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	<title>Storia in Network &#187; Che Guevara &#124; Storia in Network</title>
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		<title>COMANDANTE DELLE GUERRE PERSE</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 09:17:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Rinunciando alle sue funzioni a Cuba, il Che aveva intenzione di accendere “due, tre Vietnam” nel Terzo mondo. L’avventura congolese divenne un incubo, quella in Bolivia si concluse con la sua morte. Il 14 marzo 1965, Ernesto Guevara, detto Che, scende dall’aereo che lo riporta a &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Rinunciando alle sue funzioni a Cuba, il Che aveva intenzione di accendere “due, tre Vietnam” nel Terzo mondo. L’avventura congolese divenne un incubo, quella in Bolivia si concluse con la sua morte.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 14 marzo 1965, Ernesto Guevara, detto Che,</strong> scende dall’aereo che lo riporta a Cuba da Praga, dopo una lunga missione diplomatica intorno al mondo, e si chiude a colloquio con Fidel Castro per circa 40 ore a Cojimar, nei pressi dell’Avana. Da quel momento il Che non lo si vedrà più in pubblico. Cominciano a girare strane le voci. Ha fatto defezione? È stato eliminato? È stato ricoverato in un ospedale per alienati? Le sue dispute con i burocrati cubani sono frequenti: sostiene che un’economia socialista deve essere sprovvista di criteri di redditività. Peraltro il discorso che ha pronunciato ad Algeri, il 24 febbraio, è una vera requisitoria contro i Sovietici che accusa di «mercanteggiare il loro sostegno alle rivoluzioni popolari a vantaggio di una politica estera egoista, lontana dai grandi obiettivi della classe operaia».<br />
Solo due anni dopo si farà luce sulla sua scomparsa. Infatti Fidel non ha soppresso fisicamente il suo <em>compañero</em>, gli ha solamente affidato, dirà più tardi, «altre missioni che dovevano arricchire la sua esperienza di guerriglia».<br />
Ma Che Guevara è partito volontariamente oppure è stato sacrificato per motivazioni politiche? E se fosse stato vittima di rancori personali?<br />
Nessuno nutre dubbi sul fatto che la sua presenza imbarazzi alquanto Fidel castro, che, dal 1959, ne ha fatto il suo ambasciatore in tutti i continenti. La lettera del Che, letta in pubblico nell’ottobre 1965, libera talmente il <em>lider maximo</em> da ogni responsabilità che certuni non esitano ancora a pensare che il ritiro brutale di Guevara dalla vita politica cubana sia proprio venuta da Fidel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_Guevara_June_2_1959.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3357" alt="Che_Guevara_June_2,_1959" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_Guevara_June_2_1959-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Il fatto è che il Che, grande ammiratore di Mao</strong> <strong>e del defunto Stalin</strong> («Colui che non ha letto i 14 volumi degli scritti di Stalin non può considerarsi completamente comunista», dichiara) non si è accontentato della teoria della “coesistenza pacifica”. Qualche anno primi aveva pubblicato un trattato, <em>La Guerra di guerriglia</em>, nel quale prometteva di esportare l’esperienza della rivoluzione cubana come metodo della presa di potere nel Terzo mondo. Egli si augurava la creazione di eserciti popolari in ogni punto caldo del globo, al fine di moltiplicare i fronti per abbattere l’imperialismo yankee e «accendere due, tre, diversi Vietnam».<br />
Uomo d’azione più che di potere (un “piccolo condottiero”, come si compiace di definirsi), egli ha senza dubbio preso al volo l’occasione che gli è offerta. Tutto questo per rilanciarsi in una avventura che gli consente di mettere in pratica le sue teorie sulla lotta armata e allo stesso tempo di rendere un servigio a Castro, allargando l’influenza di Cuba nel terzo mondo (né Mosca, né Washington).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 22 maggio 1965,</strong> Guevara prende congedo dai suoi collaboratori del ministero dell’industria. Agli inizi di aprile, con la barba rasata, truccato dai servizi segreti cubani, si imbarca in incognito per Dar es Salaam, in Tanzania. Il suo obiettivo è di affiancarsi all’Esercito di Liberazione del Congo per rovesciare il potere “imperialista” che domina il Paese. L’11 dicembre del 1964, in un discorso davanti all’Assemblea nazionale dell’ONU, aveva dichiarato che «tutti gli uomini liberi del mondo devono prepararsi a vendicare il crimine del Congo», ovvero l’assassinio del primo ministro Patrice Lumumba nel gennaio 1961. Secondo il direttore generale della CIA, Allen Dulles, Lumumba era «un altro Castro».<br />
Il Congo, indipendente dal giugno 1960, attraversava un periodo particolarmente agitato. il nuovo premier Moisè Ciombé voleva, con l’aiuto degli Stati Uniti, domare la ribellione che, ispirata da movimenti progressisti e  comunisti, infiammava il Paese. Il Che pensava ad una nuova Sierra Maestra che a partire dal Congo arrivasse a infiammare tutta l’Africa. Sul posto lo raggiunse un gruppo di combattenti cubani: tutti scuri di pelle, per sensibilizzare la popolazione alla causa. Guevara, fedele ai suoi principi, scelse di confondersi nell’ambiente locale. Armato di un dizionario di Swahili, assunse il nome di Tatu, che significa “tre” (in quanto egli è il numero tre della gerarchia dopo due Neri).<br />
Un primo piccolo gruppo, di cui fa parte Tatu, lascia Dar es Salaam per il Congo. Il 22 aprile arriva a Kigoma, sul lago Tanganica, che attraversano con una certa difficoltà per raggiungere Kibamba, luogo scelto come base. In seguito arrivano un centinaio di guerriglieri cubani.<br />
Guevara si scontra subito con la realtà congolese. L’alimentazione è scarsa, il paludismo e le malattie veneree, contratte nelle case chiuse di Kigoma, provocano non pochi problemi alle sue truppe. Lo shock più brutale è di ordine culturale: animismo, poligamia, superstizioni fanno parte della cultura di quelle popolazioni. Allorché apprende che i Congolesi bevono la <em>Dawa</em>, una “pozione magica” ritenuta capace di rendere invulnerabili alle pallottole e che i soldati rifiutano per superstizione di rifugiarsi nelle trincee, Guevara si rende conto che la sua visione del mondo è molto lontana da quella degli autoctoni. All’ottimismo iniziale comincia a sostituirsi una certa inquietudine.</p>
