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	<title>Storia in Network &#187; Carlo Magno &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LA NASCITA DELLO STATO PONTIFICIO</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jul 2017 07:10:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Nel VII secolo il papato è in difficoltà dopo il tentativo di riconquista dell’Italia da parte di Bisanzio e sotto la pressione delle invasioni longobarde. Ma sarà grazie ai regni dell’Occidente che troverà una nuova spinta.   La rottura con Bisanzio Nell’Italia bizantina il Papato torna &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel VII secolo il papato è in difficoltà dopo il tentativo di riconquista dell’Italia da parte di Bisanzio e sotto la pressione delle invasioni longobarde. Ma sarà grazie ai regni dell’Occidente che troverà una nuova spinta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h3 style="text-align: justify;">La rottura con Bisanzio</h3>
<p style="text-align: justify;">Nell’Italia bizantina il Papato torna a essere fedele all’imperatore di Costantinopoli. È un vescovo dai poteri limitati: la tradizione vuole che la sua nomina debba essere confermata dal <i>basileus</i>. Papa Onorio (625-638) tenta persino di trovare un accordo con i partigiani del monotelismo<i> </i>(dottrina che costituisce una forma attenuata del monofisismo), che però non avrà seguito. Di fatto, i suoi successori Severino, Giovanni IV e Martino I non sottoscriveranno l’accordo, attirando i fulmini dell’imperatore (Martino I viene imprigionato nel 653 e muore in esilio).<br />
La presenza a Ravenna del rappresentante dell’imperatore, l’esarca, costituisce un eccellente mezzo di pressione sul Papato. Ma i tempi sono difficili e Bisanzio, che deve lottare per la sua sopravvivenza contro la folgorante spinta mussulmana, è costretta a trovare un terreno d’intesa. Il basileus Costantino IV convoca il concilio ecumenico che condanna il monotelismo. Papa Benedetto II ottiene che la sua funzione non sia più confermata dall’imperatore ma solo dal suo rappresentante, l’esarca. I successori di Benedetto otterranno inoltre importanti esenzioni fiscali.<br />
Ma la crisi dell’iconoclastia scompagina le carte in tavola. Nel 730 l’imperatore Leone III fa condannare ufficialmente il culto delle icone e ordina all’esarca di fare arrestare papa Gregorio III, che però si ribella alle sua determinazioni. Leone III estende quindi il suo dominio sulle proprietà della chiesa e ne confisca militarmente i territori dell’Italia del sud.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La minaccia dei Longobardi</h3>
<p style="text-align: justify;">Gregorio III si ritrova senza protezione di fronte ai Longobardi, che approfittano della situazione confusa per accentuare la loro pressione: Ravenna viene conquistata nel 737. Al papa rimangono poche possibilità per difendersi e sopravvivere: fare ricorso alla forza crescente dell’Occidente, i Franchi. In effetti, Carlo Martello, aureolato dalla vittoria di Poitiers nel 732 contro gli arabi, è l’uomo forte del momento. Tuttavia, Gregorio III riesce a trovare una soluzione temporanea con i Longobardi e a fare a meno dell’aiuto dei Franchi.<br />
I Longobardi, però, minacciano nuovamente Roma nel 751. Una vera fortuna per Pipino il Breve (714-768), figlio di Carlo Martello, a quel tempo in ambasciata a Roma per farsi legittimare il titolo di Rex Francorum, dopo aver deposto l’ultimo merovingio. Sebbene questa richiesta sia del tutto illegale e persino ardita, papa Zaccaria si trova nella condizione di non poterla rifiutare e dichiarando decaduto il re merovingio Childerico III mette Pipino nella posizione di obbligato nei confronti del Papato. Nel momento in cui l’Impero bizantino deve accomodarsi alla perdita definitiva dell’Esarcato di Ravenna, il nuovo papa, Stefano II (715-757), cerca un protettore e si ricorda del re dei Franchi in maniera spettacolare e simbolica, attraversando le alpi in pieno inverno per incontrarlo a Ponthion. Egli porta con sé una promessa: quella del riconoscimento della sua dinastia, a patto che Pipino elimini dall’Italia la minaccia longobarda e restituisca al papa i territori riconquistati.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Formazione dello Stato pontificio</h3>
