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	<title>Storia in Network &#187; 1948 &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LE ELEZIONI DEL 1948 E IL RUOLO DELLA MAFIA IN SICILIA</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Feb 2020 08:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Strazza - &#160; L’intento di Cosa nostra era di mettere suoi uomini tra i quadri dirigenti del potere, per acquisire un “credito” da esigere poi sul piano politico ed economico. ♦ Le elezioni del 18 aprile 1948 in Italia si svolsero all’insegna della lotta tra la Democrazia Cristiana &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Michele Strazza -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’intento di Cosa nostra era di mettere suoi uomini tra i quadri dirigenti del potere, per acquisire un “credito” da esigere poi sul piano politico ed economico.<br />
<span style="color: #ffffff;">♦</span><br />
</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le elezioni del 18 aprile 1948</strong> in Italia si svolsero all’insegna della lotta tra la Democrazia Cristiana e il “Fronte democratico popolare” che raccoglieva PCI e PSI, in una situazione aggravata dallo scoppio della Guerra fredda e con la progressiva divisione del mondo in due blocchi.<br />
Anche la Sicilia fu coinvolta nel clima generale di contrapposizione epocale nel quale si buttarono a capofitto le forze cattoliche per impedire la vittoria di quelli che giudicavano partiti anticristiani.<br />
La mobilitazione diretta dei parroci che nelle chiese predicavano e facevano distribuire all’uscita volantini contro i comunisti, l’azione dei comitati civici di Gedda, l’appiattimento del PCI sulle posizioni sovietiche, la simpatia delle masse popolari per la promessa degli aiuti americani, tutto ciò convinse sempre più i siciliani a far pendere il piatto della bilancia verso i candidati democristiani. Proprio sul fronte degli aiuti americani, lo stesso George Marshall aveva minacciato che, in caso di vittoria comunista, sarebbero stati sospesi gli invii all’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’anno prima vi era stata l’estromissione dal governo</strong> nazionale delle forze di sinistra, ma in Sicilia il 1947 era stato caratterizzato da avvenimenti altrettanto importanti.<br />
Terminato completamente l’appoggio americano al movimento separatista dell’isola, che pure vi era stato sia al momento dello sbarco che nei sei mesi successivi dell’Amministrazione Militare, gli stessi poteri occulti si stavano guardando intorno, alla ricerca di più importanti alleati.<br />
E quando parliamo di poteri occulti ci riferiamo, innanzitutto, alla mafia la quale, per nulla debellata durante il fascismo, pur sopita, aveva continuato a vivere e prosperare, seppur in forme non fastidiose per il regime.<br />
La mafia si rese subito conto che qualcosa stava cambiando in Italia e in Sicilia, cosciente della fase discendete del movimento separatista. Del resto, l’iniziativa della DC di un’Assemblea Regionale, invece dell’indipendenza, aveva indebolito ulteriormente il fronte separatista. La mafia, dunque, e soprattutto uno dei suoi uomini più in vista, don Calogero Vizzini, cominciarono a guardare alla Democrazia Cristiana come l’alleato naturale, non solo perché principale partito di governo, ma anche per i suoi appoggi nella Chiesa e per la collocazione internazionale anticomunista con l’appoggio americano. C’erano, insomma, tutte le condizioni per sostituire, sul fronte politico, la DC al movimento separatista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tornata elettorale si concluse con la vittoria</strong> assoluta del partito dello scudo crociato che, alla Camera, ottenne 12.740.042 voti (48,51%) e 305 seggi, contro gli 8.136.637 voti (30,98%) e 183 seggi del Fronte Popolare. Al Senato la DC conseguì 10.899.640 voti (48,11%) e 131 seggi, contro i 6.969.122 voti (30,76%) e i 72 seggi delle sinistre unite.<br />
