LA PREPARAZIONE DIPLOMATICA DELL’IMPRESA DI CARLO VIII

di Francesco Ercole -

 

La discesa di Carlo VIII di Francia in Italia nel 1494-95 segnò l’inizio delle guerre d’Italia del XVI secolo. In questo brano, lo storico Francesco Ercole evidenzia come la spedizione contro Napoli non fosse frutto di una necessità francese, ma dell’incoraggiamento e delle divisioni interne degli Stati italiani. Le ambizioni del giovane re, alimentate da visioni messianiche e da pressioni diplomatiche, trovarono terreno favorevole in una penisola frammentata e incapace di opporsi. La responsabilità della calata francese ricade dunque non solo su Ludovico il Moro, ma sull’intero sistema politico italiano, che oscillò tra inviti, neutralità e ambiguità.

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Non era trascorso un mese da che l’esercito di Carlo VIII aveva varcato le Alpi, ed era sboccato in Piemonte, e da che il giovane sovrano di Francia, sul cui vessillo, a lato delle armi francesi, eran scritte le parole: «voluntas Dei» e «Missus a Deo», era stato accolto a Torino, a Chieri, ad Asti, come da vassalli il Signore, che già un generale terrore aveva invaso, da un capo all’altro, l’Italia.
La fama, esagerando la realtà, diceva il numero degli armati sterminato, la statura gigantesca, l’indole feroce, le armi invincibili.
Ogni possibilità e volontà di resistenza pareva, dovunque anche nei più animosi, paralizzata dallo sgomento. Eppure – fenomeno tra i più singolari che la storia d’Italia presenti! – questa Italia, che ora, al primo apparire dell’invasore, arretrava atterrita, come di fronte a una repentina e inattesa sciagura a parar la quale non fossero pronti né gli animi né i mezzi, ere quella stessa Italia, i cui vari governi, di Milano, di Venezia, di Roma, di Firenze, di Napoli, conoscevano, da qualche anno – sin dal momento stesso, in cui (1484) Carlo VIII era, ancor tredicenne, salito sul trono di Luigi XI, e, anche più chiaramente, da quando il nuovo Re di Francia, uscito di minorità, aveva, ne 1492, assunto personalmente il governo dello Stato – i sogni e le aspirazioni del giovanissimo e fantasioso sovrano, sin dall’infanzia educato a odiare nella persona del Re di Napoli il persecutore del suo maestro e pedagogo, San Francesco di Paola, e il nemico del Papa, a scendere in talia, per procacciarvisi gloria e potenza di conquistator di regni e di protettore della Chiesa: era quella stessa Italia, da cui, a varie riprese, e dai più opposti punti della penisola, eran partiti incitamenti e consigli al voglioso Re a tentare l’impresa contro l’Italia meridionale, anche quando questa aveva trovato opposizioni e ostacoli non facilmente superabili nella opinione pubblica francese e negli stessi ambienti di Corte.
Giacché una cosa giova subito porre in chiaro: che, se il governo di Carlo VIII aveva, dopo qualche anno di oscillazioni e di esitazioni, presa definitivamente, nella primavera del 1494, la risoluzione di dirigere  verso l’Italia, anziché verso i Paesi Bassi e la Spagna, le ambizioni guerriere del Re e la esigenza imperialistica urgente sul Paese, da quando la fine della guerra dei Cento anni con l’Inghilterra aveva recato alla Francia, coi benefici della lunga pace, quelle che ne sono sempre state, in tutti i tempi e – vale a dire, la pressione demografica e il bisogno d’espansione – la responsabilità di questa decisione spettava, assai più che a una meditata e conscia volontà antiitaliana del governo francese e del suo stesso Sovrano, alla politica seguita, nei confronti con la Corte di Francia, sin dagli inizi del regno di Carlo VIII, da tutti, indistintamente, gli Stati della penisola italica.

La Battaglia del Taro, Tintoretto, 1579.

La Battaglia del Taro, Tintoretto, 1579.