<div id="attachment_3358" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheInCongo1965.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3358" alt="Che Guevara in Congo nel 1965" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheInCongo1965-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Che Guevara in Congo nel 1965</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Egli scopre anche che esistono numerosi contrasti</strong> fra i guerriglieri. Fra combattenti rwandesi e congolesi in primo luogo, fatto che rende difficile la lotta comune: le rivalità etniche mascherano i rapporti di forza. Esistono inoltre dissensi fra i combattenti congolesi del fronte e i loro dirigenti che restano dietro. In più, i disaccordi in seno allo stato maggiore della ribellione congolese diventano ogni giorno più evidenti. Dopo un mese e mezzo il Che definisce l’esercito di liberazione un «esercito di parassiti», impossibile da addestrare e incapace di lavorare. L’indisciplina è totale. I rari combattimenti si risolvono in clamorosi insuccessi. Guevara e il comandante rwandese Mundandi studiano un piano d’attacco contro la centrale elettrica di Bendera, posta sul fiume Kimbi. Bilancio: 22 morti, di cui quattro Cubani, uccisi da un diluvio di artiglieria. L’attacco previsto nello stesso momento contro la caserma di Katenga si conclude con un fallimento.<br />
Alcuni Cubani demoralizzati sono tentati di disertare. Un comportamento che non aiuta a dissipare il sospetto nutrito dai Congolesi nei loro confronti. A ciò si aggiunge anche la sfortuna: il capo di stato maggiore della guerriglia, Mitudidi, è appena riuscito a riorganizzare il campo base per proseguire nell’azione quando annega attraversando il lago.<br />
Il 7 luglio, dopo alcune settimane di tergiversazioni, Laurent Desiré Kabila, uno dei capi della guerriglia, all’epoca ventisettenne, accompagnato da Masengho, arriva a Kibamba e incontra il Che. Questi esprime il desiderio di recarsi al fronte, cosa che non gli è stata ancora concessa dai Congolesi. Ma Kabila riparte cinque giorni dopo per la Tanzania senza una decisione e la base del Che si trova nuovamente  in uno stato di semi letargia.<br />
Tatu è ormai stanco. Si sente «più nei panni di uno studente che ha vinto una borsa di studio che in quelli di un combattente». L’unica azione di rilievo si verifica l’11 settembre seguente, quando partecipa, imbracciando un fucile mitragliatore, all’attacco di un convoglio avversario. Però, anche questa volta, un rwandese non rispetta le consegne ricevute e ne nasce una scaramuccia generale che si conclude in un fallimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli ultimi tre mesi di permanenza si concludono</strong> in un lento declino. In settembre il presidente tanzaniano Julius Nyerere, sebbene alleato di Cuba, abbandona il Che sospendendo l’autorizzazione a far passare le armi per il suo Paese. Verso la fine del mese il governo congolese lancia una controffensiva, promettendo salva la vita a tutti quei guerriglieri che si arrendono all’esercito lealista. Poiché Moisè Ciombé si è dimesso dalle sue funzioni, per molti Congolesi vengono a mancare le ragioni che giustificavano la lotta.<br />
La decomposizione dell’Esercito di liberazione del Congo ha avuto inizio. Guevara si vede costretto ad iniziare l’evacuazione dei Cubani, che si imbarcano all’alba del 21 novembre per Kigoma. È «uno spettacolo doloroso, lamentevole, bruciante e senza gloria», scrive. Importare il modello Sierra Maestra nel Congo è stato un errore tragico.<br />
Che Guevara trascorre quattro mesi in segreto a Dar es Salaam, nell’ambasciata di Cuba. Tenta di capire il suo fallimento: «Ho cercato di far adottare dai miei uomini lo stesso mio personale punto di vista sulla situazione e ho fallito». Prima di rientrare di nascosto a Cuba, nel luglio 1966 trascorre quattro mesi a Praga.</p>
<div id="attachment_3359" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Adolfo_Mena_González_el_Che-per-entrare-in-Bolivia.gif"><img class=" wp-image-3359 " alt="Il passaporto usato da Guevara per entrare in Bolivia" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Adolfo_Mena_González_el_Che-per-entrare-in-Bolivia.gif" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il passaporto usato da Guevara per entrare in Bolivia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è proprio nella capitale cecoslovacca</strong> che comincia a sognare la Bolivia. Vuole creare un centro di formazione di guerriglieri. Perché la Bolivia? Senza dubbio perché è limitrofa a ben cinque “polveriere”, agitate da diversi movimenti rivoluzionari: Perù, Cile, Paraguay, Brasile e Argentina. In più, la situazione in Bolivia, alla testa del quale si trova la giunta del generale Barrientos (democraticamente eletto), è marcata da grandi disuguaglianze sociali: larghi strati della popolazione vivono nella povertà. La Bolivia conta, infine, 5 milioni di abitanti raggruppati su un decimo del territorio del Paese. In teoria, la testa di ponte ideale per sollevare il continente sudamericano.<br />
Nella pratica, anche in questo caso, nulla funzionerà come pianificato. Calvo, rasato e provvisto di grossi occhiali, Guevara, alias Ramon Benitez, lascia l’Avana per Mosca il 23 ottobre 1966. A Praga  prende un treno per Vienna, passa quindi per Parigi, prima di imbarcarsi per il Brasile. Arriva a La Paz, capitale della Bolivia, il 3 novembre con un passaporto uruguaiano a nome di Adolfo Mena Gonzales. Quindi ridiventa “Ramon”. In una fattoria sperduta sulle rive del Rio Nancahuazù, nel sud-est del Paese,  impianta la sua base di addestramento. Sono con lui 17 cubani, a poco a poco raggiunti da un pugno di boliviani e di peruviani: in tutto circa 50 persone.<br />
Come sempre, un ottimismo entusiasta pervade il gruppo, anche se il Che stima che gli occorreranno non meno di «dieci anni prima di terminare la fase insurrezionale»!<br />
