SULL’ONDA DEL CONCILIO TRIDENTINO
di Giancarlo Ferraris -
Dopo la chiusura del Concilio di Trento (1563), Papa Pio IV avviò l’attuazione delle riforme che definirono il cattolicesimo postridentino, fissandone dottrina e disciplina fino al Concilio Vaticano II. Tra resistenze politiche e difficoltà interne, la Chiesa rafforzò l’autorità papale, riorganizzò il clero e rilanciò missioni e predicazione, avviando un profondo processo di rinnovamento religioso destinato a segnare l’Europa moderna.
Il cattolicesimo postridentino
Il 4 dicembre 1563 papa Pio IV chiuse il Concilio di Trento e nel giugno 1564 con la bolla Benedictus Deus ne approvò tutti i decreti. Ad agosto il pontefice istituì la Congregazione del Concilio Tridentino, composta da otto cardinali con il compito specifico di vigilare sull’applicazione e l’osservanza dei decreti emanati dall’assemblea tridentina.
Le funzioni della Congregazione del Concilio Tridentino erano piuttosto ampie, dal momento che essa assisteva i vescovi e il clero secolare nella loro attività liturgica e pastorale, controllava la vita del clero regolare, garantiva il funzionamento dei seminari. Nel successivo mese di novembre Pio IV con la bolla Iniunctum nobis approvò il cosiddetto cattolicesimo postridentino, che venne condensato nella Professione di Fede Tridentina destinato a rimanere inalterato fino al Concilio Vaticano II (1962-65).
Esso si fondava su alcuni dogmi quali il libero arbitrio, condizione in cui l’uomo con l’aiuto della grazia divina può compiere il bene, la salvezza attraverso la fede e le opere, la validità oggettiva e il numero integrale dei sette sacramenti, l’autorità del magistero della Chiesa di Roma nell’interpretazione delle Sacre Scritture, l’istituzione del clero come intermediario tra il fedele e Dio, la validità dell’insegnamento dei Padri della Chiesa e di quello dei Dottori della Chiesa. Gli storici cattolici nel corso del tempo hanno formulato un giudizio positivo nei confronti del cattolicesimo postridentino, comunque per nulla condiviso dalla maggior parte degli altri storici: secondo tale giudizio il cattolicesimo emerso dal Concilio di Trento ha avuto il merito di preservare l’Italia dalle contese politiche e religiose del Cinque-Seicento e di plasmare la nostra nazionalità, la quale è nata non tanto dall’opposizione alla Spagna che dominava la penisola e al Papato, ma proprio dalla profonda assimilazione del cattolicesimo postridentino medesimo.
Papa Pio IV avviò la compilazione del Catechismo del Concilio di Trento detto anche tridentino o romano, approntò una riforma del Breviario romano e del Messale romano nonché la revisione della Vulgata, la traduzione in latino della Bibbia dal greco e dall’ebraico realizzata da san Girolamo alla fine del IV secolo, messa in atto per eliminarne le varie edizioni del medioevo e del rinascimento. La stesura del Catechismo romano, a cui dette un grande contributo Carlo Borromeo nipote di Pio IV, ebbe lo scopo di dotare i religiosi di un manuale di base per l’insegnamento della dottrina cristiana, che si ponesse anche come uno schema ben definito di norme per i fedeli. Era suddiviso in quattro parti pertinenti rispettivamente la fede, i sacramenti, il Decalogo e le preghiere. Fu pubblicato nel 1565. La riforma del Breviario romano, contenente la suddivisione della giornata per la preghiera in comune, venne invece portata a termine dal successore di Pio IV, papa Pio V (1566-1572), che ne autorizzò la pubblicazione e ne rese obbligatorio l’uso nel 1568 con la bolla Quod a Nobis. Anche la riforma del Messale romano, contenente tutte le indicazioni necessarie per la celebrazione dei riti, in particolare della liturgia comunemente detta messa tridentina, fu ultimata sempre da papa Pio V, il quale ne ordinò la pubblicazione e ne rese vincolante l’uso nel 1570 con la bolla Quo primum. La revisione della Vulgata venne invece portata a termine alcuni anni dopo da papa Sisto V (1585-1590) e successivamente perfezionata da papa Clemente VIII (1592-1605) tanto che nel 1593, quando venne pubblicata, assunse il nome di Vulgata Sisto-Clementina o più semplicemente di Vulgata Clementina. L’attenzione e la cura poste sui testi sacri dimostrano come il Papato avesse fatto proprio lo spirito di rinnovamento del cattolicesimo che era scaturito durante il Concilio tridentino.
