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	<title>Storia in Network &#187; Ancien régime &#124; Storia in Network</title>
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		<title>LA PERSONALITÀ DEL RE SOLE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Nov 2024 10:17:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Carlo Morandi – Luigi XIV incarnò l’essenza dell’ancien régime, fondendo l&#8217;idea religiosa con quella monarchica. Perseguì una politica estera ed economica espansionistica, lasciando ai posteri l’immagine di un regno che da Versailles diffondeva la luce dell’arte e della cultura su tutto il continente. Lo storico e politologo Carlo Morandi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Carlo Morandi –</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luigi XIV incarnò l’essenza dell’</em>ancien régime<em>, fondendo l&#8217;idea religiosa con quella monarchica. Perseguì una politica estera ed economica espansionistica, lasciando ai posteri l’immagine di un regno che da Versailles diffondeva la luce dell’arte e della cultura su tutto il continente. Lo storico e politologo Carlo Morandi (1904-1950) ci offre un ritratto a tutto tondo del sovrano e della Francia all’apice del suo prestigio. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Alto, le spalle un po’ larghe&#8230; </strong>agile in tutti gli esercizi del corpo», non bello, ma con gli occhi dolci e brillanti che rischiaravano un volto pallido dove il vaiolo aveva lasciato le sue indelebili stigmate, tale doveva apparire, secondo le descrizioni dei contemporanei, Luigi XIV su la soglia dell’età matura. Più tardi la sua fisionomia andrà modificandosi in alcuni particolari, e assumendo una        più netta caratteristica, quasi ad esprimere, insieme col portamento, una regalità ed una forza che Luigi subito non ebbe, ma raggiunse gradualmente, cosi come per gradi innalzò il proprio edificio di sovrana potenza.<br />
Era nato a Saint-Germain-en-Laye, il 5 settembre 1638, da Luigi XIII e Anna d’Austria; e poiché la nascita, dopo ventitré anni di matrimonio, parve miracolosa e provvidenziale, fu battezzato col nome di <i>Louis-Dieudonné</i>. La morte del padre lo elevò solo nominalmente al trono il 14 maggio 1643, di fatto Anna d’Austria ottenne dal parlamento la reggenza «con piena autorità» e se ne giovò per raccogliere e affidare tutto il potere nelle mani del Mazarino. Privo dell’educazione paterna, lontano dall’influenza della madre, che ritrovava solo ora la pienezza di una vita amorosa, il fanciullo crebbe in una sorta d’isolamento, estraneo agli affetti familiari. La scarsa vivacità naturale parve un indice d’intelligenza torpida e fiacca; era invece il faticoso temprarsi d’un carattere nell’ambiente sordo ed ostile d’una Corte che mirava a contrapporre il giovane re al potente ministro. Di qui un istintivo bisogno di sorvegliarsi, di evitare ogni confidente abbandono, un precoce rinchiudersi in se stesso. Tutta la giovinezza di Luigi fu un continuo sforzo di disciplina interiore; anche dopo uno scatto di collera o una disobbedienza improvvisa, la natura calma e riflessiva prendeva il sopravvento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fin dal 1646 la Reggente delegava la tutela e la cura del figlio al Mazarino,</strong> e accanto al governatore, maresciallo di Villeroy, costituiva un corpo insegnante d&#8217;indubbio valore, diretto dall&#8217;abate Hardouin di Beaumont e, più tardi, dal gesuita P. Paulin. Luigi mostrò scarsa inclinazione allo studio in senso scolastico; ma un vivo interesse per tutto ciò che richiamava la grandezza della Francia e della dinastia. Non che il giovane allievo rifuggisse dallo studio delle lingue (una versione del primo libro dei <i>Commentari</i> di Cesare porta il suo nome), delle matematiche o del disegno; ma in lui già appariva un senso meno libresco e più concreto del sapere: «Quand il vient au Conseil &#8211; notava il Mazarino &#8211; il me fait cent questions sur la chose dont il s&#8217;agit»; e in questa istruzione diretta il Cardinale ebbe senza dubbio una parte migliore e più attiva di quella che il Saint-Simon gli ha attribuito. Egli si preoccupava infatti d&#8217;impedire che il pupillo divenisse uno strumento d&#8217;opposizione nelle mani dei suoi nemici; ma non ne trascurò l&#8217;educazione politica, e più, forse, avrebbe fatto se il susseguirsi di lotte esterne ed interne non l&#8217;avesse continuamente assorbito. Pure, negli ultimi anni, i contatti furono frequenti, talvolta quotidiani, e nell&#8217;opera stessa del Mazarino Luigi XIV trovava una scuola di realismo politico feconda d&#8217;insegnamenti concreti. Tuttavia agli occhi dei sudditi la figura dominante del ministro sembrava perpetuare l&#8217;infanzia del monarca. Questi compiva invece, con regolare e costante sviluppo, la formazione della propria personalità. Si plasmavano le forze virili nella consuetudine degli esercizi fisici (caccia, equitazione) e nell&#8217;addestramento prediletto alla vita militare; ed emergevano pure le doti del carattere: riservatezza, senso profondo della dignità, radicata coscienza del dovere, un complesso di solide qualità che stupivano gli ambasciatori stranieri e testimoniavano d&#8217;uno spirito ormai maturo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con la morte del Mazarino giungeva l&#8217;ora della prova,</strong> l&#8217;istante «que je souhaitais et craignais tout ensemble depuis longtemps» (<i>Mémoires</i>, I). Luigi XIV aveva nutrito per il grande ministro un sentimento misto di riconoscenza e d&#8217;ammirazione; ma sentiva che la propria opera di re doveva differire da quella del Cardinale. Fino a quel momento egli era rimasto escluso dalla partecipazione diretta alla vita dello Stato; ma non estraneo, poiché da anni ne osservava attentamente ogni aspetto, cercando di formarsi dei giudizi propri, e di precisare una futura linea di condotta aderente ai bisogni che l&#8217;esperienza gli suggeriva. Negli anni della Reggenza i pericoli esterni e i disordini interni, lungi dall&#8217;abbatterlo, gli avevano dato piena coscienza dei suoi doveri e delle sue alte responsabilità. Le splendide vittorie militari, la conquista dell’Alsazia, la stessa pace dei Pirenei (1659) che riscattava, dopo un secolo, i duri patti di Cateau-Cambrésis (1559) ed escludeva per sempre la Spagna dall&#8217;egemonia in Europa, non lo avevano illuso: si trattava di possessi ancora precari, sempre contestati, che occorreva completare e garantire con una politica di sicurezza. Ma la nazione era stanca e le classi inferiori avevano molto sofferto: bisognava quindi «soulager les peuples», perché fossero poi in grado di rispondere all&#8217;appello del Re. Non così per la nobiltà ed il clero: il periodo della Fronda era ben vivo nel ricordo e pieno d&#8217;insegnamenti, Luigi ne aveva tratto una più intima conoscenza degli uomini, schiva d&#8217;illusioni e di debolezze, e in pari tempo una cresciuta volontà di ordinato dominio. Richelieu e Luigi XIII avevano lasciato, morendo, scarso rispetto per il Re, avversione per il Ministro; anche ora, nell&#8217;ansiosa attesa che circondava il sovrano ventitreenne, affioravano le ambizioni dei cortigiani e i desideri di potenti famiglie (Bouillon, Montmorency) pronte a trarre profitto da un primo segno di debolezza monarchica. Speranze subito troncate: in Luigi XIV l&#8217;istintiva avversione per «les rois fainéants» si tramutava in una ferma volontà di governo, e questa si manifesto anzitutto nel ristabilirsi della preminenza regia e delle funzioni sovrane che, dopo il 1624, i due cardinali avevano troppo usurpato. Ma non si tratta di un semplice ritorno al governo personale di Enrico IV; vi è qualcosa di più, la creazione di una complessa struttura gerarchica, di cui tutti gli organi non solo ricevono dal re l&#8217;impulso, ma lavorano sotto i suoi occhi e sotto il suo controllo. In tal senso Luigi XIV proseguiva e perfezionava la tradizione dell&#8217;assolutismo monarchico, attuando nella sua pienezza la massima del Le Bret « que le roi est seul souverain dans son royaume et que la souveraineté n&#8217;est non plus divisible que le point en géometrie» (<i>De la souveraineté du roi</i>, 1632).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Egli d&#8217;altronde non aveva bisogno di far appello ad una dottrina politica;</strong> vinta la Fronda, ormai la regalità sentiva intorno a sé il tacito consenso dell&#8217;opinione pubblica che la sorreggeva e stimolava ad una totalitaria affermazione. L&#8217;opera di Luigi XIV doveva soddisfare quest&#8217;esigenza, ed essere animata da un solo proposito, l&#8217;unità politica e morale del regno, perseguito sino in fondo, con una consapevolezza quasi religiosa della missione sovrana. Ciò traspare chiaramente dai <span style="text-decoration: underline;">Mémoires</span>, che, se non possono considerarsi creazione diretta di Luigi XIV (furono in gran parte stesi dal Perigny e poi dal Pellisson), pure conservano quell&#8217;impronta personale che Sainte-Beuve chiama la «note royale», e certo esprimono assai bene il concetto ch&#8217;egli si formò dello Stato e del «métier de rot». L&#8217;idea nacque con l&#8217;inizio del regno; come ministro di se stesso, Luigi volle dare la giustificazione dei suoi atti, al pari di Richelieu (<i>Testament politique</i>) e del Sully (<i>Economies royales</i>); ma piú che «leçons éternelles de ce qu&#8217;il faut éviter ou suivre», come li giudicò il Pellisson, questi <i>Mémoires</i> volevano raccogliere il frutto delle riflessioni, il tesoro di una ricca esperienza, e giovare così all&#8217;educazione politica del Delfino. Emergono infatti i criteri direttivi del nuovo governo congiunti ad una comprensione notevolissima dello stato interno della Francia alla morte del Mazarino. Il giudizio che ne dà il sovrano («le désordre régnait partout», <i>Mémoires</i>, I), può apparire eccessivo quando si pensi all&#8217;opera restauratrice che il Cardinale intraprese dopo il 1653, e a cui contribuirono il Séguier, Le Tellier, e, in parte, lo stesso Colbert. Pure molto restava a compiere: occorreva un&#8217;opera complessiva di organizzazione che partendo dal centro (governo e corte) giungesse alla periferia attraverso una maggior disciplina degli intendenti e un riassetto generale dell’amministrazione.</p>
<div id="attachment_14199" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/10/Testelin_Henri_-_Colbert_Presenting_the_Members_of_the_Royal_Academy_of_Sciences_to_Louis_XIV_in_1667.jpg"><img class=" wp-image-14199" alt="testelin_henri_-_colbert_presenting_the_members_of_the_royal_academy_of_sciences_to_louis_xiv_in_1667" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/10/Testelin_Henri_-_Colbert_Presenting_the_Members_of_the_Royal_Academy_of_Sciences_to_Louis_XIV_in_1667.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Jean-Baptiste Colbert presenta i membri dell&#8217;Accademia reale delle scienze a Luigi XIV</em>, di Henri Testelin, 1667</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 9 marzo 1661 il re annunciava alla Corte che ormai </strong>nulla si farebbe nello Stato senza suo ordine. Tutto il potere si doveva raccogliere nelle sue mani, ed i ministri non dovevano essere che fedeli collaboratori del Sovrano. Il quale fissò i limiti delle loro attribuzioni, e cominciò col ripristinare l&#8217;antico <i>Conseil d&#8217;</i><i>État</i> o <i>Conseil d&#8217;en haut</i>, ma ridotto a tre membri e con esclusione dei familiari, dei principi del sangue e degli ecclesiastici; il che non gl&#8217;impedì di giovarsi, quando volle, di consiglieri estranei e massime del vecchio maresciallo di Turenne. Ma i ministri vennero scelti con assoluta preferenza tra i borghesi («il n&#8217;était pas de mon intérêt de prendre des sujets d&#8217;une qualité plus éminente», <i>Memoires</i>, I), e non ebbero «ni charge, ni patente, ni serment» (Saint-Simon). Luigi XIV mirava ad impadronirsi degli strumenti che avevano già fatto buona prova e a considerare i piú diretti collaboratori come leve di comando. Tuttavia la sua volontà trovò dei limiti nella realtà stessa delle cose. Quel l&#8217;influenza politica ch&#8217;egli cercò di togliere agli ecclesiastici, escludendoli dal Consiglio di Stato, di fatto risorgeva attraverso lo stesso «Conseil de conscience» o l&#8217;autorità personale dei singoli confessori (P. De La Chaise, P. Tellier); e i maggiori e piú fortunati ministri furono quelli (Colbert, Louvois, Torcy) che seppero dare al re l&#8217;impressione di essere semplici esecutori d&#8217;ordini, mentre in realtà erano i loro progetti e le loro idee che trionfavano attraverso il crisma della volontà sovrana. Luigi stesso lo riconosceva implicitamente nei <i>Mémoires</i>, dichiarando che gli ordini del Re dovevano essere fondati «sur la raison» e che occorreva perciò «laisser agir le bon sens» e, infine, ammettendo che del genio dei sudditi è fatto «le plus grand talent des princes».<br />
Senza dubbio egli sapeva ascoltare con molta pazienza prima di decidere con pari fermezza. Tutti gli affari dovevano essergli sottoposti: la vigoria fisica, «son héroïque santé», gli rendeva possibile un lavoro assiduo, un&#8217;attività instancabile e prodigiosa. Profondo il contrasto fra i due aspetti della vita di Corte: quello frivolo e galante delle feste e degli intrighi amorosi, e l&#8217;altro denso di opere e di fatica che si attuava nelle quotidiane cure dello Stato. Né il trasferimento da Parigi a Versailles era stato casuale, sibbene indice d&#8217;una profonda mutazione di consuetudine e di norme. S&#8217;introdusse un cerimoniale solenne, sul tipo spagnolo e austriaco e si costituì una gerarchia regolata da un&#8217;etichetta severa. La persona del re divenne oggetto di culto da parte d&#8217;una folla di cortigiani che s&#8217;assiepava nei palazzi di Versailles, e il fulcro della vita della reggia, ove ogni atto e momento della giornata del sovrano dava origine ad una cerimonia e dove il tono dell&#8217;ambiente e le costumanze dovevano apparire come l&#8217;espressione perfetta della maestà regale.<br />
Luigi XIV era veramente «<i>le Roi Soleil</i>»: luce dominante nel centro d&#8217;un mondo che da lui prendeva vita e intorno a lui armonicamente si muoveva. In quell&#8217;atmosfera le lodi diventavano inni, i consensi espressioni di servilismo, che lo spirito mordace del Saint-Simon giudicava come «fadeurs les plus vomitives». L&#8217;eco della vita di corte giungeva al Paese deformata e dava esca ai gazzettieri e libellisti, nei quali Luigi ebbe nemici ostinati, critici acerrimi, denigratori instancabili. Le stesse vicende private e familiari del re offrivano un facile bersaglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma di là dalla cerchia degli interessi familiari</strong> c&#8217;era pur sempre lo Stato con le sue esigenze supreme, cui tutto bisognava sacrificare e posporre.<br />
Immenso il lavoro compiuto all&#8217;interno, nonostante un quarantennio di lotte diplomatiche e di guerre che assorbirono danaro, uomini ed energie. Luigi conosceva bene la Francia per averla percorsa piú volte, a lungo; e non gli erano sfuggiti i particolarismi, le diseguaglianze, gli abusi, tutto ciò che ancora rimaneva di eterogeneo e di non assimilato nell&#8217;organismo statale. Pur senza ricorrere a mutamenti radicali e improvvisi, e spesso mantenendo gli antichi quadri amministrativi, riuscì a soffocare le autonomie e a sostituirvi un sistema di rigorosa centralizzazione. Con l’istituzione progressiva degli intendenti quali rappresentanti diretti dell’autorità monarchica nelle province, si videro esautorati i vecchi governatori militari; «ces pauvres gouverneurs», li chiamò Madame de Sévigné, ai quali non rimase che «jouer des grands ròles de comédie». Insieme con le franchigie provinciali caddero quelle comunali; lo stesso simulacro delle elezioni municipali scomparve e le cariche si trasformarono in uffici. Rimasero i parlamenti, ma svuotati di ogni loro valore e funzione, sottomessi agli intendenti; e gli <i>stati generali</i> non vennero più convocati, lasciando che ne svanisse anche il ricordo. Innovazioni meno sensibili furono introdotte nell’amministrazione della giustizia, che faceva capo al re attraverso il <i>Conseil des Parties</i>: un’ordinanza del 1667 regolò la procedura civile ed un’altra del 1670 quella penale. Personalmente Luigi ebbe un senso austero, ma un po’ rigido della giustizia; né gli fu sempre possibile evitare che la sua autorità degenerasse in arbitrio (come si vede nei casi del Lauzun e del Mattioli); ed impedire il diffondersi dei mezzi abusivi di denuncia («<i>lettres de cachet</i>»).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’attività ben più feconda fu svolta nel campo dell’economia nazionale,</strong> ove però è assai difficile scindere l’opera del sovrano da quella di J. B. Colbert. Le finanze erano sconvolte dalle guerre, dalle lotte civili, dalle malversazioni dei funzionari. La creazione del «<i>Conseil des finances</i>» (1664), il processo per peculato e la condanna del Fouquet, la nomina del Colbert a controllore generale delle finanze (1665), posero le basi di un nuovo ordinamento che consentì una provvida revisione fiscale. Tolti parecchi abusi, vigilati i metodi di esazione, accresciuto il numero dei contribuenti, il gettito netto delle imposte salì da 32 milioni (1661) a 97 nel 1683. Il re verificava spesso i registri contabili, e firmava ogni anno «l’état au vrai» controllando le modifiche apportate ai bilanci preventivi. Ma riponeva piena fiducia nel Colbert.<br />