Ma i problemi non mancano. Occorre sopportare il clima della foresta boliviana, adeguarsi a una geografia ostile, far fronte a malattie e insetti. Il piccolo gruppo non è adattato a queste condizioni estreme. Ma il Che deve far fronte a problemi politici. A causa di una recente riforma agraria i contadini sono meno inclini del previsto a infiammarsi per la causa dei guerriglieri. Nella maggior parte dei casi i contadini, diffidenti nei confronti degli stranieri, rimangono indifferenti. Occorre aggiungere che la regione scelta è poco abitata, fatto che rende difficoltoso ogni sostegno popolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra gli “alleati”, stessa musica.</strong> Guevara beneficia inizialmente dell’appoggio di Mario Monje, segretario generale del Partito Comunista Boliviano (PCB), che promette rifornimenti e aiuti. Ma, colpo di scena, il 31 dicembre dopo un incontro agitato con il Che, Monje mette fine alla cooperazione e chiede di cessare la lotta. Il sostegno più importante gli volta le spalle! Mosca, in effetti, non ha bisogno di rivoluzione in America latina. L’internazionalismo proletario non è più quello di una volta.<br />
Quando Jorge Kolle, secondo segretario del PCB, e Simon Reyes, dirigente dei minatori, rientrano dall’Avana disposti a discutere con il Che delle condizioni di lotta in Bolivia, la guerriglia rurale è ormai tagliata fuori da ogni legame con la città; l’inizio dei combattimenti rende impossibile l’incontro.<br />
In definitiva, occorre fare la rivoluzione senza medicine (Che è un asmatico), senza provviste (i guerriglieri sono costretti a cibarsi delle loro bestie da soma), senza carte precise e senza comunicazioni, in quanto la radio è incapace di inviare qualsiasi messaggio. I comunicati della guerriglia non hanno quindi alcun effetto: il Che è costretto a ricorrere all’aiuto di contadini di passaggio.<br />
Le prime azioni sul terreno si avviano all’inizio del 1967. Nel febbraio una ventina di uomini partono in ricognizione nella regione nord, verso il Rio Grande. Vi rimangono il doppio del tempo previsto, ovvero quarantotto giorni, provoca dubbi e stanchezza nel gruppo.<br />
Mosè Guevara, un semplice omonimo, ex membro del PCB, ha raggiunto la guerriglia con otto reclute, ma le cose invece di migliorare peggiorano. L’11 marzo due uomini disertano e uno di essi, fatto prigioniero, “vende” i suoi compagni. Un terzo uomo seguirà la stessa prassi e confermerà tutte le informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_on_Mule_in_Las_Villas_Nov_1958.jpg"><img class="alignleft  wp-image-3363" alt="Che_on_Mule_in_Las_Villas_Nov_1958" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_on_Mule_in_Las_Villas_Nov_1958.jpg" width="150" height="250" /></a>Il 23 marzo, il primo vero combattimento</strong> con una pattuglia militare fa 7 morti e 14 prigionieri nelle file dell’esercito boliviano. Ma l’allegria del Che è di breve durata. L’arrivo di un gruppo di tre “internazionalisti”, composto dall’intellettuale francese Regis Debray, alias Danton, dall’argentino Ciro Bustos e dalla tedesca-argentina Tamara Bunke, alias Tania, complicherà ulteriormente il suo compito. La jeep della donna viene scoperta con dei documenti compromettenti. Poi occorre evacuare Regis Debray &#8211; che, per sua stessa ammissione, non si sente «maturo per la morte» &#8211; e Ciro Bustos. Risultato: la guerriglia si divide in due gruppi, quello di Joaquin (identificato da alcuni come Juan Vitalo Acuna) e quello del Che, che non si rivedranno più.<br />
Debray e Bustos vengono arrestati in compagnia del giornalista inglese Roth, che cerca di fare uno scoop. Mentre Debray è imprigionato, Bustos fa i nomi dei guerriglieri, denunciando la presenza del Che.<br />
L’esercito boliviano occupa l’accampamento centrale. Se anche perde qualche uomo nel corso di imboscate, diversi guerriglieri vengono uccisi durante i combattimenti, in particolar modo, Eliseo Reyes, «il miglior uomo della guerriglia», secondo Ramon.<br />
Per lottare contro la guerriglia l’esercito boliviano ha messo insieme 5 mila uomini. Accanto al Che &#8211; che ora si fa chiamare Fernando &#8211; sono rimasti in 25. Ormai allo sbando, i guerriglieri si spostano tra le montagne in tutte le direzioni, alla ricerca di acqua di vettovaglie. Percorreranno circa 600 chilometri in sei mesi!<br />
Per un momento sembra aprirsi un nuovo fronte: i distretti minerari vengo ribattezzati “Territori liberi” dagli operai, ma è un fuoco di paglia. Mentre gli operai decidono di sostenere la guerriglia, l’esercito occupa le installazioni. Il 7 giugno il governo boliviano decreta lo stato d’assedio. Il 24 avviene il “massacro di S. Giovanni”: decine di minatori vengono uccisi, 200 vengono inviati in campi di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’inizio di luglio l’Esercito di Liberazione della Bolivia</strong> (questo è il nome della truppa di ribelli) occupa la località di Samapaita (1700 abitanti) e riprende momentaneamente vigore. Ma è questione di pochi giorni: un disertore conduce l’esercito regolare a un nascondiglio e diversi uomini vengono uccisi in combattimento. Il 31 agosto, nel corso di un’imboscata al guado di Puerto Mauricio, la colonna Joaquin viene decimata.<br />
A settembre il governo boliviano presenta delle foto ritrovate a Nancahuazù, nell’accampamento centrale, fra le quali dei falsi passaporti uruguaiani del Che. Le autorità sanno ora che è lui che dirige le operazioni.<br />
Guevara apprende per radio del massacro di Joaquin. I suoi uomini, distrutti, sono ridotti a bere la loro urina. Tutti cadono ammalati. Il Che decide di dirigersi a nord, ove accarezza l’idea di aprire un “secondo fronte”. Alla fine di settembre l’avanguardia cade in un’imboscata, che causa nuove vittime. Il rivoluzionario ha ormai coscienza che la fine si avvicina. L’8 ottobre, per colmo d’ironia, i guerriglieri vengono denunciati da un contadino, Pedro Pena, che si è spaventato a vederli. Inseguiti nel canyon di Churo, vengono circondati da 300 soldati, inquadrati da “consiglieri” americani.<br />