<div id="attachment_6321" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/07/Carlo-Magno-conferma-a-Papa-Adriano-I-le-donazioni-del-padre-Pipino-il-Breve.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6321" alt="Carlo Magno conferma a papa Adriano I le donazioni del padre Pipino il Breve" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/07/Carlo-Magno-conferma-a-Papa-Adriano-I-le-donazioni-del-padre-Pipino-il-Breve-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Carlo Magno conferma a papa Adriano I le donazioni del padre Pipino il Breve</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Le campagne di Pipino ottengono un successo e nel 754 viene creato un nuovo stato. Roma, oltre al suo ducato (vecchia provincia bizantina), recupera la provincia di Ravenna e quindi il corridoio di Perugia. I Bizantini sono presi da ben altre preoccupazioni e non possono reagire, riuscendo a conservare in Italia solo la Calabria, Venezia (nominalmente) e le isole (Corsica, Sardegna e Sicilia). In definitiva il Papato è diventato un attore politico, dotato di una solida amministrazione, ereditata dai bizantini, di una cancelleria e di uffici incaricati di assicurare le entrate. Da questa nuova aristocrazia prenderà vita un “corpo senatoriale” potente, proveniente da carriere civili o militari, che in seguito avrà un peso notevole nella nomina dei papi.<br />
Tuttavia i Longobardi rimangono ancora minacciosi. Desiderio manovra abilmente riuscendo a far sposare sua figlia a Carlo Magno, figlio di Pipino. Nel 771 il sovrano longobardo è in condizioni di marciare su Roma. Papa Adriano, a sua volta, fa ricorso ai Carolingi nella persona di Carlo Magno, che riesce a conquistare quasi tutta l’Italia, sconfiggendo definitivamente i Longobardi. Ma Carlo Magno non mantiene le promesse relative alla restituzione dei territori del papa. Al contrario, egli si dichiara re d’Italia e impone ad Adriano la consacrazione dei suoi due figli a Roma. Il papa, pur recuperando qualche città, non ha altra scelta che cedere alle richieste del suo “protettore”. Il bilancio resta comunque favorevole: potendosi comportare come un vero sovrano temporale, il papa inizia a batter moneta con la propria effige, allo stesso modo degli imperatori bizantini.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’impero secondo Carlo Magno</h3>
<p style="text-align: justify;">Carlo Magno inizia quindi a moltiplicare le testimonianze di buona volontà e di fedeltà nei confronti del Papato. Colma di donazioni vescovi e monasteri e li pone sotto la sua protezione, rende obbligatoria la decima in tutto il territorio dell’impero, appoggia energicamente l’evangelizzazione degli Slavi nelle frontiere orientali del regno. In materia dottrinale, i suoi sforzi procedono nello stesso senso: rifiuto dell’iconoclastia, migliore formazione del clero e diffusione dell’insegnamento cristiano. In definitiva, la “rinascita carolingia” vuole continuare la riforma iniziata due secoli prima da Gregorio I.<br />
Roma non tarda ad attribuire a Carlo Magno il titolo di “Nuovo Costantino”. Non stupisce quindi che papa Leone III gli conferisca l’incoronazione imperiale nel natale dell’anno 800. Una fortuna per il papa, proprio nel momento in cui in oriente, una donna, Irene Sarantapechaina d’Atene, è salita al trono di Costantinopoli allontanandone il suo stesso figlio.<br />
Ma il “buon imperatore” si mostra sempre di più intraprendente. Il suo progetto politico trova espressione nella fondazione della capitale ad Aquisgrana, che vuole trasformare in una nuova Roma. Nell’809 approva una modifica del <i>Credo</i> che comporta delle tensioni con Leone III. La sua visione è chiara: l’impero è cristiano e franco, prima di essere romano, mentre per il papa l’imperatore dovrebbe essere al servizio della Cristianità, il cui centro è Roma.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Gli imperatori carolingi e il papato in concorrenza</h3>