Tutto il primo ventennio di regno è segnato da una vigorosa impronta costruttrice: nell’agricoltura con le ordinanze sulle acque e sulle foreste (1669), con il miglioramento del patrimonio zootecnico, con la distribuzione di sementi e di premi ai coltivatori; nell’industria con le provvidenze dirette a favorire le manifatture nazionali; nei lavori pubblici con la costruzione di strade, di ponti, di canali (<i>Canal du midi</i>), con la creazione di Versailles e gli abbellimenti di Parigi. Circondato da una folla di artisti e di tecnici, Luigi voleva il primato della Francia in ogni campo d’attività e non s’arrestava dinanzi ad una ardita innovazione; e se v’era taluno, come il La Bruyère, che si lagnava dell’eccessivo numero di nuovi edifici, di vie e giardini, di carrozze, rimpiangendo l’antica parsimonia, non mancavano le voci, come quella di Claude Perrault, che plaudivano ad ogni conquista della vita moderna.<br />
Questa politica di efficienza e di prestigio doveva trovare nell’espansione commerciale e coloniale il suo naturale completamento. Il Re non ostacolò l’opera del Colbert che fu il vero animatore dell’emancipazione economica della Francia e che mirò ad imprimere il massimo impulso all’esportazione mediante il controllo della produzione e il vasto impiego dei dazi protettivi. Fu creata quasi dal nulla la marina mercantile; ampliato il porto di Marsiglia, attrezzati gli arsenali di Brest, Rochefort, Tolone, accresciuti i possessi coloniali in America e in Africa e, soprattutto, valorizzati con la formazione delle due <i>Compagnie</i> (1664), una per le <i>Indie occidentali</i> e l’altra per le <i>Indie orientali</i>, con la colonizzazione della Luisiana, col generale aumento dei traffici. Politica di sviluppo delle forze nazionali che, elevando la Francia al rango delle grandi potenze marittime, doveva fatalmente accrescere il numero dei suoi nemici, perché, insieme con la rivalità tradizionale del blocco absburgico, suscitava le gelosie dell’Olanda e dell’Inghilterra. Di qui l’urgenza di un programma di organizzazione militare che Luigi, assistito dal Louvois e dal Vauban, ideò e diresse con vigile cura e che, partendo da modifiche tecniche negli armamenti terrestri e da un aumento dei mezzi offensivi della flotta, giungeva ad un più vasto concetto di difesa nazionale imperniato sulla sicurezza dei confini e sulla copertura del Paese, mediante le linee fortificate di protezione e quelle «places de la frontière», il cui valore politico e strategico testimonia dell’intuizione esatta che Luigi XIV aveva avuto del compito avvenire della Francia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma nel complesso di tutta la politica interna è possibile scorgere</strong> l’affermarsi di due tendenze diverse e quasi contraddittorie: da un lato l’accrescimento del potere personale del re, dall’altro la formazione di una monarchia burocratica, ordinata nei nuovi quadri amministrativi. Queste linee direttrici coesistono e si equilibrano nei primi decenni del regno e sono rappresentate dalla stretta collaborazione del re e di Colbert. Attraverso l’organizzazione dello Stato la volontà sovrana penetra in ogni parte: non vi è cellula del corpo sociale che non sia permeata di dispotismo. La nobiltà, da turbolenta e faziosa, ridotta a docile strumento della vita di corte; l&#8217;alto clero vincolato al re nella comune difesa della libertà della chiesa gallicana; la borghesia divenuta forza operante al servizio del monarca. Ma, d&#8217;altra parte, lo sviluppo del sistema amministrativo crea nello Stato delle istituzioni stabili che limitano, in virtù della loro stessa esistenza, la volontà personale del re; e quando questi, negli ultimi decenni del regno, sotto l&#8217;urto delle difficoltà esterne ed interne, accentua il carattere personale del proprio governo, tra le due forze già si delinea il futuro conflitto. Il dispotismo regio ha il sopravvento, ma deve ricorrere all&#8217;esercito, alla polizia, alla censura per governare, e, ciò nonostante, vede crescere le correnti intellettuali d&#8217;opposizione (Fénelon, Saint-Simon, Boulainvilliers). Si rende più manifesta la contraddizione latente nella politica di Luigi XIV: l&#8217;aver fatto appello all&#8217;iniziativa borghese, pur conservando la struttura tradizionale della società con i suoi privilegi ed abusi, e limitandosi ad accentrarli nelle mani del sovrano con lo scopo di renderli inoffensivi. Cosi, di fronte ai sacrifici resi necessari dalle guerre, dalle carestie, dal rapido crescere delle imposte (benché Luigi dichiarasse che la sola idea di dover elevare la tassazione gli causava «des peines infinies»), la nazione cominciò ad avvertire profondamente il peso dell&#8217;arbitrio. La nobiltà, resa inutile e dispendiosa, fece di Versailles una capitale falsa e fittizia, estranea alla vita del Paese, e il re circondandosene parve solidarizzare con essa ed allontanarsi dal popolo.<br />
La monarchia di Luigi XIV, dispotica e al tempo stesso amministrativa, non poteva fruire che di un equilibrio precario: nell&#8217;urto delle due opposte tendenze è già in germe la crisi dell&#8217;<i>ancien</i> <i>régime</i>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la politica religiosa condusse a risultati analoghi. </strong>Coerente ai principi generali del suo governo, Luigi aveva mirato a tre scopi ben definiti: unità di culto, parziale autonomia della chiesa francese dal papato, assoluta dipendenza del clero dal re.<br />
Nei confronti degli Ugonotti gli editti posteriori al 1661segnarono una progressiva restrizione dei loro privilegi; alle tenaci resistenze si rispose con le <i>dragonnades</i>, finché nel 1685 la revoca dell&#8217;editto di Nantes, attuata con estremo rigore, pose fine alla lotta. I protestanti erano senza dubbio una minoranza, ma ricca, attiva, intelligente: il loro annientamento creò, secondo il giudizio del Basville, intendente di Linguadoca, «un peuple irrité», ed ebbe profonde ripercussioni nella vita economica sociale ed intellettuale della nazione. Più grave, sotto certi aspetti, fu la lotta contro i giansenisti, in quanto apriva un dissidio nelle stesse coscienze cattoliche. Ma Luigi aveva bisogno di cancellare ogni interno contrasto religioso e di circondarsi dell&#8217;aureola di Cristianissimo, per sostenere di fronte al pontefice, in un&#8217;alternativa di aspri conflitti e di non durevoli accordi, la propria supremazia sulla chiesa gallicana. Senonché la politica regia, appoggiandosi ai vescovi e ai grandi prelati, fini con l&#8217;isolare, specie nelle campagne, la massa ecclesiastica e con l&#8217;accrescere quel distacco morale e sociale tra alto e basso clero, che, alla fine del XVIII secolo, sfocerà in un aperto contrasto politico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pure, l&#8217;impronta unitaria data alla Francia</strong> dall&#8217;opera personale del re fu così forte da lasciare tracce indelebili e da reggere allo sforzo di un cinquantennio quasi ininterrotto di lotte europee. Luigi è il continuatore della politica estera del Richelieu e del Mazarino, ma si accinge a proseguirla con una preparazione più vasta e più organica. La diplomazia francese compie, sotto la sua guida, un passo gigantesco: sviluppa una rete fittissima cli relazioni, un&#8217;attività senza soste, un&#8217;abilità fatta d&#8217;esperienza, di prestigio, d&#8217;intrigo. Il re ne difende gelosamente le prerogative dinanzi alle Corti straniere (donde gli energici interventi, presso Filippo IV nel 1662 e Alessandro VII nel 1664, per offese recate ai suoi ambasciatori), ma vuole che ogni ministro sia consapevole del valore della propria missione.<br />
Luigi XIV s&#8217;avvantaggiò, in un primo tempo, della favorevole situazione europea; l&#8217;Impero impegnato a fondo coi Turchi, parecchi principi tedeschi legati alla Francia, Carlo Il d&#8217;Inghilterra desideroso d&#8217;aiuto e così poco vigile degli interessi britannici da lasciarsi indurre alla vendita di Dunkerque (1662), la Spagna indebolita, l&#8217;Olanda intesa a conservare la sua posizione commerciale. Furono anni di attesa e di intensa preparazione diplomatica e militare. Luigi maturava il primo disegno della sua politica estera : l&#8217;isolamento della Spagna; e alla morte di Filippo IV, valendosi del cosiddetto diritto di devoluzione derivante da una consuetudine del Brabante, si appoggiò al Portogallo e alla Lega Romana e invase le Fiandre (1667). La reazione europea fu pronta, ma non molto efficace; tuttavia la triplice alleanza dell&#8217;Inghilterra, Olanda e Svezia (23 gennaio 1668), indusse la Francia al trattato di Aquisgrana (2 maggio 1668) riconoscendole il possesso di dodici città fiamminghe e obbligandola a restituire la Franca Contea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La pace, frutto della diplomazia dell&#8217;Aja,</strong> rivelò nell&#8217;Olanda l&#8217;ostacolo maggiore alle mire espansionistiche francesi. Da questo momento la politica di Luigi fu rivolta a creare il vuoto intorno all&#8217;Olanda, togliendole l&#8217;appoggio inglese e svedese. Ma la guerra, iniziata nel 1672 con una marcia vittoriosa del Turenne, ebbe sviluppi impreveduti, e, dopo il fallimento delle prime trattative di pace (1673), degenerò in una conflagrazione europea. La Francia aveva manifestato la sua forza ma anche la sua volontà aggressiva che suscitava l&#8217;esigenza di una comune difesa. Il re vide crescere nel giro di pochi anni il numero dei suoi avversari: l&#8217;Impero, la Spagna, la Danimarca, gli elettori di Colonia e del Brandeburgo. Perduta l&#8217;alleanza inglese, cercò nuovi aiuti legando a sé la Polonia e fomentando rivolte nei Paesi nemici, come in Ungheria e a Messina. Con la pace di Nimega (1678) dovette restituire i territori olandesi occupati, ma poté rifarsi sulla Spagna con l&#8217;annessione definitiva della Franca Contea e di altre città delle Fiandre occidentali. Però l&#8217;Olanda, raccolta intorno a Guglielmo d&#8217;Orange, aveva rivelato insospettate capacità di resistenza: ed ecco la diplomazia francese all&#8217;opera per allontanarla nuovamente dall&#8217;Inghilterra, e per alterarne l&#8217;equilibrio politico interno con gl&#8217;intrighi dell&#8217;ambasciatore D&#8217;Avaux presso i deputati degli Stati Generali. Per Luigi XIV la pace si risolveva effettivamente in una preparazione politica, economica, militare, della guerra. Ciò si vide anche meglio con l&#8217;intenso lavorio rivolto a sistemare la zona alsaziana-lorenese: furono richiamati antichi diritti non ben definiti dai trattati di Westfalia e convocate le «camere di riunione» che decisero in favore delle aspirazioni francesi. La politica dei confini al Reno si avvia a rapida attuazione con la presa di possesso di Strasburgo (1681); poco dopo, col consenso del Duca di Mantova, il Catinat occupa Casale. <i>Clausa Gallia Germanis</i>, mentre la porta d&#8217;Italia s&#8217;apre ai Francesi. È una tenaglia che mira a stringere l&#8217;Austria e che Luigi cerca di rendere più pericolosa sollecitando una nuova avanzata turca su Vienna (1683). Nello stesso tempo s&#8217;impadronisce del Lussemburgo, di Courtrai e Dixmude, costringendo la Spagna con la tregua di Ratisbona (1684) a riconoscere il fatto compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La potenza di Luigi XIV ha raggiunto l&#8217;apice:</strong> nelle sue mani la Francia è divenuta una grande macchina in movimento, che avanza senza soste e minaccia di sommergere le potenze vicine e lontane. Da questo momento la reazione europea s&#8217;intensifica, sorretta e stimolata da un vasto moto d&#8217;opinione pubblica che accusa la volontà egemonica del Re Sole di tendere ad una nuova monarchia universale. L&#8217;umiliazione inflitta a Genova (1684), la persecuzione dei protestanti, la pressione diplomatica esercitata sui grandi e sui piccoli Stati (Spagna, Savoia, Brandeburgo), affrettarono il formarsi della Lesa d&#8217;Augusta (1686). Luigi sperò di poter vincere i nemici separatamente abbattendo le forze dell&#8217;Impero, già impegnate dai Turchi, prima che gli altri collegati fossero in grado di agire. Ma soprattutto fece assegnamento sull&#8217;aiuto o almeno sulla neutralità dell&#8217;Inghilterra travagliata dalla crisi politica e dinastica. Invece la rivoluzione del 1688 e l&#8217;ascesa al trono di Guglielmo d&#8217;Orange sconvolsero i suoi piani, isolarono la Francia e fecero sì che il blocco anglo-olandese divenisse il fulcro della Grande Alleanza (1690). Luigi non desiste dalla guerra, anche se l&#8217;iniziativa in parte gli sfugge e se si trova costretto, su molti fronti, a mutare l&#8217;offesa in difesa. Ma non può nascondersi che la sua politica estera ha urtato troppi interessi e li ha coalizzati invece di dissociarli. Particolarmente significativa l&#8217;adesione alla Grande Alleanza dell&#8217;elettore di Brandeburgo e di Vittorio Amedeo Il, il che dimostra che nel tradizionale antagonismo tra Borboni e Absburgo s&#8217;inseriscono forze nuove, Stati più giovani che tendono a salire e devono fatalmente affrontare la potenza che impedisce o limita il loro sviluppo. Ed accanto ad essi vi sono l&#8217;Inghilterra o l&#8217;Olanda, cioè gli Stati che hanno debellato l&#8217;assolutismo monarchico e religioso, e che esprimono le esigenze economiche e mercantili della nuova borghesia capitalistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerra si protrasse dal 1690 al 1694 con alterne vicende,</strong> estendendosi anche alle colonie: i Francesi vinsero a Fleurus (1° giugno 1690), a Staffarda (1690), a Marsiglia (1693) e a Neerwinden (1693), ma furono nettamente battuti sul mare alla Hougue (29 maggio 1692). L&#8217;esercito era stanco, il paese esausto. Fallite le prime trattative di pace, con la mediazione della Svezia e della Danimarca, Luigi preferì premere sul Duca di Savoia per staccarlo dalla Lega, e vi riuscì cedendo Pinerolo e restituendo le terre occupate (1696) (1). Cosi cessarono, in Italia, le operazioni militari che da un biennio si trascinavano fiaccamente, e gli alleati si videro costretti a riprendere trattative generali di accordo che si conclusero nella pace di Ryswyk (20 settembre 1697). Pace di compromesso, che Luigi XIV sottoscrisse con l&#8217;evidente proposito di non esasperare gli avversari e di essere libero per imprimere un nuovo orientamento alla sua diplomazia. Infatti il consolidamento della potenza anglo-olandese e la migliorata situazione dell&#8217;Austria in Oriente, precludevano alla espansione francese altri sbocchi che non fossero i territori della corona spagnola. Ciò rendeva assillante il problema della successione di Carlo II, problema che senza dubbio Luigi ebbe presente fin dai primi anni di regno e che segna, in un certo senso, il punto di partenza e di arrivo della sua politica estera. Nell&#8217;inquieta atmosfera creata dalla lunga malattia del Cattolico, il Cristianissimo tenne a bada, in Europa, le ambizioni dei pretendenti elaborando progetti di partizione. Ma intanto fece svolgere nella corte di Madrid una finissima opera di penetrazione diplomatica; gli stessi ambasciatori stranieri ebbero modo di constatare come l&#8217;opinione pubblica spagnola si orientasse verso la Francia, mentre l&#8217;Austria s&#8217;illudeva di aver partita vinta mercé l&#8217;appoggio della regina. Il testamento di Carlo II, designando come successore il secondogenito del Delfino, Filippo d&#8217;Angiò, rappresentò il trionfo della politica di Luigi; ma questi accettandolo e delineando il compito del nuovo re come rivolto a «entretenir l&#8217;union entre les deux nations», dava il segnale di un più vasto conflitto europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Risorse, ingrandita, la coalizione del 1689.</strong> La Francia ebbe per alleati, oltre la Spagna, il Portogallo, la Baviera, e, per breve periodo, il Piemonte che nel 1703 passò al nemico. Invano Luigi cercò altri appoggi minori, inviando in Italia (1701-1702) un abile diplomatico come il cardinale d&#8217;Estrées per promuovere una lega tra i principi della Penisola contro  l&#8217;Austria. Dovette far conto sulle proprie forze: e ancora una volta il mirabile organismo militare resistette alla durissima prova. Dopo le sconfitte di Ramilles, di Torino (1706), e la perdita dei domini spagnoli in Italia, la Francia attraversò un periodo di crisi profonda; ma il re seppe reagire, tenne testa al malcontento interno, rianimò l&#8217;esercito, avviò trattative diplomatiche pur continuando a combattere. Colse ancora una vittoria a Denain (1712) e poco dopo, sfruttando i mutamenti politici europei (avvento del partito tory al governo inglese, morte dell&#8217;imperatore Giuseppe I) concluse le paci di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714). La Francia fu salva nelle sue migliori frontiere, che Vauban aveva reso quasi inviolabili; ma perdette l&#8217;egemonia politica, e vide ristabilirsi un nuovo equilibrio europeo a vantaggio dell&#8217;Inghilterra e dell&#8217;Austria. Anche più grave era il senso di profonda stanchezza, di impoverimento, di ristagno delle energie, che traspariva dalla vita interna del paese.<br />