Guevara annota: «Se il combattimento avviene dopo le 15.00 e nel nostro interesse il più tardi possibile, grandi possono essere le possibilità in quanto la notte… è l’alleato naturale dei guerriglieri». Ma il combattimento inizia alle ore 13.00. Per sfuggire ai ranger del Reggimento Manchego, il Che frammenta il gruppo. Viene ferito e scala montagna appoggiato a uno dei suoi compagni, “Willy”. I due cadono nelle mani dell’Esercito e vengono condotti a La Higuera, un villaggio a due chilometri di distanza, dove sono rinchiusi in una scuola. Il 9 ottobre, verso mezzogiorno, Guevara viene ucciso con  una raffica di mitraglietta sparata dal soldato Mario Teran. Il suo corpo, nel quale vengono individuati 9 impatti, viene esposto in una camera mortuaria improvvisata a Vallegrande.</p>
<div id="attachment_3360" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheExec9B.jpg"><img class=" wp-image-3360 " alt="Il corpo di Che Guevara esposto subito dopo l'uccisione" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheExec9B.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il corpo di Che Guevara esposto subito dopo l&#8217;uccisione</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa volta il Che non ha l’occasione di interrogarsi</strong> sul nuovo smacco. I preparativi della guerriglia boliviana erano stati ancora più frettolosi di quelli per l’avventura africana: malgrado un addestramento serrato nella provincia di Pinar, al quale Castro aveva assistito personalmente, non era stata sviluppata nessuna rete di collegamenti e nessuna verifica seria era stata effettuata sul posto. Il Che si era fidato del suo intuito, a qualche collegamento sul posto e ai soli uomini che lo circondavano. Buon tattico ma misero stratega, egli aveva trascurato la situazione internazionale, credendo, forse, che Mosca lo avrebbe sostenuto, mentre lo aveva già abbandonato una prima volta in Congo.<br />
Aveva poi giudicato male la situazione locale, non riuscendo a sensibilizzare gli autoctoni. Gli insorti non erano riusciti a incarnare le attese della popolazione rurale (furono i minatori e non i contadini a simpatizzare di più con i ribelli) e a trasformare la guerriglia in guerra di massa. Secondo la terminologia marxista-leninista, non esistevano le condizioni per “scatenare la rivoluzione”.<br />
Entusiasta e impaziente fino a contraddire alcune delle sue stesse massime, Guevara aveva creduto che un focolaio di insurrezione potesse scatenare la rivoluzione, a somiglianza di quanto accaduto a Cuba (con Castro), in Cina (con Mao) e nel Vietnam (con Giap). Ma né nel Congo, né in Bolivia egli riuscì a governare la benché minima zona rurale, da cui poi partire per occupare le città.<br />
Resta capire se Guevara intendesse “vincere” veramente queste guerre, oppure se la sua massima ambizione fosse nel farle. La sua personale ideologia l’aveva spinto a ipotizzare la nascita di “un uomo nuovo” capace di sacrificarsi per la causa. E la sua ritirata più o meno forzata dagli affari cubani lo aveva certamente condotto ad accettare l’idea della morte. La fuga in avanti negli ultimi anni può indurre a pensare a una sorta di suicidio cosciente. Un suicidio che risponderebbe al desiderio di abbattere la società capitalista fino alle fondamenta. Il guerrigliero scrive, in effetti, nel suo ultimo messaggio dell’aprile 1967: «occorre condurre la guerra fino a dove la conduce il nemico: a casa sua, nei suoi luoghi di svago; occorre farla totalmente». Parole che al giorno d&#8217;oggi risultano sinistramente attuali tra i fanatici del terrorismo islamico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pierre Kalfon, <em>Il Che. Una leggenda del secolo</em>, Milano, Feltrinelli, 1998.<br />
Dario Fertilio, <em>La via del Che. Il mito di Ernesto Guevara e la sua ombra</em>, Venezia, Marsilio, 2007.<br />
Alvaro Vargas Llosa, <em>Il mito Che Guevara e il futuro della libertà</em>, Torino, Lindau, 2007.<br />
Fidel Castro, <em>Io e il Che. Un&#8217;amicizia che ha cambiato il mondo</em>, Milano, Oscar Mondadori, 2007.<br />
Saverio Tutino, <em>Il Che in Bolivia. Memorie di un cronista</em>, Roma, Editori Riuniti, 1996.</p>
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		<title>GUERRIGLIA, LA “PICCOLA GUERRA” TRA DAVIDE E GOLIA</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 07:45:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - In risposta alla dissimmetria bellica, da secoli l’arte della guerriglia si avvale dell’invisibilità, dell’elusività, della flessibilità, della rapidità e della pazienza. La sua carta vincente è il tempo, non la potenza di fuoco.   La guerriglia è una forma di strategia militare che si inserisce integralmente &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>In risposta alla dissimmetria bellica, da secoli l’arte della guerriglia si avvale dell’invisibilità, dell’elusività, della flessibilità, della rapidità e della pazienza. La sua carta vincente è il tempo, non la potenza di fuoco.</strong></em></p>
<p><b> </b></p>
<div id="attachment_2317" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Vietcong-guerriglieri-del-Vietnam.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2317" alt="Guierriglieri Vietcong" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Vietcong-guerriglieri-del-Vietnam-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Guerriglieri Vietcong</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerriglia è una forma di strategia militare</strong> che si inserisce integralmente nel concetto moderno di “guerra asimmetrica”. Essa è un conflitto nel quale vi è un evidente divario tra le forze militari e le risorse economiche degli avversari, che non consente alla parte più debole un confronto diretto, ma solo uno scontro indiretto che, utilizzando strategie e tattiche non convenzionali, sfrutti le debolezze dell’avversario.<br />
La guerriglia, quindi, si basa su incursioni rapide e improvvise contro basi e convogli nemici, linee di comunicazione, trasporto e rifornimento, esponenti militari e politici. Il fine è quello di ostacolare l’azione del nemico e distruggerne il potenziale bellico, per logorarlo e costringerlo a utilizzare continue risorse. Insomma, come diceva Mao Zedong, la guerriglia può essere considerata «l’arte di fiaccare i nemici con tante punture di spillo».<br />
