anbar-150604074642668.html</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“KRG Seeks Better Relations With Baghdad to Settle Outstanding Issues”, NRT, 1-December-2015, <a href="http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4261"><span style="color: #000000;">http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4261</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Kurdistan Parliament Speaker Says Officials Will Prevent a Dictatorship”, NRT, 1-December-2015, <a href="http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4267"><span style="color: #000000;">http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4267</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Maliki blames Syria for attacks, Assad denies claim.” <i>Agence France-Presse, </i>September 4, 2009. <a href="http://www.france24.com/en/20090901-malikiblames-syria-attacks-assad-denies-claim-"><span style="color: #000000;">http://www.france24.com/en/20090901-malikiblames-syria-attacks-assad-denies-claim-</span></a> “Parliamentary claim to prevent Minister of Defense from travelling in preparation for questioning.” <i>Shafaq News, </i>April 26, 2015. <a href="http://english.shafaaq.com/politics/14116-parliamentary-claim-to-prevent-minister-of-defense-fromtraveling-in-preparation-for-questioning.html"><span style="color: #000000;">http://english.shafaaq.com/politics/14116-parliamentary-claim-to-prevent-minister-of-defense-fromtraveling-in-preparation-for-questioning.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Saddam ‘wins 100% of vote’.” <i>BBC News, </i>October 16, 2002. <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/2331951.stm"><span style="color: #000000;">http://news.bbc.co.uk/2/hi/2331951.stm</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>DOVE VA LA TURCHIA AUTORITARIA DI ERDOGAN</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Sep 2017 08:15:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Dal 1923 la Repubblica turca è stata costruita su una base compatta ed omogenea: una fede, una terra e una bandiera. Tuttavia, questa struttura presenta a distanza di anni diverse criticità: separatismi etnici, sovversione e ingerenze straniere. Tutto questo giustifica in parte la svolta autoritaria di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dal 1923 la Repubblica turca è stata costruita su una base compatta ed omogenea: una fede, una terra e una bandiera. Tuttavia, questa struttura presenta a distanza di anni diverse criticità: separatismi etnici, sovversione e ingerenze straniere. Tutto questo giustifica in parte la svolta autoritaria di Recep Tayyip Erdogan.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ankara, 29 ottobre 2016: le volte in marmo bianco del nuovo palazzo presidenziale risuonano delle malinconiche declamazioni del Corano. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la parola di Dio celebra la data dell’anniversario della istituzione più laica del paese, fondata nel 1923. Il presidente turco <b>Recep Tayyip Erdogan</b>, in piedi di fronte ad una siepe di bandiere scarlatte con il simbolo del crescente certifica questa rottura che, ai suoi occhi, non lo è: “Le insegne della Repubblica e le loro 16 stelle (i 16 imperi turchi) rimandano alla nostra tradizione statale. Io considero la Repubblica come l’ultima espressione in termini di tempo, del nostro popolo in 1000 anni. Quello che è in gioco è la sopravvivenza di uno stato dalle strutture sempre contestate”. Nel pensiero di Erdogan, solo una autorità forte, la sua, può esserne garante.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il vicolo cieco curdo</b></h3>
<div id="attachment_6409" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/08/Mustafa_Kemal_Atatürk_.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6409" alt="Mustafa Kkemal Ataturk" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/08/Mustafa_Kemal_Atatürk_-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mustafa Kemal Ataturk</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La Repubblica turca nacque agli inizi del XX secolo a seguito di una crisi eccezionale All’indomani della Prima Guerra Mondiale lo stato nazione turco emerse per reazione al progetto occidentale di spartizione dell’Impero ottomano.<br />