L’accoglimento e l’applicazione dei decreti conciliari
La conclusione del Concilio di Trento nel 1563 dopo ben diciotto anni di discussioni – era iniziato nel 1545 – pose la Chiesa di Roma dinanzi a una questione di vitale importanza: l’accoglimento e insieme l’applicazione dei decreti che i padri conciliari avevano formulato in materia dottrinale e in materia disciplinare. In un’epoca in cui l’autorità politica e civile faceva sentire pesantemente la sua presenza nella vita religiosa, l’accettazione e l’attuazione dei decreti del Concilio tridentino non dipendevano solamente dalla volontà della Chiesa di Roma, ma anche da quella degli organi di governo dei paesi cattolici. La situazione era complessa poiché accanto alle questioni dogmatiche e disciplinari, sulle quali i governi dei paesi cattolici non espressero mai grosse riserve né fecero in nessun caso forti opposizioni, se ne delinearono in breve tempo altre due: quella pertinente il diritto ecclesiastico ovvero le relazioni tra Stato e Chiesa e quella pertinente il diritto canonico, comunque connessa direttamente o indirettamente al dogma e alla disciplina, dei rapporti tra l’episcopato dei singoli paesi cattolici e la Curia romana.
Relativamente alle questioni di diritto ecclesiastico la Francia, la Germania rimasta fedele al cattolicesimo, il Sacro Romano Impero e la Spagna, quest’ultima insieme ai suoi possedimenti italiani del Ducato di Milano, del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia e del Regno di Sardegna, accettarono le delibere tridentine con riserva, dal momento che intendevano fungere da intermediari tra la Chiesa di Roma e i cattolici residenti nei loro territori; nella fattispecie la monarchia di Francia, sconvolta dalle guerre di religione tra cattolici e ugonotti ovvero i protestanti calvinisti, non inserì, pur accettandoli, i decreti del Concilio di Trento tra le leggi costituzionali del regno, cosa che non fece neppure dopo la fine di tali conflitti; i principi e gli elettori cattolici della Germania li accolsero, ma entro certi limiti; Ferdinando I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, pur essendo ben disposto nei confronti della Chiesa di Roma, pose ostacoli alla pubblicazione nei suoi domini di quelle decisioni del Concilio tridentino che gli parevano intaccare le prerogative imperiali; Filippo II di Spagna le accettò, purché esse rispettassero i suoi diritti regali; infine gli Stati italiani, quali il Ducato di Savoia, la Repubblica di Genova, la Repubblica di Venezia, il Granducato di Toscana e le altre realtà politico-territoriali minori, accolsero i provvedimenti tridentini senza alcuna difficoltà come del resto fecero il Portogallo e la Polonia.
Relativamente alle questioni di diritto canonico in Francia era dominante l’antica dottrina politico-religiosa del gallicanesimo, in virtù della quale la Chiesa cattolica francese si considerava in gran parte autonoma dal Papato e riteneva che l’autorità dei vescovi, peraltro ben controllati dai sovrani, e dei concili episcopali fosse superiore a quella della Curia romana stessa: di conseguenza i decreti del Concilio di Trento, visti come il prodotto di un’assemblea vescovile dominata però fortemente dal potere papale, furono accolti dall’episcopato francese con molta attenzione e molta prudenza in modo tale che essi non ne intaccassero la tradizionale autonomia. Diverso fu l’atteggiamento della Germania cattolica, del Sacro Romano Impero, della Spagna e degli Stati italiani, dove l’episcopato accettò le decisioni tridentine senza riserve e senza porre problemi.
Se i governi dei paesi cattolici come si è detto non manifestarono mai grosse riserve, né fecero in nessun caso forti opposizioni sulle questioni dottrinali e disciplinari emerse dal Concilio di Trento, l’accoglimento e l’applicazione dei decreti tridentini da parte della Chiesa presente nei vari paesi europei rimasti fedeli al cattolicesimo furono questioni più complesse. Da un lato infatti le decisioni prese in materia dottrinale furono accolte senza problemi dalle varie correnti teologiche presenti in seno al cattolicesimo, dall’altro lato l’applicazione dei decreti disciplinari si scontrò con le abitudini radicate, le usanze tradizionali e le debolezze umane: nepotismo vescovile e cardinalizio oltre che papale ovvero la tendenza da parte dei vescovi, dei cardinali e anche dei papi a favorire i propri parenti in virtù dei rapporti familiari e a prescindere dalle loro capacità e competenze; tenore di vita elevato da parte delle gerarchie ecclesiastiche superiori; abuso dell’istituto della commenda, che assegnava benefici agli ecclesiastici; convocazione dei sinodi sia diocesani che provinciali e visite pastorali disattese da parte dei vescovi; seminari molto spesso non funzionanti e di conseguenza clero impreparato a celebrare il culto, ad amministrare i sacramenti, a predicare e a insegnare il catechismo. Lo storico Jean Delumeau nella sua opera Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo scrive a proposito dell’applicazione dei decreti disciplinari del Concilio di Trento: «Alcune periodizzazioni artificiali hanno deformato e falsato la storia della riforma cattolica, e hanno brutalmente ridotto la sua ampiezza cronologica. Orbene, questo rinnovamento religioso ha abbracciato un arco plurisecolare. In primo luogo esso fu preparato […] da un lungo periodo di inquietudini e di ricerca; in secondo luogo, occorre considerare che, una volta terminato il Concilio di Trento, esso poté penetrare solo lentamente nei costumi, nelle istituzioni, negli animi».