Troppo tardi per ricominciare: Luigi è al tramonto del suo regno; pure fino all&#8217;ultimo vuol assolvere il compito di sovrano, e disporre ogni cosa per l&#8217;avvenire. Assalito dal male, affida al duca del Maine l&#8217;educazione e la stessa persona fisica e morale del Delfino; inoltre gli rimette il comando di tutte le forze militari di Parigi. Sentiva l&#8217;approssimarsi di giorni oscuri e il timore dei disordini lo tormentava; ancora, dal letto di morte, ammoniva: «Ce qui importe&#8230; c&#8217;est l&#8217;union». Spirò, dopo una lunga agonia, il 10 settembre 1715.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si chiudeva così un regno durato più di mezzo secolo, </strong>nel corso del quale la Francia aveva dominato nella vita politica e culturale europea. Il grande re, come riconobbe il Bossuet, aveva «bien servi Dieu et la France», aveva fuso l&#8217;idea religiosa e l&#8217;idea monarchica, aveva plasmato molte forze che, abbandonate, avrebbero finito col dissociarsi o disperdersi. Ma il suo regno ebbe un alto valore e un significato particolare anche per la luce che da Versailles si diffuse nell&#8217;Europa del tempo: un&#8217;arte, una cultura, un costume di vita; il segno tangibile di un&#8217;influenza che giustificava e insieme accresceva il prestigio della Francia. Tuttavia la fortuna di Luigi non fu grande negli anni che seguirono la morte («cette oraison funèbre n&#8217;est point un panégyrique» disse il Massillon, il 24 ottobre 1715 a Notre-Dame); continuava il Paese a vivere nel solco di questa tradizione, ma avvertiva in pari tempo gli aspetti negativi dell&#8217;eredità del Re Sole. Fu il Voltaire che, creando l&#8217;espressione «<i>siècle de Louis XIV</i>», diede rilievo e carattere proprio a un&#8217;epoca accentuando l&#8217;identità tra il sovrano e il suo tempo, tra l&#8217;impronta personale del re e l&#8217;opera collettiva della Francia. Il Regno del Grande Luigi apparve poi, nella storiografia romantica, come il momento tipico dell&#8217;<i>ancien</i> <i>régime</i>, nella sua fase solare, non ancora avvolto dall&#8217;ombre del tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note<br />
</span></em></strong>(1) In realtà Vittorio Amedeo II si decise alla pace separata perché il peso della guerra d’Italia gravava quasi esclusivamente su le sue spalle. A più riprese, ma invano, aveva chiesto a Madrid e a Vienna aiuti più seri ed efficaci. Nel 1695 domandò alla Spagna il governatorato del Milanese, ma ottenne un rifiuto che finì con l&#8217;esasperarlo. D&#8217;altra parte la demolizione di Casale e il recupero di Pinerolo allontanavano dal Piemonte e dall&#8217;Italia la minaccia francese.</p>
<p style="text-align: justify;">(da C. Morandi, “La personalità di Luigi XIV”, in <em>Annali di Scienze Politiche</em>, Pavia, 1934)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>GLI AVVOCATI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 06:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris - Il ruolo degli uomini di legge cominciò a emergere prima dello scoppio della Rivoluzione, con la stesura dei Cahiers de doléance. Ma è con la presa della Bastiglia che gli avvocati diventano la spina dorsale dei diversi organi che si susseguono tra il 1789 e il &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center">di <b>Giancarlo Ferraris -</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Il ruolo degli uomini di legge cominciò a emergere prima dello scoppio della Rivoluzione, con la stesura dei </strong></em><strong>Cahiers de doléance</strong><em><strong>. Ma è con la presa della Bastiglia che gli avvocati diventano la spina dorsale dei diversi organi che si susseguono tra il 1789 e il 1795, dall’Assemblea Costituente alla Convenzione fino al Direttorio.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Avvocati in prima linea</h3>
<p style="text-align: justify;"><b>      </b>La Rivoluzione francese, come si sa, è stata opera della borghesia. Tra le diverse figure professionali che ne facevano parte l’avvocato ha indubbiamente svolto un ruolo importantissimo. A conferma di ciò basta dare uno sguardo alla composizione dei diversi organi parlamentari che si susseguirono in Francia tra il 1789 e il 1795, dall’Assemblea Nazionale Costituente all’Assemblea Nazionale Legislativa, dalla Convenzione Nazionale al Direttorio: la parte più cospicua dei loro membri fu costituita proprio dagli uomini di legge, principalmente avvocati seguiti dai procuratori, dai notai e dai magistrati. Il motivo o meglio i motivi di questa presenza furono fondamentalmente tre e tutti connessi alla necessità di dare vita a un mondo nuovo capace di sostituirsi all’<em>Ancien Régime</em>: creare istituzioni rinnovate; produrre leggi moderne; tenere dibattiti volti alla conquista del consenso pubblico o meglio della maggioranza di coloro i quali esercitavano il diritto di voto.<br />
La figura dell’avvocato in realtà incominciò a emergere prima dello scoppio della Rivoluzione quando ebbe inizio la stesura dei celebri <em>Cahiers de doléance</em> (in italiano &#8220;<i>Quaderni di doglianze&#8221;</i>) in cui le assemblee incaricate di eleggere i deputati agli Stati Generali, l’organo di rappresentanza delle classi sociali della Francia di fine Settecento, annotarono, grazie al supporto di questo professionista, tutto ciò che nel Regno non funzionava ed era profondamente inviso al popolo, in particolare il sistema fiscale e i privilegi nobiliari ed ecclesiastici. La figura dell’avvocato si andò rafforzando parallelamente all’evolversi della Rivoluzione tanto da diventarne il depositario degli ideali e l’artefice degli eventi: la sua professionalità era infatti richiesta per cancellare le vecchie leggi, formulare quelle nuove, abbattere privilegi secolari, confutare le opposizioni al nuovo corso storico.<br />
L’ambito storico in cui la figura dell’avvocato emerse in tutta la sua importanza fu l’Assemblea Nazionale Costituente, formatasi nel 1789 per iniziativa dei rappresentanti del Terzo Stato che erano tutti o quasi tutti di estrazione borghese. In questa assemblea parlamentare, molto diversa dai parlamenti dell’<em>Ancien Régime</em>, gli avvocati furono veramente tanti e a loro si devono la formulazione della celebre Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, l’abolizione dell’assolutismo e dei vetusti diritti feudali, la confisca dei beni della Chiesa cattolica, la stesura della Costituzione Civile del Clero e della Costituzione del 1791 la quale prevedeva, tra l’altro, la suddivisione dei tre poteri dello Stato. Parallelamente all’attività giuridica gli avvocati iniziarono ad occuparsi anche di politica, rivolgendosi con le loro arringhe e i loro discorsi non più a questa o a quella classe sociale bensì all’intera Francia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il legame con l’Ancien Régime</h3>
<p style="text-align: justify;">        La figura dell’avvocato come protagonista della Rivoluzione francese nacque in realtà nell’<em>Ancien Régime</em>,<i> </i>dove insieme alla figura del magistrato occupava una posizione particolare. Com’è noto nella Francia nei decenni precedenti lo scoppio del moto rivoluzionario c’erano molti Parlamenti, vere e proprie corti sovrane che, oltre a detenere poteri politici e amministrativi, esercitavano una parte della sovranità monarchica attraverso il cosiddetto diritto di registrazione in base al quale esse avevano la facoltà, appunto, di registrare tutte le leggi emanate dal sovrano prima della loro applicazione, in piena indipendenza reciproca e in totale autonomia nei confronti del re medesimo. Questi organismi progressivamente erano diventati roccaforti dei privilegi aristocratici tanto che vennero spazzati via dalla Rivoluzione, ma nel periodo dell’<em>Ancien Régime</em> non furono mai succubi del potere monarchico: i magistrati che li componevano infatti, pur amministrando una giustizia lenta, costosa e anche crudele, conservarono sempre una loro fiera e orgogliosa indipendenza. E il ceto degli avvocati, nato nel Medioevo, manifestò ininterrottamente una profonda solidarietà nei confronti di questi magistrati dinanzi all’arroganza e agli abusi del potere monarchico, definendo senza mezzi termini arbitrarie e dispotiche talune leggi che, comunque, per i suoi membri erano strumenti di lavoro, scendendo addirittura in piazza contro la promulgazione di leggi ritenute particolarmente inique oppure mettendo in atto la cosiddetta protesta del silenzio consistente nel rifiutarsi di svolgere la professione, in sostanza una sorta di sciopero <em>ante litteram</em>.<br />
Il legame tra uomini di legge dell’antico regime e uomini di legge della Rivoluzione venne messo in evidenza da Alexis de Tocqueville nel suo celebre saggio <em>L’Ancien Régime et la Révolution</em>, un’opera storiografica straordinaria dove l’autore ribalta la visione del moto rivoluzionario del 1789 come evento di rottura assoluta con il passato, ponendone invece in evidenza la continuità tra l’ordinamento giuridico della Francia prerivoluzionaria, quello messo in piedi dalla Rivoluzione e quello delle successive epoche napoleonica e postnapoleonica. Redatto negli anni Cinquanta dell’Ottocento durante il regime autoritario di Napoleone III, il saggio di Tocqueville a proposito dei parlamenti e degli avvocati dell’<em>Ancien Régime</em> contiene parole veramente lusinghiere: «Eravamo diventati uno Stato retto da un governo assoluto per le sue istituzioni politiche e amministrative, ma eravamo rimasti un popolo libero per le nostre istituzioni giudiziarie».<br />
E ancora: «Io non conosco, nella storia dei popoli liberi, nulla di più grande di ciò che avvenne allora in quella occasione e tuttavia ciò accadeva nel XVIII secolo, accanto alla corte di Luigi XV [...]. Si avrebbe torto a credere che l’antico regime fosse un tempo di servilismo e di mancata indipendenza. Vi regnava molta più libertà che ai nostri giorni [...]. Pur ridotta e deformata, la libertà era ancora feconda [...]. Grazie ad essa si formarono quelle anime rigorose, quei genii fieri e audaci che vedremo apparire e che faranno della Rivoluzione francese l’oggetto, a un tempo, dell’ammirazione e del terrore delle generazioni che verranno».</p>
<h3 style="text-align: justify;">La fase della Rivoluzione</h3>
<p style="text-align: justify;">        La figura dell’avvocato conobbe un grande balzo in avanti in seguito all’ampia diffusione che le idee illuministiche ebbero in Francia negli ultimi decenni del XVIII secolo, idee che, com’è noto, si proponevano di riformarne concretamente il sistema politico, economico e sociale. Il pensiero di Montesquieu, di Voltaire e di Rousseau, tanto per citare i massimi esponenti dei lumi, influenzarono profondamente il ceto degli avvocati dal punto di vista sia culturale che sociale: da un lato, infatti, la mentalità dei professionisti del foro si arricchì delle nuove istanze proprie del sapere illuministico mentre dall’altro lato accrebbe la loro sensibilità dinanzi ai problemi e alle sofferenze della gente comune. Tutto ciò determinò l’allargamento della professione di avvocato, che per secoli era stata appannaggio di una ristretta <i>élite</i> tanto da assurgere allo <em>status</em> di nobiltà di toga, a fasce più ampie della società francese parallelamente all’affermazione della piccola e media borghesia.<br />
Alla base del rinnovamento della professione di avvocato vi furono da un lato l’illustre tradizione forense francese, dall’altro lato l’arte oratoria che attingeva all’antichità classica &#8211; la Grecia di Demostene e la Roma di Cicerone in particolare &#8211; ma che nello stesso tempo si alimentava di tutto ciò che stava accadendo in Francia. Di conseguenza si generò, almeno parzialmente, una sorta di contaminazione tra la figura e l’ambito lavorativo propri dell’avvocato da una parte e l’immagine nonché l’attività propri del politico dall’altra. E da questa professione, così culturalmente rinnovata e così socialmente allargata, vennero fuori tanti protagonisti della Rivoluzione, la quale rappresentò per molta gente sostanzialmente sconosciuta &#8211; Robespierre e Danton in testa tanto per fare i nomi più famosi &#8211; l’occasione propizia per mettersi in luce e diventare celebre fondendo sapere giuridico e capacità oratorie e passando così agevolmente dalle aule del tribunale a quelle delle assemblee parlamentari e dei club rivoluzionari.<br />
Accanto alla figura eroica dell’avvocato dedito alla politica ci fu anche la figura riservata dell’avvocato concentrato esclusivamente sull’elaborazione delle nuove leggi che la Rivoluzione volle dare alla Francia: creazione di una moderna amministrazione giudiziaria, riforma del diritto e del processo penale, abolizione della tortura, difesa dei meno abbienti, laicizzazione dello Stato e molto altro ancora, il tutto riassumibile in tre punti: giustizia gratuita amministrata da un solo potere, quello giudiziario; norme giuridiche e pene uguali per tutti; norme di diritto uniformi in tutta la Francia. Tra le leggi rivoluzionarie bisogna, comunque, comprendere anche quella dei sospetti del 17 settembre 1793 e quella del 22 pratile (10 giugno) 1794 che dettero inizio rispettivamente al Terrore e al Grande Terrore e nelle quali, è doveroso ricordarlo, la componente politica fu tragicamente dominante rispetto alla componente giuridica. Tutto l’enorme lavoro svolto dagli avvocati durante gli anni della Rivoluzione venne poi ripreso e rielaborato dalle successive leggi dell’età napoleonica.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
AA.VV.,<i> </i><em>Profilo di storia del diritto penale dal Medioevo alla Restaurazione</em><i>, </i>Torino, 2012<br />
F. Furet &#8211; D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
A. de Tocqueville, <em>L’Antico Regime e la Rivoluzione</em>, trad. it., Milano, 1996</p>
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		<title>IL GIOVANE DANTON, BOHÉMIEN E RIVOLUZIONARIO</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 14:12:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris - Personaggio irruento e sbrigativo, la sua formazione giovanile è ispirata tuttavia a principi squisitamente illuministici: cambiare la società senza fare piazza pulita del passato, rispettando la natura umana e soprattutto la libertà di coscienza.   Un ragazzo turbolento Arcis-sur-Aube, nella seconda metà del XVIII secolo, era &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Giancarlo Ferraris -<br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Personaggio irruento e sbrigativo, la sua formazione giovanile è ispirata tuttavia a principi squisitamente illuministici: cambiare la società senza fare piazza pulita del passato, rispettando la natura umana e soprattutto la libertà di coscienza.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un ragazzo turbolento </b></h3>