Sta di fatto che nessuna ineluttabile necessità militare, politica o economica costringeva, sullo scorcio del secolo XV, la Francia di Carlo VIII a riversare proprio contro l’Italia quello spirito di irrequietudine e di aggressività, quella sete di conquiste e di predominio, che – dopo che, durante il fortunoso e fortunato regno di Carlo VII, la Francia ebbe raggiunta l’indipendenza dall’Inghilterra, l’unità del territorio, la sottomissione all’autorità regia dei grandi vassalli del mezzogiorno, il consolidamento dell’onnipotenza monarchica – animava, dai giorni di Luigi XI, con crescente ardore la politica estera francese, e che, dopo il 1492, la gelosia per i recenti e soprattutto per i presunti prossimi e futuri acquisti, improvvisamente aperti alla Spagna dal miracoloso viaggio di Cristoforo Colombo, contribuiva ad esasperare.
Sta di fatto, anzi, che l’orientamento imposto da Carlo VIII la alla  politica estera francese, nella primavera del 1494, con la decisione  dell’impresa contro Napoli era nel più evidente contrasto con quelle che erano state sino allora, e che, scontate le conseguenze e gli effetti di quella repentina deviazione, sarebbero tornate ad essere più tardi, le direttive tradizionali della politica estera della Francia nei confronti con l’Europa.
La migliore conferma di ciò è data dal fatto che, per potere imporre questo nuovo orientamento, calorosamente sostenuto e caldeggiato dal non disinteressato consiglio di Stefano di Vesc e di Guglielmo Brissonnet, alla politica estera della Francia, Carlo VIII dovette vincere una forte e diffusa opposizione, non soltanto del paese, ma anche di molti dei principali baroni del Regno. Ai quali – e il corso degli eventi doveva dar loro, qualche anno più tardi, completamente ragione – quell’orientamento pareva un gravissimo errore, un salto nel buio di incalcolabili conseguenze, un atto di arbitrio, più che il frutto di una meditata deliberazione.
Giacché la naturale avversaria della Francia, l’irriducibile rivale della potenza francese, era, sullo scorcio del secolo XV, non il debole ramo illegittimo di Casa d’Aragona, regnante, dalla morte di Alfonso il Magnanimo, su Napoli, ma la ben più potente e temibile Casa di Absburgo, specialmente da quando a quel singolare e irrequieto suo rappresentante, che rispondeva al nome di Massimiliano, dal 1482 Re dei Romani, e, nel maggio del 1493, succeduto al padre Federico III nella corona del Sacro Romano Impero, il matrimonio con la figlia ed erede del più formidabile ribelle concorrente della Francia unitaria e monarchica, Carlo il Temerario, aveva, per un istante, fatto balenare la possibilità di aggiungere ai possessi absburghesi la intera eredità del vasto Stato borgognone-fiammingo-olandese creato dalla irrequieta ambizione del Duca di Borgogna.
La tenace resistenza di Luigi XI aveva poi costretto Massimiliano a limitarsi, almeno provvisoriamente, al solo acquisto dei Paesi Bassi. Ma la divisione tra la Francia e la Casa di Absburgo dell’eredità di Carlo il Temerario, stipulata, nel 1482, ad Arras, fra Luigi XI e Massimiliano, per cui alla corona francese era rimasto il dominio diretto della Borgogna e il possesso dell’Artois e della Franca Contea, ceduti alla Francia a titolo di dote della figlia di Massimiliano e di Maria di Borgogna, Margherita promessa sposa al figlio di Luigi XI, il futuro Carlo VIII, lungi dal significare una definitiva rinuncia, da entrambe le parti, a ulteriori aspirazioni e rivendicazioni, non era stata che un temporaneo compromesso fra due rivali, momentaneamente bisognosi di pace, ma ben decisi, ciascuno, a riprendere in avvenire la lotta in migliori condizioni.