<p style="text-align: justify;">Il braccio di ferro per il riconoscimento di un potere universale prosegue sotto il regno dei successori di Carlo Magno. Le tensioni vengono accentuate dalle dispute di che dividono i figli di Luigi I il Pio: Lotario I, Ludovico il Germanico, Pipino e Carlo il Calvo.<br />
In effetti, secondo la tradizione germanica, l’impero dovrebbe essere suddiviso in parti uguali, ma un impero dovrebbe anche essere essenzialmente indissolubile. Cercando di conciliare tali vedute, nell’817 Luigi I associa al potere imperiale Lotario, facendolo re d’Italia. Offre la Baviera a Ludovico il Germanico; l’Aquitania riviene a Pipino e Carlo il Calvo recupera l’Alsazia e la Borgogna. Queste spartizioni daranno origini a delle guerre civili con molteplici rivolgimenti di alleanze.<br />
I papi tentano di trarre il massimo vantaggio da questo gioco politico ad alto rischio. Se papa Pasquale I era riuscito a ottenere da Luigi I la libera elezione del papa da parte dei Romani (<i>Privilegium Lodovivi</i>, 817), il suo successore, Eugenio, rimane sostanzialmente impotente davanti alle rivendicazioni di Lotario I, che approfitta della sua venuta a Roma nell’823 e della morte di Pasquale I per imporre la <i>Constitutio romana</i>, che riduce il margine di manovra del papa obbligandolo nuovamente a prestare giuramento di fedeltà all’imperatore e imponendogli un diritto di sorveglianza sulla nomina della sua amministrazione.<br />
Lo spezzettamento dell’impero fra gli eredi di Luigi I in occasione del Trattato di Verdun (843) consente tuttavia al Papato di affrancarsi da una autorità imperiale che ne conservava ormai solo il nome. I papi orientano inizialmente le loro attenzioni sul figlio di Lotario I, quindi su Carlo il Calvo, facendo così passare il centro di gravità dell’impero a occidente. Una decisione effimera, tuttavia: la corona imperiale passa successivamente al ramo germanico, quindi italiano (con la dinastia dei marchesi d’Ivrea) e i territori si frammentano con procedere delle successive eredità.<br />
Alla fine del IX secolo e malgrado l’autonomia politica che gli viene conferita dalla creazione dello Stato Pontificio, il Papato perde il suo dinamismo politico, preferendo concentrarsi soprattutto sulla sua autorità morale, impegnata a regolare gli affari privati dei principi e le tensioni dogmatiche con il Patriarca di Costantinopoli. Nonostante il brillante pontificato di papa Nicola I (867-872), l’aristocrazia italiana (principi di Spoleto, di Capua, di Napoli…) assume sempre maggiore importanza nell’ambito della curia romana. Ne consegue, nella prima metà del X secolo, un periodo di crisi, durante il quale l’influente dinastia di Teofilatto (860-924) e dei Conti di Tuscolo tirano le redini del potere romano, nominando e dichiarando decaduti i pontefici a loro piacimento. Occorrerà l’intervento di Ottone I (912-973) per restaurare un’autorità imperiale e papale più forte, anche se quest’ultima risulterà durevolmente affrancata dalla corona germanica, nonostante la conferma dei suoi territori. Il braccio di ferro fra i due poteri era destinato a continuare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Girolamo Arnaldi, <em>Le origini dello Stato della Chiesa</em>, Torino, UTET Libreria, 1987<br />
O. Bertolini, <em>Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi</em>, Cappelli, 1941<br />
Thomas Noble, <em>La repubblica di S. Pietro. Nascita dello Stato pontificio (680-825)</em>, ECIG, 1998</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>RONCISVALLE, QUANDO LA STORIA SI TRASFORMA IN MITO</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2014 09:58:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Da questa cocente ed oscura disfatta subita dall’esercito di Carlo Magno nel 778, nasce la Chanson de Roland, il primo capolavoro della lingua francese antica. Nel 774, dopo aver acquisito il controllo del regno longobardo in Italia, Carlo Magno prende la decisione di eliminare l’ostacolo costituito &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Da questa cocente ed oscura disfatta subita dall’esercito di Carlo Magno nel 778, nasce la </strong></em><strong>Chanson de Roland</strong><em><strong>, il primo capolavoro della lingua francese antica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 774, dopo aver acquisito il controllo del regno longobardo in Italia, Carlo Magno prende la decisione di eliminare l’ostacolo costituito dai Sassoni in Germania. Lancia contro di loro una prima campagna che lo porta a Paderborn, dove, nell’estate 777, riunisce una grande assemblea (<em>plaid</em>). La campagna, sebbene coronata da successo, non risultata definitiva, in quanto i Sassoni, attaccati alle loro tradizioni ancestrali e guidati dal loro capo Widukind, si ribellano all’occupazione franca ed alla cristianizzazione forzata. Gli scontri dureranno fino al 779.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché attaccare la Spagna?</strong><br />