<div id="attachment_4952" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Danton_001.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4952" alt="Danton_001" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Danton_001-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Danton</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Arcis-sur-Aube, nella seconda metà del XVIII secolo, era un’anonima cittadina della provincia del Nord della Francia con strade non selciate, case di legno, un calzificio basato per lo più sul lavoro a domicilio come unica attività economica ed una popolazione di poco più di mille abitanti. L’unica nota di colore di questa località, lontana dalle principali vie di comunicazione ed immersa nella solitudine della Champagne-Ardenne, era il fiume Aube, le cui acque alimentavano il mulino di un vicino castello e sulle cui sponde, unite da un rudimentale ponte di legno, crescevano boschi, boscaglie e prati dove solitamente pascolavano grosse mucche nere. In questo luogo agreste così dimesso, il 26 ottobre 1759 nasceva Georges Jacques Danton, uno dei protagonisti principali, insieme a Robespierre, Marat e il re Luigi XVI, della Rivoluzione francese.<br />
Il padre di Georges Jacques si chiamava Jacques Danton (1722 &#8211; 1762) ed era figlio di un agiato agricoltore di Plancy che si era successivamente trasferito ad Arcis-sur-Aube e che era riuscito a garantire ai propri figli una buona istruzione. Uno di essi, appunto Jacques, studiò legge e divenne un procuratore di successo presso il Tribunale Distrettuale di Arcis-sur-Aube. Nel 1746 Jacques si sposò con Marie-Jeanne Bestelot: dalla coppia nacquero cinque figli, che morirono però tutti prematuramente. Rimasto vedovo, nel 1754 si risposò con Jeanne-Madeline Camut, figlia di un carpentiere ed appaltatore di lavori pubblici nel settore della costruzione dei ponti reali, dalla quale ebbe sette figli, di cui Georges Jacques fu il quinto. Nel 1763 Jacques morì e la moglie si risposò con Jean Recordain, un filatore di seta e commerciante di granaglie, con il quale ebbe altri quattro figli.<br />
Georges Jacques, quindi, nacque e crebbe in una famiglia della piccola-media borghesia movimentata da matrimoni, nascite e morti che, tuttavia, non gli lasciarono nessun segno, contrariamente a quanto accadde al suo quasi contemporaneo Maximilien Robespierre le cui vicissitudini familiari lo turbarono profondamente. L’ambiente borghese garantì poi al giovane Georges Jacques, che fra l’altro mantenne sempre buoni rapporti con tutti i suoi numerosi parenti, un’istruzione adeguata, cosa che insieme alla sua età, all’origine provinciale e all’estrazione sociale piccolo-medio borghese lo accomunò alla maggior parte dei futuri rivoluzionari.<br />
Sull’infanzia di Georges Jacques non si sa molto. Le uniche testimonianze sono i ricordi del suo compagno di scuola Béon e le notizie raccolte di seconda mano da un certo Roussellin de Saint-Albin, che egli incontrò da adulto e che fu un suo ammiratore.<br />
Entrambe presentano Georges Jacques come un ragazzo vivace, robusto ed estroverso, che non amava molto la scuola preferendo ad essa le scorribande nelle campagne &#8211; pare che contasse solo le botte che distribuiva ai coetanei e non quelle, presumibilmente molte di più, che prendeva! &#8211; e le impetuose nuotate nell’Aube; un ragazzo che, soprattutto, non temeva affatto gli incontri-scontri con la fauna locale: si dice che fosse stato incornato da un toro geloso mentre era intento a succhiare il latte dalla mammella di una vacca, cosa che gli aveva lasciato una vistosa cicatrice sfigurandogli la bocca per sempre; si dice anche che in un’altra occasione ebbe il naso schiacciato dal colpo di zoccolo sferratogli sempre da un toro al quale si era avvicinato in cerca di vendetta dopo l’episodio precedente; e si narra che, un’altra volta ancora, venne travolto da un branco di maiali che egli aveva provocato con una frusta. Accanto a questi episodi bucolici, i quali gli lasciarono una faccia dalle fattezze non proprio classiche ed una comprensibile fiducia nella propria invulnerabilità, si aggiunsero gli effetti, frequenti per l’epoca, del vaiolo che gli deturpò in parte il volto. Questi tratti così peculiari del suo aspetto, insieme all’espressione degli occhi, alla voce tonante, agli ampi gesti delle braccia, ai suoi slanci e ai suoi modi ora brutali ora affabili, resero quanto mai affascinante e al tempo stesso inquietante la sua eloquenza durante gli anni della Rivoluzione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La formazione </b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Encyclopedie_de_DAlembert_et_Diderot_-_Premiere_Page_-_ENC_1-NA5.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4950" alt="Encyclopedie_de_D'Alembert_et_Diderot_-_Premiere_Page_-_ENC_1-NA5" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Encyclopedie_de_DAlembert_et_Diderot_-_Premiere_Page_-_ENC_1-NA5.jpg" width="150" height="250" /></a>Alla scuola elementare Georges Jacques imparò a leggere, scrivere e far di conto, ma si comportò così male tanto da essere ripetutamente picchiato dall’insegnante. A undici anni i genitori decisero di metterlo in un seminario, dove resistette faticosamente per un paio di anni, poi, nel 1773, lo iscrissero al Collegium Trecense di Troyes diretto dai padri oratoriani, per attendere agli studi superiori. Troyes era una città essenzialmente borghese, dedita alla produzione e soprattutto al commercio di stoffe e di panni, con una popolazione di almeno trentamila abitanti e divisa nettamente da un affluente della Senna in due parti: il quartiere religioso, che aveva il suo centro nella cattedrale gotica, ed era pieno di chiese, conventi e monasteri; il quartiere borghese, che aveva invece il suo fulcro nel municipio, ed era ricco di piccole manifatture e di abitazioni signorili oltre ad essere percorso da numerose strade.<br />
Il Collegium Trecense a cui Georges Jacques era stato iscritto dai genitori, era una scuola particolare, molto democratica per l’epoca, cosa che non poteva sicuramente dispiacere al nostro Georges Jacques, e nella quale cultura ecclesiastica e cultura laica convivevano. Le attività dei padri della Congregazione dell’Oratorio, da quella religiosa a quella educativa, erano infatti regolate da uno statuto che tutelava i diritti di tutti, che obbligava i superiori a consultarsi con gli inferiori e che imponeva alle singole autorità di deporre il proprio potere davanti ad un potere superiore, quello rappresentato dal Parlamento della Congregazione stessa, la quale, in passato, non era rimasta affatto insensibile di fronte alle istanze innovative del razionalismo cartesiano e del movimento giansenista.<br />
Il programma formativo degli oratoriani, accanto all’insegnamento del latino e del greco, riservava un certo spazio anche a quello delle lingue moderne, della storia e delle scienze, sicuramente molto più ampio rispetto a quanto accadeva nelle altre scuole francesi, dimostrando con ciò una notevole apertura, se non vera e propria adesione, al nuovo sapere, spesso considerato eretico, dell’epoca. Se i loro allievi, da un lato, si nutrivano di classicismo, dall’altro lato approfondivano la conoscenza della lingua nazionale e anche delle lingue straniere, della storia moderna e non solo greco-romana, della matematica, della fisica sperimentale, della meccanica, della cosmografia nonché dell’anatomia. Le stesse rappresentazioni teatrali, rigorosamente in latino, che avvenivano alla fine di ogni anno scolastico, proprio in virtù di questa apertura, trattavano frequentemente soggetti non sempre graditi alle autorità sia laiche che ecclesiastiche. Per il resto nel Collegium vigevano le stesse regole degli altri istituti educativi gestiti da religiosi, dalla levata alle cinque e mezzo della mattina alla ritirata alle otto e mezzo della sera, dal rito della messa la domenica e nelle altre festività di precetto alla comunione mensile: regole, pertanto, a cui Georges Jacques evitò di sottoporsi poiché i genitori, conoscendone la naturale esuberanza, fecero in modo che egli venisse ospitato per il periodo degli studi presso una pensione del luogo.<br />
Nel 1775 approfittando proprio della libertà di cui godeva &#8211; l’episodio è relativamente vero &#8211; Georges Jacques invece di andare a scuola si recò a Reims per assistere all’incoronazione del re Luigi XVI il quale, al suo ritorno a Parigi insieme alla regina Maria Antonietta, trovò presso il prestigioso Collegio Luigi il Grande un allievo di nome Maximilien Robespierre che gli lesse un discorso in versi di benvenuto. I padri oratoriani chiusero un occhio sulla scappata del loro allievo, ma, ovviamente, non gli diedero nessun premio per il suo successivo resoconto dell’incoronazione.<br />
Georges Jacques aveva di certo una buona inclinazione per le lingue moderne, la storia e le scienze e di certo serbò nel suo cuore e nella sua mente un ricordo gradevole del Collegium, tanto che nel 1793, in piena Rivoluzione, quando la Convenzione Nazionale procedette alla soppressione degli ordini religiosi, egli si oppose al provvedimento amnistiando, sia pure solo formalmente, i suoi vecchi insegnanti. Sicuramente non fu un allievo brillante, benché il suo profitto fosse in ogni caso buono: allo scritto faceva una certa fatica a causa di un problema di dislessia mentre all’orale era indubbiamente migliore, tanto da ottenere un premio al termine del secondo anno, anche se risultò essere ultimo dei dodici <i>inter bonos </i>nella classe di retorica.<br />
Nella formazione di Georges Jacques oltre alla scuola contarono, in modo indubbiamente maggiore, le intense e frequenti letture &#8211; Rabelais, Montaigne, Molière, Dante, Shakespeare &#8211; che egli fece di nascosto negli anni di permanenza al Collegium Trecense di Troyes durante i quali ebbe modo anche di imparare l’italiano e l’inglese. Fu, insomma, un autodidatta, spesso incline ad ostentare il suo disprezzo per la cultura libresca, e durante la Rivoluzione non si considerò mai un moderno romano: i suoi discorsi, infatti, furono tutti piuttosto rudi e coincisi, ben lontani dai modelli e dalle metafore del parlar forbito tipici dell’oratoria antica e i testi classici di cui disponeva erano tutti traduzioni dal latino e dal greco in francese, inglese ed italiano. Georges Jacques, secondo Roussellin de Saint-Albin, conosceva bene Montesquieu, Voltaire, Buffon, Denis Diderot, Jean Jacques Rousseau e Cesare Beccaria; la sua biblioteca comprendeva pochi libri di diritto, ma un’ampia serie di opere dell’illuminismo: novantuno volumi di Voltaire, cinquantotto di Buffon, sedici di Rousseau, la maggior parte, cosa particolarmente significativa, dell<i>’</i><em>Encyclopédie</em>, diverse opere di Mably e di Helvetius oltre ad alcuni libri in italiano e diversi volumi in inglese, tra i quali opere di Alexander Pope, Adam Smith, William Blackstone ed anche William Shakespeare, che in quel tempo aveva ben pochi lettori in Francia. E proprio alla presenza di buona parte dell’<em>Encyclopédie</em> si deve, forse, quella fondamentale moderazione che contraddistinse, nonostante la violenza dell’evento, l’agire politico di Georges Jacques Danton negli anni della Rivoluzione durante i quali si crearono due poli in fortissima contrapposizione tra di loro: il binomio <i>Encyclopédie-</i>Danton, secondo cui si poteva cambiare la società francese e, probabilmente, il mondo intero senza fare piazza pulita del passato, rispettando, pur con tutti i suoi limiti, la natura umana e soprattutto la libertà di coscienza; il binomio Rousseau-Robespierre su posizioni diametralmente opposte.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La vita a Parigi </b></h3>
<div id="attachment_4951" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Gabrielle_Charpentier.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4951" alt="Gabrielle Charpentier, moglie di Danton" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Gabrielle_Charpentier-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Gabrielle Charpentier, moglie di Danton</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1779 Georges Jacques ultimò il ciclo di studi superiori ottenendo la valutazione di <em>insignis</em>. I familiari si chiesero, allora, quale carriera avrebbe potuto intraprendere il loro esuberante figlio. Inizialmente pensarono a quella ecclesiastica, idea quasi subito abbandonata considerandone il carattere vivacissimo, optando poi per quella giuridica, scelta condivisa pienamente dal diretto interessato. Nella primavera del 1780 Georges Jacques partì per Parigi dopo aver ceduto al suo patrigno, come forma di rimborso per averlo mantenuto agli studi, tutti i suoi diritti sull’eredità del padre defunto. Nella capitale francese Georges Jacques entrò a far parte della Basoche, una corporazione di studenti di legge che conducevano complessivamente una vita da bohémien, dividendo le loro giornate tra letture di codici, pratica legale e divertimenti di vario genere, dalla scherma alle nuotate nella Senna, dalle allegre bevute nelle taverne che si protraevano fino a tarda notte alle immancabili frequentazioni femminili di dubbia moralità Sembra che un giorno, durante una nuotata, avesse detto agli amici guardando la Bastiglia: “Quando la vedremo abbattuta? Quel giorno le darò una fiera picconata!”<br />
Georges Jacques trovò inizialmente lavoro come copista presso lo studio dell’avvocato Jean-Baptiste François Vinot: lavoro che durò pochissimo considerando la sua pessima calligrafia, subito rimproveratagli dal Vinot al quale egli, però, prontamente rispose: “Maître! Non sono venuto qui per fare il copista, ma per diventare avvocato!”. L’audacia, mista all’indubbia intelligenza del giovane provinciale, piacquero al Vinot che lo inserì nell’organico del suo studio, fornendogli anche vitto e alloggio, e lo inviò direttamente nei tribunali ad assistere ai processi civili di cui si occupava lo studio medesimo. Si trattava, per lo più, di casi di malversazione e contenziosi che riguardavano membri della nobiltà, assistiti da famosi avvocati parigini dalle cui arringhe il giovane Georges Jacques imparò moltissimo. E nei momenti di riposo non si stancava mai di leggere le opere dei pensatori del suo tempo. Non era però ancora un avvocato, mancandogli il titolo di studio ufficiale, cosa a cui provvide subito iscrivendosi all’Università di Reims che rilasciava, sembra anche a pagamento, diplomi in pochi mesi. Dall’aprile al settembre 1784 frequentò la Facoltà di Diritto, ottenendo nello stesso mese di settembre la <em>Licensié en Droit </em>necessaria per esercitare la professione forense in piena autonomia ed essere, contemporaneamente, titolare di uno studio legale proprio.<br />
Alla fine dello stesso 1784 Georges Jacques era uno dei seicento giovani avvocati che cercavano di affermarsi nella capitale francese. Aprì uno studio in Rue des Mauvaises-Paroles, in un quartiere popolare, e nonostante avesse iniziato bene la professione difendendo con successo un povero pastore in una causa contro il signore del villaggio, non riuscì a conquistare l’indipendenza economica a causa della mancanza di clienti, situazione che lo costrinse a chiedere aiuti finanziari alla famiglia.<br />
Le sue condizioni erano sostanzialmente uguali a quelle di tanti altri giovani della sua epoca, che avevano tutti in comune una buona educazione, la laurea in legge, l’andare a caccia di fortuna nella capitale Parigi ed una vita oscura e da bohémien con poco denaro cosa che, tuttavia, non impediva loro di rinunciare totalmente a baccanali e ad altri chiassosi divertimenti. Molti di loro, trovando la strada sbarrata, rinunciavano alla carriera forense e per campare, pur di non fare ritorno nelle sonnolenti cittadine di provincia da cui provenivano, scrivevano da <em>negri</em> per borghesi e nobili oppure si dedicavano a generi letterari di infimo ordine. Il giovane di Arcis-sur-Aube, nonostante fosse un avido lettore, non aveva nessuna vocazione letteraria e preferì darsi da fare per trovare uno spazio adeguato, cosa che poi effettivamente accadde, nella società e nell’avvocatura parigina. In quest’ottica si colloca, tra le altre cose, la sua iniziazione alla Massoneria nella Loggia Les Neufs Soeurs all’obbedienza del Grande Oriente di Francia a cui erano affiliati Condorcet e Benjamin Franklin e della quale, una decina di anni prima, era stato membro anche Voltaire.<br />
