LA VOLPE E IL SANGUINARIO: ROMMEL E SCHÖRNER
di Max Trimurti -
Nel 1917 due tenenti, futuri marescialli della Wehrmacht, compiono un’incredibile impresa durante la battaglia di Caporetto. Esibiscono due stili offensivi diversi, che prefigurano quelli sfoggiati vent’anni dopo nel secondo conflitto mondiale.
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Lo storico tedesco Peter Lieb ha pubblicato nel 2018 un interessante lavoro dedicato alla battaglia di Caporetto – nota anche come 12a Battaglia dell’Isonzo -, analizzando i profili di due protagonisti («Wüstenfuchs» und «Bluthund» in den Alpen. Erwin Rommel und Ferdinand Schörner in der Schlacht von Karfreit 1917, in “Militärgeschichtliche Zeitschrift”, 77, 2018, 1). La battaglia, che è stata una dolorosa sconfitta del Regio Esercito Italiano e ha provocato 330 mila perdite, oltre a circa 400 mila disertori, ha peraltro dimostrato che, al di là del valore dei protagonisti, la giovane nazione italiana, nonostante l’esiziale evento, ha saputo trovare in sé stessa le forze morali e materiali per reagire e per distruggere, circa un anno dopo, a Vittorio Veneto, le velleità e le speranze dell’Imperial Regio Esercito Austro-Ungarico, sorprendendo, oltre la più rosea aspettativa, anche il cupo scetticismo degli Alleati.
Paralleli biografici fra due protagonisti di Caporetto
Il caso vuole che in seno alla 12a Divisione (della 14a Armata austro tedesca del generale Otto von Below) combattano a fianco a fianco due tenenti destinati alla celebrità e alla gloria militare: Erwin Rommel (1891-1944; tenente del servizio attivo) e Ferdinand Schörner (1892-1973; sottotenente della riserva). Questi due uomini personificano il doppio ricordo della Wehrmacht lasciato alle generazioni tedesche post-guerra e in particolare alla Bundeswehr: Rommel sarebbe l’uomo “esemplare” della Wehrmacht e della resistenza ad Hitler (viene coinvolto nel complotto del 20 luglio 1944 e costretto al suicidio); Schörner simboleggia la Wehrmacht “professionista” e per certi aspetti fredda e crudele, quella che ha sacrificato la gioventù tedesca alla fine del conflitto, nell’obbedienza cieca al Führer. Al di là della memoria, ciò che hanno vissuto i due giovani ufficiali nelle Alpi ha influenzato il seguito della loro carriera e può spiegare i loro stili tattici, molto diversi.
I paralleli biografici fra Rommel, nato nel 1891, e Schörner, di un anno più giovane, sono numerosi. Tutti e due provengono dal sud della Germania (Rommel dalla Svevia, mentre l’altro è bavarese) e dalla piccola classe media. Hanno servito insieme nelle giovani truppe di montagna e nessuno dei due ha conseguito il diploma di stato maggiore: per questo motivo rappresentano degli “outsider” nell’istituzione militare tedesca, fatto che è ancora più vero per Schörner, semplice sergente della riserva nel 1914. Hanno prestato servizio nella Grande Guerra, alla testa di una sezione, quindi alla guida di una o più compagnie, sono stati feriti diverse volte e hanno ricevuto la decorazione più elevata: quella dell’Ordine “Pour le Merite”, concessa sì 687 volte, ma solo 11 volte a ufficiali del loro rango.
Gemelli, ma rivali
Questo capitale simbolico aiuta entrambi a distinguersi dagli ufficiali di stato maggiore, che hanno trascorso parte della guerra negli stati maggiori, ad affascinare i giovani aspiranti e a ottenere posti di insegnamento di tattica di fanteria fra le due guerre. Durante la Seconda guerra mondiale entrambi seguono percorsi molto rapidi, uno nelle truppe blindate e motorizzate, l’altro nelle truppe da montagna, ed entrambi finiscono con il grado di feldmaresciallo. Tutti e due vengono notati e protetti da Hitler (e si riconoscono in questo Frontkämpfer): Rommel nella prima parte del conflitto, Schörner nella seconda. L’uno e l’altro sono rivali e non si amano, o piuttosto si detestano, questioni che risalgono a dissapori legati alla battaglia di Caporetto.