Ed era parso, per un istante che l’occasione per riprender la lotta fosse venuta, quando, nel 1491, alla vigilia di assumere personalmente il potere, il giovanissimo erede di Luigi XI aveva sposato, anziché secondo i patti, la tredicenne Margherita di Absburgo, la cugina Anna di Bretagna, già fidanzata a Massimiliano d’Absburgo. Ché, se, ciononostante, non si venne allora a un rottura, fu soltanto perché Carlo VIII – non senza segno di sorpresa e di malumore tra i consiglieri del Re e i baroni del Regno, per ciò che pareva ingiustificata rinuncia a terre ormai acquistate alla Francia – si indusse a cedere, col trattato firmato a Senlis, il 25 maggio del 1493, a Massimiliano e a suo figlio Filippo, in compenso delle mancate nozze con Margherita, restituita al padre, la Franca Contea e l’Artois.
L’allarme in Francia sarebbe stato anche maggiore, se si fosse subito saputo che, in realtà, il trattato di Senlis, più che a tacitare lo sdegno di Massimiliano per il non avvenuto matrimonio con la figliuola di lui, mirava ad ottenerne, in cambio, e della cessione della Franca Contea e distretti vicini e di una specie di mano libera garantitagli contro la Repubblica di Venezia, la tacita acquiescenza a una eventuale spedizione offensiva contro gli Aragonesi di Napoli. Prova evidente che tale spedizione, se non ancora giuridicamente decisa, era già sin d’allora ben matura nella mente di Carlo VIII e dei suoi immediati consiglieri. Tanto più che quel trattato non era, in fondo, che una pedina, l’ultima di un vasto giuoco diplomatico, già in pieno sviluppo sin dal 1492, e tendente a creare le condizioni favorevoli all’inizio della progettata impresa napoletana, mediante la liquidazione preventiva delle questioni pendenti con quegli Stati finitimi o confinanti con la Francia, dai quali questa potesse comunque temere un assalto alle spalle, quando il grosso del suo esercito fosse già impegnato in Italia.
L’accordo più facile era stato quello con l’Inghilterra, tuttora travagliata, malgrado il ferreo governo accentratore di Enrico VII Tudor, dai residui della guerra civile e dell’anarchia interiore. Con un trattato, concluso a Étaples, il 3 novembre del 1492, il Re di Francia si impegnava a versare al Re inglese la somma di 750.000 corone: pochi giorni dopo, al precedente, aggiungeva l’impegno a troncare ogni aiuto o incoraggiamento a pretendenti o aspiranti al trono d’Inghilterra.
Dopo poco più di due mesi, il 19 gennaio del 1493, seguiva il trattato così detto di Barcellona, con cui Carlo VIII restituiva al Re di Aragona, Ferdinando II il Cattolico, le due province di confine, sul versante francese dei Pirenei, del Rossiglione e della Cerdagna, che, trent’anni prima, eran state cedute a Luigi XI dal padre di Ferdinando, Giovanni II d’Aragona, come pegno per il pagamento di sussidi finanziari fornitigli da quello contro i ribelli catalani.