La mobilità estrema delle formazioni guerrigliere rende assai difficile sconfiggerle. Infatti, mancando della forza numerica e bellica necessaria a contrastare un esercito regolare in campo aperto, le formazioni guerrigliere operano da luoghi di difficile accesso, da cui partono per missioni di disturbo e sabotaggio, oppure sfruttano luoghi particolari per tendere imboscate. La guerriglia, oggi come un tempo, non ha eserciti regolari, spesso ha armi obsolete, ma ha la grande capacità di “dominare” il tempo e lo spazio. I guerriglieri, infatti, non hanno fretta di colpire il nemico, sanno aspettarlo per combatterlo in piccole incursioni dove meno se l’aspetta. Essi hanno anche il controllo dello spazio, poiché i piccoli gruppi di guerriglieri possono muoversi e colpire ovunque e di sorpresa, senza articolati schemi tattici. Per questo la guerriglia dipende in massima parte dall’eccellente conoscenza dei luoghi in cui opera, dal radicamento dei guerriglieri nel territorio e dall’aiuto dei civili per asilo e informazioni.</p>
<div id="attachment_2324" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Ussr0460.jpg"><img class=" wp-image-2324 " alt="Un manifesto sovietico del 1943 che incita al sabotaggio contro l'esercito tedesco" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Ussr0460.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un manifesto sovietico che incita al sabotaggio contro l&#8217;esercito tedesco</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il termine “guerriglia” nasce in epoca recente</strong> per definire la resistenza spagnola contro l’esercito napoleonico durante la guerra peninsulare (1808-1813): <em>guerrilla</em>, “piccola guerra”.<br />
Nonostante il termine sia relativamente recente, la guerriglia ha origini antiche. È probabile che la guerriglia sia nata nelle antichissime tradizioni nomadi, ovvero tra quelle popolazioni che non avevano ancora raggiunto un grado di urbanizzazione sufficiente per sviluppare vere e proprie strutture militari.<br />
Nell’antichità la ritroviamo descritta anche nell’Antico Testamento e in altre opere di storici come Tacito, Appio, Frontino, Polibio, Plutarco. Essa fu attuata dagli ebrei guidati da Giuda Maccabeo contro i siriani, che occupavano il loro Paese (166-160 a.C.); dagli Arveni, popolazione della Gallia che insorse contro i Romani sotto la guida di Vercingetorige (52 a.C.); da Lusitani e Celtiberi che nel II secolo a.C. combatterono i Romani nella penisola iberica; dagli Zeloti, la setta giudaica che nel I secolo a.C. si ribellò all’occupazione romana della Palestina; dai Romani contro i Cartaginesi.<br />
Più avanti nella storia, fu praticata nella “Guerra dei cent’anni” (1337-1453) e nella rivolta dei Paesi Bassi contro gli spagnoli (1568-1648). La guerra d’indipendenza americana (1775-1783) vide i coloni del continente praticarla contro gli inglesi; i francesi la subirono nella rivolta della Vandea (1793-1796). Durante le campagne militari napoleoniche, le armate francesi furono continuamente impegnate dalla guerriglia scoppiata nelle zone occupate: in Egitto, nel Regno di Napoli, in Spagna dal 1807 al 1814. Sempre i francesi dovettero affrontarla in Algeria e in Marocco, dal 1832 al 1847, dai combattenti berberi guidati dall’emiro Abd el-Kader. La guerriglia fu condotta dai confederati durante la guerra di secessione americana (1861-1865), dai francesi durante la guerra franco-prussiana (1870-1871), dai Boeri contro gli inglesi a cavallo fra il XIX e il XX secolo. I bolscevichi la praticarono contro i reparti dell’Esercito Bianco durante la rivoluzione russa; i guerriglieri libici l’attuarono contro gli invasori italiani agli inizi del XX secolo; i guerriglieri messicani – i <em>cristeros </em>– la praticarono come difesa armata dai piani di distruzione della Chiesa cattolica in Messico da parte del regime del presidente Plutarco Elías Calles.<br />
In generale, dagli inizi del XX secolo la guerriglia diviene la strategia militare utilizzata per combattere il colonialismo, trasformandosi di fatto in guerra di popolo contro i regimi stranieri occupanti.<br />
Dopo il secondo conflitto mondiale, le esperienze più significative di guerriglia sono quelle della popolazione del Vietnam contro la Francia (1954-1961), prima, e contro gli Stati Uniti d’America (1963-1973), dopo. Anche in Algeria la guerra si trasforma in guerriglia contro gli occupanti francesi (1956-1959). In Asia i guerriglieri <em>mujaheddin </em>afghani infliggono un duro colpo all’imperialismo sovietico tra il 1979 e il 1989. In America Latina è utilizzata dal prete guerrigliero colombiano Camilo Torres Restrepo (1929- 1966), dal messicano Augusto Nicolás Calderón Sandino<b> (</b>1895-1934), dal brasiliano Carlos Marighella (1911- 1969), dall’argentino Ernesto Guevara de la Serna (più noto come Che Guevara, 1928-1967), dal messicano Rafael Sebastián Guillén Vicente (più noto come “subcomandante Marcos”, 1957-) e da molti altri guerriglieri che hanno combattuto per la terra e per l’ideologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste una vasta letteratura</strong><b> sulle teorie</b> della guerriglia. Analizziamone brevemente qualcuna.<br />
Uno dei primi teorici della guerriglia fu già nel VI-V secolo a.C. Sun Tzu, il generale stratega e filosofo cinese al quale è attribuito il libro <em>Sūnzǐ Bīngfǎ</em> (Arte della guerra), uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi. Egli codificò quella che chiamò “guerra irregolare”, ossia l’arte di piegare la volontà dell’avversario senza fare ricorso allo scontro aperto, perché ‒ come egli scrive ‒ «Chi eccelle nell’uso a metodi non ortodossi è inesauribile come il Cielo e privo di limiti come lo Yangze, il Fiume Giallo».<br />
Un altro documento antico che descrive la guerriglia come tattica da utilizzare per controllare il territorio e difendersi dalle incursioni nemiche è di epoca bizantina: il <em>Peri Paradromēs</em> (in latino <em>De velitatione bellica</em>), attribuito all’imperatore bizantino Nikēphoros II Phōkas (912 c.a.- 969), un manuale sulla guerriglia da attuare nella contesa che si sviluppò tra l’VIII e X secolo tra Bizantini e Arabi. In esso è posto l’accento sulla duttilità tattica e la necessità di privilegiare la velocità di movimento, come strategie vincenti di un’efficace guerriglia contro il nemico.<br />