Schörner ha passato tutta la Grande Guerra in prima linea e, cosa rarissima, nella stessa unità: la 12a compagnia del III battaglione del Leib Regiment (guardia del Corpo) del re di Baviera. Rommel presta servizio nel 124° Reggimento di fanteria König Wilhelm I, altrimenti designato come 6° Reggimento würtemburghese.
Quando l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria, il 23 maggio 1915, il Reich si decide a costituire un corpo alpino, che consiste, inizialmente, in una divisione rinforzata. Il Leib Regiment vi viene incorporato. Rommel, da parte sua, viene trasferito al battaglione sciatori würtemburghese. Tutti e due gli ufficiali apprendono le tattiche di guerra in montagna, contro i Serbi nel 1915, quindi contro i Rumeni nel 1916-1917. I due uomini si incontrano nei pressi della cima del monte Magura Ogobesti, località che inaugura la cordiale detestazione fra le loro due unità, in quanto ciascuno rivendica di aver conquistato il sito ai Rumeni. L’esame dei dati relativi alla storia della compagnia di Schörner evidenzia che la stessa ha subito costantemente le perdite più elevate del reggimento. A tale riguardo, lo storico Peter Lieb azzarda l’ipotesi che Schörner abbia acquisito quel profilo di uomo offensivo, duro come l’acciaio, poco sensibile alle perdite, che, durante la Seconda guerra mondiale gli varrà il soprannome di “Ferdinand il sanguinario”. Lo storico tedesco sottolinea, inoltre, che i superiori di Schörner non gli chiederanno mai ragione delle proprie perdite, proprio perché egli riesce sempre a conseguire i suoi obiettivi. In Romania, la compagnia di Rommel soffre ugualmente gravi perdite, ma essa viene citata, soprattutto, per avere catturato, di sorpresa e nella condizione di uno contro tre, un villaggio con tutta la sua guarnigione di 360 uomini. La ricerca della sorpresa, ecco dunque una delle caratteristiche tipiche della futura “volpe del deserto”.
Episodi fondamentali
Nell’ottobre 1917 il battaglione würtemburghese viene inserito nel corpo alpino e inviato in Italia a sostenere gli Austro-Ungarici, che si preparano per la battaglia, che sperano decisiva. Immediatamente, Rommel e i suoi uomini si sentono abbandonati dai “bavaresi”. Orbene, è proprio al Corpo alpino che il generale von Below ha affidato la missione più difficile della futura battaglia: i Gebirgsjäger (cacciatori di montagna) dovranno superare le difese italiane nella valle dell’Isonzo, conquistare la quota 1114 del massiccio del Kolovrat e salire sul monte Matajur, il suo punto culminante. Una volta conquistate queste posizioni, von Below si lancerà di seguito su Udine, quindi Venezia, con la sua 14a Armata. Ma il comandante del Leib Regiment bavarese si arrangia con i superiori, in modo che il suo III° Battaglione riceva “l’onore” di condurre le “danze”, relegando i Würtemburghesi di Rommel a un ruolo di supporto.
