LA POLITICA ESTERA ITALIANA NEGLI ANNI VENTI
di Emilio Bonaiti -
Tra propaganda, cautela diplomatica e retorica muscolare, l’Italia di Mussolini cercò spazio internazionale senza disporre dei mezzi necessari. I Balcani, l’Albania e l’incidente di Corfù mostrano i limiti di una politica fatta più di bluff che di forza reale, mentre i rapporti tesi con la Francia e l’equilibrio con la Gran Bretagna definiscono una posizione ambigua. Ne emerge il ritratto di una potenza intermedia, sospesa tra ambizioni imperiali e fragilità strutturali, destinata a pagare questo scarto negli anni successivi.
La vittoria mutilata
Il ciclo risorgimentale si concluse con la vittoria del novembre 1918 quando i confini furono portati alle Alpi, con l’annessione del Trentino, del Tirolo Cisalpino, di Trieste, della contea di Gorizia e di Gradisca, dell’Istria sino al Quarnaro, con Volosca e le isole istriane di Cherso, Lussino, delle isole di Plavnik, Unie, Canidole, Palavolizz, San Pietro di Nembi, Asinello, Gruica e degli isolotti vicini.
Nella storia del giovane regno l’incombente pericolo proveniente dal confine orientale scomparve con la sconfitta e la definitiva dissoluzione della potenza asburgica che per cento anni aveva pesato sull’Italia.
Il Patto di Londra prevedeva anche il passaggio all’Italia della “provincia di Dalmazia nei suoi attuali limiti amministrativi” con le isole prospicienti, “[…] l’intera sovranità di Valona, l’isola di Saseno e un territorio sufficientemente esteso per assicurare la difesa di questi luoghi […]”, la rappresentanza dell’Albania nelle sue relazioni con l’estero, la neutralizzazione delle coste dalmate e albanesi, la sovranità sulle isole del Dodecaneso, la zona di Adalia in caso di smembramento dell’impero ottomano e compensi nei territori confinanti con le nostre colonie in caso di spartizione dei possedimenti tedeschi in Africa.
Questi impegni, assunti quando l’entrata in guerra dell’Italia a fianco degli Imperi Centrali avrebbe creato grandi problemi alla frontiera italofrancese – Bismarck sosteneva che un soldato e un tamburino italiano sulle Alpi avrebbero richiamato numerose divisioni francesi – furono in parte disattesi. Nacque così il mito della “Vittoria mutilata”, contrazione delle parole di D’Annunzio: “Vittoria nostra non sarai mutilata”, che costituì l’asse portante della propaganda e dei proclami dei nazionalisti e dei fascisti e che ebbe una vasta presa sull’opinione pubblica.
La politica estera italiana degli anni venti fu giudicata: “cauta e ragionevole” dallo storico Renzo De Felice e “tradizionalista, moderata e conservatrice” da Francesco Lefebvre D’Ovidio (1). Anche lo storico inglese John Whittam, autore dell’opera “Storia dell’esercito italiano”, concorda con questi giudizi: “A parte l’incidente di Corfù la politica estera di Mussolini durante i primi dieci anni del regime fu relativamente riservata”.
Fino al 1926 fu di fatto affidata al senatore Salvatore Contarini, Segretario generale del ministero degli Esteri, il quale fu sempre ben conscio dei rapporti di forza internazionali. Di lui l’ambasciatore Quaroni diede il seguente giudizio: “[…] aveva una grande intelligenza ed era dotato di un intuito, quasi animalesco forse, ma comunque straordinario: non era stato praticamente mai all’estero, ma ‘sentiva’ la politica estera e le situazioni internazionali” (2).
Contarini era circondato da ambasciatori di alto valore i quali aderirono senza remore al nuovo governo, ad eccezione di Carlo Sforza ambasciatore a Parigi, Alfredo Frassati a Berlino e Vittorio Rolando Ricci a Washington.