Negli anni del soggiorno nella capitale Georges Jacques diventò un disincantato osservatore della società francese del suo tempo, aiutato in questo non solo dal suo stesso carattere, che lo aveva sempre indotto a non accettare nulla come assoluto o immutabile, ma anche dalle sue origini provinciali e campagnole, che lo avevano dotato di una capacità di comprensione e di immaginazione del futuro quanto mai acute e penetranti. Si rese subito conto, in un conformismo politico, sociale e culturale pressoché assoluto nonostante il tambureggiare dei <em>philosophes</em>, delle condizioni disastrose, inaccettabili e assolutamente non più procrastinabili in cui si trovava la Francia: il popolo delle campagne e delle città oppresso dalla miseria e da un sistema fiscale profondamente iniquo; la borghesia, motore dell’economia e del progresso, in continua ascesa, ma senza alcun peso politico; la nobiltà e il clero smisuratamente ricchi, pieni di privilegi di ogni sorta e detentori, insieme alla monarchia, del potere. Abbiamo detto che Georges Jacques era un divoratore di libri e che tra i suoi numerosi volumi possedeva la maggior parte dell<i>’</i><em>Encyclopédie</em>, di cui si nutrì abbondantemente trovando in essa conferma della necessità assoluta di un cambiamento dello stato di cose vigente in Francia e dalla quale mutuò alcuni concetti che furono costantemente presenti nel suo essere, a un tempo, uomo, avvocato e poi anche rivoluzionario: quello di ragione, intesa come strumento di critica e di azione per verificare e giudicare tutto il sapere ed ogni verità imposta dalla tradizione o dall&#8217;autorità; quello di libertà, intesa non come libertà dei gruppi associati, ma come libertà dell’individuo in quanto tale, cioè un diritto assoluto e naturale, prima ancora che un diritto storicamente acquisito; quello di progresso, inteso come miglioramento dell’umanità e della società raggiunto anche attraverso il superamento delle disuguaglianze e la formulazione di una nuova giustizia.<br />
Un’importante occasione formativa per Georges Jacques, accanto alla lettura degli autori più innovativi dell’epoca, fu la frequentazione dei <em>cafés</em> di cui Parigi abbondava e nei quali il pubblico, costituito quasi esclusivamente da borghesi dediti alle professioni legali, beveva, giocava, faceva conversazione e commentava, di solito animatamente, i fatti del giorno. In uno di questi locali, il <em>Cafè Parnasse</em> situato in Place de l’École conobbe Antoinette-Gabrielle Charpentier, la figlia del proprietario Jérôme-François Charpentier, un borghese benestante che oltre a gestire il <em>Cafè Parnasse</em> ricopriva anche la lucrosa carica di controllore delle imposte, intratteneva relazioni con importanti personalità parigine e conosceva alcuni esponenti della cultura del tempo, come lo scrittore Jean-Pierre Louis de Fontanes. Uno dei suoi figli, Jérôme, sposò Marie-Costance Blondelu, una brillante pittrice allieva di Jacques-Louis David, che ritrasse diversi componenti delle famiglie Charpentier e Danton, tra cui anche lo stesso Georges Jacques in un celebre dipinto attualmente conservato presso il Museo Carnavalet di Parigi.<br />
Nella Francia del XVIII secolo il matrimonio era uno dei modi migliori per sistemarsi, ma l’operazione, se così la si può definire, non era affatto agevole dal momento che essa, perlomeno dalla parte maschile, presupponeva o nobiltà di nascita o influenza sociale o il possesso di una carica pubblica da proporre alla parte femminile, per la quale la cosa era, comunque, più agevole, essendo limitata al possesso di una dote più o meno sostanziosa.<br />
Jérôme-François Charpentier non aveva pregiudizi nei confronti del corteggiatore di sua figlia anzi si preoccupò che il suo futuro genero non andasse alla ricerca di cause da discutere, ma trovasse una sistemazione stabile attraverso l’acquisto &#8211; la prassi era perfettamente legale nella Francia dell’<em>ancien régime</em> &#8211; di una carica pubblica, utilizzando il denaro della dote di Antoinette-Gabrielle e le poche risorse finanziarie di cui lo stesso Georges Jacques, pur magari chiedendole ai parenti di Arcis-sur-Aube, aveva comunque disponibilità. Fu così che il 29 marzo 1787 Georges Jacques comperò la carica di avvocato del Consiglio del Re dall’avvocato Huet de Paisy pagandola settantottomila lire, somma ottenuta mettendo insieme parte del denaro della dote di Antoinette-Gabrielle, i soldi chiesti in prestito ai parenti e quelli datagli da mademoiselle Duhauttoir originaria di Troyes e amante dello stesso avvocato Huet. Nel giugno Georges Jacques e Antoinette-Gabrielle si sposarono nella Chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois. Fu, da quello che sappiamo, un matrimonio d’amore allietato dalla nascita di tre figli: François (1788-1789), Antoine (1790-1858) e François Georges (1792-1848).<br />
Gli avvocati del Consiglio del Re erano una corporazione di professionisti della legge che presentavano le cause direttamente al sovrano, oltre a consigliarlo nelle sue decisioni, oppure ad organismi delegati. L’appartenenza ad esso, che presupponeva anche una buona conoscenza dei meccanismi che regolavano l’amministrazione del Regno di Francia, era di per sé un prestigio considerando gli stretti rapporti che lo legavano alla Corte di Versailles. I colleghi di Georges Jacques rifiutavano quasi tutti le nuove idee che si andavano sempre più diffondendo e che lo stesso Georges Jacques sentiva invece come proprie. Il Consiglio decise di metterlo alla prova, chiedendogli di tenere un discorso in latino su un tema ben preciso: <em>La situazione politica e morale della Francia nei sui rapporti con la giustizia</em>. Il giovane provinciale, consapevole che la richiesta celava un inganno, si mantenne cauto, impressionando i colleghi per la sua padronanza della lingua latina, ma segnalando nello stesso tempo la necessità di tassare la nobiltà e il clero per far fronte alla gravissima situazione finanziaria e contenere il malcontento popolare. Il discorso rivela, oltre all’innata tempra rivoluzionaria di Georges Jacques, anche il fatto che egli avesse compreso il bisogno, per la salvezza della Francia, di ministri riformatori capaci di accostarsi al popolo e di aggirare, al tempo stesso, l’opposizione della nobiltà e del clero.<br />
Dopo aver aperto un nuovo studio legale nella Cour du Commerce-Saint-André nel quartiere parigino de la Monnaie, Georges Jacques, in considerazione dell’estrazione aristocratica della sua clientela, iniziò a firmarsi D’Anton, come se fosse anch’egli un nobile, mantenendo questo vezzo fino a quando la Rivoluzione non iniziò a radicalizzarsi fortemente. In coincidenza con l’apertura del nuovo studio Georges Jacques, insieme alla novella sposa Antoinette-Gabrielle, andò ad abitare in Rue des Cordelieres affittando, nonostante la non leggera situazione debitoria, un appartamento composto da sala da pranzo, due salotti e tre camere da letto, convinto che la sua nuova situazione professionale richiedesse una dimora adeguata.<br />
Anche “sistemato” Georges Jacques conservò sempre il suo carattere innato intriso di gaudente ribellione e di profondo senso di libertà, di ambizione e di grandiosità, nel suo sentire e nel suo agire sottilmente bohémien, pur nel significato aulico e non banale del termine. Tra il 1787 e il 1790 il giovane avvocato di Arcis-sur-Aube, abile anche nel coltivare relazioni all’interno del Consiglio del Re, discusse almeno ventidue cause, in gran parte con successo grazie alla sua eloquenza dura, ma espressiva. Alcune di esse, considerando il suo futuro da rivoluzionario, furono singolari: nel 1787, infatti, assunse la difesa di due clienti che volevano dimostrare la loro origine nobiliare; nel 1789 difese prima un orefice al quale era stata negata l’ammissione alla corporazione perché non aveva compiuto l’apprendistato, poi un agricoltore che reclamava una eredità; nel 1790 un cliente che aveva recintato un terreno demaniale. Di certo Georges Jacques a Parigi ebbe maggiore successo di altri giovani di provincia: basti pensare che nel suo studio lavoravano, come sottoposti, l’avvocato nonché amico d’infanzia Jules François Paré, futuro ministro degli interni e François Louis Deforgues, futuro diplomatico mentre un altro avvocato, Jacques Nicolas Billaud-Varenne, futuro membro del Comitato di Salute Pubblica, lo aiutava occasionalmente; Billaud-Varenne fu poi uno dei suoi avversari politici che nell’aprile del 1794 lo mandarono al patibolo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I prodromi della Rivoluzione </b></h3>
<div id="attachment_4953" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Camille-Desmoulins-arringa-la-folla-davanti-al-Palais-Royal-1789.jpg"><img class=" wp-image-4953 " alt="Camille Desmoulins arringa la folla davanti al Palais Royal, 1789" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Camille-Desmoulins-arringa-la-folla-davanti-al-Palais-Royal-1789.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Camille Desmoulins arringa la folla davanti al Palais Royal, 1789</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Al <em>Cafè Parnasse</em>, il locale dove aveva conosciuto la moglie, Georges Jacques strinse amicizia con molti giovani che divennero famosi durante la Rivoluzione. Insieme a due di loro egli condivise le sue scelte politiche ed anche la sua tragica fine: Camille Desmoulins, avvocato e giornalista, e Philippe François Fabre d&#8217;Églantine, attore e drammaturgo. Georges Jacques era perfettamente solidale con le idee rivoluzionarie dei suoi amici ed avvertiva come un paradosso la sua professione di avvocato al servizio della monarchia, benché tale professione gli fosse assolutamente necessaria per mantenere la famiglia e onorare i debiti contratti. Iniziò, comunque, a frequentare ambienti rivoluzionari, benché la rivoluzione non fosse ancora scoppiata, come il Palais-Royal, che ospitava al suo interno locali, negozi e giardini al fine di attirare la borghesia parigina e guadagnarla alla causa rivoluzionaria, e soprattutto l’ex convento-refettorio dei frati francescani conventuali detti cordiglieri: quest’ultimo era uno dei sessanta distretti elettorali in cui era stata suddivisa Parigi e soprattutto uno dei luoghi dove si incontravano borghesi e popolani fermamente decisi a lottare per conquistare la libertà e porre fine all’assolutismo monarchico. Nei mesi precedenti la presa della Bastiglia (14 luglio 1789) una grande folla di parigini si recava ogni giorno al Palais-Royal, dove chiunque poteva salire su un tavolo e tenere un discorso pubblico. Georges Jacques comprese subito che aveva la possibilità di sfruttare appieno il suo fisico caratteristico ed imponente, la sua voce profonda e stentorea, il suo stesso spirito da bohémien che lo avvicinava, almeno in parte, alle condizioni della gente a cui si rivolgeva: i suoi frequenti sermoni suscitarono, infatti, sempre applausi scroscianti. Alla vigilia dell’evento che doveva trasformare la Francia, Georges Jacques fu però colpito da un lutto dolorosissimo: la morte del figlio François. Il piccolo fu seppellito ad Arcis-sur-Aube, dove lo stesso Georges Jacques si trattenne per alcune settimane. Ritornò poi a Parigi, per buttarsi a capofitto nella Rivoluzione durante la quale, nonostante la sua grande albagia e la sua immensa venalità, incarnò l’amore, la generosità, la moderazione e la tolleranza, soprattutto negli anni del Terrore che. a differenza del suo quasi coetaneo Robespierre. egli considerò sempre e soltanto come un’emergenza provvisoria. E il suo carattere ardente e spavaldo emerse anche il 5 aprile 1794 sul palco della ghigliottina, quando rivolgendosi al boia disse: “Non dimenticare di mostrare la mia testa al popolo: ne vale la pena”.</p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">O. Blanc, <em>Portraits de femmes,</em> Paris, 2006<br />
F. Furet &#8211; D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
N. Hampson,<em> Danton, il tribuno del popolo</em>, trad. it., Milano, 1983<br />
<em>La Reveu des Deux Mondes</em>, 1° settembre 1962<br />
D. Lawday, <em>Danton</em>, Paris, 2012<br />
L. Madelin, <em>Danton</em>, trad. it., Milano, 1934<br />
A. Mathiez,<em> Autour de Danton</em>, Paris, 1926<br />
J. Michelet, <em>Histoire de la Révolution française</em>, Paris, 1979, vol. I<br />
J. F. E. Robinet, <em>Danton, mémorie sur sa vie privée</em>, Paris, 1865<br />
A. Roussellin de Saint-Albin, <em>Fragments Historiques</em>, Paris, 1873<br />
A. Soboul, &#8220;<i>Danton&#8221; </i>in <em>I Protagonisti della Storia Universale. La Rivoluzione francese e il periodo napoleonico</em>, trad. it., Milano, 1968, vol. VIII<br />
G. Walter, &#8220;<i>Table Analytique &#8211; Personnages&#8221; </i>in J. Michelet, <em>Histoire de la Révolution française</em><i>, </i>Paris, 1952, vol. II<br />
H. Wendel, <em>Danton</em>, trad. it. Milano, 1931<br />
C. Wolikow, &#8220;Danton Georges Jacques&#8221; in <em>Dictionnaire Historique de la Révolution française</em>, Paris, 2005, vol. II</p>
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		<title>ROBESPIERRE, RIVOLUZIONARIO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2016 06:37:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris - Turbato dalla morte della madre e dall’abbandono del padre, Maximilien fu un ottimo studente, appassionato di cultura classica e infervorato dalle dottrine egualitarie dei philosophes del XVIII secolo. Avvocato di fama e dall’eloquenza elegante, era noto come il difensore “dei deboli e degli oppressi”, a cui &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giancarlo Ferraris -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Turbato dalla morte della madre e dall’abbandono del padre, Maximilien fu un ottimo studente, appassionato di cultura classica e infervorato dalle dottrine egualitarie dei </em>philosophes <em>del XVIII secolo. Avvocato di fama e dall’eloquenza elegante, era noto come il difensore “dei deboli e degli oppressi”, a cui spesso evitava di chiedere il pagamento dell’onorario. Tenace combattente delle disuguaglianze sociali dell’</em>ancien<em> régime, austero, disinteressato, intransigente e fermo nei suoi principi: con la rivoluzione sarebbe diventato l’</em>Incorruttibile<em>.</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La famiglia </b></h3>
<div id="attachment_4439" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Latto-di-nascita-di-Robespierre-1758.jpg"><img class=" wp-image-4439 " alt="L'atto di nascita di Robespierre, 1758" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Latto-di-nascita-di-Robespierre-1758.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;atto di nascita di Robespierre, 1758</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nella notte del 6 maggio 1758 ad Arras, cittadina della regione dell’Artois, nella Francia del Nord, venne alla luce un bambino che i genitori, François Derobespierre, da un paio di anni avvocato di professione, e Jacqueline Marguerite Carraut, figlia di un ricco birraio, entrambi originari di Arras, chiamarono Maximilien-François-Marie-Isidore. Erano due sposi novelli, dal momento che avevano contratto matrimonio solo il 2 gennaio dello stesso 1758 con una cerimonia piuttosto rapida, poiché Jacqueline era incinta da cinque mesi e soprattutto senza la presenza di nessun membro della famiglia di François (mentre erano presenti i parenti di Jacqueline), la quale, evidentemente, aveva ritenuto che non fosse un buon matrimonio o comunque, di certo, non conforme ai costumi borghesi del tempo e ciò soprattutto in una città come Arras, così fortemente devota alla Chiesa cattolica.<br />
La famiglia Derobespierre (ancora oggi sono numerosi nella Francia del Nord i patronimici popolari che iniziano con il De) o de Robespierre o Robespierre, i suoi componenti usavano tutte e tre le grafie, apparteneva a quella fascia della classe borghese &#8211; diremmo oggi piccola borghesia &#8211; della Francia di metà Settecento dedita alle professioni legali e dalla quale uscirono molti protagonisti della Rivoluzione. Si trattava di una fascia consapevole della sua superiorità intellettuale, che mal sopportava le suddivisioni sociali e che nella società francese dell’epoca occupava una posizione particolare: sostanzialmente ostile nei confronti della nobiltà, la quale deteneva la ricchezza fondiaria e le cariche politiche e militari, ma anche avversa alla grande e alla media borghesia, le quali gestivano le attività imprenditoriali e soprattutto monopolizzavano, specie in ambito locale, le cariche nella pubblica amministrazione.<br />