Ultimo veniva l’accordo con Massimiliano d’Absburgo, raggiunto il quale la preparazione diplomatica dell’impresa su Napoli poteva apparire perfetta: tale, cioè, da permettere alla Francia di impegnarsi a fondo nella riconquista alla corona francese di un regno, che era già stato degli Angiò, senza dover temere complicazioni o sorprese da parte di altri Stati concorrenti o rivali.
I prossimi eventi non avrebbero ritardato a dimostrare come una tale sicurezza, comprata a così caro prezzo, specialmente nei rapporti di Ferdinando II e di Massimiliano, fosse in buona parte illusoria: ma è pur certo che Carlo VIII non avrebbe osato farvi tanto assegnamento per la buona riuscita della progettata spedizione in Italia, se egli non avesse già prima creduto di poter contare sulla facilità e rapidità dell’impresa, se, cioè, a spingerlo verso di questa non avesse soprattutto contribuito la certezza di muovere verso un Paese, che, lungi dall’essergli ostile, e preparato a resistergli, lo attendeva a braccia aperte, disposto ad accoglierlo liberatore e restauratore di normalità e di giustizia.
La verità è che lo stato d’animo con cui Carlo VIII si accingeva a presentarsi agli Italiani non era molto diverso da quello, con cui, circa due secoli prima, si era presentato Arrigo VII di Lussemburgo. Non era a caso che l’annuncio della spedizione italiana era stato, in Francia, preceduto da scritti quali la Profezia di Carlo VIII di un certo Maestro Guilloche di Bordeaux, e una pretesa Visione della vittoria del Re cristianissimo, della imminente riforma del mondo e della liberazione di Gerusalemme di Giovanni Michel, medico di fiducia del Re e suo confidente, e nei quali si prediceva che Carlo VIII avrebbe, a 24 anni, cioè proprio nel 1494, conquistato Napoli, a 33 si sarebbe trovato signore di tutta l’Italia, e, subito dopo, strappato il Santo Sepolcro agli Infedeli e abbattuto l’Impero dei Turchi, avrebbe restaurata la Monarchia universale.
Alla fantasia torbida ed esaltata del cavalleresco discendente di Carlo Magno e dei Re crociati sorrideva, insomma, l’idea di riassumere egli, in Italia, la missione per tanti secoli esercitatavi dai successori tedeschi di Carlo Magno, e poi umiliata e compromessa, da oltre due secoli, dalla inettitudine o dalla ignavia dei titolari absburghesi del Sacro Romano Impero: l’idea, cioè, di potere, proprio in Italia e dall’Italia, centro storico dell’Impero, abbattere definitivamente il prestigio politico di Casa d’Absburgo, e gettare, sulle rovine di questa, le basi della nuova grandezza e potenza del Regno di Francia.
Illusione, anche questa, non meno dell’altra, che la realtà si preparava tra breve a smentire. Ma sta di fatto che di aver cooperato ad alimentarla o a radicarla nell’animo del Re, la responsabilità spettava, più o meno, a tutti i governi e a tutti i partiti italiani: a tutti, e non al solo Ludovico il Moro, come una inesatta tradizione ha a lungo affermato e creduto.

Certo, Ludovico il Moro era ben lungi dall’esserne innocente. Non v’ha dubbio che egli, con l’assenza di scrupoli, che caratterizzava la fondamentale amoralità della sua coscienza – e che non era, del resto, molto peggiore di quella di quasi tutti gli altri principi e governanti del tempo, in Italia e fuori – non aveva esitato a servirsi delle ben note aspirazioni della Corte francese alla successione angioina del Regno di Napoli, come di ottimo strumento per intimidire i parenti napoletani del disgraziato rampollo sforzesco, di cui usurpava il dominio, e per far fronte al pericolo di accerchiamento, in cui le voci di Lega antimilanese tra Piero de’ Medici, il Papa e il Re di Napoli, correnti dopo la scomparsa di Lorenzo il Magnifico, e il tradizionale egoismo veneziano minacciavano di stringerlo. Tanto più che a sospingerlo verso contatti e accordi con la Francia non mancarono consigli e incitamenti, per parte del suocero, Ercole I d’Este, Duca di Ferrara, e della moglie Beatrice, insaziata rivale della giovane ed energica principessa aragonese, sposa all’infelice Gian Galeazzo.
Il momento saliente degli approcci tra Ludovico il Moro e il Re di Francia, in vista di una spedizione francese contro gli Aragonesi di Napoli, aveva coinciso col periodo iniziale del governo diretto del Regno per parte di Carlo VIII: si era svolto, cioè, tra il 1492 e i primi mesi del 1493. E non v’ha dubbio che l’atteggiamento favorevole del governo milanese alla spedizione aveva esercitato un’influenza decisiva nel far piegare definitivamente verso di essa le mire di Carlo VIII e dei suoi consiglieri più intimi. Un’intesa col padrone del Ducato di Milano, aveva, infatti, ai fini della progettata spedizione, un valore pregiudiziale, in quanto lo Stato milanese passava per uno degli Stati militarmente più forti dell’Italia, e dall’amicizia con esso dipendeva per la Francia, non affatto attrezzata per il dominio del mare nel Mediterraneo, la possibilità di disporre della flotta genovese. Si comprende perciò l’entusiasmo, con cui le avances di Ludovico il Moro furono subito accolte. Ma è significativo che, malgrado l’interesse francese ad assicurarsi un concorso positivo delle forze milanesi all’impresa, non si sia sulle prime andati oltre i limiti di un’alleanza, che non impegnava Ludovico se non al mantenimento di una benevola neutralità durante lo svolgersi della spedizione (24 gennaio 1492). Ed anche più significativo è, però, che nell’attitudine di Ludovico il Moro non tardassero, già durante il 1493, a rivelarsi indizi, se non di vero pentimento, di grave preoccupazione per i passi già fatti presso la Francia, e una certa tendenza a dar macchina indietro, quasi che, con l’avvicinarsi dell’evento, gli si venisse chiarendo il pericolo che esso poteva nascondere, oltre che per il suo rivale di Napoli, anche per se stesso! Specialmente dal gennaio del 1494 in poi, dopo la morte di Ferrante e la successione di suo figlio Alfonso sul trono di Napoli, sono evidenti gli sforzi della nervosa e tortuosa diplomazia di Ludovico il Moro, per tentar di ritirare la venuta in Italia dell’alleato francese, e per suscitargli in Massimiliano d’Absburgo o nella Repubblica di Venezia remore o ostacoli impreveduti.

