L’ITALIA E IL CARRO ARMATO MODERNO (parte 2)

di Emilio Bonaiti -

 

Negli anni Venti l’esercito italiano guardò ai carri armati con diffidenza, mentre nel resto d’Europa nascevano le dottrine che avrebbero rivoluzionato la guerra. Tra prudenza e arretratezza culturale, la nuova arma fu relegata al ruolo di semplice supporto della fanteria. Le voci innovative rimasero isolate, mentre Francia, Gran Bretagna e Germania sperimentavano forze meccanizzate. Il risultato fu un ritardo strutturale che l’Italia avrebbe pagato duramente nella Seconda guerra mondiale, fino al sacrificio della divisione Ariete a El Alamein.

 

Un interesse marginale: gli addetti ai lavori di fronte alla nuova arma

La pubblicistica e la stampa militare degli anni Venti manifestarono un interesse marginale per le problematiche create dalla nuova arma che nei paesi militarmente più avanzati era al centro di grandi, appassionati dibattiti. I difensori dell’arma furono pochi e senza grande peso. Il Marazzi nel 1919 scriveva: “Siamo alla vigilia di una rivoluzione tecnica perciò la trincea scavata nel terreno e immobile cederà il posto alla trincea mobile, consistente in una massa di carri schierati, formante una linea di scudi intercalati da cannoni e da altri ordigni di distruzione.” (7)
Il colonnello Noè Grassi, comandante del Riparto carri armati nel 1923, in una conferenza tenuta alle Scuole centrali di fanteria, artiglieria e genio dello stesso anno patrocinava carri leggeri per l’esercito e sensatamente avanzava ipotesi alternative alla guerra sulle Alpi, che pure, a suo giudizio, non escludeva i corazzati. Scenari bellici potevano essere: “Una guerra oltremodo fortunata che ci porti di un balzo al di là della cerchia alpina; di per contro una guerra per contro così sfortunata che ci costringa a manovrare nella pianura padana; di una guerra che richiede il nostro concorso sotto forma di aiuto a un esercito alleato che operi in zone accessibili ai carri d’assalto […] opportunità d’integrare l’opera della flotta, dei sottomarini e degli idroplani per la difesa delle nostre coste.” (8)
Il colonnello G. Miglio del Riparto carri armati nel 1924 aggiungeva che in Italia esisteva una situazione d’attesa se non di sfiducia nei confronti della nuova arma, alla quale occorreva invece dare “il suo vero e giusto valore” (9) in quanto il carro faceva risparmiare “il sangue della fanteria” e ancora il colonnello carrista Giulio Invernizzi nello stesso anno ribadiva che la fanteria: “non può non avvantaggiarsi nella sua faticosa azione del concorso del carro armato” arma “di grande efficacia morale.” (10)