Dal Seicento i membri maschili della famiglia Derobespierre avevano progressivamente abbandonato l’agricoltura, il commercio delle stoffe e dei vini e l’attività di albergatori per dedicarsi alle professioni legali, che costituivano un servizio sempre maggiormente richiesto dalla monarchia, dalla nobiltà e dal clero.<br />
L’iniziatore di questo nuovo corso della famiglia Derobespierre fu Robert (1591-1663), il quale si stabilì nella cittadina di Carvin, vicino a Lilla, dove svolgeva la professione di notaio regio. Uno dei suoi discendenti, Maximilien, verso il 1720 si spostò ad Arras, dove riuscì a farsi accettare dalla buona società cittadina nella quale c’erano molti massoni, diventò avvocato, entrò nel Consiglio Superiore dell’Artois e sposò una giovane della borghesia del luogo con cui ebbe François (1732-1777), padre del futuro <em>Incorruttibile</em>, il quale proseguì la tradizione familiare delle professioni legali e diventò anch’egli avvocato, dopo aver abbracciato maldestramente e per poco tempo il noviziato ecclesiastico.<br />
La scelta dei Derobespierre di dedicarsi agli studi di legge e alle professioni legali fu “favorita” dal fatto che il regime monarchico e l’apparato burocratico della Francia dell’<em>ancien régime</em> moltiplicavano, quando non ne generavano <em>ex novo</em>, una quantità impressionante di leggi e relative procedure provenienti dalle giurisdizioni mutuate da un passato feudale ancora grevemente e gravemente presente. La Francia in cui nacque lo stesso Maximilien era, infatti, uno dei regni più potenti e al tempo stesso più vetusti e più fragili d’Europa: monarchia di diritto divino, nel 1758 il re era Luigi XV di Borbone, oltre venti milioni di abitanti, un esercito e una marina forti, ma anche un’economia arretrata prevalentemente agricola, con poche industrie e manifatture, una situazione finanziaria generale grave e una società suddivisa in tre classi, nobiltà e clero da un lato che vivevano delle rendite prodotte dalle loro vastissime proprietà fondiarie, Terzo Stato (borghesia, contadini, operai) dall’altro lato che svolgeva attività produttive, ma era sottoposto a una pesante pressione fiscale. La Francia era anche la patria dell’illuminismo, ma, paradossalmente, essa era il paese europeo dove l’attività riformatrice ispirata alle dottrine dei <em>philosophes </em>si faceva sentire di meno e dove la borghesia, in forte ascesa, lottava strenuamente contro i privilegi monarchici, nobiliari ed ecclesiastici.<br />
François e Jacqueline, oltre a Maximilien, ebbero altri figli: Charlotte (1760-1834), Henriette (1761-1780) e Augustin (17631794); un altro figlio, nato nel 1764, visse un solo giorno. Nello stesso anno, in conseguenza del parto, Jacqueline morì. Rimasto vedovo e sconvolto dalla morte della moglie, François, poco tempo dopo, lasciò Arras abbandonando la professione forense e i figli, che affidò a parenti e iniziò contemporaneamente a viaggiare.<br />
Ritornò ad Arras nel 1765, quando si fece prestare alcune centinaia di <em>livres </em>da una delle sue sorelle e poi ancora nel 1768, quando contrasse un debito con la madre vedova rinunciando ai diritti suoi e dei figli sulle proprietà di famiglia. Due sue lettere, datate rispettivamente 1770 e 1771, ci informano che viveva in Germania, a Mannheim. Nel 1772 fu, ancora una volta, ad Arras, dove fece quindici apparizioni per cause legali presso il Tribunale cittadino. Morì nel 1777 a Monaco di Baviera, dove aveva aperto una piccola scuola di lingua francese.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’orfano </b></h3>
<div id="attachment_4440" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Ritratto-di-Robespierre.jpg"><img class=" wp-image-4440 " alt="Ritratto di Robespierre" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Ritratto-di-Robespierre.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Ritratto di Robespierre</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto che dopo la morte della moglie il padre di Maximilien affidò i suoi quattro figli a parenti: Charlotte ed Henriette alle zie paterne, le quali le mandarono poi presso un’istituzione caritatevole che si occupava di fanciulle povere, Maximilien e Augustin alle zie e ai nonni materni, i quali li mandarono nel Collegio di Arras, un istituto gratuito gestito dai padri oratoriani. I due fratelli, prima di andare a scuola, trascorrevano parte delle loro giornate nella fabbrica di birra che apparteneva ai Carraut. Maximilien, fra l’altro, contrasse il vaiolo che gli lasciò il volto leggermente butterato. Il futuro <em>Incorruttibile</em> era un bambino segnato dall’amore per la madre, morta quando egli aveva solo sei anni, e dall’amore-odio per il padre, che aveva abbandonato la famiglia conducendo la sua esistenza fuori dagli schemi del tempo. Quest’ultimo duplice sentimento, non totalmente disgiunto dal primo, indusse Maximilien a costruirsi un modello comportamentale preciso e rigoroso per affrontare la vita, per farsi accettare dagli altri facendo dimenticare nel contempo il ricordo del padre, per convincersi e per convincere di essere esemplare e senza colpa alcuna. C’era quasi una sorta di sintonia tra il carattere e il modello di vita di Maximilien da un lato e i paesaggi naturali dell’Artois e quelli creati dall’uomo ad Arras dall’altro lato: i primi fatti di cieli plumbei, di corsi d’acqua quieti e di pianure quasi desolate percorse da lunghe strade diritte e costeggiate da alberi sottili; i secondi di viali geometrici, di dimore signorili e popolari alte e silenziose, di massicce sedi militari, di palazzi austeri e di chiese severe, simboli del potere politico e giudiziario e dell’autorità ecclesiastica che dominavano una cittadina pia dedita alle professioni legali, alle attività artigianali e all’agricoltura.<br />
Sull’infanzia di Maximilien abbiamo due serie di testimonianze “particolari”: quelle della sorella Charlotte e quelle dell’abate Léon-Bonaventure Proyart, vicedirettore del Collegio Luigi il Grande di Parigi che Maximilien, come vedremo, frequentò per undici anni. Sono testimonianze diametralmente opposte, nelle quali si palesa il sospetto che le contraddizioni siano state volute dai rispettivi autori. Per la sorella Charlotte Maximilien «era allegro di natura, sapeva come scherzare e a volte rideva fino alle lacrime; era di carattere buono e gentile, cosa che lo faceva amare da tutti; Era amato da tutti… Tutti volevano averlo come amico; Ci [il fratello e le sorelle] amava teneramente e ci riempiva di attenzioni e carezze; Si preoccupava meno di invitare [un contendente] a far valere le proprie ragioni in tribunale che di riconciliarlo con la parte avversa; La benevolenza di mio fratello verso le donne gli assicurò il loro affetto». Charlotte riferisce anche di un episodio potremmo dire emblematico: Maximilien disponeva di una voliera con piccioni e passeri domestici e un giorno ne donò uno al fratello e alle sorelle; l’animale venne però dimenticato all’aperto e morì durante la notte. Appresa la notizia Maximilien pianse copiosamente, ricoprendo di rimproveri i responsabili della disattenzione.<br />
Per l’abate Proyart, invece, Maximilien «Non rideva mai e sorrideva molto raramente. Era incapace di sentimenti di amicizia e non aveva un solo amico; Con il fratello e le sorelle era duro come un tiranno; Si sarebbe infuriato se avesse evitato una causa promuovendo una riconciliazione; Il suo carattere e il genere di vita che condusse lo tennero totalmente separato dalle donne».<br />
Esistono poi altre due testimonianze sull’infanzia di Maximilien, più tarde rispetto a quelle della sorella Charlotte e dell’abate Proyart, anch’esse contraddittorie: secondo una Maximilien era quel che si dice un bravo ragazzo; secondo l’altra era, invece, un ragazzo sgradevole e ipocrita.<br />
Di certo Maximilien era un bambino rimasto profondamente turbato, come dicevamo, dalla morte della madre e dall’abbandono del padre: questi fatti gli fecero altresì maturare sia un marcato concetto del tradimento, che una fervida fantasia a sua volta generatrice di un mondo popolato da eroi, trasformandolo contemporaneamente da bambino vivace e spensierato in bambino serio e diligente, che si dedicava alla lettura, alla costruzione di modellini di chiese e alla collezione di immagini. Tutto ciò in un ambiente “familiare” e in un contesto cittadino popolare, borghese, militare e religioso con cui Maximilien venne a contatto quotidianamente, comprendendone le condizioni di vita, il modo di pensare e di fare, le esigenze.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il borsista </b></h3>
<div id="attachment_4442" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Il-collegio-Louis-le-Grand-a-Parigi.jpg"><img class=" wp-image-4442 " alt="Il collegio Louis-le-Grand a Parigi" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Il-collegio-Louis-le-Grand-a-Parigi.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il collegio Louis-le-Grand a Parigi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1765 Maximilien entrò nel Collegio di Arras diretto dai padri oratoriani, i religiosi che gestivano l’educazione in Francia dopo l’espulsione dei gesuiti avvenuta solo pochi anni prima. Il Collegio, dove accanto al latino, alla storia, alla geografia e alla matematica si studiava anche il francese, aveva un Consiglio Direttivo di cui faceva parte il vescovo di Arras. Le zie e i nonni materni fecero in modo che il loro nipote imparasse a leggere, scrivere e contare prima dell’iscrizione al Collegio. Nel 1769, all’età di undici anni, Maximilien, dimostratosi uno scolaro intelligente e studioso, venne scelto per prendere parte a un concorso letterario pubblico consistente nel dimostrare la propria capacità a commentare testi in latino. Sempre nello stesso anno, grazie anche all’interessamento di un religioso, riuscì a ottenere una delle quattro borse di studio che annualmente l’abbazia di Saint-Vaast metteva a disposizione per l’ammissione al prestigioso Collegio Luigi il Grande di Parigi retto anch’esso dai padri oratoriani.<br />
Il Luigi il Grande, sorto come collegio gesuitico di Parigi, era una scuola d’élite connessa alla Sorbona e posta sotto l’alto patronato della monarchia di Francia allo scopo di fornire un’educazione secondaria a studenti meritevoli e dotati di borse di studio. Il programma scolastico, a sfondo prettamente umanistico, contemplava l’insegnamento di francese, greco, latino, logica e filosofia sia negli aspetti formali che in quelli morali: dai classici greci e latini i padri oratoriani, infatti, estrapolavano e proponevano ai loro allievi virtù quali l’amor patrio, la libertà, la parsimonia, il sacrificio e il coraggio; dalla filosofia la giustizia, la temperanza, la prudenza, la fortezza, il senso della disciplina e dell’onore. In sostanza il fine ultimo dei padri oratoriani era non solo e non tanto quello di istruire, ma di educare nel senso più ampio del termine anche attraverso l’adozione di una rigorosa disciplina interna al Collegio stesso. La classe a cui apparteneva Maximilien era composta soprattutto da coetanei della sua stessa estrazione sociale, figli di professionisti oppure di mercanti e di proprietari di manifatture. Tra i compagni di classe di Maximilien ne ricordiamo due, che egli ritrovò negli anni cruciali della Rivoluzione: Camille Desmoulins, che con Georges Jacques Danton perì, per mano sua (e non solo sua), sulla ghigliottina durante il regime del Terrore dopo aver fatto, invano, appello proprio agli anni trascorsi insieme al Luigi il Grande e Stanislas Fréron, che fu, invece, uno dei suoi nemici nei giorni drammatici del Termidoro. Quest’ultimo, già al tempo del Luigi il Grande, descriveva Maximilien «per nulla simpatico, consumato dall’orgoglio intellettuale, tetro, irascibile e invidioso del successo altrui».<br />
Sicuramente Maximilien fu un ottimo alunno, sempre tra i primi per intelligenza, profitto e disciplina, tanto da far dire all’abate Proyart che «egli riponeva ogni suo interesse nello studio, trascurava tutto per lo studio, lo studio era il suo dio». Il ragazzo di Arras era letteralmente affascinato dai classici greci e latini attraverso i quali imparava anche la storia antica: in particolare la lettura delle <em>Vite parallele</em> di Plutarco e delle opere di Cicerone, Virgilio, Livio e Tacito gli permise di affinare le sue capacità oratorie facendolo diventare insieme un fervido ammiratore delle virtù degli antichi e della storia di Roma repubblicana, così lontane dai regimi assolutistici e dai costumi del Settecento.<br />
L’abate Hérivaux, docente di retorica, rimase colpito dall’eleganza, dalla potenza espressiva e dal forte contenuto etico sia delle sue composizioni scritte che delle sue esposizioni orali tanto da soprannominarlo <em>il Romano</em>. L’eloquenza di Maximilien altro non era se non il risultato della combinazione, della fusione tra dono naturale e arte conquistata. Nel 1775 il giovane di Arras venne scelto per leggere il discorso in versi di benvenuto al re Luigi XVI e alla regina Maria Antonietta presso il Collegio dopo la cerimonia dell’incoronazione a Reims. Sembra che i due sovrani, bloccati in carrozza dalla pioggia, abbandonarono sotto l’acqua scrosciante il ragazzo non appena quest’ultimo ebbe terminato il discorso, dopo avergli, comunque, espresso il loro compiacimento. Negli anni immediatamente successivi Maximilien ottenne tre secondi premi e sei menzioni nell’ambito dei diversi concorsi letterari organizzati dal Collegio Luigi il Grande.<br />
Nella formazione intellettuale del futuro <em>Incorruttibile</em> più dei classici contarono però i <em>philosophes</em> del suo tempo: egli fu profondamente colpito dalle tesi di Gabriel de Mably e soprattutto dal pensiero di Jean-Jacques Rousseau le cui opere, la <em>Nuova Eloisa</em>, l’<em>Emilio</em> forse anche il <em>Contratto sociale</em>, circolavano con una “certa libertà” dentro il Luigi il Grande. Da Mably, un pensatore minore del XVIII secolo, Maximilien mutuò essenzialmente la nozione che la proprietà privata è incompatibile con l’uguaglianza sociale; da Rousseau alcuni importantissimi concetti: la natura ha creato l’uomo buono e felice mentre l’avvento della società lo ha corrotto; le disuguaglianze sociali sono alla radice di tutti i mali; il contratto sociale è l’unico strumento che permette di proteggere l’individuo e i suoi beni, di assicurare l’uguaglianza e il benessere sociale e di garantire all’individuo medesimo la libertà.<br />
Probabilmente Maximilien incontrò o semplicemente vide Rousseau nel 1778, l’anno della morte del pensatore ginevrino. Molto tempo dopo, nel 1791, scrisse la <em>Dedica di Maximilien Robespierre ai Mani di Jean-Jacques Rousseau</em>:<br />
«O Rousseau, io ti vidi nei tuoi ultimi giorni [...] ho contemplato il tuo viso augusto [...] da quel momento ho compreso pienamente le pene di una nobile vita che si sacrifica al culto della verità e queste non mi hanno spaventato. La coscienza di aver voluto il bene dei propri simili è il premio dell&#8217;uomo virtuoso [...] come te, io conquisterò quei beni, a prezzo di una vita laboriosa, a prezzo anche di una morte prematura».</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’avvocato </b></h3>