Il generale prussiano Karl von Clausewitz, nel trattato <em>Vom Krige </em>(Della guerra), pubblicato postumo in tre volumi (1832-1837), delineò come linee fondamentali di un’efficiente guerriglia, innanzitutto l’appoggio popolare, poi l’esistenza di un territorio impervio utile anche per la ritirata strategica, infine un’azione frammentata in numerosi attacchi condotti su vari fronti: «Secondo il concetto che noi ci formiamo della guerra di popolo, essa, come una sostanza nebulosa, non deve mai infittirsi fino a costituire corpi compatti, altrimenti l’avversario dirigerà contro questi nuclei forze adeguate, li annienterà e farà molti prigionieri; in tal caso l’audacia diminuirà, […], e le armi cadranno dalle mani del popolo».<br />
Il generale prussiano, tuttavia, immaginava la guerriglia operare sempre in concorso con un esercito regolare e subordinata a un piano operativo diretto dalle autorità militari.</p>
<div id="attachment_2321" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Lawrence-dArabia.jpg"><img class=" wp-image-2321 " alt="Lawrence d'Arabia" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Lawrence-dArabia.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lawrence d&#8217;Arabia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo grande teorico moderno</strong> della guerriglia è stato Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto come “Lawrence d’Arabia”. Nel suo <em>The Seven Pillars of Wisdom</em> (I Sette pilastri della saggezza, 1926) mise innanzitutto l’accento sull’importanza della scelta volontaria nell’aderire al movimento guerrigliero: la guerriglia è prima di tutto guerra individuale, in cui ciascun combattente è un volontario. Per questo i combattenti vanno motivati, ed è necessario che essi siano partecipi in ogni momento e in qualsiasi attività decisionale.<br />
Per quanto riguarda la strategia, essenziale è la mobilità del gruppo di fuoco e la sorpresa in un’azione di guerriglia: tutta l’idea di guerriglia di Lawrence si fonda sul conflitto a distanza e sull’invisibilità, che consentirà ai guerriglieri di mantenere sempre l’iniziativa e, automaticamente, di toglierla all’avversario. La dislocazione del combattimento su più fronti, può permettere di superare lo scoglio della superiorità numerica del nemico.<br />
Per Lawrence il segreto della guerriglia sta nell’essere “come l’aria”, cioè dovunque, ovunque e da nessuna parte, impedendo ai nemici di avere un bersaglio su cui puntare il fucile. La mobilità conta più della forza. E’ chiaro che se il nemico non ti vede, contro chi spara? «Ogni esercito è simile a una pianta, immobile, con radici salde, nutrito attraverso lunghi canali che salgono sino alla cima. Ma noi avremmo potuto essere come l’aria, un soffio d’aria, dovunque ci piacesse. […] Un soldato regolare, […] capace di sottomettere solo ciò contro cui può puntare il suo fucile, un simile soldato, privato d’un bersaglio, si sarebbe sentito abbandonato. […] Le nostre carte erano la rapidità e il tempo, non la potenza di fuoco».<br />
Di conseguenza, se la guerriglia non si avvale di eserciti inquadrati, ma di piccoli gruppi mobili d’incursori, ognuno di essi è importante ed essenziale e non può essere assolutamente mandato al massacro.<br />
Il sabotaggio, l’ostruzione della produzione e l’intralcio alla comunicazione, piuttosto che l’offensiva bellica in senso stretto, sono una buona strategia per combattere il nemico, poiché è più efficace e meno rischioso colpire i beni materiali dell’avversario piuttosto che i suoi soldati. Per Lawrence la mossa vincente è rendere difficile la vita dell’avversario piuttosto che togliergliela. In più, tutta l’attività bellica dovrebbe essere indirizzata alla distruzione sistematica delle infrastrutture (strade, ponti, condutture, ferrovie) e alla sottrazione o al blocco dei rifornimenti del nemico (viveri, acqua, munizioni). Costringere l’avversario a una manutenzione e ricostruzione costante delle proprie linee e mezzi di collegamento equivale a una costante emorragia d’energie e denaro. Per tutte queste ragioni, la corretta strategia della guerriglia per Lawrence è quella di colpire il nemico in un luogo inaspettato, e non direttamente ai suoi centro nevralgici che sono ben protetti; tagliare i viveri, piuttosto che accettare lo scontro diretto; essere imprevedibili, invece che ripetersi, anche quando una scelta ha portato al successo.</p>
<div id="attachment_2322" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mao-Zedong.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2322" alt="Mao Zedong" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mao-Zedong-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mao Zedong</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>I grandi teorici della guerriglia rivoluzionaria del XX secolo,</strong> da Lenin a Mao Zedong, da Ho Chi Minh a Che Guevara, ideologi e leader carismatici della guerriglia, intesa come guerra di popolo, hanno praticato questa strategia militare come premessa indispensabile all’insurrezione generalizzata e alla battaglia finale. Le loro teorie si basavano su una guerra distribuita su più fronti, ma soprattutto su una strategia della totale mobilità dei gruppi armati, una specie di continuo mordi-e-fuggi, per fiaccare le forze dell’avversario. Scriveva a riguardo Che Guevara nel suo<em> La guerra de guerrillas</em>: «Mordi e fuggi e aspetta e spia e torna a mordere e a fuggire e così di seguito, senza dar tregua al nemico».<br />