Le voci della stampa e gli studi sistematici: un prudente attendismo

Nel 1925 Angelo Gatti scrittore, giornalista, esperto e storico militare propugnava vigorosamente su Il Corriere della Sera lo sviluppo dei corazzati auspicando che il Riparto carri armati fosse solo “il nocciolo di un più grosso corpo” (11). Nel 1928 Aldo Valori riconosceva che “la questione dei carri armati, [che] è fra tutte quella più lontana dall’aver ricevuto una soluzione definitiva” e, in seguito, “hanno una organizzazione a se essenzialmente potenziale” (12). L’anno successivo Varo Varanini poteva solo fare un rapido accenno al problema perché “nemmeno l’impiego esperimentale di recente nelle esercitazioni del Canavese ci permette di concretare come e in quale misura potrà quest’arma affermarsi presso di noi.” (13)
I lavori dei tre autori che trattarono più a lungo il problema, il capitano di fanteria Manlio Gabrielli, il colonnello Enrico Maltese e il colonnello Edoardo Versè, non si discostarono da un prudente conformismo.
Il Gabrielli, la cui opera è del 1923, dopo una lunghissima analisi delle operazioni condotte dai carri nel corso dell’ultimo conflitto, osservato che “il carro armato figurò quasi sempre come strumento bellico” nel corso della storia e che suonava quindi strana “la profonda meraviglia suscitata da tale strumento di guerra”, riassumeva i criteri d’impiego maturati nel conflitto. Nell’attacco impiego a massa su vasti fronti, scaglionamento in profondità, cooperazione con la fanteria e l’artiglieria per l’apertura dei varchi nei reticolati e successiva distruzione dei centri di resistenza. Nella difensiva, imperniata su ostacoli passivi, il carro doveva essere fronteggiato da un fante “provvisto di nervi solidi” e cannoni “nemici irriducibili dei carri armati”. L’autore, dopo un brevissimo giro d’orizzonte sulle opinioni d’autori francesi, italiani e tedeschi, non considerando quelli inglesi di cui ignorava le avanzate teorie, prudentemente concludeva che non era possibile valutare il peso e l’incidenza della nuova arma in una guerra futura, ripiegando sulla tesi che sarebbe stata sufficiente la costituzione di un centro di studi e d’esperienze per i carri “non essendo ancora possibile prevedere se sopravviverà né, d’altra parte, fin dove giungerà il suo sviluppo e il suo perfezionamento.” (14)
Il colonnello Maltese, comandante del Riparti carri armati dal 1924 al 1926, nel suo I carri armati e il loro impiego tattico, (15) esordì accomunando i carri armati alle armi chimiche, armi nate dalla necessità di risolvere il problema tattico maturato nella Prima guerra mondiale. Divideva i mezzi in quattro categorie: grandissimi (40-50 tonnellate), pesanti o grandi o di rottura (25-40 tonnellate), medi (15-20 tonnellate) e leggeri o d’assalto o d’accompagnamento (meno di 15 tonnellate). Esposte e rifiutate le opposte teorie, arma priva di valore bellico o arma assoluta, concepiva il mezzo come sostituto dell’artiglieria per un migliore e più preciso supporto di fuoco di fiancheggiamento “in costante contatto” con la fanteria avanzante, con una cooperazione studiata e preparata accuratamente. Immancabili sono i richiami alle caratteristiche negative dell’arma, ma va ad onore di Maltese la sua capacità di “vedere”, sia pure con qualche perplessità, le proiezioni future del carro armato.
Nello stesso anno il colonnello Versè, addetto alla Scuola di applicazione di fanteria, nella sua opera, dopo un sunto sull’impiego dei carri nella guerra “non fu né decisivo né notevole”, fatto un excursus storico sugli antenati dell’arma nel quale sono evidenziati quelli italiani con l’immancabile richiamo a Leonardo da Vinci, esaminava le caratteristiche del mezzo, escludendo che potesse sostituire la fanteria o la cavalleria, teorie sostenute dai “malati di tankite.” (16) Anche gli autori che trattano dei problemi militari in opere generali, non si discostano da valutazioni sostanzialmente negative.