Esordio di Mussolini
L’esordio di Mussolini nella politica internazionale era atteso con curiosità e simpatia, l’uomo godeva di ampia popolarità e di larghi appoggi nell’opinione pubblica internazionale. Era ritenuto l’artefice della vittoria contro la Sinistra rivoluzionaria italiana, smentendo le previsioni di Lenin il quale affermava che l’Italia, insieme con la Germania, sarebbe stato il paese capitalistico più vicino alla rivoluzione, mentre il maresciallo Foch, più sensatamente sosteneva che: “Il bolscevismo non varcò mai le frontiere della vittoria”.
Per gli Inglesi era “uno statista adatto alla anarchia meridionale”, “anarchia” che in pratica estendevano a tutto il continente. Lord George Curzon, ministro degli Esteri lo definì: “L’uomo di meravigliosa energia e dal pugno di ferro”, Giorgio V in visita a Roma: “Guida sapiente di un forte uomo di Stato”. A questi giudizi si univa un alto rappresentante della Chiesa cattolica, il cardinale Vannutelli, decano del Sacro Collegio col giudizio “Restauratore dei destini della Patria”.
Al futuro duce si perdonavano le dichiarazioni di grandezza e gli appetiti imperialistici ai quali si abbandonava, consci dei limiti del potere politico militare dell’Italia. A Napoli il 24 ottobre 1922 alla vigilia della marcia su Roma proclamò: “Il nostro mito è la grandezza della nazione. E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto”. Parole che avevano preceduto di poco quelle sull’italianità di Malta: “Si parla d’Italia unita, ma l’Italia non è unita, non è ancora una, ci sono dei luoghi che come è noto a tutti spettano all’Italia. E fra questi luoghi cari all’Italia non bisogna dimenticare l’isola di Malta” (3).
Mussolini anelava a un maggior prestigio per l’Italia nell’ambito delle nazioni europee, a un ruolo paritario, alla fine dei rapporti di subordinazione con le potenze egemoniche. Subito dopo la presa del potere, in una intervista al Sunday Express dichiarò: “L’Italia vuole essere trattata dalle grandi nazioni del mondo come una sorella, non come una cameriera”; nello stesso periodo come ministro degli Esteri invitò i fascisti fiumani a non prendere iniziative che potessero turbare gli orizzonti internazionali.
Le aspirazioni dell’Italia sulla scena politica internazionale restavano però limitate all’area danubiana balcanica e a quella mediterranea africana, in uno scenario plasticamente disegnato da Salvemini: “L’Italia era in Europa come un viaggiatore inaspettato che entra in treno e cerca un posto anche per se, e così disturba tutti gli altri viaggiatori che si erano già sistemati”. Sostanzialmente concordava l’ambasciatore Guariglia: “L’Italia storicamente costretta per ragioni intrinseche e ovvie ad assumere una posizione prima da una parte e poi da un’altra, doveva perseguire i suoi scopi ritagliando dagli abiti dei suoi diversi avversari la stoffa necessaria al suo mantello; e rifugiarsi nei giorni piovosi (fintanto che il suo mantello non era pronto) sotto quello ampio e capace dell’Inghilterra”.
Il paese, proiettato integralmente nel Mediterraneo, non aveva grandi spazi di espansione a fronte della potenza britannica, una potenza non rivierasca padrona da 250 anni del Mare Nostrum del quale controllava, con l’ausilio di una flotta alla quale i quadri della Regia Marina guardavano con riverenza, le porte di ingresso e il passaggio con Gibilterra, Malta, Alessandria e il canale di Suez. Si dovrà arrivare al 1951 perché venga sostituita dagli Stati Uniti d’America.
Pur valutando l’Italia, vista anche in funzione antifrancese, con simpatia impregnata di sufficienza, obiettivo primario della Gran Bretagna era la “Balance of power” nel continente europeo e nei suoi mari a sostegno delle sue posizioni imperiali, obiettivo che da secolo costituiva il fulcro della sua politica estera.
I Balcani
La politica di penetrazione nei Balcani fondata sul mito di Roma imperiale e sulla Serenissima Repubblica di Venezia, trovava una netta opposizione nella Francia, naturale protettrice della Jugoslavia, della Cecoslovacchia, della Romania e della Polonia, nazioni che costituivano un antemurale al revisionismo tedesco e al pericolo bolscevico.