<div id="attachment_4447" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Louis_Boilly_Robespierre.jpg"><img class=" wp-image-4447 " alt="Robespierre nel 1791" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Louis_Boilly_Robespierre.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Robespierre nel 1791</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Maximilien maturò l’idea di diventare avvocato, proseguendo così la tradizione familiare, durante gli anni della scuola secondaria al Collegio Luigi il Grande. Ancor prima di iniziare gli studi di giurisprudenza alla Sorbona di Parigi egli prese contatto con alcuni illustri giuristi del momento per presentare se stesso come se fosse già avvocato. Nello stesso tempo iniziò a visitare e a conoscere a fondo la capitale di Francia, dove molte delle cause che si discutevano nei tribunali ruotavano attorno al rifiuto del vecchio mondo aristocratico al quale si opponevano i nuovi valori borghesi ispirati ai concetti di progresso, razionalità e utilità sociale, valori incarnati e portati avanti da una schiera di giovani avvocati alcuni dei quali diventarono famosi durante la Rivoluzione. Maximilien iniziò il suo corso universitario in giurisprudenza nell’ottobre 1779, frequentando nello stesso tempo uno studio legale parigino come praticante: una frequentazione importante, dal momento che egli ebbe modo di conoscere e di approfondire, accanto al diritto civile e al diritto canonico insegnati alla Sorbona, anche il diritto amministrativo e il diritto penale oltre ad assistere a discussioni molto intense sulla natura del potere politico e di quello ecclesiastico. Maximilien terminò il suo corso universitario nel maggio 1781 e nel luglio dello stesso anno il Collegio Luigi il Grande gli conferì, oltre alla massima lode, un premio di seicento <em>livres</em> per la sua buona condotta e per il suo successo negli studi conseguiti nei dodici anni di permanenza nell’istituto. In agosto venne iscritto come avvocato nel registro del Parlamento di Parigi.<br />
Nell’autunno del 1781 Maximilien ritornò ad Arras, forte della sua preparazione culturale e della sua formazione professionale acquisite in una scuola prestigiosa e in una grande città. Due furono le sue prime preoccupazioni: trasferire la borsa di studio di cui aveva beneficiato al Collegio Luigi il Grande al più giovane fratello Augustin, il quale, effettivamente, ebbe così la possibilità di studiare nello stesso istituto; provvedere al sostentamento suo e della sorella Charlotte, dal momento che i parenti più stretti erano scomparsi mentre altri si erano sposati, dedicandosi alla professione forense, cosa non semplice poiché, privo di conoscenze personali, dovette affidarsi esclusivamente alla propria capacità di farsi clienti. Arras all’inizio degli anni Ottanta del Settecento era un centro dedito all’agricoltura, all’artigianato e, cosa nuova, a un vasto e fiorente commercio, ma era anche una cittadina feudale che ospitava i poli locali del potere giudiziario e burocratico, i quali creavano una forte connessione tra la realtà urbana e quella rurale garantendo, da un lato, l’amministrazione della giustizia, lo svolgimento delle attività economiche e l’ordine pubblico e ottenendo, dall’altro lato, tributi di varia natura quali decime, affitti e altro. Accanto alla piccola nobiltà, al clero e alla borghesia, comunque variamente benestanti anche se rigidamente separati gli uni dagli altri, povertà, prostituzione, vagabondaggio e delinquenza erano parte piuttosto notevole del tessuto sociale cittadino. In questo mondo dove gli esperti della legge, come i membri della famiglia Robespierre, svolgevano un ruolo centrale Maximilien iniziò il suo percorso professionale, che assunse però subito connotazioni inedite e diverse rispetto ai modelli dettati dalla tradizione e dal regime di privilegio dell’epoca particolarmente forti e maggiormente chiusi in una città di provincia come Arras. Il giovane avvocato aveva una concezione molto alta della sua professione, che intendeva non tanto come un mezzo con cui fare carriera e salire i gradini della gerarchia sociale, quanto piuttosto come uno strumento con il quale realizzare ideali di umanità e di giustizia, come una missione, come un sacerdozio al punto che affermava: «Esiste forse una professione più sublime di quella che vi porta a difendere i deboli e gli oppressi?».<br />
Maximilien era pienamente consapevole delle sue capacità e del fatto che aveva assimilato profondamente sia l’eloquenza dei classici &#8211; la capacità di entusiasmare, di persuadere e di trascinare gli uditori &#8211; che lo spirito dei lumi in virtù del quale il mondo a cui egli stesso apparteneva aveva l’impellente necessità di essere rinnovato: un rinnovamento che doveva iniziare da una dimensione locale, come lo era Arras, ma che presupponeva, come punto di partenza, proprio l’inserimento in quello stesso mondo che andava cambiato. L’avvocato Maximilien ebbe, paradossalmente, la fortuna di essere aiutato in tutto questo da alcune eminenti personalità di Arras che lo introdussero proprio nei cosiddetti “ambienti giusti” della cittadina. Nel novembre 1781 venne, infatti, ammesso nel Consiglio Superiore dell’Artois grazie anche alla presentazione delle sue credenziali da parte dell’avvocato Guillaume Liborel, noto principe del foro di Arras. Nel gennaio 1782 iniziò l’attività forense e nel maggio vinse la sua prima causa, patrocinando dei nipoti che erano stati diseredati dai familiari a favore di altri per aver scelto di rimanere cattolici anziché seguire la conversione dello zio al calvinismo. Nel marzo 1782 il vescovo di Arras lo nominò magistrato presso la Corte Episcopale, che esercitava la sua giurisdizione su Arras e su molte parrocchie limitrofe; in questo ruolo fu tenuto a pronunciare una condanna a morte per omicidio, cosa che lo turbò profondamente al punto che si dimise dall’incarico ritornando a esercitare l’avvocatura. Grazie alle sue capacità e al suo impegno Maximilien riuscì a crearsi una certa clientela iniziando a mietere successi nelle aule del Tribunale di Arras: nel 1782 comparve in tredici cause vincendone sette; nel 1783 in ventotto vincendone ventuno; nel 1784 in tredici vincendone ben dodici. La sua fama crebbe notevolmente. A testimonianza di ciò c’è la lettera di un avvocato scritta da Arras a un suo giovane amico studente di legge a Parigi nella quale si legge:<br />
«Non c’è nulla di nuovo in città, se non che un tale chiamato Robespierre […] ha fatto il suo debutto qui in un caso famoso che ha difeso in tre udienze per spaventare chiunque pensi di seguirlo nella stessa carriera […]. Dicono (io non l’ho mai sentito) che per oratoria, proprietà di linguaggio e chiarezza di stile superi di gran lunga i Liborel, i Desmazières, i Brassant, i Blanquart e anche il celebre Dauchez».<br />
Nella professione forense, al di là delle necessità prettamente utilitaristiche a cui non poteva, comunque, sottrarsi, Maximilien adottò sempre un’eloquenza elegante e al tempo stesso castigata, posta al servizio dei suoi ideali di umanità e di giustizia, ma capace anche di trasformarsi in uno strumento di forte critica del regime politico, giuridico, sociale ed economico vigente in Francia in quegli anni.<br />
Il 1783 fu decisivo per la carriera forense di Maximilien. Grazie all’amicizia con Antoine-Joseph Buissart, un altro avvocato di Arras nonché scienziato dilettante e appassionato lettore dell’<em>Enciclopedia</em>, ottenne, infatti, la difesa di Charles-Dominique de Vissery de Bois-Valè, anch’egli avvocato e coinvolto in una causa per aver installato sul tetto della propria abitazione un bizzarro e gigantesco parafulmine. I suoi vicini, temendo che il marchingegno potesse deviare i fulmini verso le loro case, erano riusciti a ottenere dal Tribunale un’ordinanza per farlo smantellare, ma Vissery non si dette per vinto: fece appello al Consiglio Superiore dell’Artois e affidò la sua difesa in tribunale a Buissart che compilò un poderoso rapporto grazie al quale Maximilien, gestendo la causa con abilità e convinzione, riuscì a far ritirare l’ordinanza. Le sue argomentazioni furono tutte di natura filosofica, tanto che la causa diventò una vera e propria crociata di sapore prettamente illuministico contro l’oscurantismo e l’ignoranza. Così l’avvocato Maximilien Robespierre si espresse davanti al Consiglio Superiore di Arras:<br />
«Signori, voi dovete difendere la Scienza. Il fatto che l’intera Europa guardi alla questione qui dibattuta garantirà che la vostra decisione abbia la più ampia notorietà… Parigi, Londra, Berlino, Stoccolma, Torino, San Pietroburgo verranno a conoscenza al tempo stesso di Arras di questo segno della saggezza e dell’entusiasmo vostri per il progresso scientifico».<br />
Il giornale nazionale Mercure de France dette ragione a Maximilien e nel giugno dello stesso 1783 pubblicò un articolo terminante con queste parole:<br />
«In questo procedimento, che è diventato la causa delle Scienze e delle Arti, monsieur Maximilien de Robespierre, un giovane avvocato di raro talento, ha dimostrato un’eloquenza e una saggezza che hanno lasciato un’ottima impressione della sua preparazione».<br />
Il successo ottenuto indusse Maximilien a rivolgersi direttamente a Benjamin Franklin, poiché si rendeva conto che, in fondo, nella causa Vissery de Bois-Valè aveva difeso la più nota delle invenzioni del geniale americano:<br />
«Il desiderio di contribuire a sradicare i pregiudizi che impediscono il progresso nella nostra regione mi ha ispirato di far stampare il discorso che in tale causa ho pronunciato davanti alla Corte. Oso sperare, Signore, che Lei vorrà gentilmente riceverne una copia… [Sarò] ancor più felice se potessi aggiungere a tale cortesia l’onore di guadagnarmi l’approvazione di un uomo la cui virtù minore è quella di essere il più famoso uomo di scienza dell’universo».<br />
Sempre nel 1783 Maximilien comparve in un’altra causa destinata anch’essa a diventare altrettanto nota: la difesa del mastro calzolaio François-Joseph Deteuf contro l’abbazia benedettina di Anchin, quest’ultima difesa da Guillaume Liborel, lo stesso avvocato che aveva facilitato l’ammissione di Maximilien nel Consiglio Superiore dell’Artois. L’antefatto era molto semplice: un monaco, successivamente trovato colpevole di peculato, accusò di furto l’artigiano Deteuf la cui sorella Clémentine, guardarobiera presso l’abbazia, aveva rifiutato le sue <em>avances.</em> Deteuf querelò l’abbazia per danni materiali e Maximilien ne assunse la difesa, adottando l’insolita procedura di pubblicare il promemoria prima del verdetto nella speranza che l’opinione pubblica facesse pressione sui giudici. In questa causa Maximilien asserì che i benedettini di Anchin erano responsabili delle loro azioni di fronte al popolo e chiese una condanna per calunnia in nome di tutti coloro i quali si fregiavano del titolo di cittadino. La causa si trascinò per diverso tempo e fu risolta alla fine con un compromesso extragiudiziale con il quale Maximilien si impegnava a ritirare alcune delle sue accuse mentre l’abbazia offriva un cospicuo compenso materiale a Deteuf. Dopo questo episodio i rapporti tra il giovane avvocato e l’élite ecclesiastica e forense di Arras iniziarono a incrinarsi.<br />
Nel 1786 Maximilien si occupò del caso Page, una donna accusata di usura. Non gli sembrò, almeno all’inizio, un caso interessante e forse proprio per questo motivo allargò la sua arringa di difesa introducendovi un tema di denuncia del sistema giudiziario francese dell’epoca. Si dilungò moltissimo sui rischi a cui andavano incontro gli imputati coinvolti nei processi asserendo, tra l’altro:<br />
«Una persona debole e timida […] può impallidire, balbettare e contraddirsi […] e continuare a essere innocente. […] Alla vista del gran numero di patiboli grondanti sangue innocente sento dentro di me una voce potente che grida di eliminare per sempre la fatale abitudine di mettere in prigione solo sulla base delle supposizioni».<br />
Proseguì poi attaccando lo «spaventoso labirinto della procedura giudiziaria» e l’ignoranza dei giudici dei tribunali signorili, auspicando quella che chiamò «felice rivoluzione» del sistema giudiziario che un governo responsabile era tenuto a effettuare. Nell’arringa non mancarono anche accenni di denuncia del sistema assolutistico vigente in Francia in quel tempo:<br />
«L’autorità divina che ordina ai re di essere giusti, vieta ai popoli di farsi schiavi».<br />
Madame Page fu alla fine assolta, ma i giudici ordinarono che Maximilien togliesse dalla memoria del dibattimento processuale tutte le osservazioni che ponevano in discussione l’autorità della legge e che criticavano l’operato dei giudici. In sostanza la causa Page più che una difesa legale fu un discorso di natura politica e giudiziaria.<br />
Nel 1789 fu la volta del caso Dupont il quale, incarcerato per molti anni in seguito all’emissione di una<em> lettre de cachet</em>, chiedeva di ritornare in possesso di una sua eredità legittima. Nel corso del dibattimento della causa Maximilien si scagliò, chiedendone la soppressione, contro il sistema delle <em>lettres de cachet</em>, in base al quale una persona, senza processo e senza alcuna difesa legale, poteva essere condannata al carcere o al confino o alla deportazione o all&#8217;espulsione dal luogo dove abitava:<br />
«Come può ammettere l&#8217;autorità regia che dei privati, armati di <em>lettres de cachet</em> in bianco, che possono riempire a loro buon grado con i nomi di presunti criminali, tengano nei propri portafogli il destino di molti uomini, rievocando così il ricordo storico di quei famosi autori delle liste di proscrizione la cui mano tracciava, su tavolette insanguinate, la vita o la morte di una moltitudine di romani?».<br />
Nella memoria della causa il giovane avvocato Maximilien scrisse:<br />
«Il mezzo per prevenire i crimini consiste nel riformare i costumi; il mezzo per riformare i costumi consiste nel riformare le leggi».<br />
Il rivoluzionario, come abbiano visto, era già fortemente in nuce, ma Maximilien sarebbe rimasto un avvocato di provincia se la situazione politica, giuridica, sociale ed economica della Francia non fosse fragorosamente esplosa nel fatidico 1789, anno di inizio, come è ben noto, della Rivoluzione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’accademico </b></h3>
<div id="attachment_4445" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Lapide-sulla-casa-abitata-da-Robespierre-ad-Arras.png"><img class="size-thumbnail wp-image-4445" alt="Lapide sulla casa abitata da Robespierre ad Arras" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Lapide-sulla-casa-abitata-da-Robespierre-ad-Arras-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lapide sulla casa abitata da Robespierre ad Arras</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La Regia Accademia di Arras, costituita da esponenti della nobiltà e del clero, negli anni Ottanta del XVIII secolo era il centro culturale dell’Artois. Maximilien vi entrò a far parte nel novembre 1783, grazie sia alla notorietà che gli aveva procurato la causa del parafulmine, sia in virtù della sua amicizia con Buissart. Alcuni mesi dopo, nell’aprile 1784, egli tenne il suo discorso inaugurale parlando di un tema giuridico che, a sua volta, era stato proposto in un concorso dalla Société Royale de Sciences et Arts: le pene infamanti o la corruzione del sangue, concetto legale del tempo che estendeva alla famiglia di chi si rendeva colpevole di un reato parte della sua colpa. Il titolo della dissertazione, che costituiva il discorso, era <em>L’origine dell’opinione che estendeva a tutti i componenti di una famiglia parte dell’ignominia associata alla pena infamante subita da un colpevole</em>. Maximilien, rifacendosi allo <em>Spirito delle leggi</em> di Montesquieu, al filosofo inglese Francis Bacon e in parte al giurista italiano Cesare Beccaria, suddivideva le nazioni in due categorie, vale a dire le monarchie basate sull’accettazione del cosiddetto codice d’onore dell’epoca e le repubbliche fondate invece sulla virtù o senso civico, contestava apertamente il fatto che le pene infamanti riguardassero sempre e soltanto membri della borghesia e del popolo mai appartenenti alla nobiltà, proponeva, infine, di cancellare le pene infamanti in base proprio alla natura e ai principi che distinguevano i regimi monarchici da quelli repubblicani, dove «la virtù produceva la felicità, così come il sole produceva la luce», ma dove, comunque, il rispetto della legge e il bene comune restavano fondamentali:<br />
«Negli Stati dispotici la legge non è altro che la volontà del principe… […] il principio fondante delle repubbliche è la virtù, come l’autore dello <em>Spirito delle leggi</em> ha dimostrato, cioè a dire la virtù politica, che non è nient’altro che l’amore della legge e del paese. Le loro costituzioni richiedono che ogni interesse particolare, ogni legame personale cedano sempre il passo al bene generale… [Un cittadino] non deve risparmiare nemmeno la persona da lui più amata, se colpevole, quando il bene della repubblica ne richieda la punizione. […] Noi ripetiamo costantemente la giusta massima che dice che è meglio risparmiare un centinaio di colpevoli piuttosto che sacrificare un solo innocente».<br />