La dottrina ufficiale: il carro come mezzo ausiliario

Ettore Bastico

Ettore Bastico

Il colonnello Ettore Bastico, autore di un’interessante opera L’evoluzione dell’arte della guerra, nel terzo volume, “La guerra del futuro”, dopo aver sottolineato il grande apporto dei carri alla vittoria alleata, non si discostava dalla tesi del carro ausiliario della fanteria.
Più riduttivo fu il generale Claudio Trezzani, docente di tattica alla Scuola di Guerra nel 1923. Nelle lezioni svolte, raccolte poi in un volume (17), liquidò i carri armati in otto righe non essendo ancora possibile stabilire “se e in quale misura” potevano far parte della divisione di fanteria nel combattimento. In un manuale pubblicato nel 1929 (18) ritornerà sull’argomento allineandosi alla dottrina ufficiale, aggiungendo che “nel caso di guerra in terreno libero le loro possibilità sono molto ridotte”. Del suo operato come capo di stato maggiore e vicegovernatore dell’Africa Orientale Italiana si scrisse “mentre, infatti, non c’è dubbio che Rolle e i suoi uomini fossero ben preparati [si trattava di un gruppo al comando del colonnello Rolle che doveva effettuare una puntata in profondità nel Sudan inglese] non è plausibile la stessa preparazione da parte dello Stato Maggiore dell’A.O.I., a capo del quale c’era il generale Claudio Trezzani rinomato stratega di cattedra, ma che non aveva la più piccola esperienza dell’Africa.” (19) Queste critiche e le sue concezioni dell’arma del futuro non gli tarparono la carriera perché, successivamente, raggiunse la carica di capo di stato maggiore generale dal maggio 1945 all’aprile 1948, data nella quale assunse la nuova denominazione di capo di stato maggiore della Difesa, che conservò fino al dicembre 1950. Ma la personalità di un uomo ha sempre aspetti diversi e contradditori. Trezzani alla riunione del 22 novembre 1937, organizzata dal capo di stato maggiore dell’esercito generale Pariani, convinto fautore della trasformazione della divisione ternaria in binaria, sarà uno degli otto generali su 65 che si batterà coraggiosamente contro il nuovo ordinamento, vedendone con lucidità i difetti.
Il colonnello Rodolfo Corselli fece sue le teorie ufficiali, negò al carro anche la possibilità di tenere il passo con le truppe lanciate all’inseguimento e ritenne l’arma, nata nella guerra di posizione, addirittura di “minore impiego” (20) in quella di movimento. Nelle riviste militari non ci si discostò da questi orientamenti: “Aiuto fugacissimo alla fanteria” (21), “Strumento inevitabilmente vulnerabile” (22), “Difficoltà di manovre insormontabili su molti terreni” (23). Si legge in una raccolta di conferenze tenute alle Scuole centrali di fanteria nel 1920 “non possono mai sostituire la fanteria, […] non potrà mai sostituire la cavalleria […] l’impiego richiede molte cautele”, la Rassegna dell’esercito aggiunse: “mezzo ausiliario” (24) e, di rincalzo, La Cooperazione delle Armi, considerata una delle riviste più stimolanti del periodo, “si ha l’impressione che sia verso la sua traiettoria discendente.” (25)
Al vastissimo coro si unì l’Enciclopedia militare che alla voce “carro da guerra”, inizia con una stereotipata analisi del mezzo nel corso dei secoli con disegni relativi che vanno dai carri descritti nel libro dei Maccabei al carro d’assalto dell’ingegnere Agostino Ramelli del 1588 passando per quelli di Leonardo da Vinci, traccia una breve storia di quelli che parteciparono alla Grande Guerra, concludendo che la dottrina militare “non ha ancora definito i concetti della tattica del carro armato”. I concetti nebulosi dell’Enciclopedia sono evidenziati da una fotografia con la didascalia “carri armati inglesi” in cui si vedono trattori cingolati trainanti pezzi d’artiglieria.
Fino al 1925 i carri armati occuparono un certo spazio nelle riviste militari, ma nell’arco temporale che va dal 1925 al 1930 il silenzio fu quasi completo. La Rivista militare italiana, ripresa la pubblicazione nel 1927, non stampò nessun articolo sui carri fino alla soppressione nel 1933.