Anche in Sicilia la vittoria del partito cattolico fu schiacciante: ottenne il 47,87% dei voti, mentre alle precedenti elezioni regionali per l’Assemblea Siciliana aveva conseguito il 21%. Nella sola provincia di Catania la Democrazia Cristiana raggiunse il 56,28% dei voti.<br />
Ma la contesa elettorale segnò anche il ridimensionamento del Partito Monarchico, sceso all’8,89%, e la scomparsa del movimento separatista che non partecipò alle elezioni.<br />
Sicuramente in questo risultato giocò anche la presenza dei moltissimi italo-americani di provenienza siciliana tornati sull’isola dopo lo sbarco alleato del luglio 1943. Gli stessi parenti rimasti oltreoceano condizionavano, con una fitta corrispondenza, le famiglie per un voto anticomunista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma la DC ebbe anche l’appoggio</strong> della mafia siciliana la quale, facendo leva sulla sua capacità di adeguarsi alle mutate condizioni storiche, aveva capito, come già detto, che il movimento separatista era destinato a ecclissarsi. Di qui l’operazione di fare confluire il proprio cospicuo pacchetto di voti verso il nuovo vittorioso partito di governo che annoverava tra le sue fila siciliani importanti come il ministro dell’Interno Mario Scelba.<br />
Quest’ultimo, peraltro, mentre dimostrò un comportamento deciso nei confronti del banditismo non lo fu altrettanto nell’indagare i veri meandri del potere mafioso. Famoso il suo intervento al Senato il 25 giugno 1949, quando disse: “Se passa una ragazza formosa, un siciliano vi dice che è mafiosa, se un ragazzo è precoce vi dirà che è mafioso. Si parla di mafia in tutte le salse, ma, onorevoli colleghi, mi pare che si esageri”. Per Scelba, in definitiva, la mafia non rappresentava un’associazione criminale pericolosa ma esprimeva un modo di essere della società siciliana.<br />
Certo, anche nella DC vi fu inizialmente chi, come Giuseppe Alessi, futuro presidente della Regione, avversò l’infiltrazione mafiosa, minacciando addirittura le dimissioni da segretario della DC di Agrigento, ma furono delle eccezioni. In genere, i quadri dirigenti siciliani dello scudo crociato furono ben felici di accettare gli appoggi della mafia e di accogliere il vecchio notabilato, senza alcuna distinzione. Tra il 1947 e il 1948 erano, ad esempio, passati nella DC mafiosi come Calogero Vizzini, Genco Russo e Francesco Di Cristina.<br />
La decisione di intervenire nella competizione elettorale del 18 aprile 1948 e di schierarsi a favore della Democrazia Cristiana pare venne presa dalla mafia in un vero e proprio “summit”, tenutosi il 10 aprile vicino Palermo, in una villa di Boccadifalco (Villa Marasà). In quell’occasione, infatti, i maggiorenti mafiosi diedero ordine di convogliare tutti i propri voti nella fascia costiera da Palermo a Trapani verso il partito cattolico, abbandonando, in tal modo, tutti i precedenti appoggi ai separatisti e ai liberali siciliani.<br />
Si ha notizia anche della partecipazione diretta di Calogero Vizzini e Genco Russo a un sontuoso pranzo elettorale tenutosi a Villa Igea, un elegante albergo di Palermo, nel quale i due esponenti di “cosa nostra” sedettero alla stessa tavola di importanti personaggi democristiani. Non si dimentichi, poi, che, quando nel 1950 si sposò il primogenito di Russo, i testimoni furono Calogero Vizzini e il presidente democristiano dell’Assemblea Regionale Siciliana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’intento di “cosa nostra” era di mettere uomini</strong> vicini alla mafia all’interno dei quadri dirigenti del potere politico e, nello stesso tempo, di acquisire un “credito” da esigere in seguito, non solo sul piano politico, ma soprattutto su quello economico, con l’intervento negli appalti delle future opere pubbliche degli anni Cinquanta.<br />
Questi progetti, peraltro, erano facilitati dalla divisione della DC in correnti che avrebbe consentito, in seguito, di avvicinare singoli personaggi politici, offrendo loro potere clientelare e finanziario per rafforzare i propri gruppi.<br />