Senonché, intanto, altre voci giungevano dall’Italia, che parevano spingere l’avventuroso sovrano ad agire; ed altre tacevano, ora, o sembravano disporsi a resistere, che avevano prima parlato.
Sin dall’anno seguente alla morte di Luigi XI, per esempio, eran giunte, dalla Repubblica di Venezia, irriducibile rivale degli Sforza nella lotta per la conquista del primato in Terraferma, e degli Aragonesi di Napoli, nella lotta per la conquista del primato nel Basso Adriatico, lusinghe mal dissimulate all’ancor minorenne sovrano a valersi dei diritti successori derivanti alla corona francese dagli Angiò e dal matrimonio di Valentina Visconti, così sul Regno di Napoli che sul Ducato di Milano.
E più volte, negli anni decorsi, durante la lunga e aspra battaglia condotta dal Re Ferrante di Napoli contro lo Stato della Chiesa, Sisto IV, Innocenzo VIII, e lo stesso Alessandro VI, negli inizi del suo pontificato, avevano fatto ricorso, contro l’ostinato Aragonese, all’intervento della Francia.
Il quale era, sin dai primi anni del regno di Carlo VIII, insistentemente e appassionatamente invocato alla Corte francese dai numerosi scampati alla feroce repressione operata da Ferrante d’Aragona della famosa Congiura dei Baroni: più accaniti e più autorevoli di tutti, il Principe Bernardino di Bisignano, e il Principe di Salerno, Antonello di Sanseverino. A sentire costoro, il Regno di Napoli non contava che memori e fedeli amici della tradizione angioina, pronti a gettarsi nelle braccia di quel Re di Francia, il quale osasse, nel nome di quella, liberarli dall’odiosa tirannide aragonese.
Né bisogna dimenticare che, secondo una sciagurata consuetudine, che l’Italia delle Signorie e dei Principati aveva ereditato dall’Italia dei Comuni e delle lotte civili fra guelfismo e ghibellinismo, alla Corte del Re di Francia accorrevano continuamente gli esuli e i fuorusciti di quasi tutte le città dell’alta e della media Italia, travagliate da un incessante alternarsi di tirannidi e di signorie, e che ciascuno di quegli esuli o di quei fuorusciti sperava o si illudeva di poter fare del Re di Francia e delle sue velleità di intervento in Italia lo strumento delle proprie rappresaglie e delle proprie vendette.
Ciò spiega, fra l’altro, la facilità con cui, alle varie ambascerie spedite, tra il 1493 e il 1494, dalla Francia, a tastar terreno presso i principali Stati italiani, e a chiedere ad essi, a nome del Re, il passo e le vettovaglie, riuscì di dar vita, anche là dove esse avevano trovato resistenza nei governi, a qualche fazione francofila, sulla quale l’esercito francese potesse, al momento opportuno, sicuramente contare: così a Bologna, ove un gruppo di uomini devoti alla Francia e a Ludovico il Moro tenevano d’occhio il signore Giovanni Bentivoglio, impedendogli di gettarsi in braccio agli Aragonesi; a Firenze, ove, nel nome della Francia e delle tradizioni francofile della politica fiorentina, già incominciavano a coalizzarsi, intorno, da un lato, ai figli di Pierfrancesco Medici, ai Capponi, ai Soderini, e, dall’altro, a Girolamo Savonarola, le opposizioni a Piero e al fratello Cardinale; a Roma, ove, malgrado il recente voltafaccia di Papa Alessandro VI, dall’amicizia con la Francia a quella con Ferrante e Alfonso di Napoli, la causa francese aveva un attivissimo rappresentante nel cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro, e stava per guadagnare a sé l’appoggio dei Colonna, e, più potente di tutti, quello del Cardinale Giuliano della Rovere.