Occorre prendere in considerazione questo quadro generale per il motivo per cui Carlo Magno riceve a Paderborn un ospite musulmano venuto dalla Spagna, Suleiman ibn Yakzan ibn Al-Arabi, <em>wali</em> (governatore) di Barcellona e di Gerona (spesso presentato a torto come <em>wali</em> di Saragozza, che era invece Husain ibn Yahya al-Ansari). Suleiman, in conflitto con l’emiro ommayyade di Cordova, Abd al-Rahman, veniva a proporre di mettersi sotto l’autorità del re franco, offrendogli la sottomissione dei territori di cui era responsabile.<br />
Mentre il piccolo regno delle Asturie &#8211; fondato dai Visigoti e scampato alla conquista mussulmana del 711 &#8211; era riuscito, sotto la guida de re Alfonso I e dei suoi successori, ad iniziare la <em>reconquista</em>, recuperando la Galizia, la Rioja ed il Leon, Carlo Magno ha molto probabilmente pensa di porsi, per mezzo di una spedizione in Spagna, come capo naturale della Cristianità davanti ai suoi nemici. Secondo Pierre Riché: “<i>Forse egli sognava di riprendere la Spagna a questi Arabi, contro i quali suo padre e suo nonno avevano aspramente lottato”</i>. Sta di fatto che Carlo Magno risponde positivamente all’invito di Suleiman. Gli <em>Annali di Metz</em> forniscono una giustificazione religiosa a questa decisione: “<i>Il re Carlo, commosso dalla preghiere e dai lamenti dei Cristiani di Spagna, che si trovavano sotto il giogo dei saraceni”</i>. Ma Eginardo, il biografo di Carlo Magno, ci fornisce una visione più politica: “<i>Il re, rimane persuaso dal predetto Saraceno, che egli poteva facilmente impossessarsi di qualche città della Spagna”</i>.</p>
<div id="attachment_1414" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Charlemagne-by-Durer.jpg"><img class=" wp-image-1414 " alt="Carlo Magno in un dipinto di Albrecht Dürer" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Charlemagne-by-Durer.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Carlo Magno in un dipinto di Albrecht Dürer</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella primavera del 778 il re franco</strong> si porta in Aquitania, recentemente incorporata alla stato carolingio, dove, il 19 aprile, celebra le ricorrenze della Pasqua. Nella regione, egli ha mobilitato una forza militare considerevole, ripartita in due eserciti. Uno, dove si erano riuniti gli uomini provenienti dall’Austrasia, dalla Burgundia, dalla Baviera, dalla Provenza e dalla Longobardia, si muove in direzione sud-est, verso la Septimania e Barcellona, attraverso il colle di Perthus. Il secondo esercito, comandato da Carlo Magno in persona e composto da uomini dell’ovest, della Neustrasia e dell’Aquitania, attraversa la Guascogna, recentemente sottomessa, con direzione sud. L’esercito di Carlo deve attraversare i Pirenei attraverso il passo di Roncisvalle, un itinerario classico per una colonna militare di una certa consistenza, sin da tempo dei Romani.<br />
I Franchi arrivano in tal modo a Pamplona, minacciata dai Mussulmani ma controllata dai Cristiani. Carlo Magno, per impressionare le popolazioni locali, mette in mostra tutta la sua forza. In effetti, il suo vero obiettivo è la città di Saragozza e la traversata del fiume Ebro viene effettuata attraverso un guado. Una volta giunti davanti a Saragozza, i Franchi subiscono una grande delusione: la città, promessa dal saraceno in occasione dell’incontro di Paderborn, non solo non apre le porte, ma dimostra nei fatti tutta la sua ostilità. In effetti il suo wali, probabilmente inizialmente d’accordo con Suleiman (l’interlocutore di Carlo Magno), ha nel