Anche se non vi furono accordi diretti con i notabili democristiani, quest’ultimi non si opposero agli appoggi forniti dalla “onorata società”. Del resto, sia molti proprietari agrari che la borghesia delle professioni e della burocrazia, entrati in massa nel partito di governo, avevano rapporti strettissimi con ambienti mafiosi. Insomma, accettare i voti della mafia significava, in fondo, accettare l’appoggio della società che contava.<br />
Del resto, la dirigenza nazionale DC improntò sempre i propri rapporti con i quadri siciliani delegando a essi ogni questione locale, chiedendo in cambio soltanto il risultato elettorale e gli appoggi politici. Per questo la mafia ebbe gioco facile nel legare a sé prima amministratori locali e poi anche politici nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Atti Parlamentari, <em>Discussioni Senato della Repubblica</em>, Seduta CCXXXI del 25 giugno 1949.<br />
Camilleri A., <em>Vecchie storie di Mafia e DC, </em>in “la Repubblica” del 23 novembre 1999.<br />
Dickie J., <em>Cosa Nostra. Storia della Mafia siciliana</em>, Roma-Bari, Laterza, 2008.<br />
Ginsborg P., <em>Storia dell’Italia dal dopoguerra ad oggi</em><i>, </i>Torino, Einaudi, 2006.<br />
Marino G.C., <em>Storia della Mafia</em>, Newton &amp; Compton, 1998.<br />
Ministero Interno, <em>Archivio Storico delle Elezioni</em>, Elezioni del 18 aprile 1948.<br />
Novelli E., <em>Le elezioni del Quarantotto. Storia, strategie e immagini della prima campagna elettorale repubblicana</em>, Roma, Donzelli, 2008.<br />
Pantaleone M., <em>Mafia e politica. All’origine di “cosa nostra”</em><i>, </i>Milano, Res Gestae, 2013.</p>
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		<title>&#8220;LA STAMPA&#8221; E LA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2018 07:39:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Nel 1948 il quotidiano torinese dedicò ampio spazio all&#8217;evento, mettendo in evidenza le ambivalenze degli Stati Uniti, esaltando oltremisura l&#8217;atteggiamento della Santa Sede e dimenticandosi di citare le leggi razziali di Mussolini&#8230; La nascita dello Stato d’Israele, il 14 maggio del 1948 [1], è uno degli &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nel 1948 il quotidiano torinese dedicò ampio spazio all&#8217;evento, mettendo in evidenza le ambivalenze degli Stati Uniti, esaltando oltremisura l&#8217;atteggiamento della Santa Sede e dimenticandosi di citare le leggi razziali di Mussolini&#8230;</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La nascita dello Stato d’Israele, il 14 maggio del 1948 <a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>, è uno degli eventi più importanti del secondo dopoguerra, quindi sono di grande interesse le modalità con cui giornalisti ed inviati de “La Stampa” affrontarono quest’imprevista, e per molti insperata, novità nella Storia del novecento.</span><br />
<span style="color: #000000;">Il presente contributo tralascerà volutamente di stilare una banale cronistoria, concentrandosi soltanto sui commenti e le analisi dei pubblicisti<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;"> [2]</span></a>.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il giornalista Italo Zingarelli</strong> <a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> ci offre in due articoli <a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a>, pubblicati in prima pagina, un quadro dettagliato della situazione internazionale in cui avvenne la nascita d’Israele. Zingarelli constatava come gli avvenimenti in Palestina fossero il frutto della fine dell’impero inglese <a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>, che aveva ceduto “lo scettro mondiale agli Stati Uniti” <a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>. Lo scenario mediorientale si presentava molto complesso, essendo costituito da “una rete di intrighi, di gelosie, di interessi che ostacola terribilmente la situazione” <a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a>. Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, riconosciuto il nuovo Stato subito dopo la proclamazione, assumeva poi una posizione ambivalente, non volendo schierarsi né contro gli ebrei né contro gli arabi, ben consapevole della difficoltà di subentrare alla Gran Bretagna nello scenario medio orientale <a title="" href="#_ftn8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a>, “in un’area considerata strategica per il futuro degli equilibri internazionali”<a title="" href="#_ftn9"><span style="color: #000000;"> [9]</span></a>. La politica estera del presidente americano era giudicata molto negativamente dal giornalista, anche se a malincuore essendo conscio di come la popolazione italiana avesse beneficiato degli aiuti dell’amministrazione americana. Il presidente aveva compromesso “la faccenda della Palestina non ancora sanata (…) prima mandò a monte l’accordo raggiunto a Londra con l’Inghilterra dai suoi plenipotenziari, favorì quindi il piano di spartizione della Palestina approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, salvo a dichiararlo subito dopo pericoloso e inattuabile, e, scoppiata la guerra in Terra Santa, riconobbe in fretta lo Stato d’Israele, dunque la spartizione, sebbene Marshall e il sottosegretario di Stato Lovett lo pregassero di attendere (…).” <a title="" href="#_ftn10"><span style="color: #000000;">[10]</span></a>.<br />
Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti avrebbero visto perdente Truman, non tanto per il valore dell’avversario, bensì per il suo comportamento “esitante, instabile e aggressivo oggi, domani remissivo” <a title="" href="#_ftn11"><span style="color: #000000;">[11]</span></a>.<br />
È interessante notare come gli Stati Uniti avessero battuto sul tempo la Russia, riconoscendo per primi Israele. Il riconoscimento da parte del Governo sovietico avvenne il giorno dopo quello americano, ma come giustamente rilevava il giornalista Pat Anderson tale gesto era più contro gli americani che a favore degli ebrei <a title="" href="#_ftn12"><span style="color: #000000;">[12]</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>“La Stampa” delineò anche l’atteggiamento della Santa Sede</strong> nei confronti del nuovo Stato <a title="" href="#_ftn13"><span style="color: #000000;">[13]</span></a>, dandone una visione di imparzialità non corrispondente alla realtà <a title="" href="#_ftn14"><span style="color: #000000;">[14]</span></a>, basti ricordare che il Vaticano avrebbe riconosciuto ufficialmente Israele soltanto nel 1994 <a title="" href="#_ftn15"><span style="color: #000000;">[15]</span></a>.<br />
Giovanni Artieri <a title="" href="#_ftn16"><span style="color: #000000;">[16]</span></a>, inviato speciale del giornale, dedicò un lungo articolo, pubblicato in prima pagina, allo Stato d’Israele <a title="" href="#_ftn17"><span style="color: #000000;">[17]</span></a>. Nella parte iniziale, Artieri focalizzava le tre diverse posizioni, che a suo giudizio, si erano delineate nell’ebraismo contemporaneo; la prima riteneva assurdo che tutti gli ebrei del mondo lasciassero i loro Paesi “per ripiantare le tende in Palestina”; la seconda, facente capo agli esponenti di maggior spicco della società, elargiva fondi ma non sarebbe mai emigrata. Desta perplessità la terza posizione che, a parere di Artieri, propendeva per una conversione al cristianesimo dato il ruolo avuto dal Papa nella lotta antinazista e antirazzista. È da rilevare che i casi di conversione furono minoritari; per esempio, destò molto scalpore la conversione al cattolicesimo del rabbino di Roma Italo Zolli, che con il battesimo assunse il nome di Eugenio in onore di Papa Pio XII.<br />