La penetrazione nell’Est europeo aveva la sua palla di piombo nella insufficienza dei capitali disponibili, insufficienza che, ad esempio, non permise la concessione di un forte prestito all’Ungheria, pur ritenuta una favorevole pedina nel gioco diplomatico.
Lo scetticismo di Mussolini sulla politica della Società delle Nazioni fu assoluto. Preferiva la politica degli accordi bilaterali e con questa politica si risolsero i contrasti territoriali con il Regno S.H.S. (Serbi Croati e Sloveni), futura Jugoslavia. Si ebbero così i trattati di Rapallo (1920), Roma e Nettuno (1924), quest’ultimo provocò in entrambi i paesi violente contestazioni per l’annessione della Venezia Giulia all’Italia e della Dalmazia alla Jugoslavia; rimase sempre una forte ostilità e diffidenza fra i due paesi che portò alla preparazione di numerosi piani di guerra da parte dello stato maggiore.
In Jugoslavia nacque il complesso dell’accerchiamento a seguito dei trattati di alleanza e di amicizia che l’Italia aveva stipulato nell’aprile 1927 con l’Ungheria, alla quale andavano particolari simpatie per il regime autoritario istaurato dall’ammiraglio Horty, con l’Austria, della quale si fece naturale protettore, con la Bulgaria (agosto 1928), la Grecia (settembre 1928), la Turchia (maggio 1929) e l’Albania (patto di amicizia e sicurezza nel 1926 e trattato di alleanza difensivo nel 1927).
Fu considerata particolarmente pericolosa dalla dirigenza jugoslava la penetrazione in Albania. Il patto del novembre 1926 era esplicito, si affermava che ogni perturbazione allo statu quo dell’Albania era contrario ai reciprochi interessi; il patto fece da contraltare a quello franco-jugoslavo dello stesso mese. Al trattato seguì una convenzione militare dell’agosto 1928 a carattere difensivo che prevedeva l’entrata in guerra a richiesta dell’aggredito. Il ministro degli Esteri Marinkovic il 10 maggio 1928 così valutò la situazione: “La politica estera di Mussolini e diretta da Grandi tende a isolare la Jugoslavia […] Oggi l’Albania è una colonia italiana, i rapporti italo-jugoslavi saranno amichevoli quando l’Italia si ritirerà dai Balcani”.
Invece, secondo la Conferenza degli Ambasciatori che doveva fissare i confini dell’Albania – paese in cui l’instabilità politica fu, era e sarà una costante fissa -, violazioni di frontiere o dell’indipendenza: “[…] potevano costituire un pericolo per la sicurezza strategica dell’Italia”.
Nel dicembre 1936, prima della definitiva occupazione, Mussolini in un consiglio dei ministri definì l’Albania: “Una provincia italiana senza prefetto” (4). Nel Gran Consiglio del 13 aprile 1939, a conquista avvenuta, aggiunse: “Chi ha in mano l’Albania ha in mano la regione balcanica. […] Ci assicura il controllo dell’Adriatico. Noi abbiamo fatto dell’Adriatico un lago italiano. Nell’Adriatico non entra più nessuno”.
Corfù
Il problema dei confini tra gli Stati balcanici era estremamente complicato e spinoso per i contrastanti nazionalismi e per le mire delle grandi potenze che tentavano di stabilire o estendere la loro influenza sull’area. L’Italia era interessata a un protettorato di fatto sull’Albania, principato autonomo dal 1913, per chiudere le porte di accesso all’Adriatico sul quale i suoi sogni di egemonia non avevano avuto un completo successo per la protezione internazionale di cui godeva la Jugoslavia.
L’ambasciatore Guariglia nelle sue memorie, con una certa professionale sufficienza, scriveva che: “Mussolini si lasciò assai docilmente guidare nei primi anni della sua direzione della politica estera italiana” (5), ma questa politica ebbe una brusca sterzata quando il console italiano a Janina comunicò a Roma il 27 agosto 1923 l’eccidio della missione militare italiana guidata dal generale Tellini, composta dal maggiore medico Luigi Corti, dal tenente Mario Bonaccini e dall’autista soldato Remigio Farneti, avvenuta in territorio greco sulla strada Janina-Santi Quaranta nella mattinata dello stesso giorno.