frattempo cambiato opinione e rifiuta di consegnargli la città. La cosa infligge un duro colpo all’orgoglio del re franco, che si rende conto di essere stato vittima di un raggiro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vengono iniziati dei negoziati con il <em>wali</em> di Saragozza</strong>, che si concludono nel nulla. Carlo, a questo punto, fa mettere in catene Suleiman, nonostante la consegna di ostaggi e di oro da parte di quest’ultimo, destinati ad attenuare il risentimento del franco. Ma Carlo è un uomo pratico: dal momento che l’affare è fallito, occorre ritirarsi il più presto possibile, anche perché la situazione dei Sassoni, non ancora consolidata, rischia nuovamente di deteriorarsi e di esigere la sua presenza. Nel percorso di ritorno, un colpo di mano mussulmano riesce a liberare Suleiman (che finirà comunque assassinato dal suo ex complice, il wali di Saragozza). Giunto a Pamplona, Carlo Magno distrugge la città, “per impedire di ribellarsi” (spiegazione ufficiale fornita dagli <em>Annali Reali</em>), anche se, in effetti, questa era una città cristiana. Decisione forse voluta perché gli abitanti della “nobile città fortificata dei Navarresi” erano sospettati di connivenza con i Mussulmani. Comunque sia, questa azione del re franco costerà molto cara, come il seguito degli avvenimenti si incaricherà di dimostrare.</p>
<div id="attachment_1412" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Batalla.roncesvalles-XV.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1412" alt="La battaglia di Roncisvalle in una miniatura del XV secolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Batalla.roncesvalles-XV-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La battaglia di Roncisvalle in una miniatura del XV secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La trappola di Roncisvalle</strong><br />
Nonostante la volontà di esaltare il re dei Franchi, diventato imperatore nel Natale dell’800, il suo biografo Eginardo racconta che egli ha subito, ritornando dalla Spagna, un cocente rovescio nei Pirenei dovuto alla “<i>perfidia dei Vasconi”</i>,<i> </i>ovvero i Baschi. Nella sua <em>Vita Karoli</em> (redatta intorno all’826) egli scrive: “<i>Mentre l’esercito sfilava in una lunga colonna, obbligato dalla natura e della ristrettezza dei luoghi, i Vascones, che avevano organizzato un’imboscata in cima alla montagna, si slanciano sulla colonna che scortava i bagagli e respingono i soldati che la proteggevano in una valle situata al di sopra e quindi ingaggiano il combattimento, uccidendoli fino all’ultimo uomo. Dopo di ciò, facendo man bassa dei bagagli e favoriti dal calar della notte, essi si sono dispersi con la più grande celerità. I Vasconi erano avvantaggiati in questa azione dalla leggerezza del loro armamento e dalla configurazione geografica dei luoghi. In questo combattimento, Eggihardo, prevosto della tavola reale, Anselmo, conte di palazzo e Orlando/Rolando (Rotland), prefetto della Marca di Bretagna, rimangono uccisi insieme a tanti altri.</i>”<br />
Lo scontro ha avuto luogo il sabato 15 agosto del 778, alla fine del pomeriggio. L’episodio illustra la combattività dei montanari che, per mezzo della loro perfetta conoscenza dei luoghi e di tecniche di guerriglia, adattate alle condizioni geografiche, hanno potuto mettere a completo profitto l’effetto sorpresa ed avere ragione di soldati agguerriti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A dire il vero, i Vasconi avevano dimostrato</strong> da lungo tempo la loro capacità di resistenza e di reazione nei confronti di chi pretendeva imporsi su di loro. Già i Romani non avevano potuto occupare in maniera permanente i Pirenei centrali. Anche se le popolazioni che vi vivevano, prevalentemente pastori, non sembravano minacciose, ma godevano comunque di una reputazione di crudeltà e di ferocia ben consolidata: Paolino da Nola, intorno al 390, scriveva al suo vecchio maestro Ausone, per rassicurarlo, spiegandogli che egli viveva in un ambiente urbano e non “<i>nella selvaggia Vasconia”</i>, paese di un “<i>popolo barbaro”</i>, dai costumi feroci e disumani.<br />