Non è possibile, da un punto di vista prettamente storico, sottoscrivere le affermazioni di Artieri sulla “cospicua parte avuta dal Papa nella lotta antinazista e antirazzista” <a title="" href="#_ftn18"><span style="color: #000000;">[18]</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il rapporto con la Gran Bretagna era complesso;</strong> durante la seconda guerra mondiale gli ebrei aderirono al fronte Alleato, ma con la fine del conflitto i rapporti erano naturalmente mutati, date le divergenti ed inconciliabili aspirazioni. Tuttavia, il giornalista registrava con acutezza quanto ampia fosse l’impronta della Common Law sul sistema giuridico israeliano <a title="" href="#_ftn19"><span style="color: #000000;">[19]</span></a>, un patrimonio che consentiva al nuovo Stato di affrontare minori difficoltà in quegli aspetti della vita quotidiana così decisivi, come il sistema tributario, l’organizzazione della sanità, le comunicazioni, le ferrovie ecc.<br />
Non si può non notare la simpatia del pubblicista per la generazione nata in Israele, detta dei <i>fichi d’India</i>, in ebraico Tsabar o sabra <a title="" href="#_ftn20"><span style="color: #000000;">[20]</span></a>, “composta d’individui quasi sempre più alti della media, robusti, castani, bruni ma spessissimo biondi, che ha già sostituito quella proveniente dai ghetti europei. Questi uomini e queste donne hanno fatto la seconda guerra mondiale con gli inglesi ed adesso combattono gli arabi con un fresco e disinvolto valore che è la sorpresa di tutti”.<br />
Nella parte conclusiva dell’articolo, possiamo osservare come la nascita d’Israele sia considerata dal giornalista un risarcimento per i dolori subiti durante l’Olocausto e un rimedio all’antisemitismo. Storicamente, Israele non è un risarcimento dei Paesi occidentali agli ebrei per le atrocità della Shoah né una panacea contro l’antisemitismo, esso è il punto di arrivo di un cammino di emancipazione “che porta una parte degli ebrei a pensarsi in termini di collettività a sé, quindi sovraordinata rispetto alle società nazionali d’origine” <a title="" href="#_ftn21"><span style="color: #000000;">[21]</span></a>. È importante sottolineare questa realtà storica, poiché soltanto la conoscenza della storia di Israele può sottrarre ogni giustificazione a chi ancora ne disconosce il diritto all’esistenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Da citare integralmente, per l’alto valore civile,</strong> le ultime righe del contributo di Giovanni Artieri in cui si afferma che “il fatto compiuto della Repubblica d’Israele non si può che accettare e, se possibile, guardare senza ostilità. È bene che unità nazionali coerenti e pacifiche si formino anche a prezzo di sacrifici e di dolori. È dalla somma di queste unità e non dalla loro dissoluzione che potranno formarsi le vagheggiate confederazioni continentali. Lo Stato d’Israele non potrà dunque che aggiungere e non togliere alla futura Patria europea e mondiale”.<br />
Nel Kibbutz di Ghivat Brenner, Giovanni Artieri aveva incontrato un gruppo di ebrei italiani emigrati in Palestina <a title="" href="#_ftn22"><span style="color: #000000;">[22]</span></a>. L’edificio principale, dedicato alla figura di Enzo Sereni, un pioniere del sionismo morto fucilato a Dachau, era stato trasformato dalla forte ed intelligente moglie Ada Sereni Ascarelli in Casa della Cultura, con una biblioteca di trentamila volumi in sei lingue e una rara collezione di giornali ebraici italiani editi fra il 1848 e il 1934.<br />
Gli ebrei italiani emigrati apparivano agli occhi del giornalista come divisi a metà fra la nuova vita in Israele e il ricordo malinconico dell’Italia. La mancata citazione delle leggi razziali del 1938 <a title="" href="#_ftn23"><span style="color: #000000;">[23]</span></a> non è soltanto una semplice dimenticanza, rientra piuttosto nella costruzione del mito del bravo italiano.</span></p>
<div></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> Per la storia d’Israele Cfr. Eli Barnavi, <em>Storia d’Israele: dalla nascita dello Stato all’assassinio di Rabin</em>, Milano Bompiani, 2001. Fausto Cohen, <em>Israele: cinquant’anni di speranza</em>, Genova, Marietti, 1998. Claudio Vercelli, <em>Israele. Storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007)</em>, Firenze, Giuntina, 2007.<br />