Badoglio, Caviglia e Carboni e il conformismo del Ventennio

La parola definitiva sulla nuova arma è quella di Pietro Badoglio, capo di stato maggiore generale, il cui ascendente non era inferiore a quello del maresciallo Pétain in Francia. Dopo aver evidenziato che i carri in dotazione “sono di modello assai sorpassato”, aggiunse “La natura del nostro terreno limita molto l’impiego dei carri armati, e quindi la deficienza o anche la mancanza di essi non ha per noi tutto quel peso che avrebbe per altri Paesi, ad esempio Francia e Germania. Si può quindi attendere con calma” (26), virtù che gli era congeniale.
Dal rapporto del servizio informazioni dell’esercito Notizie riassuntive sull’attività militare dell’Inghilterra nel 1930, che gli fu sottoposto, dimostrava di essere pienamente a conoscenza dello sviluppo dell’arma corazzata e dei modelli di carri e artiglierie in progettazione, ma non ne traeva nessuna conseguenza.
L’incapacità di valutare l’arma non cambiò nel tempo.
Nel 1937 il generale Enrico Caviglia, considerato una delle poche teste pensanti del Regio esercito, scriveva “Oggi con mezzi vari si arrestano i carri armati. In Ispagna e in Etiopia nella guerra di movimento non hanno sempre fatto buona prova. Cadono in imboscate e sono facilmente immobilizzabili.” (27) Nello stesso anno il generale Heinz Guderian dava alle stampe Achtung Panzer! Nel 1939 il colonnello d’artiglieria Michele Amaturo nel suo volume Scienze militari della prestigiosa collana Enciclopedia scientifica monografica italiana del XX secolo, su un totale di 615 pagine ne riserva quattro ai carri armati e nessuna alle autoblindo e dei 131 titoli riportati nella bibliografia “limitata alle principali opere italiane di carattere scientifico-militare pubblicate nell’attuale secolo” nessuno ai corazzati.
Ancora il generale Giacomo Carboni, futuro comandante del corpo d’armata che non difenderà Roma nel settembre 1943, sosteneva “sarà bene guardarsi dalla illusione che il problema del movimento sul campo di battaglia possa venire risolto mediante quel grosso e delicato ordigno che è il carro armato”, aggiungendo una personale intuizione “Ricordiamo che il carro armato non è una novità; già molti eserciti antichi, in epoca di declino, per supplire coi mezzi materiali alla scaduta qualità combattiva dei loro guerrieri, usavano carri falcati, carri corazzati e carri di urto”.
L’esame del Regolamento del 1925 e della pubblicistica “carrista” evidenzia lo scetticismo, le perplessità e le prevenzioni che la nuova arma suscitava e alla quale, non afferrandosene potenzialità operativa e flessibilità tattica, nella migliore delle ipotesi si assegnava il ruolo di comprimario della fanteria con il compito prioritario di fiancheggiarla nell’attacco. Ma anche questo compito è malamente svolto se in una circolare del gennaio 1926, riportata ne La Cooperazione delle armi dell’aprile dello stesso anno, il capo di stato maggiore generale, dopo aver esaminato le principali manovre dell’anno 1925, rilevata la mancanza di “intima cooperazione” tra fanteria e carri armati, stabilì “Frequenti esercitazioni in comune, preparate sulla base di accordi precisi”.
“L’intima cooperazione” non fu evidentemente raggiunta se nella guerra di Spagna se ne lamentava ancora la mancanza: “Ciò che ha difettato ancora è la cooperazione tra fanteria e carri assalto”. Eppure coniugando la potenza dell’armamento con mobilità e protezione, sia pure all’epoca allo stato embrionale, il carro armato costituiva un sistema d’arma duttile ed efficace e il suo supporto era indispensabile alla fanteria nell’attacco allo scopo di ridurne i termini d’investimento delle trincee. Non si percepivano nemmeno le possibilità di costituire l’ossatura della difesa, la capacità di ostacolare, logorare la progressione avversaria in qualsiasi condizione ambientale e se n’evidenziavano continuamente i limiti che erano solo contingenti e suscettibili di miglioramenti con lo sviluppo tecnico. Tali limiti erano ribaditi dalla dottrina ufficiale degli anni Venti: mezzo costosissimo e vulnerabile, grande logorio degli organi meccanici e dell’equipaggio, frequenti avarie, scarsissima visibilità, velocità e autonomia limitate, modesto munizionamento, bersaglio ben visibile.
I fattori che incidevano su questa sorda, istintiva, preconcetta opposizione erano molteplici. Pesava sul carro l’esser stato concepito come la soluzione di un particolare problema tattico, problema che con i nuovi procedimenti tattici maturati verso la fine della guerra sembrava superato. La mancata esperienza bellica unita al provincialismo culturale, alle ristrettezze dei bilanci, all’arretratezza culturale aggravata dall’anchilosato status mentale non creò una generazione di ufficiali carristi, non fece emergere dei capiscuola come avvenne in Francia e in Gran Bretagna e, nel decennio successivo, in Germania. La classe militare non riuscì ad interpretare lo sviluppo tecnologico-industriale che rendeva sempre più incisivo il potenziale bellico che l’arma poteva offrire. Gli ufficiali si muovevano al passo della fanteria e, dopo il 1925, la trasformazione dello stato liberale nella dittatura fascista sconsigliava, nel clima di conformismo creatosi, di assumere posizioni critiche che, in verità, non avevano mai avuto una gran diffusione nell’esercito italiano. “The Italian army had not tradition of internal criticism” (28) scriveva lo storico statunitense John J. T. Sweet.
Il clima era evidenziato dalla presentazione del primo numero della Rivista militare Italiana nel gennaio 1927: “Libertà di discussione, adunque, e ospitalità per tutti coloro che hanno idee sane da esporre e una fede da affermare, ma non per chi intendesse fare della Rivista campo di infruttuose esposizioni e polemiche”. Fuller, de Gaulle e Guderian non avrebbero avuto vita lunga nell’esercito dell’Italia proletaria e fascista.