La Chiesa cattolica dopo il Concilio tridentino
Nella Chiesa cattolica uscita dal Concilio di Trento l’autorità papale era molto forte, dal momento che i pontefici succedutisi negli anni del Concilio – Paolo III, Giulio III, Paolo IV, Pio IV – avevano messo in atto un processo di strutturazione dogmatica della Chiesa di Roma in una vera e propria monarchia assoluta dal punto di vista religioso facente capo alla figura del pontefice. Il potere del papa, sempre un poco contestato sia pure in parte all’interno della Chiesa di Roma, costituì nella realtà dei fatti un notevole contrappeso nei confronti dei governi dei paesi cattolici e dette altresì un’importante spinta all’applicazione dei decreti disciplinari del Concilio tridentino. Ciò fu evidente, nonostante le abitudini radicate, le usanze tradizionali e le debolezze umane di cui si è detto, nella convocazione sempre più regolare dei sinodi provinciali e dei sinodi diocesani; nella frequenza anch’essa sempre più regolare delle visite pastorali, attività che nel loro complesso permisero ai vescovi di stabilire un rapporto costante con il clero e con il popolo di fedeli; nella fondazione nelle singole diocesi dei seminari – alcuni di essi furono appositamente istituiti per la riconquista di paesi passati al protestantesimo – finalizzati all’educazione religiosa e alla formazione culturale degli ecclesiastici.
Nell’ambito dell’attività religiosa svolta sull’onda del Concilio di Trento acquistarono notevole valenza strategica le missioni, che si palesarono come imprese caratterizzate da metodo e periodicità con l’obiettivo di cristianizzare le folle attraverso lunghi e intensi periodi di apostolato. Le missioni, dosando elementi penitenziali con elementi catechistici, si proposero da un lato di stimolare il senso religioso e morale dei fedeli, dall’altro lato di combatterne l’ignoranza e di chiarirne i dubbi sulla fede. Oltre a questo le missioni operarono per rivalutare la messa domenicale, che poco alla volta si era ridotta a una semplice consuetudine priva del suo significato spirituale; rivalutarono i sacramenti della confessione e della comunione, stimolando nei fedeli l’esame di coscienza sulla gravità del peccato, la durezza del cuore, il rispetto dell’uomo, la giustizia di Dio; insegnarono i precetti fondamentali della dottrina cristiana (i Dieci Comandamenti, i Misteri della fede, le Virtù teologali, le Virtù cardinali) e le preghiere fondamentali (Pater Noster, Ave Maria, Gloria, Credo). Le missioni assunsero poi un aspetto spettacolare volto a impressionare i fedeli la cui mentalità era semplice e aveva bisogno di un insegnamento religioso penetrante, sostenuto da supporti scenografici adeguati: da qui immagini sacre suggestive, processioni con all’interno flagellazioni simboliche e quadri viventi che illustravano storie della Bibbia, costruzione di croci, musiche, sacre rappresentazioni che mettevano in scena episodi della vita di Cristo e dei santi.
Strumento particolarmente efficace delle missioni fu la predicazione, che si pose come un intervento pastorale meticoloso e capillare presente in Avvento e in Quaresima nonché in occasione delle missioni medesime e di tutte le festività dell’anno liturgico. La predicazione postridentina attinse alle Sacre Scritture, ai Padri e ai Dottori della Chiesa, ma risentì anche dell’erudizione profana e fu soprattutto nel Seicento barocco ampollosa e gesticolante; nondimeno essa si propose di rimproverare i fedeli per le loro mancanze e di richiamarli ai loro doveri, di insegnargli le verità della fede, i principi della morale e i precetti della Chiesa, integrando in questo modo l’attività catechistica propriamente detta. La predicazione si distingueva poi in due generi: quella dotta, che affrontava i diversi temi articolandoli in molte suddivisioni e con un linguaggio colto, ma sempre comunque decorativo e proiettato all’iperbole; quella popolare, che affrontava invece i vari argomenti in modo elementare e con un linguaggio semplice, accompagnando di frequente le parole con le classiche immagini del crocifisso o del teschio e lasciando ai fedeli ampi spazi all’emotività e all’immaginazione.