<a title="" href="#_ftnref2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> Nell’anno preso in esame, “La Stampa” dedicò quasi giornalmente articoli dettagliati sulla guerra in Terra Santa. Cfr. Anonimo, <em>Sempre più torbide le acque mediterranee</em>, “La Stampa”, 11 gennaio 1948. Anonimo, <em>Un ponte fatto saltare dagli ebrei in Palestina</em>, “La Stampa”, 13 gennaio 1948. Paolo Monelli, <em>Allucinante atmosfera a Gerusalemme</em>, “La Stampa”, 26 febbraio 1948.<i> </i>Paolo Monelli, <em>Angoscia di gente braccata</em>, “La Stampa”, 28 febbraio 1948. Anonimo, <em>Due attentati in Palestina contro il comandante inglese</em>, “La Stampa”, 2 marzo 1948. Paolo Monelli, <em>Il naso del cammello</em><i>, </i>“La Stampa”, 18 marzo 1948. Paolo Monelli, <em>Aria diversa a Tel Aviv</em>, “La Stampa”, 6 aprile 1948. Paolo Monelli, <em>I gusti della Palestina</em>, “La Stampa”, 11 aprile 1948. Anonimo, <em>Forze corazzate siriane in marcia verso La Palestina</em>, “La Stampa”, 22 aprile 1948. Anonimo, <em>La battaglia infuria a Salad</em>, “La Stampa”, 23 aprile 1948. Paolo Monelli, <em>Re Abdallah di Transgiordania vuole la corona della Palestina</em>, “La Stampa”, 27 aprile 1948. Anonimo, <em>L’attacco su tre fronti sta per essere sferrato</em>, “La Stampa”, 27 aprile 1948. Anonimo, <em>Truppe della Lega Araba cominciano ad affluire in Palestina</em>, “La Stampa”, 28 aprile 1948. Anonimo, <em>Medici ed infermieri mobilitati in Palestina</em>, “La Stampa”, 28 aprile 1948. Anonimo, <em>La grave situazione in Palestina esposta da Bevin ai Comuni</em>, “La Stampa”, 29 aprile 1948. Anonimo, <em>Nell’agitato prossimo oriente</em>, “La Stampa”, 3 maggio 1948. Anonimo, <em>Le misure di Londra per proteggere i civili</em>, “La Stampa”, 4 maggio 1948. Anonimo, <em>Abdallah rivendica l’intera Palestina</em>, “La Stampa”, 5 maggio 1948. Paolo Monelli, <em>I “sette grandi” del mondo arabo</em>, “La Stampa”, 5 maggio 1948. Anonimo, <em>Arabi ed ebrei pronti ad occupare la Palestina</em>, “La Stampa”, 14 maggio 1948. Anonimo, <em>Il Governo egiziano non accetta la tregua in Palestina</em>, “La Stampa”, 15 maggio 1948. Anonimo, <em>Tel Aviv bombardata all’alba da Spitfire</em>, “La Stampa”, 15 maggio 1948. Anonimo, <em>Primo giorno di guerra in Palestina</em>, “La Stampa”, 16 maggio 1948. Anonimo, <em>Sulla piana di Tel Aviv la grande battaglia</em>, “La Stampa”, 19 maggio 1948. Anonimo, <em>Calano i beduini per la strage e lo sterminio</em>, “La Stampa”, 25 maggio 1948.<i> </i>Anonimo, <em>La proposta di tregua respinta dall’Arabia Saudita</em>, “La Stampa”, 26 maggio 1948. Anonimo, <em>L’assedio della fame fino all’ultimo fortilizio</em>, “La Stampa”, 27 maggio 1948. Anonimo, <em>Sui volontari della morte il fuoco delle artiglierie arabe</em>, “La Stampa”, 28 maggio 1948.<i> </i>Anonimo, <em>La tregua in Palestina dovrebbe iniziare venerdì</em>, “La Stampa”, 9 giugno 1948. Anonimo, <em>Sogno di un re</em>, “La Stampa”, 10 giugno 1948. Anonimo, <em>Bernadotte assassinato nel quartiere ebraico di Gerusalemme</em>, “La Stampa”, 18 settembre 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> Italo Zingarelli, figlio del filologo Nicola, nacque a Napoli nel 1891 e morì a Roma nel 1979. Nel 1910 divenne redattore de “L’ora” di Palermo e tra i primi collaboratori di Vincenzo Florio nell’organizzazione dell’omonima targa automobilistica. Passato al “Corriere della Sera”, diede le dimissioni nel 1918 per entrare a “L’epoca”. Tornò al “Corriere” dal 1921 al 1926, mandando corrispondenze da Berlino. Fu poi, sempre dal 1926, direttore per breve tempo de “Il secolo”, poi corrispondente da Vienna per lo stesso giornale e dalla metà del 1927 per “La stampa”. Dal 1952 diresse “Il globo”. Fu autore di numerosi studi storico- politici. Cfr.Glauco Licata, <em>Storia del Corriere della Sera</em><i>, </i>Milano, Rizzoli, 1976, op. cit., p. 644.<br />
