GLI USA TRA MITO DELLA FRONTIERA E DESTINO GLOBALE
di S. N. -
Un viaggio nella storia americana, dalle colonie ribelli del 1776 all’espansione planetaria del XXI secolo. Un saggio ricostruisce la nascita dell’imperialismo USA, tra Dottrina Monroe, corollario Roosevelt e mito del “destino”. Una democrazia fondata su contraddizioni profonde, divenuta potenza mondiale attraverso conflitti, capitalismo e interventismo.
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Sono trascorsi 250 anni da quel 4 luglio 1776, quando i delegati di tredici colonie americane si ritrovarono a Filadelfia per federarsi tra loro, dichiarando l’indipendenza dal Regno di Gran Bretagna.
La nascita degli Stati Uniti d’America segna anche l’inarrestabile conquista delle immense, favolose e selvagge terre del Far West, con quell’epopea della frontiera raccontata e mitizzata negli anni a venire, alimentando continuamente la favola di un Paese in continua crescita. Una frontiera da spingere sempre più in là, anche per prevenire possibili crisi economiche, come quella devastante degli ultimi vent’anni dell’Ottocento, foriere di deflazione e disoccupazione.
La guerra, il capitalismo e una politica estera sempre più interventista caratterizzata anche dal protezionismo, furono i mezzi necessari per convogliare all’estero le eccedenze economiche perché l’economia non ristagnasse, un dovere per quasi tutti i presidenti chiamati alla guida degli Stati Uniti.
Tutto questo, e molto altro, è raccontato nell’ultimo saggio di Simone Barcelli, Dollari, soldati e petrolio. Storia degli Stati Uniti d’America, dalla Guerra d’indipendenza a oggi. Il grande inganno dell’impero, tra democrazia, libertà e diritti civili, pubblicato recentemente da Tralerighe Libri. Il testo ha vinto il Premio Tralerighe Storia 2025, consegnato nella cornice dell’ultimo festival Lucca Città di Carta. Il volume, più di 400 pagine, indaga la storia degli Stati Uniti d’America evidenziando al contempo le radici della crisi geopolitica che stiamo vivendo.
La più grande democrazia del mondo – ma l’autore evidenzia anche i due grossi peccati originali, la schiavitù e il genocidio dei nativi – si è fatta nel tempo impero. L’inizio dell’imperialismo americano coincide con la Guerra Ispano-Americana del 1898, in cui per la prima volta i marines invasero un’altra nazione sovrana. Da quel momento si susseguirono numerose operazioni militari, in particolare nei Paesi dell’America Latina, ritenute utili a tutelare gli interessi economici nazionali.
La celebre “Dottrina Monroe”, la dichiarazione del Presidente James Monroe sullo stato dell’Unione al Congresso del 2 dicembre 1823, ha costituito il cardine della politica estera degli Stati Uniti per cent’anni, fino alla Prima guerra mondiale. Si rendeva necessaria in quel frangente per evitare che il debole impero coloniale spagnolo sul continente americano fosse soppiantato da una potenza più forte e pericolosa, come Gran Bretagna, Francia o Russia, poiché nel 1822 la Santa Alleanza, durante il Congresso di Vienna, aveva deciso di intervenire per restaurare il potere spagnolo nel Sudamerica.
Gli Stati Uniti, da quel momento, avrebbero mantenuto la loro neutralità nelle guerre europee, ma rivendicavano il diritto di intervenire negli Stati del continente americano qualora una potenza europea avesse tentato di ostacolare la libertà o l’indipendenza delle repubbliche latinoamericane.
Fu Theodore Roosevelt, cugino di Franklin Delano, a stabilire nel primo decennio del Novecento che le limitazioni imposte dalla dottrina Monroe potevano essere oltrepassate: gli Stati Uniti, in nome della tutela dei propri interessi nazionali, si riservavano la libertà di intervenire ovunque. Richiamandosi ai principi di Monroe, Roosevelt elaborò un Corollario e affermò, con estrema franchezza, che l’intervento americano nei Paesi dell’America Latina diventava necessario ogni volta che un governo instabile potesse rappresentare un rischio anche per gli Stati Uniti.