La missione aveva il compito di stabilire la linea di confine tra l’Albania e la Grecia e agiva agli ordini della Conferenza degli Ambasciatori, organo interalleato di controllo dell’esecuzione del trattato di pace con sede a Parigi, istituita il 13 dicembre 1919.
La risposta di Mussolini fu, secondo Guariglia: “immediata, violenta, intransigente”. Senza preoccuparsi di adire la Società delle Nazioni o la Conferenza degli Ambasciatori, ritenendo che l’Italia aveva il diritto di richiedere riparazioni morali e materiali trattandosi di cittadini italiani, sull’onda della indignazione popolare sollevata dalla notizia e alla luce delle tensioni esistenti per la questione del Dodecaneso e per i confini tra la Grecia e l’Albania, rimise una nota all’ambasciatore italiano in Grecia per la consegna a quel governo.
La nota, in pratica un ultimatum da evadere in 24 ore, invece di limitarsi alle: “vibrate proteste diplomatiche” che avevano caratterizzato i governi precedenti, avanzava sette richieste: scuse al governo italiano, cerimonia funebre a Atene, onori alla bandiera italiana da issarsi sulle navi da guerra greche, inchiesta severissima con la assistenza dell’addetto militare italiano, pena di morte per i colpevoli, onori militari alle salme dei Caduti all’atto dell’imbarco delle salme a Prevesa, indennizzo di 50 milioni.
La risposta fu negativa. Il governo ellenico eccepì che la bandiera italiana issata sulle navi greche riduceva la nazione al rango di uno stato vassallo mentre le altre condizioni presupponevano la responsabilità greca. Non si riconosceva il diritto dell’Italia in quanto la missione era alle dipendenze della Conferenza degli Ambasciatori e si invocava l’intervento della Società delle Nazioni. Mussolini ruppe gli indugi, dichiarò trattarsi di: “delitto politico voluto da bande armate al soldo della Grecia” e concluse: “a titolo di rappresaglia l’Italia occuperà Corfù”.
Il 31 agosto una squadra navale composta dalle corazzate Cavour e Cesare, dagli incrociatori corazzati San Giorgio e San Marco e da unità minori si presentò davanti all’isola. A bordo vi erano 800 uomini del 47° e 48° reggimento di fanteria e batterie someggiate del 14° gruppo. Fu l’ammiraglio Foschini, capo di stato maggiore della squadra, sbarcato alle ore 15 dal Regio esploratore Premuda a presentare un ultimatum al prefetto greco intimandogli di fare alzare la bandiera bianca entro le ore 16. Trascorso il termine il Premuda, dopo tre colpi a salve, aprì il fuoco con i cannoni da 149 sulla Fortezza Bassa e subito dopo reparti di marinai e il 48° reggimento di fanteria occuparono l’isola. Fu subito affisso un proclama nel quale si precisava che: “l’occupazione dell’isola era a carattere temporaneo e pacifico”. Il bombardamento fu un grave errore perché nella pubblica opinione internazionale la pietà per le vittime causate sostituì quella per gli italiani massacrati e provocò scandalo, stupore e irritazione in tutta l’Europa. L’addetto navale a Londra segnalò che secondo fonti inglesi: “La Grecia era colpevole ma l’Italia aveva agito troppo precipitosamente ed in modo da poter far nascere una nuova guerra”.
I piccoli Stati si coalizzarono nella protesta sotto la guida dell’inglese Lord Cecil del quale il giornalista italiano Gino Calzabedolo su Il Giornale d’Italia del 12 settembre 1923 causticamente osservava: “Non vi fu comitato per la redenzione delle donne esquimesi o per l’affrancazione dei Mamelucchi, del quale Lord Cecil non fosse presidente”.