Più di due secoli più tardi, Isidoro di Siviglia, descriveva i Vasconi come abitanti “<i>le ampie solitudini dei monti Pirenei”</i>. Questi rudi montanari avevano accolto, nel V secolo, i Bagaudi – bande itineranti di vagabondi celtici che vivevano di saccheggi – che si erano associati a loro per operazioni di brigantaggio. Restii alla romanizzazione ed alla cristianizzazione, i Vasconi si erano insediati nel nord dei Pirenei, dando il loro nome alla Guascogna. A sud dei Pirenei, nei territori controllati ormai dai Visigoti, questi ultimi avevano avuto grandi difficoltà a respingere o semplicemente a contenere i raid lanciati dai Vasconi, nonostante le successive campagne organizzate contro di essi, nel corso del VI e VII secolo. Nel 711, quando si scatena l’invasione mussulmana nel sud della Spagna, il re visigoto Rodrigo era impegnato a condurre una spedizione nel nord, proprio contro i Vasconi… Dopo la conquista, i Mussulmani della valle dell’Ebro e del Duoro, incontreranno le stesse difficoltà, proprio come contro i Cristiani delle Asturie. In definitiva, Carlo Magno, lanciando il suo esercito attraverso dei percorsi che attraversavano il cuore dei territori dei Vasconi – ovvero dei Baschi – doveva necessariamente sapere di andare incontro ad un grosso rischio.</p>
<div id="attachment_1416" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Mort_de_Roland-XV.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1416" alt="La morte di Rolando in una miniatura del XV secolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Mort_de_Roland-XV-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La morte di Rolando in una miniatura del XV secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma il re franco aveva l’abitudine di reagire</strong> con razionalità ai colpi della sorte. Il primo imperativo per Carlo Magno era quello di consolidare la tutela franca sull’Aquitania, mal sopportata dalle popolazioni locali, che potevano essere tentate di approfittare di un indebolimento del prestigio carolingio per emanciparsi. In questo caso verrà adottata una soluzione, apparentemente astuta. L’Aquitania, eretta in regno, per vellicare le suscettibilità regionali, verrà affidata nel 781 al figlio di Carlo Magno, Luigi. Si trattava di un bambino di tre anni che, proprio per questo fatto, verrà circondato da uomini di fiducia del potere centrale. Questi, insediati a Tolosa con il giovane monarca, riceveranno delle offerte di servizio da parte di piccoli principi mussulmani dell’altra parte dei Pirenei. Ecco, dunque, una nuova occasione per rimettere piede in Spagna e per stabilire il potere franco ad est delle zone in cui la spedizione del 778 aveva fallito. E sarà proprio in questa ottica, che Gerona, Urgel ed il territorio della Cerdagna verranno occupati. Ma l’emiro di Cordova, di fronte a questa nuova tendenza espansionistica, reagisce prontamente, riuscendo ad infliggere una ulteriore sconfitta, nel 793, al duca Guglielmo, cugino di Carlo Magno. Il duca sarà, comunque e posteriormente aureolato, poiché, ritiratosi in un luogo desertico in Linguadoca (Gellone), vi fonderà un monastero, al quale rimarrà legato il suo nome (San Guglielmo le Desert).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il potere carolingio riuscirà tuttavia ad insediarsi a sud dei Pirenei,</strong> grazie alla conquista di Barcellona nell’801 da parte del principe Luigi, ormai in età di servire efficacemente gli interessi di suo padre. La marca carolingia di Spagna diventerà più tardi la Catalogna. Ad ovest, Pamplona e la Navarra cadono quindi sotto il controllo dei Franchi. Ma nell’812, Luigi è costretto a domare una nuova rivolta dei Vasconi, che si era estesa dalla Guascogna alla Navarra. Di ritorno da Pamplona in Aquitania, il principe, reso prudente dai ricordi di Roncisvalle, si proteggerà dalle insidie della traversata dei Pirenei, prendendo un considerevole numero di ostaggi dai montanari dei luoghi. Una nuova spedizione punitiva lanciata contro Pamplona, nell’824, si concluderà ancora con un fallimento: le truppe carolingie cadranno al ritorno in una ulteriore sanguinosa imboscata. La Navarra era decisamente al di fuori della portata delle ambizioni franche ed essa diventerà un regno indipendente, destinato a giocare, successivamente un ruolo di rilievo nel futuro della storia francese.</p>