L’attacco ha inizio il 24 ottobre 1917, alle due del mattino, con un terribile bombardamento con proietti a gas, i cui effetti sono, per di più, favoriti dalla presenza di una fitta nebbia nel fondovalle, che trattiene al suolo l’agente chimico incrementandone i danni. Schörner, inizialmente posto in seconda linea, attraversa la valle dell’Isonzo, lungo il fondovalle, dove gli Italiani, per le ragioni sopra esposte, non hanno in effetti opposto una vera resistenza. Poi la sua compagnia passa in testa al battaglione. Approfittando dunque della nebbia, lancia i suoi uomini verso la quota 1114, con Rommel alla sua destra, ma molto indietro e impegnato da nidi di resistenza italiani. Rommel decide, a quel punto, senza interpellare alcuno, di aggirare l’ostacolo e di raggiungere le pendici del massiccio dell’Hlevnik, che prolunga verso est il massiccio del Kolovrat. Così facendo, entra nel settore riservato ai Bavaresi. Alle ore 17 Schörner si ritrova bloccato sulle pendici che conducono alla quota 1114 del Kolovrat. Senza copertura a destra (Rommel si è defilato e non si sa dove si trova), né a sinistra, i suoi uomini, sfiniti dall’arrampicata con 30 kg di zaino, si trovano davanti 800 metri di pendenza completamente esposta al tiro italiano. La maggior parte degli ufficiali avrebbe atteso l’indomani e il sostegno dell’artiglieria. Ma Schörner decide, invece, di approfittare del crepuscolo, calcolando inoltre che il giorno dopo gli Italiani avrebbero potuto impiegare truppe di rinforzo. Egli sceglie, dunque, di attaccare frontalmente, in silenzio, senza il tiro delle mitragliatrici e senza zaino. Trenta minuti più tardi raggiunge la quota 1114 senza lamentare alcuna perdita. Si tratta di un vero trionfo – gli varrà l’Ordine pour le Merite – ottenuto coniugando colpo d’occhio e valutazione corretta delle possibilità dell’avversario… ma rischiando anche un possibile massacro dei suoi uomini. La sua compagnia si trincera sulla cima e per il seguito del combattimento non verrà più impiegata.
Per contro, Rommel, all’alba del 25 ottobre continua a marciare, anche quando il suo comandante di reggimento gli vieta di puntare verso ovest, per riservare i futuri allori esclusivamente ai Bavaresi. Frustrato nel suo orgoglio e divorato dall’ambizione, Rommel approfitta dell’assenza di collegamenti con i suoi vertici, e – adattandosi perfettamente alle nuove modalità d’attacco delle truppe d’assalto (infiltrazione, aggiramento, libera scelta dei mezzi per compiere la missione) – decide di non aiutare il Leib Regiment, dove avanza la 12a Divisione, ma di procedere in avanti da solo, evitando i punti tenuti dagli Italiani. Riesce così a raggiungere, anche fortunosamente, un’area che gli consente di isolare importanti forze avversarie dalla loro retroguardia – seminando il panico – e successivamente si impadronisce del monte Matajur (1641 m).
Caos e furore
I 900 uomini di Rommel, al prezzo di 6 morti e 30 feriti, ottengono lo sfondamento decisivo, che la 14a Armata sfrutterà immediatamente. L’impresa vale a Rommel il conferimento dell’Ordine pour le Merite, ma anche un’ostilità raddoppiata del Leib Regiment bavarese. Nel dopoguerra, di fatto, Bavaresi e Svevi si attribuiranno tutte le vittorie e, soprattutto, si rifiuteranno di riconoscere i successi degli altri. La rivalità, tuttavia, non ha impedito che le poche compagnie comandate da Rommel e da Schörner abbiano potuto catturare 10mila uomini e 100 cannoni. Rommel ha scoperto a Caporetto quella che sarà la sua caratteristica fondamentale alla guida della 7a Panzerdivisionen in Francia e, più tardi, alla testa dell’Afrika Korps: accurata ricognizione, attacco immediato dei punti deboli individuati, sfruttamento in profondità del successo, senza preoccupazioni eccessive per l’intendenza e per la sua gerarchia, che, da parte sua, ignora dove si trovi e quello che ha fatto. «Rommel adora agire nello smarrimento e nella confusione della mischia. Egli comprende istintivamente come utilizzare il caos della guerra», commenta Peter Lieb. Per quanto concerne Schörner, anch’egli ha trovato il suo stile: se l’aggiramento non è possibile, non esita di fronte alla necessità di un assalto frontale, breve e brutale, utilizzando il suo ascendente sugli uomini. Iperattivo, dotato di una volontà di ferro, il bavarese non indietreggia di fronte a nulla, pur di conseguire il suo obiettivo. Questa volontà inflessibile si trasformerà, purtroppo, in fanatismo politico a contatto con l’ideologia nazional-socialista.