Sicché non sorprende troppo di apprendere che, a vincere, nei primi mesi del 1494, le estreme resistenze della opinione pubblica francese e le ultime esitanze del Re, cooperassero soprattutto le suggestioni e le pressioni di due Italiani, che alla Corte di Carlo VIII eran venuti proprio dai due Stati italiani, che avevano assunto, a tardiva difesa del Regno di Napoli, l’atteggiamento più ostile alle richieste francesi.
Alludo al Cardinale Giuliano della Rovere, il prossimo Papa Giulio II, e al fiorentino Pier Capponi: il primo dei quali, entrato da pochi mesi in lotta aperta e insanabile con Alessandro VI, era accorso a Lione, ad aizzare il Re contro il Pontefice, nella speranza di averlo interprete ed esecutore del proprio proposito di convocare un concilio, che deponesse il Papa simoniaco e scandaloso; il secondo, inviato dalla Signoria di Firenze, d’accordo con Piero de’ Medici, con l’incarico di sconsigliare al Re l’impresa di Napoli, non aveva esitato a tradire il mandato, rappresentando in segreto ai consiglieri del Re la propria Repubblica ansiosa di riceverlo ed acclamarlo liberatore dei Fiorentini dalla insopportabile tirannide medicea e restitutore a Firenze della sua tradizionale libertà: e ciò quando, d’altra parte, arrivava alla Corte francese la voce delle predizioni e invocazioni savonaroliane al nuovo Ciro atteso da Francia.
Né meno responsabili della calata di Carlo VIII erano, in sostanza da considerarsi quegli stessi governi italiani, che, dopo avere anch’essi, negli anni precedenti, direttamente o indirettamente, sospinto o incoraggiato il Re di Francia alla impresa, nella imminenza di essa, si davano l’aria di sconsigliarla, o addirittura dichiaravano di esserle avversi, pur nulla facendo o preparandosi a fare di concreto e di pratico, per riuscire a impedirla: così Alessandro VI e Venezia: Venezia, specialmente, la quale, pur essendo, dopo la scomparsa di Lorenzo il Magnifico, lo Stato diplomaticamente e militarmente più forte della penisola, paralizzò, nei primi mesi del 1494, con il suo contegno ambiguo ed eccessivamente riservato e con la sua ostentata incredulità sulla effettiva imminenza della calata del Re – quando, di fatto, essa ne era, più di ogni altro Stato italiano, intimamente sicura – gli sforzi delle diplomazie di Roma e di Napoli, di Firenze e di Milano, per tentar di parare la minaccia mediante una coalizione di forze italiane, nel momento stesso in cui essa, con la sua esplicita dichiarazione di neutralità, offriva al Re il più decisivo incoraggiamento a osare.
E, infine, niente di più di una neutralità isolata e malsicura – malsicura, anche di fronte alla Corte napoletana, in favore della quale era stata dichiarata – si preparava ad opporre ai disegni di conquista del Re di Francia l’erede di Lorenzo de’ Medici, malgrado egli non avesse mai nascosto, non tanto per attaccamento alla indipendenza nazionale, quanto per gelosia di Ludovico il Moro, e per errata sopravalutazione delle forze del Re di Napoli, la propria ostilità alla spedizione francese e il proprio proposito di non abbandonare la causa degli Aragonesi.

(F. Ercole, Da Carlo VIII a Carlo V. La crisi della libertà italiana, Firenze, 1932, pp. 33-43)