<a title="" href="#_ftnref4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> Cfr. Italo Zingarelli, <em>Primo giorno di guerra in Palestina</em>, “La Stampa”, 16 maggio 1948. Italo Zingarelli, <em>Tramonto di Truman</em>, “La Stampa”, 17 ottobre 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> Sull’atteggiamento inglese Cfr. Anonimo, <em>Apprensione a Londra per l’atteggiamento americano,</em> “La Stampa”, 24 febbraio 1948. Anonimo, <em>Le tre condizioni di Londra per riconoscere lo Stato d’Israele</em>, “La Stampa”, 20 maggio 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a> Per la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente Cfr. Antonio Donno, <em>Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele (1938-1956)</em>, Roma, Bonacci, 1992.<br />
<a title="" href="#_ftnref9"><span style="color: #000000;">[9]</span></a> Cfr. Claudio Vercelli, op.cit., p. 164.<br />
<a title="" href="#_ftnref10"><span style="color: #000000;">[10]</span></a> Italo Zingarelli, <em>Tramonto di Truman</em>, “La Stampa”, 17 ottobre 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref11"><span style="color: #000000;">[11]</span></a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref12"><span style="color: #000000;">[12]</span></a> Cfr. Pat Anderson, <em>Mosca riconosce lo Stato d’Israele</em>, “La Stampa”, 18 maggio 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref13"><span style="color: #000000;">[13]</span></a> Anonimo, <em>Il Vaticano e la Terra Santa</em>, “La Stampa”, 17 maggio 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref14"><span style="color: #000000;">[14]</span></a> Sergio I. Minerbi, <em>Il Vaticano, La Terra Santa e il sionismo</em><i>, </i>Milano, Bompiani, 1988.<br />
<a title="" href="#_ftnref15"><span style="color: #000000;">[15]</span></a> <a title="" href="#_ftnref16"><span style="color: #000000;">http://www.mfa.gov.il/PopeinIsrael/Italian/Relazioni_diplomatiche_Israele-Vaticano.htm<br />
[16] </span></a><a title="" href="#_ftnref17"><span style="color: #000000;">http://www.archiviostorico.corriere.it/1995/febbraio/12/Morto_Giovanni_Artieri_inviato_guerra_co_0_9502124627. htm<br />
[17]</span></a> Giovanni Artieri,<em> Lo Stato d’Israele</em>, “La Stampa,” 17 agosto 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref18"><span style="color: #000000;">[18]</span></a> Sull’atteggiamento del Vaticano Cfr. Daniel J. Goldhagen, <em>Una questione morale. La Chiesa cattolica e l’Olocausto</em>, Milano, Mondadori, 2003. Gunther Lewy, <em>The Catholic Church and Nazy Germany</em>, New York-Toronto, McGraw-Hill, 1964. <i>  </i>Giovanni Miccoli, &#8220;<i>L’atteggiamento delle Chiese durante l’Olocausto&#8221;</i>, in Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levis Sullam, Enzo Traverso (a cura di), <em>Storia della Shoah,</em> Vol. I, <em>La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo</em>, Torino, UTET, 2005, pp. 1121-1150.<i><br />
</i><a title="" href="#_ftnref19"><span style="color: #000000;">[19]</span></a> Cfr. Tania Groppi, Emanuele Ottolenghi, Alfredo Mordechai Rabello, <em>Il sistema costituzionale dello Stato d’Israele</em>, Torino, Giappichelli, 2006.<br />
<a title="" href="#_ftnref20"><span style="color: #000000;">[20]</span></a> Cfr. Claude Klein, <em>Israele. Lo Stato degli ebrei</em>, Firenze, Giunti Castermann, 2000, pp. 109-111. <i><br />
</i><a title="" href="#_ftnref21"><span style="color: #000000;">[21]</span></a> Cfr. Claudio Vercelli, <em>op. cit</em>., p. 18.<br />
<a title="" href="#_ftnref22"><span style="color: #000000;">[22]</span></a> Giovanni Artieri, <em>Felici e un po’ nostalgici gli ebrei italiani in Palestina</em>, “La Stampa”, 11 luglio 1948. Sugli Ebrei italiani emigrati in Palestina Cfr. Arturo Marzano, <em>Una terra per rinascere. Gli ebrei italiani e l’emigrazione in Palestina prima della guerra,</em> Genova, Marietti, 2003. Ada Sereni, <em>I clandestini del mare</em><i>, </i>Milano, Mursia, 2006.<br />
<a title="" href="#_ftnref23"><span style="color: #000000;">[23]</span></a> Sulle Leggi razziali Cfr. Enzo Collotti, <em>Il fascismo e gli ebrei. Le Leggi razziali in Italia</em>, Roma-Bari, Laterza, 2003. Michele Sarfatti, <em>Gli ebrei nell’Italia fascista</em>, Torino, Einaudi, 2000.</span></p>
</div>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i> </i></span></p>
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