La Grecia rinnovò le sue proteste alla Società delle Nazioni per l’occupazione ma Mussolini ribatté: “È dovere di ogni governo la tutela diretta della vita dei sudditi e dei militari nazionali in ogni circostanza” e minacciò il ritiro dall’organizzazione ginevrina. La Gran Bretagna, preoccupata per la situazione che andava a crearsi – una eventuale occupazione permanente di Corfù avrebbe turbato l’equilibrio mediterraneo – a sua volta premeva per una rapida soluzione della vertenza.
Gli interessi strategici britannici erano già stati minacciati dall’occupazione del Dodecaneso, sia pure a titolo provvisorio, avvenuta durante la guerra italoturca (Stampalia nell’aprile 1912 e le altre isole nel maggio successivo). Col trattato di pace del 18 ottobre 1912 l’Italia si era impegnata a evacuare il Dodecaneso dopo lo sgombero delle truppe turche dalla Tripolitania e dalla Cirenaica ma, prendendo spunto dalla guerriglia araba, non vi ottemperò fino a quando col Patto di Londra del 1915 la Gran Bretagna, la Francia e la Russia, disposte alle più larghe concessioni pur di vederla scendere in campo, avevano accettato la sovranità italiana sulle isole. La Grecia, i cui appetiti imperialistici non erano stati sopiti dalle rovinose sconfitte inflitte dai Turchi, si oppose vanamente sostenendo una: “solution conforme au principe des nationalités”, appoggiata dalla Gran Bretagna.
Col trattato di pace dell’agosto 1920 a Sèvres e con quello successivo di Losanna del luglio 1923 la nuova Turchia accettò la perdita delle isole. La pugnace nazione rifiutò il primo umiliante trattato di pace che comportava gravi mutilazioni alla penisola anatolica e scesa in campo alla guida di Kemal Pascià: messo in rotta l’esercito greco che sognava la Megali Idea, una Grecia insediata su entrambe le sponde dell’Egeo, si impose ai vincitori strappando un nuovo trattato.
Già nell’agosto 1913 il Foreign Office aveva precisato il suo orientamento: “Vi è un punto sul quale noi, per la nostra posizione nel Mediterraneo e per considerazioni d’indole navale, abbiamo interessi particolari e questo punto è il seguente: che nessuna isola dell’Egeo debba essere reclamata e tenuta da alcuna delle grandi potenze”. Dieci anni dopo le cose non erano cambiate: “Volgendoci a considerare il Dodecaneso […] il possesso da parte dell’Italia e specialmente la costituzione di una base a Stampalia intaccherebbe seriamente l’equilibrio di potenza navale nel Mediterraneo (6).
L’incidente di Corfù – aggravato dalle incaute parole che il capo del governo pronunciò in una intervista al giornale inglese Daily Mail in data 9 settembre 1923: “Se la Grecia per qualsiasi ragione non pagherà, rimarrò indefinitivamente in possesso di Corfù, che è stata per quattro secoli ininterrottamente territorio italiano” -, si risolse con un compromesso proposto dall’ambasciatore italiano a Parigi Romano Avezzana. La Società delle Nazioni dichiarò che “l’affaire” era di competenza esclusiva della Conferenza degli Ambasciatori, che fece proprie le istanze italiane. La Grecia si piegò, versò i 50 milioni di indennizzo e il 29 settembre 1923 il contingente italiano lasciò l’isola.
Nel corso del bombardamento vi furono delle vittime tra i profughi provenienti dalla Turchia e che erano stati ricoverati nella Fortezza Bassa, otto secondo fonti italiane, 16 secondo il governo greco. Il prefetto dell’isola dichiarò che la presenza dei profughi nella fortezza era stata portata a conoscenza dell’ammiraglio Foschini, che invece lo escluse categoricamente.
Di certo le istruzioni impartite all’ammiraglio Soleri comandante della spedizione non comportavano l’uso della forza se non per reagire a una resistenza militare e il ministro della Marina Thaon de Revel gli contestò formalmente il 30 settembre 1923 l’accaduto: “La presenza di profughi nella Fortezza Vecchia di Corfù doveva essere nota a V.E. per quanto chiaramente detto nella relazione del Dainetti e deve quindi maggiormente rilevarsi l’inopportunità di avere scelto come bersaglio l’interno del recinto di questa fortezza impiegando per giunta artiglieria di medio calibro” (7). Dainetti era il tenente di vascello della Regia Marina che aveva effettuato una missione nell’isola dal 3 all’8 agosto dello stesso anno e che aveva segnalato che: “la truppa è accasermata nella Fortezza vecchia [Fortezza Bassa]. I profughi distribuiti disordinatamente tra le case e nella Fortezza vecchia”.