Il leader cinese Mao Zedong è considerato uno dei precettori di questo tipo di guerra. Egli applicò le tecniche della guerriglia con successo fino a quando non fu in grado di affrontare in campo aperto le forze dei cinesi nazionalisti. Il suo più importante scritto sui caratteri specifici della guerriglia partigiana è <em>Problemi strategici della guerra rivoluzionaria in Cina</em>, del 1936. Per Mao la guerriglia fu intesa come movimento insurrezionale iniziale e come fase di preparazione per la guerra del popolo. Per Mao è importante il legame indispensabile che si deve creare fra le unità di combattenti irregolari e la popolazione, ma anche la stretta connessione che deve sussistere fra la lotta armata e la lotta politica. La strategia militare, per essere vincente, deve prevedere l’integrarsi di operazioni tattiche su scala limitata e piani militari ad ampio respiro per la guerra di lunga durata. A completamento della sua teoria, Mao ritiene che la sorte della lotta armata è decisa soprattutto dalla risonanza e dal sostegno che essa trova nelle masse popolari.<br />
Contributi alla teoria della guerriglia, furono dati anche da Nguyen Tat Thanh, conosciuto con lo pseudonimo di Ho Chi Minh, leader della lotta anticolonialista e fondatore del partito comunista indipendentista (<em>Vietminh</em>) e dal generale vietnamita Vô Nguyen, soprannominato Giap, maestro delle tecniche di guerriglia che l’applicò nelle operazioni militari contro gli occupanti francesi. Sia Ho Chi Minh sia il generale Giap, posero l’accento sull’esigenza inderogabile di affiancare all’iniziativa militare vera e propria, un’intensa opera di propaganda e di proselitismo tra le truppe del nemico. Ovviamente anche i due vietnamiti appoggiavano l’idea del mobilità totale delle truppe guerrigliere.<br />
In un famoso saggio, <em>Revolución en la Revolución</em>, dell’intellettuale francese Régis Debray (pubblicato a Cuba nel 1967), è analizzata l’esperienza cubana, la tattica del <em>foco guerrigliero</em> e l’importanza della diffusione della guerriglia nelle campagne. L’autore praticò una drastica scelta tra partito e guerriglia, a favore della guerriglia, individuando la fragilità democratica e borghese dell’America Latina non più come deficienza e ostacolo, bensì come un’opportunità che la lotta armata avrebbe dovuto cogliere. In un altro libro<i>, </i><em>La lezione dei tupamaros</em>, Debray si preoccupò di propagandare l’azione del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione castrista-guevarista a Cuba</strong> (1956-1959) innescò una serie di processi imitativi in quasi tutta l’America Latina, portati avanti con azioni di guerriglia rurale nei Paesi più poveri (Guatemala, El Salvador, Bolivia, Perù), attentati, sabotaggi e guerriglia urbana nei Paesi avanzati come Uruguay, Argentina, Brasile.<br />
Tanti sono stati i miti, gli ideali, le passioni, i sogni che eccitarono intere generazioni di giovani negli anni Sessanta del secolo scorso: il grande rivoluzionario Ernesto Che Guevara de la Serna fu uno di questi miti, la sua figura si colloca fra i grandi personaggi che hanno animato la storia mondiale del dopoguerra con il fascino dell’eroe.<br />
Sulla base dell’esperienza cubana, Guevara attribuì un’importanza decisiva alla natura contadina della guerriglia e alla creazione di <em>focos </em>(focolai) insurrezionali in aree critiche, capaci di dilatarsi e di propagare la sollevazione alle aree vicine. Il suo contatto con i contadini cubani, trasformarono Che Guevara in un “rivoluzionario agrario”. Decisivo per la lotta rivoluzionaria in America Latina (ma anche in Europa e in Asia) è stato il suo manuale <em>Guerra di guerriglia: un metodo</em>, del 1961. In esso Guevara sottolineava il primato della lotta armata “permanente”, criticando le posizioni legalitarie e immobilistiche dei movimenti operai tradizionali del sub-continente latinoamericano.<br />
Come gli altri teorici della guerriglia, anche Guevara riprendeva sostanzialmente le vecchie teorie da adottare in questo tipo di combattimento. «La parola d’ordine “dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione istantanea di fronte alle situazioni nuove”, è la somma sintesi della tattica guerrigliera e in queste poche parole si esprime tutta la difficilissima arte della guerra popolare», scriveva nella<em> </em>“Prefazione” per l’edizione cubana di <em>Guerra del popolo, esercito del popolo</em> di Vo Nguyen Giap (1964). Essa, per essere vittoriosa, deve avere «un certo elemento di perfidia, di sorpresa, di predilezione per la notte, che sono evidentemente elementi essenziali della lotta guerrigliera». Guevara parte da un concetto ben definito: mentre il nemico e le sue forze armate regolari sono obbligate a difendere i loro territori e, dentro di essi, molteplici obiettivi, la guerriglia non ha nulla da difendere: «Questo rende vulnerabile il nemico e invincibile la guerriglia».<br />
Decisiva per l’esito della lotta è per Che Guevara la propaganda armata, perché “catalizza” le masse consentendo ai guerriglieri di acquistare nuovi territori. Scrive Guevara in <em>Guerra di guerriglia</em>: «portare avanti questo tipo di guerra senza il sostegno della popolazione è il preludio del disastro inevitabile».<br />
Tutto comincia con guerriglie di piccola entità ma di straordinaria mobilità, attraverso la propaganda armata poi si accresce il numero dei guerriglieri e il consenso popolare, per arrivare a una maggiore capacità di colpire il nemico. La tappa successiva è quella di occupare più zone possibili, per arrivare alla fase conclusiva della lotta, che è la rivoluzione del popolo. Tutto deve partire però dalle campagne, il luogo dove il nemico è debole. Nella città la guerriglia ha solo due determinate funzioni: quella d’appoggio (attraverso il sabotaggio, il rifornimento, la dispersione delle forze nemiche) e quella di preparare le condizioni idonee per l’offensiva insurrezionale del popolo. In pratica la guerriglia urbana era assunta ad avanguardia del proletariato e della rivoluzione finale.</p>
<div id="attachment_2319" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Che-Guevara-con-i-suoi-guerriglieri.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2319" alt="Che Guevara con i suoi guerriglieri" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Che-Guevara-con-i-suoi-guerriglieri-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Che Guevara con i suoi guerriglieri</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guevara ha un’idea precisa della figura del guerrigliero,</strong> egli è innanzitutto “il generale di se stesso”, poi: «è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all’irata protesta del popolo contro i suoi oppressori e lotta per cambiare il regime sociale che mantiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio e nella miseria; si scaglia contro le condizioni particolari dell’istituzione in un momento dato e si dedica a distruggere, con tutto il vigore che le circostanze consentono, le forme di tale istituzione».<br />