Poco tempo dopo Maximilien inviò questo suo testo a un concorso bandito dalla Société Royale de Metz, aggiudicandosi un premio speciale di quattrocento <em>livres</em> che utilizzò per farlo pubblicare a Parigi. Il duplice successo di Arras e di Metz aveva però creato un certo malumore nella nobiltà e nel clero della sua città natale, dal momento che Maximilien aveva messo in dubbio la legittimità dell’ordine sociale e i principi del codice su cui si fondava la società aristocratica del suo tempo. E questo malumore, fra l’altro, si aggiungeva ai già non proprio buoni rapporti che Maximilien, come avvocato, aveva con il mondo ecclesiastico e quello forense di Arras.<br />
Nel 1785 Maximilien presentò un saggio al premio che annualmente conferiva l’Accademia di Amiens, premio che per ben tre volte era stato offerto per un elogio di Jean-Baptiste Gresset, un poeta locale, senza che però fosse mai conferito. In palio c’erano milleduecento <em>livres.</em> Nel saggio Maximilien poneva in evidenza la virtù, la moralità, la religiosità di Gresset e il fatto che avesse preferito l’oscura vita in provincia ai fasti della capitale. Egli, inoltre, elogiò i vescovi di Amiens, ai quali attribuì il merito di «aver mostrato a un secolo corrotto la visione delle virtù che splendevano in tempi felici»; tra di essi vi era anche l’alto prelato che era stato coinvolto nel caso dello Chevalier de la Barre, torturato e decapitato per sacrilegio e poi bruciato insieme al <em>Dizionario filosofico </em>di Voltaire.<br />
Nel 1786 Maximilien divenne direttore della Regia Accademia di Arras, carica che durava un anno. Nel suo discorso inaugurale affrontò il tema degli svantaggi legali dei bambini nati fuori del matrimonio con il preciso obiettivo di assicurare «la protezione e la felicità di una parte significativa dell’umanità». Si trattò di un discorso importante per due motivi: da un lato Maximilien confermò la necessità di affrontare le disuguaglianze sociali e dichiarò che la povertà corrompeva la morale e devastava l’animo del popolo rendendolo più disponibile al crimine perché ne soffocava i naturali istinti dell’onore e della dignità umana; dall’altro lato rivelò la sua concezione del matrimonio e della famiglia come pilastri della società:<br />
«Il matrimonio è una fertile fonte di virtù: vincola il cuore a migliaia di oggetti degni, abitua alle passioni gentili, ai sentimenti onesti. È una norma derivata dalla natura stessa: quando si diventa padri, in genere, si diventa uomini più onesti. Ciò è specialmente vero per la classe di uomini di cui sto parlando. La moglie, i figli sono legami potenti che vincolano un servo ai doveri della proprietà in cui lavora; sono garanti preziosi della fedeltà e della sottomissione. Io non so perché si dovrebbe preferire a servi di questo tipo esseri isolati in cui l’indipendenza del celibato sembra incoraggiare la ribellione e la licenza».<br />
Maximilien terminava auspicando che i governi cambiassero con il passare del tempo e si adattassero al corso delle idee e dei costumi pubblici e affermando che i bambini concepiti fuori dal matrimonio dovessero godere non solo del nome e dello status sociale del padre, tenuto per legge a provvedere al loro mantenimento senza così incorrere in sanzioni penali, ma anche dei diritti di proprietà a loro trasmessi per via ereditaria. Nel 1787 Maximilien conobbe il capitano Lazare Carnot, diventato da poco membro della Regia Accademia di Arras. I due si sarebbero incontrati di nuovo nel 1793 in circostanze completamente diverse, entrambi membri del Comitato di Salute Pubblica.<br />
Nell’aprile dello stesso 1787 Maximilien, in qualità di direttore della Regia Accademia di Arras, presiedette la seduta pubblica annuale in occasione della quale vennero ammessi quattro nuovi membri, tra cui due letterate: Marie La Masson Le Golft di Le Havre e Louise de Kéralio di Parigi. L’evento offrì a Maximilien il pretesto per dichiarare che anche le donne avevano il diritto di essere ammesse nelle società letterarie in virtù della complementarietà della loro natura con quella degli uomini:<br />
«La natura ha dato a ciascun sesso i talenti che gli sono più congeniali. L’intelligenza dell’uomo ha più forza ed elevazione; quella della donna è d’approvazione… […] anche il loro sesso ha dei doveri, perché il cielo non è stato prodigo di doni e bellezza con le donne affinché non fossero che una vana decorazione dell’universo… […] ma affinché contribuissero alla gloria e alla felicità della società».<br />
Nel corso di questa seduta pubblica Maximilien non mancò poi di fare un accenno all’«umanità degradata che sembrava annichilita sotto il giogo infame della tirannia feudale».<br />
Sempre nel 1787 Maximilien entrò a far parte del circolo letterario dei Rosati, che era stato fondato ad Arras nove anni prima per iniziativa di un gruppo di studenti, i quali si erano riuniti casualmente in un giardino «per amicizia, grazie al comune gusto per la poesia, le rose e il vino». I Rosati non si occupavano di politica e di altre questioni pubbliche, ma erano semplicemente un gruppo di uomini che avevano sentimenti e interessi comuni, che amavano i giochi letterari, la poesia e soprattutto lo stare insieme, consapevoli, comunque, di essere illuminati e di giocare un ruolo importante nella vita di Arras. A ogni nuovo membro veniva consegnato un diploma rosa, profumato di rosa e recante un timbro a forma di rosa con scritti sopra dei versi a cui egli doveva rispondere improvvisando altri versi, rito al quale Maximilien, ovviamente, si sottopose:<br />
«Vedo la spina con la rosa / nei bouquets che mi offrite / e celebrandomi / i vostri versi scoraggiano la mia prosa. / Tutto quel che mi si è detto di lusinghiero / Signori, ha il diritto di confondermi; / la rosa è il vostro complimento / la spina è l’obbligo della risposta […]».<br />
Maximilien fu autore di diverse poesie, tra cui ne ricordiamo almeno due: quella di elogio della vita in campagna, un’esistenza semplice, onesta e non tormentata «né dal crimine né dal terrore»; quella d’amore, un madrigale dedicato a una donna conosciuta a Parigi, una certa Ophélie Mondien:<br />
«Credetemi, giovane e bella Ofelia, / qualsiasi cosa dica il mondo e malgrado il vostro / specchio, / siate contenta di essere bella e di non saperne nulla, / conservate sempre la vostra modestia. / Del potere del vostro fascino / siate dimora sempre allarmata. / Sarete tanto più amata / se non temete di esserlo».<br />
Probabilmente ai Rosati Maximilien ebbe modo di conoscere Joseph Fouché, allora insegnante di scienze nel Collegio di Arras, poi tra i principali artefici della sua caduta nelle giornate terribili del Termidoro. Con l’aggravarsi della situazione politica, giuridica, sociale ed economica della Francia la produzione accademica di Maximilien, sempre più assorbito dai suoi impegni di avvocato e soprattutto dall’inizio della sua nuova attività di politico, cessò quasi del tutto.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Lo stile di vita </b></h3>
<div id="attachment_4441" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Robespierre_exécutant_le_bourreau.jpg"><img class=" wp-image-4441 " alt="Robespierre decapita il boia non avendo più altri da decapitare, caricatura del XVIII secolo." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/02/Robespierre_exécutant_le_bourreau.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Robespierre decapita il boia non avendo più altri da decapitare, caricatura del XVIII secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Tra la vita brillante e bohémien di Parigi e l’oscura rispettabilità di Arras, Maximilien, una volta diventato avvocato, optò, come abbiamo visto, per la seconda: ne concorsero diversi motivi: la necessità di aiutare la sorella Charlotte, con la quale divideva la stessa abitazione, e il fratello Augustin, studente al Luigi il Grande; la convinzione che il cambiamento, come abbiamo detto prima, dovesse partire ”dal basso”; il suo stesso carattere. Con impegno, serietà, pazienza e costanza egli si dedicò alla professione forense, che lo impegnò notevolmente fino all’astrazione, pur lasciandogli del tempo libero equamente diviso tra studi umanistici, attività accademica e una vita familiare pacifica fatta di riunioni domestiche con una ristretta cerchia di amici, passeggiate e visite di cortesia in un contesto locale tipicamente piccolo borghese, ma anche in anni in cui si andava acuendo la crisi istituzionale e sociale della Francia. La sua esistenza, densa di impegni e di interessi, era molto regolata: si alzava di buon’ora, mangiava e beveva con moderazione preferendo frutta e caffè, aveva molta cura della sua persona tanto che ogni mattina un parrucchiere provvedeva a raderlo e a incipriargli la parrucca a cui teneva particolarmente.<br />
Nel 1786 la pittrice Adélaïde Labille-Guiard così rappresentò Maximilien ventiseienne, ormai noto sia come avvocato che come oratore:<br />
«Sottile e distinto, la fronte spaziosa sotto la parrucca ben curata, occhi chiari e dolci sotto sopracciglia nettamente arcuate, una bocca sottile un naso lungo e rivolto all’insù, le gote rotonde, il mento un po’ pesante sotto lo jabot di pizzo, la mano destra posata su gilet ricamato».<br />
Una testimonianza del tempo, riferendosi però a un altro ritratto di Maximilien, afferma che egli «aveva lo sguardo inquieto, ma dolcissimo del gatto domestico». Esistono poi numerosi ulteriori ritratti di Maximilien, tra cui quello seduto di Louis-Léopold Boilly, quello di profilo, un’incisione attribuita a Franz Gabriel Fiesinger e realizzata sulla base di uno schizzo di Jean-Urbain Guérin e quello frontale, che è il più noto, opera di un pittore anonimo e attualmente conservato nel Museo Carnavalet di Parigi. In essi però, come del resto nel quadro della Labille-Guiard, non vi è traccia alcuna sul suo volto del vaiolo che lo colpì, come abbiamo detto, quand’era bambino. In uno schizzo a matita di François Gérard sono invece presenti gli occhiali che egli portava per leggere e scrivere.<br />
Maximilien diceva di essere “povero” che per lui significava provvedere ai propri bisogni con il proprio lavoro, senza rifiutare il benessere, ma senza neppure ricercare il lusso e l’ozio: questo suo concetto di “povertà”, fra l’altro consono alla sua austera moralità e soprattutto agli ideali di Rousseau di cui si nutriva, era sostanzialmente l’ideale della classe media e in particolare della piccola borghesia francese dell’epoca. D’altra parte anche la nuova realtà che egli sognava non era quella degli enciclopedisti, né quella della grande borghesia rampante che andava prendendo il posto della vecchia nobiltà, ma proprio quella predicata da Rousseau, capace di ospitare tutta l’umanità. Ad Arras, quando esercitava l’avvocatura, Maximilien era per tutti l’avvocato dei poveri come concordano diverse testimonianze, tra cui quella di un suo contemporaneo, un certo Alissan de Chalet e quella di François Noël Babeuf, il futuro “socialista”. De Chalet scrisse dopo la morte di Maximilien, diventato con il Terrore un simbolo dell’odio:<br />
«Bisogna essere giusti con tutti, anche con Robespierre; si deve riconoscere che egli non fu mai mosso dall’amore per il denaro. Al contrario, fu sempre una persona eccezionalmente disinteressata. Per molti anni fece consulenze gratuite e non provava alcun piacere nel ricevere l’onorario dei suoi clienti, anche quando vinceva le cause, nonostante non avesse ricchezze patrimoniali e fosse anzi così povero che doveva prendere a prestito i vestiti».<br />
Anche Babeuf scrisse cose dello stesso tenore nella lettera destinata alla principale autorità laica di Arras: «Monsieur Robespierre è considerato una delle persone più notevoli del vostro foro. Penso che sia un uomo di assoluta onestà e raro disinteresse. […] L’avvocato Desmazières ha detto: Nessuno dei nostri colleghi può a maggior diritto essere chiamato il difensore delle vedove e degli orfani. A monsieur Robespierre non interessa far soldi; egli è e rimarrà solo l’avvocato dei poveri».<br />
Nonostante la mole di clienti Maximilien non fu mai titolare di un grande studio legale con relativo reddito e ciò per due motivi: in primo luogo perché fu, appunto, l’avvocato dei poveri; in secondo luogo perché, lo abbiamo visto più volte, nelle sue arringhe, come del resto negli scritti pertinenti la sua attività accademica, criticò sempre più apertamente il regime di privilegio che regolava la vita politica, giuridica, sociale ed economica francese dell’epoca.<br />
Maximilien conservò il suo concetto di “povertà” anche nel momento in cui iniziò l’attività politica, incontrando così il favore e l’appoggio dei giacobini e dei sanculotti, i protagonisti più radicali della Rivoluzione francese, la cui vita era improntata a valori quali l’onestà, il dovere, il senso della misura, la repulsione sia per l’eccessiva ricchezza che per la miseria. Maximilien ebbe, inoltre, un alto concetto intellettuale e morale dell’austerità della sua vita in virtù del quale né il privilegio di nascita, né quello di censo potevano essere il parametro dei diritti degli uomini e dei cittadini.<br />
Sia negli anni di Arras che in quelli di Parigi Maximilien, contrario tanto al vestire trasandato quanto al lusso smodato, portò sempre pantaloni sotto il ginocchio, giacca, gilet, jabot e parrucca debitamente incipriata, senza mai indossare né i pantaloni dei sanculotti, né la giacca carmagnola e neppure il berretto frigio che egli considerava come simboli meramente esteriori e simbolici e ai quali contrapponeva la rettitudine del suo modo di vivere, la fermezza dei suoi principi, la correttezza delle sue azioni. Al tempo stesso non ammise mai un servitore alla propria tavola, atteggiamento quest’ultimo tipico della borghesia francese dell’epoca che non venne mai meno neppure negli anni più tragici della Rivoluzione.<br />
Per concludere un accenno alla vita sentimentale di Maximilien, il quale non si sposò mai, né da giovane e nemmeno in età più avanzata, e non ebbe figli. Ad Arras coltivò alcune relazioni femminili quali madamoiselle Dehay, un’amica della sorella Charlotte, e una certa madamoiselle Henriette oltre alla già citata Ophélie Mondien conosciuta però nella capitale. Tenne anche una corrispondenza epistolare con una dama dell’alta società non meglio identificata e frequentò il salotto di madame Marchand, che divenne successivamente la direttrice del <em>Journal du Pas-de-Calais</em>. Ebbe una relazione anche con madamoiselle Anaïs Deshorties, figlia di primo letto del marito di una sua zia. Negli anni della Rivoluzione sembra che Maximilien fosse molto legato a Éléonore Duplay, una delle figlie del padrone della casa parigina dove egli abitava, relazione, tuttavia, che fu sempre fortemente smentita dalla sorella Charlotte.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Annales Historiques de la Révolution française</em>, n. 152, Paris, 1959<br />
H. Buffonoir,<em> Les portraits de Robespierre</em>, Paris, 1910<br />
V. Daline, &#8220;Robespierre et Danton vus par Babeuf&#8221; in <em>Annales Historiques de la Révolution française</em>, n. 162, Paris, 1960<br />
F. Furet -D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
A. Gnugnoli, <em>Robespierre e il Terrore rivoluzionario</em>, Firenze, 2009<br />
H. Guillemin, <em>Robespierre politico e mistico</em>, trad. it., Milano, 1989<br />
N. Hampson, <em>Robespierre l’incorruttibile?</em>, trad. it., Milano, 1984<br />
L. Jacob, <em>Robespierre vu par ses contemporains</em>, Paris, 1938<br />
A. Mathiez, <em>Robespierre</em>, trad. it., Roma, 2006<br />
M. Mazzucchelli, <em>Robespierre</em>, Milano, 1955<br />
P. McPhee, <em>Robespierre. Una vita rivoluzionaria</em>, trad. it., Milano, 2015<br />
<em>Papiers inédits trouvés chez Robespierre, Saint-Just, Payan etc.</em>, Paris, 1828, vol. I<br />
L.-B. Proyart, <em>La vie et les crimes de Maximilien Robespierre</em>, Augsburg, 1795<br />
&#8220;Robespierre&#8221; in <em>I grandi contestatori</em> a cura di D. Dan, Milano, 1973<br />
C. Robespierre, <em>Mémoires de Charlotte Robespierre sur ses deux frères</em>, Paris, sd.<br />
A. Soboul, &#8220;Robespierre&#8221; in <em>I Protagonisti della Storia Universale. La Rivoluzione francese e il periodo napoleonico</em>, trad. it., Milano, 1968, vol. VIII<br />
G. Walter, <em>Robespierre</em>, Paris, 1946</p>
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