Oggi, i dirigenti turchi, siano essi repubblicani o islamisti, vivono nella paura di un crollo brutale. Il nemico attuale assume il volto di un’idra a tre teste: il PKK (Partito dei Lavoratori curdi del Kurdistan), la confraternita <b>Fethullah Gülen</b> (ex alleato di Erdogan) e i liberali.<br />
La fine del 2016, segna il fallimento del PKK nel tentativo di creare zone autonome nell’Est del paese. Da quel momento l’obiettivo del PKK è quello di “scendere dalle montagne ed assicurare il controllo dei centri urbani” per creare, in definitiva, un Kurdistan turco sul modello delle esperienze siriana e irachena.<br />
Questa strategia, non capita dalla massa, ha sconvolto le basi del movimento curdo. Città intere sono ormai ridotte ad ammassi di mura annerite in rovina. 400 mila persone sono state costrette a passare l’inverno nelle tende. Sul piano militare i combattenti curdi, più abituati a colpi di mano e ad azioni lampo, hanno dovuto piegarsi sotto i colpi dell’artiglieria d’assalto e degli elicotteri da combattimento dell’esercito turco. Erdogan, scegliendo lo scontro, spera di indebolire il PKK e portarlo a negoziare alle sue condizioni. Questa tattica è duplice. Essa isola l’organizzazione autonomista da una popolazione che esita a sacrificare quel poco che le resta. E la tattica turca priva i curdi di appoggi esterni grazie al riavvicinamento con Mosca, che accompagna l’entrata dei carri armati turchi in Siria.<br />
Il PKK non sa che fare. Scatenare un colpo decisivo, attaccando i civili e i complessi turistici dell’ovest della Turchia, costituisce una delle possibili opzioni. Tuttavia, una campagna di questo tipo distruggerebbe la simpatia di cui gode la causa curda in Occidente e la priverebbe della sua aureola di vittima del potere turco.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La Repubblica fratturata</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Sul fronte interno, 130mila funzionari e dipendenti pubblici sono stati allontanati dal loro posto di lavoro dopo il fallito tentativo di golpe da “operetta” dell’estate 2016. Il vigore della purga risponde quasi certamente all’ampiezza dell’infiltrazione dell’<b>Hizmet</b> (la confraternita di Gülen). Va ricordato che la potenza della Confraternita si basa su una vasta rete mediatica, universitaria e bancaria. A suo tempo uniti contro l’oligarchia laica, Erdogan e Gülen hanno rotto l’alleanza non appena è stata attaccata la cittadella repubblicana.<br />
All’interno delle Forze Armate, circa 4500 ufficiali sono stati destituiti e fra di essi la metà dell’inquadramento delle forze speciali. Da anni, il concorso di accesso alle scuole militari era stato bloccato, i <em>Fethullaci</em> erano a conoscenza del problema in anticipo. Il pugno duro annuncia ulteriori rotture. Molti dei nuovi ufficiali promossi appartengono alla tendenza kemalista vittima delle precedenti purghe giustamente condotte dalla Confraternita, quando essa era alleata al Partito della Giustizia e dello Sviluppo (l’AKP, il partito islamo-conservatore di Erdogan). Contrari ad una alleanza troppo stretta con l’Occidente, essi guardano prioritariamente verso Mosca. Molti di questi ufficiali hanno visto dietro la congiura la mano dell’amministrazione Obama. Una diffidenza che accentua la vicinanza notoria dell’Hizmet con certi servizi americani. La NATO risulta indebolita da questa diffidenza turca in un momento in cui l’elezione di Trump potrebbe a medio termine rimettere in discussione il suo funzionamento.<br />
I liberali, ultimo obiettivo dell’AKP, vedono scomparire i loro organi di stampa. Altra piazzaforte di questa tendenza, l’università subisce in maniera diretta la repressione. Tuttavia, come i <em>Fethullaci</em>, i liberali hanno a lungo sostenuto Erdogan contro l’establishment miltar-kemalista. L’AKP aveva capito i vantaggi che avrebbe tratto da personalità progressiste, che potevano, in qualche modo, rendere più digeribile la sua immagine in Occidente, ma, una volta rinsaldate le leve del potere, l’AKP ha fatto a meno di un’alleanza tattica e di comodo. Di fatto, tutto separa i liberali dagli islamisti, per i quali i valori tradizionali non sono negoziabili.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La sintesi islamo-kemalista</b></h3>