Il presidente sosteneva che gli Stati Uniti dovessero farsi carico della tutela dell’ordine pubblico nell’intero emisfero, assumendo di fatto il ruolo di una sorta di “polizia internazionale”: un intervento diretto negli affari degli altri Stati, giustificato dalla convinzione che la tradizione di valori americani fosse superiore a quella delle altre nazioni. Si trattava di un chiaro richiamo anche al Manifest destiny, il destino manifesto, un termine coniato dall’influente giornalista americano John O’Sullivan alla metà del XIX secolo, con un articolo pubblicato su un periodico di orientamento democratico: in quella circostanza egli scrisse della «sacra designazione del Nostro Paese […] compimento del nostro destino manifesto di estenderci sul continente assegnato dalla Provvidenza per il libero sviluppo dei nostri milioni di abitanti che si moltiplicano ogni anno […]». Il giornalista introdusse l’idea secondo cui gli Stati Uniti rivendicavano il diritto di esportare oltre i propri confini — anche ricorrendo alla forza — la loro peculiare concezione di libertà, diritto e democrazia.
L’idea del destino luminoso e della missione storica che attendeva gli Stati Uniti aveva già trovato ispirazione nel pensiero del predicatore puritano John Winthrop, che nel 1630 aveva sentenziato che il compito dei coloni del Massachusetts consisteva nel fondare una “città sulla collina”, come fosse una nuova Gerusalemme.
Fu dunque Theodore Roosevelt il primo presidente a superare le barriere che la Dottrina Monroe, in origine, imponeva agli Stati Uniti, dandosi la libertà d’intervenire per tutelare gli interessi nazionali. Egli auspicava che i valori americani fossero desiderati e accettati spontaneamente, senza la necessità di imporli con la forza, poiché ciò avrebbe comportato una permanenza americana nel paese da rifondare, che poteva essere visto come un tentativo di colonizzazione. L’esportazione pacifica della democrazia americana, secondo lui, doveva avvenire facendo leva essenzialmente sul prestigio e sull’influenza politica.
Il corollario di Roosevelt, da quel momento, consolidò ulteriormente la consuetudine degli Stati Uniti a intervenire nelle vicende interne di altri Paesi, arrivando persino a favorire l’ascesa di leader politicamente graditi: prima nelle Americhe, poi in diverse altre aree del mondo. Una conduzione simile degli affari di politica estera sarà perseguita dai successivi presidenti democratici Woodrow Wilson, Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman.
Le 800 installazioni militari statunitensi disseminate nel mondo – una rete immensa, priva di confini definiti quanto l’estensione stessa dell’impero americano, ormai coincidente con una parte consistente del pianeta – rappresentano la manifestazione più evidente della natura imperiale del primato degli Stati Uniti. Ogni giorno, queste basi rilanciano il mito della frontiera, che continua a spostarsi oltre qualsiasi limite geografico stabilito.
La politica estera degli Stati Uniti, da più di cent’anni sempre più interventista, ha determinato nel bene e nel male le sorti del mondo intero, soprattutto dal secondo dopoguerra.
Il volume restituisce quindi l’immagine di un Paese tormentato, che alla fine del XIX secolo comincia ad affacciarsi sulla scena internazionale, pur essendo ancora privo di un’identità e di una solida ideologia, almeno rispetto a quella posseduta da molti Paesi europei. Insomma, l’espressione di una società all’epoca non ancora del tutto formata, anzi, in continua evoluzione anche sotto l’aspetto politico. Questa tipicità, pur restituendo un modello all’apparenza non facilmente esportabile, non precluse agli Stati Uniti d’imporre, fin dai primi decenni del Novecento, il prototipo di un’economia basata sul libero mercato, con iniezioni di democrazia provenienti però da un sistema politico sviluppatosi in tal modo solo nel mondo anglo-americano.
Un’America, quindi, secondo l’autore, carente di valori, con un retroterra culturale e storico recente. Una ragione in più per alimentare in molti Paesi un sentimento antiamericano, quel generico ma forte impulso di contrapposizione a tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti, argomento di cui l’autore si è occupato in un altro volume.
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Per saperne di più
Simone Barcelli, Dollari, soldati e petrolio. Storia degli Stati Uniti d’America, dalla Guerra d’indipendenza a oggi. Il grande inganno dell’impero, tra democrazia, libertà e diritti civili – Tralerighe Libri, 2026, pp. 410, euro 24,00.