Il confronto internazionale

Jean-Baptiste Estienne

Jean-Baptiste Estienne

Anche per la dottrina ufficiale francese il carro armato era un mezzo ausiliario della fanteria. Esisteva, però, una scuola di pensiero capeggiata dal generale Jean Baptiste Estienne, organizzatore dell’aviazione militare, fondatore dell’Artillerie d’assault il quale, pur uscendo sconfitto dalla lotta per la conservazione dell’arma corazzata, sciolta il 13 maggio 1920 e assegnata alla fanteria con la nuova definizione di Chars de combat, fu un punto di riferimento per molti ufficiali, tra cui uno sconosciuto colonnello Charles De Gaulle, che, nel decennio successivo, avrebbe ingaggiato un aspro duello con lo sclerotizzato stato maggiore. Ad Estienne si fa risalire la paternità della nuova arma di cui espose le possibilità al generalissimo Joffre. Va riconosciuto che il capo dell’esercito ne afferrò subito le possibilità e dispose l’immediata progettazione e costruzione di ben 400 carri modello Schneider.
La filosofia d’Estienne fu evidenziata in una celebre conferenza tenuta il 7 maggio 1921 a Bruxelles alla presenza del re, ove paragonò la comparsa del carro armato a quella della polvere da sparo e tracciò un vivido quadro di quello che sarebbe stato il peso del carro nel futuro. “A mon avis, cette apparition [del carro] bouleversera bientôt dans leurs fondements séculaires, non seulement la tactique, mais encore la stratégie, et – par suite – l’organisation des armées”. Estienne, direttore degli studi sui carri dal 1921 al 1926, si battè per la creazione di una divisione dalla grande mobilità tattica, meccanizzata, autonoma e indipendente, nella quale dovevano coesistere carri armati, artiglieria semovente e fanteria meccanizzata. Uomo dotato d’intuizioni geniali fu fra i primi ad afferrare la necessità della cooperazione tra l’arma corazzata e l’aviazione.
In Gran Bretagna, la cosiddetta Giovane Scuola, formata dai fautori dei mezzi corazzati, si batté in una concezione diversa, per un piccolo esercito completamente meccanizzato sintetizzato nella formula “All tanks theory”. Avendo come esponenti ufficiali prestigiosi come Fuller, Martell, Pile, Croft e Broad e uno studioso d’altissima fama, lo storico Liddell Hart, riuscì ad imporre al War office, sia pure temporaneamente i suoi criteri tattici. Fu così costituita la Forza meccanizzata esperimentale, composta da un gruppo di esplorazione su due compagnie di autoblindo e una di cingolette al quale si aggiungeva un battaglione di 48 carri Vickers medi, un battaglione mitraglieri motorizzato, un reggimento di artiglieria con alcuni semoventi armati di cannoni da 18 libbre, una compagnia genio motorizzata, un battaglione di fanteria motorizzato e una squadriglia di aerei.
Il primo maggio 1927, per la prima volta nella storia, una formazione completamente meccanizzata, autonoma e indipendente manovrò nella piana di Salisbury. Il giudizio di Aldo Valori, affermato studioso militare, fu completamente negativo: “Un genere di guerra eminentemente aristocratica e perciò contrario allo spirito della guerra moderna che è anzi di massa e dove tutti i cittadini debbono, col minimo possibile di mezzi dare il massimo contributo alla comune vittoria.” (29)
In Germania il nuovo sistema d’arma fu valutato con ponderatezza. Il generale Federico von Bernhardi, accreditato storico militare, nel gennaio 1920 espresse il suo cauteloso, prudente giudizio. Con l’immancabile richiamo agli elefanti di Pirro e alla reazione dei Romani, riconobbe che “mercè loro [l'Intesa] ottenne inizialmente grandi effetti di sorpresa […] costituiscono un mezzo d’attacco tutt’altro che disprezzabile […] un mezzo d’attacco efficace […] la loro azione risulta essenzialmente morale”. Il tutto correlato da notevoli perplessità e dalla sicurezza che “la loro natura esclude che esse possano agire difensivamente”. Furono però gli stessi tedeschi a mettere a punto gli studi, le teorie, le esperienze degli anni Venti. Un oscuro ufficiale, Heinz Guderian, dotato di geniali concezioni strategiche che ne faranno uno dei più grandi condottieri del secondo conflitto mondiale, concepì un complesso indipendente e pluriarmi, del quale i carri armati costituivano il nocciolo duro, che si muoveva all’uniforme velocità dei motori con una fanteria tutta motorizzata.