<div id="attachment_1413" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Rolando-suona-lolifante.jpg"><img class=" wp-image-1413 " alt="Rolando suona l'olifante" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Rolando-suona-lolifante.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Rolando suona l&#8217;olifante</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La potenza del mito</strong><br />
La sconfitta di Roncisvalle sarebbe potuta rimanere solo uno sfortunato e secondario episodio nel contesto dell’avventura carolingia. Ma la poesia, impadronendosene, lo trasfigurerà in un’epopea eroica, la cui eco marcherà profondamente la letteratura medievale e tutto l’immaginario collettivo europeo.<br />
Occorre, per convincersene, rileggere la <em>Chanson de Roland</em>. Secondo questo testo, Carlo Magno, che aveva già passato sette anni in Spagna, si dirige verso Saragozza, il cui capo è un certo Marsilio. Carlo Magno conquista diverse città e quindi riparte verso la “<i>dolce Francia”</i>, lasciando al suo nipote Rolando/Orlando, ai suoi 12 pari ed a 20.000 soldati franchi il compito di assicurare il buon svolgimento del ritorno. Ecco, però che viene ingaggiata una battaglia fra Cristiani e Mussulmani e Orlando/Rolando, tradito da Gano/Ganelone, nonostante i prodigi della “<i>Durlindana, la sua buona spada”</i>, deve “<i>suonare l’Olifante”</i>, per avvertire Carlo Magno, in quanto “<i>gli Etiopi dal grande naso e dalle gradi orecchie”</i> sono troppo numerosi. Morto il suo amico <i>Oliviero</i>, Orlando tenta invano di spezzare la sua spada su una grossa pietra ma se la “<i>spada cigola”</i> essa “<i>non si spezza, né si frantuma”</i>. Quando infine Carlo Magno arriva sul posto, “Orlando è morto”. L’imperatore a quel punto ingaggia un combattimento contro “l’ammiraglio (emiro)” e vendica come si deve la perdita di Orlando e dei suoi prodi compagni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La <em>Chanson </em>dimostra che il ricordo</strong> era stato perpetuato dalla tradizione orale, che alimenterà, in seguito, numerosi scritti. Uno di essi, denominato <em>Pseudo-Turpin</em>, ha avuto una grande influenza sul <em>Libro di San Giacomo</em> ed il pellegrinaggio di Compostela. Ma l’eco letteraria legata a Roncisvalle si ritrova, nel XII e XIII secolo, anche in Spagna, dove contribuisce a velicare, come era logico, l’identità ispanica. Tracce importanti si trovano anche nella letteratura italiana, nell’<em>Orlando Furioso</em> di Ludovico Ariosto e nel Canto XXII dell’<em>Inferno</em> di Dante. In Germania un prete bavarese consacra nove mila versi a glorificare Rolando nel suo <em>Ruolandesliet.</em> Anche in Inghilterra, in Danimarca e in Norvegia le gesta di Rolando offrono spunti per saghe e composizioni letterarie. Oggi una statua di Rolando fa bella mostra di sé nella piazza di Brema. Naturalmente, il ricordo di Roncisvalle è ancora presente nei canti dei pastori baschi, e rappresenta una delle migliori espressioni del radicamento della loro identità culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong><span style="color: #808080;"><span style="color: #000000;">G. Narracci, <em>Roncisvalle</em> &#8211; Lampi di Stampa, 2006<br />
A. Cesareo, <em>Fede e potere. Ritratto inedito di Carlo Magno nei «Gesta Karoli» di Notkero Balbulo</em> &#8211; MGC Edizioni, 2012</span></span><em><span style="color: #808080;"><br />
</span></em><span style="color: #808080;"><span style="color: #000000;">D. Hagermann, <em>Carlo Magno. Il signore dell&#8217;Occidente</em> &#8211; Einaudi, </span></span><span style="color: #000000;">2004</span><em><span style="color: #808080;"><br />
</span></em><span style="color: #000000;"><a title="Pierre Narbaitz" href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Pierre_Narbaitz"><span style="color: #000000;">Pierre Narbaitz</span></a>, <em>Orria, ou la bataille de Roncevaux (15 août 778) </em>- Editions Zabal, 1978<em><br />
</em>J. Claret, <em>La Unarde, le mystère de Roncevaux</em> &#8211; Editions Rabiou, 2010<em><br />
</em></span></p>
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