Dei 50 milioni versati Mussolini ordinò che 10 fossero devoluti all’Ordine di Malta impegnato nei soccorsi ai profughi greci e armeni.
Pochi giorni prima dell’agguato, l’ambasciatore ellenico a Parigi aveva protestato per il comportamento del generale Tellini considerato: “parziale e sistematicamente favorevole al punto di vista albanese”. Le autorità greche nello stesso periodo avevano segnalato a quelle albanesi la presenza di banditi albanesi che spesso sconfinavano in territorio greco. Gli autori dell’eccidio rimasero sconosciuti.
L’episodio nel secondo dopoguerra fu portato ad esempio della politica avventuristica del governo fascista, ma all’epoca l’epilogo favorevole all’Italia fu salutato con soddisfazione dall’opinione pubblica mentre all’estero fu inteso come una prova di forza per intimidire la Grecia e la Jugoslavia con la quale era ancora aperto il contenzioso di Fiume.
Guariglia lo giudicò: “un insperato successo per Mussolini”. Antonio Salandra, esperto politico dell’Italia prefascista, delegato presso la Società delle Nazioni così si espresse: “Il prestigio del nome italiano si accrebbe, come sempre si accresce, per un atto di forza compiuto sia pure in difformità delle nuove norme – tutt’altre che certe e sicure – del diritto internazionale”. Walt mass in allen Digen (La forza decide in tutte le cose) non era solo un vecchio detto tedesco.
I rapporti con la Francia
Al buon andamento dei rapporti con la Gran Bretagna, la cui amicizia era ritenuta indispensabile, si contrapponeva il deterioramento di quelli con la Francia che avevano preso il posto di quelli privilegiati nati sui campi di battaglia di Solferino e San Martino. Il deterioramento era stato continuo dall’entrata dei bersaglieri in Roma all’occupazione della Tunisia, sulla quale si avanzavano diritti anche per la presenza di una forte colonia italiana, fino ad arrivare all’alleanza in chiave antifrancese con gli Imperi Centrali.
L’Italia di Mussolini intendeva trattare con la potente vicina – definita negli ambienti ultranazionalisti “sorella latrina” – su un piano di parità, mentre la Francia tendeva a ridurre al minimo i vantaggi e le possibilità che l’Italia aveva ricavato dalla scomparsa dell’impero asburgico opponendosi alla sua espansione nell’area balcanico-danubiana, nella quale aveva intessuto una fitta rete di alleanze. La strategia francese si basava sulla Piccola Intesa, ossia su una serie di accordi bilaterali firmati nel 1920 e nel 1921 tra Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania preoccupate del pericolo di violazioni allo status territoriale fissato dal Trattato del Trianon e unite nella difesa della pace di Versailles. La Francia stipulò trattati di alleanza e di amicizia con il Belgio nel settembre 1920, con la Polonia nel febbraio 1921, con la Cecoslovacchia nel gennaio 1924, con la Romania nel giugno 1926, con la Jugoslavia nel novembre 1927. Su tutti pesava l’incubo del gigante tedesco, della sua riscossa.
Il generale Foch interpretava questi sentimenti quando sosteneva che la Germania era: “ancora per molto tempo […] una pericolosa minaccia per la civiltà” aggiungendo parole profetiche “Questa non è la pace: è un armistizio di vent’anni”. I contrasti con la Francia si acuirono con l’ascesa al potere della Sinistra, del Cartel des Gauches nel 1924 e per la presenza di una numerosa colonia di antifascisti che svolgeva una serrata propaganda contro il regime. Quando Ciro Lucetti, un giovane anarchico emigrato in Francia, attentò alla vita di Mussolini nel settembre 1926 a Roma, il capo del governo si scagliò con violenza contro: “certe tolleranze colpevoli e inaudite di oltre frontiera”, scatenando grandi dimostrazioni in tutta Italia.