Un decennio perduto: debolezza strutturale italiana

Carro M13/40 in Nordafrica

Carro M13/40 in Nordafrica

Alla fine degli anni Venti le forze corazzate erano ben poca cosa. Pochi carri riuniti in un solo reggimento, con un modello, il Fiat 3000, definito antiquato nel 1925 e radiato nel 1929, un altro il C.V. 29 concettualmente sbagliato. Nessun peso nell’opinione pubblica, scarso interesse nelle alte sfere militari, poco spazio nella pubblicistica costituisce il bilancio di un decennio di politica nel campo dei corazzati. Nell’agosto 1939 il generale von Rintelen, che assisté alle grandi manovre nella valle del Po, valutò l’arma corazzata “in der Kinden Schuvhen“, letteralmente “nella scarpa del bambino”, ossia ai primi passi. Il prezzo sarà pagato nel novembre 1942, quando la divisione corazzata Ariete combatterà per l’ultima volta, sempre in condizioni di tragica inferiorità, contro i corazzati dell’Ottava armata a el Alamein.
Annotava Rommel nei suoi Rommel papers. “A Sud e a Sud-Est del quartiere generale, si possono vedere enormi nuvole di sabbia: là si sta svolgendo la lotta disperata dei piccoli e inefficienti carri del XX Corpo contro cento o giù di lì carri armati pesanti britannici che hanno aggirato il loro fianco scoperto. Il maggiore von Luck, inviato da me col suo battaglione a chiudere la breccia fra il corpo italiano e quello tedesco, mi ha riferito più tardi che gli italiani, che allora costituivano la nostra forza motorizzata più grande, hanno combattuto con esemplare coraggio. Von Luck diede coi suoi cannoni tutto l’appoggio possibile, ma non poté evitare il destino del corpo corazzato italiano. Uno dopo l’altro i carri vennero squarciati in due o bruciati, mentre un tremendo fuoco di sbarramento inglese spazzava le posizioni della fanteria e dell’artiglieria italiane. Gli italiani […] combatterono con straordinario valore. Ricevemmo l’ultimo messaggio radio dell’Ariete alle 15,30 circa. – Carri armati nemici fanno irruzione a sud dell’Ariete, con ciò Ariete accerchiata. Posizione 5 km. Nord-ovest Bir El Abd. Carri Ariete combattono”.
Uomo di guerra durissimo nei suoi giudizi tracciò l’epicedio della forza corazzata italiana. “Con l’Ariete perdemmo i nostri più anziani camerati italiani ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo richiesto sempre di più di quanto erano in grado di fare con il loro cattivo armamento”.

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Note
7) Marazzi Fortunato, La nazione armata. Roma 1920.
8) Grassi Noè, Carri armati. Tattica delle varie armi. Conferenze svolte alle Scuole centrali di fanteria, artiglieria e genio. Roma 1923.
9) Miglio Giuseppe, I carri d’assalto in Francia. La cooperazione delle armi. 1924.
10) Invernizzi Giulio, Considerazioni sul valore, l’ordinamento e sull’impiego tattico dei carri d’assalto. La cooperazione delle armi. 1924.
11) Gatti Angelo, I carri d’assalto. “Corriere della sera”, 1° marzo 1924.
12) Valori Aldo, La ricostruzione militare. Roma 1930.
13) Varanini Varo, La ricostruzione fascista delle forze armate. Milano 1929.
14) Gabrielli Manlio, I carri armati. Roma 1923.
15) Maltese Enrico, I carri armati e il loro impiego tattico. Civitavecchia 1925.
16) Versè Edoardo, I carri d’assalto. Parma 1925.
17) Trezzani Claudio, L’impiego della divisione nel combattimento. Torino 1924.
18) Trezzani Claudio, Manuale di tattica e servizio in guerra. Roma 1929.
19) Goglia Luigi, La guerra in Africa nel 1940. Roma 1994.
20) Corselli Rodolfo, Tattica moderna e altri elementi d’arte militare. Palermo 1924.
21) Grazioli Francesco Saverio, Saggio sull’evoluzione della dottrina tattica nella guerra europea. Conferenze tenute ai corsi ufficiali svoltisi presso la Scuola centrale di fanteria. Roma 1923.
22) Montagano Francesco, Probabile evoluzione futura del battaglione di fanteria. Conferenze tenute ai corsi ufficiali svoltisi presso la Scuola centrale di fanteria. Roma 1921.
23) De Pignier Augusto, L’accompagnamento della fanteria nell’attacco. Conferenze tenute ai corsi ufficiali svoltisi presso la Scuola centrale di fanteria. Roma 1921.
24) Barreca Riccardo, I carri armati e il loro impiego in cooperazione col battaglione di fanteria. ”Rassegna dell’esercito italiano” 1924.
25) Sacchi Emilio, Idee francesi sui carri armati. La cooperazione delle armi. Gennaio 1924.
26) Pieri Piero e Rochat Giorgio, Badoglio. Torino 1974.
27) Caviglia Enrico, Diario aprile 1925-marzo 1945. Roma 1952.
28) Sweet John J.T. Iron Army, The mechanization of Mussolini’s Army. London 1980.
29) Valori Aldo, La ricostruzione militare. Roma 1930.