Intensa nei decenni successivi al Concilio di Trento fu l’operosità militante dei nuovi ordini religiosi sorti sia prima del Concilio stesso che dopo: le clarisse cappuccine, fondate da Maria Lorenza Longo a Napoli nel 1519, dedite alla preghiera, alla contemplazione e alla meditazione; i teatini, fondati da Gaetano Thiene e Gian Pietro Carafa a Roma nel 1524, per ripristinare nella Chiesa cattolica la regola primitiva di vita apostolica e dediti al rinnovamento del clero, al ministero sacerdotale, alla predicazione e all’assistenza dei condannati a morte; i cappuccini, fondati da Matteo da Bascio a Montefiorentino, nei pressi di Pesaro e Urbino, nel 1525, dediti alla preghiera, alla predicazione, alle missioni, alla cura dei malati e degli appestati nonché allo spegnimento degli incendi; i somaschi, fondati da Girolamo Emiliani a Venezia nel 1528, dediti alla catechesi, all’educazione giovanile, all’assistenza dei bambini abbandonati e degli orfani; i barnabiti, fondati da Antonio Maria Zaccaria, Giacomo Antonio Morigia e Bartolomeo Ferrari a Milano nel 1530, dediti alla predicazione, alla catechesi, alle missioni, all’educazione maschile e all’assistenza dei malati e dei carcerati; le angeliche, fondate da Ludovica Torelli contessa di Guastalla e Antonio Maria Zaccaria a Milano nel 1530, dedite alle opere parrocchiali, alle missioni e all’educazione femminile; i gesuiti, fondati da Ignazio di Loyola a Montmartre nel 1534, dediti alla direzione spirituale, alla predicazione, alle missioni e all’educazione maschile; le orsoline, fondate da Angela Merici a Brescia nel 1535, dedite alle missioni e all’educazione femminile; gli ospedalieri o fatebenefratelli, fondati da Giovanni di Dio a Granada nel 1537, dediti alle missioni, all’assistenza dei malati, dei poveri e delle prostitute che intendevano cambiare vita; le carmelitane scalze, fondate da Teresa d’Ávila nel 1562 ad Ávila, dedite alla preghiera, alla contemplazione, alle missioni e al lavoro intellettuale e manuale; i carmelitani scalzi, fondati da Giovanni della Croce ad Ávila nel 1568, dediti alla preghiera, alla contemplazione, alla direzione spirituale, alla predicazione e alle missioni; gli oratoriani, fondati da Filippo Neri a Roma nel 1575, dediti alla direzione spirituale, alla predicazione e all’educazione giovanile; i camilliani, fondati da Camillo de Lellis a Roma nel 1582, dediti all’assistenza dei malati e degli appestati; i caracciolini, fondati da Francesco Caracciolo, Giovanni Agostino Adorno e Fabrizio Caracciolo a Napoli nel 1588, dediti alla direzione spirituale, alla predicazione, alle missioni e all’assistenza degli infermi e dei carcerati; le visitandine, fondate da Francesco di Sales e Giovanna Maria Frémiot di Chantal ad Annecy nel 1610, dedite alla preghiera e alla meditazione; gli scolopi, fondati da Giuseppe Calasanzio a Roma nel 1617, dediti alle missioni, all’educazione maschile e all’assistenza dei disabili; i lazzaristi, fondati a Parigi da Vincenzo de’ Paoli nel 1625, dediti alle missioni; le figlie della carità, fondate da Vincenzo de’ Paoli e Luisa di Marillac a Parigi nel 1633, dedite all’assistenza degli orfani, degli anziani, dei malati e dei disabili.
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Per saperne di più
L. Cristiani, “La Chiesa al tempo del Concilio di Trento (1545-1563)” in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVII.
J. Delumeau, Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo, trad. it., Milano, 1976.
G. Martina, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni. 1. L’età della riforma, Brescia, 1993.
G. Martina, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni. 2. L’età dell’assolutismo, Brescia, 1993.
L. Mezzadri, “La Chiesa nell’età dell’assolutismo confessionale (1563-1648). Dal Concilio di Trento alla pace di Westfalia” in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/1.
L. Olivieri, Ordini religiosi e santuari in età medievale e moderna, Bari, 2013.
L. Willaert, “La restaurazione cattolica dopo il Concilio di Trento (1563-1648)” in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/2