L’esempio cubano è la prova pratica della possibilità effettiva di come un piccolo gruppo di combattenti, che si è nutrito di modeste vittorie e che, attraverso la propaganda armata, è cresciuto fino a far precipitare il piccolo movimento in un’insurrezione di massa, potesse giungere alla vittoria. Scriveva Che Guevara nel suo <em>La guerra di guerriglia</em>: «Sia ben chiaro che la guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi, per essere esatti, e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare. Allora sarà pronto a vibrare al nemico colpi decisivi e a riportare la vittoria. Il trionfo finale sarà sempre il prodotto di un esercito regolare, anche se le sue origini sono state quelle di un esercito guerrigliero».<br />
In America Latina le &#8220;teorie fochiste&#8221; sono state una risposta alle preoccupanti emergenze sociali del sottocontinente. Dopo il fallimento della “guerriglia rurale” nel sottocontinente americano (quella di Che<i> </i>Guevara in Bolivia, di Luis de la Puente in Perù, di Masetti in Argentina, di Yon Sosa in Guatemala), l’orientamento comune fu quello di portare la stessa guerriglia nei centri urbani, poiché in nessuno del Paesi latinoamericani esistevano concrete condizioni per poter prevedere in tempi brevi di innescare vasti movimenti popolari rivoluzionari. Tuttavia, non appena apparve evidente la mancata adesione delle masse popolari all’ipotetica rivoluzione, la guerriglia assunse una deriva terroristica, senza però teorizzare apertamente l’impiego del terrorismo. La via del “terrorismo urbano” risultò così l’unica strategia possibile per preparare il campo a una rivoluzione generale.<br />
La teorizzazione del terrorismo urbano come unico metodo di lotta fu avversata da Che Guevara. Egli diede al suo lavoro dedicato alla guerra di guerriglia rivoluzionaria un alto profilo morale contro condotte ritenute terroristiche, che si dovevano impiegare unicamente se necessarie e, comunque, non dovevano rifarsi alle atrocità perché avrebbero provocato l’inimicizia del popolo.<br />
Posizione diversa fu quella adottata dal rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella, fondatore dell’<em>Acao Libertadora Nacional</em>. Egli propose una fusione tra guerriglia rurale, guerriglia urbana e terrorismo. In pratica Marighella teorizzò l’azione di guerriglia rurale esclusivamente in funzione di quella urbana, a sua volta favorita dal terrorismo con i suoi attentati dinamitardi.</p>
<div id="attachment_2323" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mujaheddin-afghani-durante-la-guerra-contro-lURSS.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2323" alt="Mujaheddin afghani durante la guerra contro l'URSS" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mujaheddin-afghani-durante-la-guerra-contro-lURSS-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mujaheddin afghani durante la guerra contro l&#8217;URSS</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una possibile risposta alla guerriglia </strong>arrivò dagli Stati Uniti d’America nel 1960. Per volere dell’allora presidente Kennedy, nacque il JFKSWCS (John F. Kennedy Special Warfare Center and School), una struttura per studiare e sviluppare dottrine e tecniche e addestrare personale e forze speciali per esigenze di <em>counterinsurgency </em>(controguerriglia). Tra le soluzioni ideate per contrastare la guerriglia vi è l’aumento delle capacità di intelligence e l’utilizzo di <em>Human intelligence</em> (<i>Humint)</i>. Oltre questo, anche la possibilità di disporre di forze “non convenzionali” (Forze speciali) in grado di condurre, con piccole unità mobili, operazioni mirate e l’utilizzo di nuclei OMLT (<i>Operational Mentoring and Liaison Team</i>) che possano efficacemente addestrare il personale e i comandanti militari locali nella condotta delle operazioni di controguerriglia. Poiché si è capito l’importanza del consenso della popolazione civile in una guerra di guerriglia, è stato proposto anche di evitare nelle azioni di controguerriglia misure militari che alimentano il consenso verso i guerriglieri (razionamenti, rappresaglie, deportazioni). Per questo si tende a far assumere alle Forze Armate anche compiti non prettamente militari, fornendo alla popolazione assistenza sociale e sanitaria: «conquistarne il cuore e la mente», come dicevano gli americani in Vietnam. Ma gli americani in Vietnam persero la guerra, perché non riuscirono a conquistare il cuore e la mente di una popolazione troppo amareggiata e risentita per abbandonare l’appoggio ai guerriglieri, considerati amici del popolo. Lo stesso successe in Afghanistan con la guerriglia dei <em>mujaheddin</em> contro l’Unione Sovietica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">C. von Clausewitz, <em>Della guerra</em><i> &#8211; </i>Einaudi, Torino 2000.<br />
E. Cecchini, <em>La storia della guerriglia. Dall’antichità all’era nucleare</em> &#8211; Mursia, Milano 1990.<br />
E. Guevara, <em>La guerra di guerriglia</em> &#8211; Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003.<br />
G. Breccia (a cura di), <em>L’arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz</em> &#8211; Einaudi, Torino 2009.<br />
H. Werner, <em>Storia della guerriglia: tattica e strategia della guerra senza fronti </em>- Feltrinelli, Milano 1973.<br />
T. E. Lawrence, <em>I sette pilastri della saggezza </em>- Bompiani, Milano 2000.<br />
R. Paternoster, <em>Guerrocrazia. Storia e cultura della politica armata </em>- Aracne, Roma 2014.<br />
Sun Tzu, <i>Sūnzǐ Bīngfǎ</i>, <em>L’arte della guerra </em>- Newton &amp; Compton, Roma 1994.<br />
T. Argiolas, <em>La guerriglia. Storia e dottrina</em> &#8211; Sansoni, Firenze 1967.</p>
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