<p style="text-align: justify;">All’inizio del XXI secolo, quando Erdogan si lancia all’assalto della Repubblica, il suo partito l’AKP raccoglie sotto la sua bandiera una coalizione eterogenea: liberali, curdi, confraternite religiose, tutti uniti nello stesso sentimento di rifiuto dell’oligarchia militar-laico-kemalista. All’esterno, Erdogan gode del sostegno dell’Unione europea, desiderosa di promuovere un “islam moderato”. Ma una volta al potere, le pesantezze statali riprendono il sopravvento. La vecchia e la nuova Turchia hanno generato una nuova sintesi, l’islamo-kemalismo. A prescindere dalle loro divergenze, islamisti e kemalisti, sono legati allo stesso culto dell’indipendenza nazionale, mettono in primo luogo l’unità dello stato e rifiutano l’Occidente imperialista. Vale la pena ricordare questa strofa poco conosciuta dell’inno nazionale turco, scritto al tempo di Mustafà Kemal: “Anche se il mondo occidentale accerchia le mie fortificazioni. Le mie frontiere sono altrettanto solide della mia fede e della mia fierezza”.<br />
Presso i militari, l’odio per la confraternita Gülen ha avuto la meglio sul rifiuto della politica islamica. La principale formazione di opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), erede del kemalismo, ha, da parte sua, votato per l’abolizione dell’immunità dei parlamentari curdi.<br />
Oltre ai resti dello Stato profondo kemalista, l’AKP ha avuto il rinforzo della destra radicale. In contropartita di una possibile reintroduzione della pena di morte, il Partito d’Azione Nazionalista (MHP) si è impegnato ad appoggiare la riscrittura della costituzione in un senso più presidenziale. La tendenza <i>ulusalci</i> (nazionalisti rivoluzionari), a metà strada fra kemalisti e nazionalisti, si è avvicinata a Erdogan. Il suo discorso terzomondista, il suo rivendicato eurasismo gli hanno consentito di aprire canali verso la Russia e la Siria.<br />
Infine, l’AKP sta ora pensando a una uscita in “leggerezza” dal regime laico. Sul modello del concordato in vigore in Germania o in Italia, l’islam si vedrebbe riconosciuto il suo carattere maggioritario e una posizione a parte.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Presidenza a tutta velocità</b></h3>
<div id="attachment_6408" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/08/Recep_Tayyip_Erdoğan-al-Cremlino-nel-2015.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6408" alt="Recep Ttayyip Erdogan al Cremlino nel 2015" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/08/Recep_Tayyip_Erdoğan-al-Cremlino-nel-2015-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Recep Ttayyip Erdogan al Cremlino nel 2015</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">In un paese così frammentato, il ricorso al pugno fermo di un uomo provvidenziale rimane agli occhi di una larga parte dell’opinione pubblica il migliore antidoto alla guerra civile. Paradossalmente, questa ricerca di un potere personale suona come una ammissione di debolezza. La rottura con i <em>Fethullaci </em>ha fatto perdere all’AKP una preziosa materia grigia difficile da rimpiazzare a breve termine. La necessità di trovare dei meccanismi efficaci spiega le richieste sottobanco in direzione dei circoli kemalisti. Simultaneamente Erdogan raddoppia gli sforzi per sviluppare una rete educativa a lui fedele. Al TURGEV (Fondazione dei giovani e dell’educazione) viene affidata la missione di formare la futura generazione di dirigenti, ma per un tale processo occorrono decenni.<br />
Cosciente della debolezza della sua presa sull’apparato dello stato, Erdogan cerca quindi di rinforzare l’esecutivo. Dal suo punto di vista, la sovranità popolare può materializzarsi solo attraverso i poteri eccezionali affidati a un uomo solo: se stesso.</p>
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