La Francia da sempre era stata considerata l’antagonista nel Mediterraneo. Tutti i piani navali della seconda metà del secolo XIX erano basati su un conflitto con la potente vicina. Alla scuola francese fondata sull’impiego di naviglio leggero, la cosiddetta Jeune école, si contrapponeva quella delle “grandi navi”. Quando il 21 gennaio 1930 iniziò la Conferenza navale di Londra per la limitazione degli armamenti navali, il ministro Grandi, che vi partecipava col ministro della Marina ammiraglio Sirianni, ebbe le seguenti istruzioni dal duce, espresse nel suo inimitabile stile “[…] considero un delitto di lesa patria e una catastrofe politico-morale per il Regime fascista la rinuncia alla parità navale con la Francia […] equivarrebbe a diminuire irresponsabilmente la statura dell’Italia nel mondo” (8).
L’accordo non si ebbe ed entrambi i paesi continuarono nella loro politica di armamenti. Il ministro della Marina francese André Tardieu si batté contro la richiesta parità navale tra le due nazioni: “ni à la tradition ni aux obligations respectives des deux marines, ni à la puissance politique relative des deux Etats”. Sarcasticamente il segretario di Stato al Foreign Office Henderson espose a Grandi il suo punto di vista sulle pretese italiane: “c’è una sola differenza: che voi italiani fate dei discorsi mentre in Francia fanno dei cannoni” (9), ben rendendosi conto dell’inferiorità tecnica e finanziaria dell’Italia. Dino Grandi rispose: ”Di qui a cinque anni voi sarete costretto a tenere conto, non solo dei discorsi, ma anche dei cannoni dell’Italia”. Ma i cannoni dell’Italia rimasero sulla carta.
L’inferiorità dell’industria nazionale fu evidenziata dai sei anni necessari per l’allestimento delle corazzate Vittorio Veneto e Littorio.
A distanza di anni, fuori del clima accesamente nazionalistico dell’epoca, la pretesa italiana di parità fra le due marine da guerra, una relegata nel Mediterraneo e l’altra con interessi in Africa e nella lontana Asia, resta incomprensibile. I rapporti di forza erano tutti a favore della Francia il cui potenziale bellico surclassava quello italiano, Mussolini ammise che nel 1925 la ricchezza globale del vicino paese era cinque volte superiore a quella italiana.
Unico dato a favore dell’Italia era un superiore incremento demografico che veniva sbandierato orgogliosamente in ogni occasione dalla pubblicistica italiana.
Pur non esistendo fra i due paesi problemi di estrema gravità, frizioni per questioni territoriali o strascichi di odi per passati conflitti, nel novembre 1926 l’ambasciatore italiano a Parigi, con molto pessimismo e grande esagerazione, segnalava: “La possibilità di una guerra con l’Italia che fino a poco tempo prima era considerata come impossibile, oggi comincia ad essere discussa come un avvenimento cui la Francia pur riluttante, deve prepararsi perché voluta dall’Italia”. Mussolini era più realista. A Chamberlain confidò nel settembre 1936: “Con la Francia litigi spesso, rottura no”. Forse andava ricordato Clausewitz: “Attaccare la Francia dalle Alpi è come voler sollevare un fucile prendendolo per la baionetta”.
Locarno
Locarno fu il punto più alto della politica di pace in Europa. A seguito di lunghe trattative, il 16 ottobre 1925 Francia, Germania e Belgio si accordarono in un “trattato della sicurezza o renano” che confermava lo status quo territoriale fissato a Versailles stabilendo di non prendere parte a nessuna guerra l’uno contro l’altro tranne che in caso di legittima difesa. La Gran Bretagna e l’Italia si impegnavano a sostenere lo Stato aggredito. Fu il capolavoro di Contarini, cui si deve la partecipazione alla conclusione degli accordi e rappresentò il punto più alto del prestigio italiano all’estero negli anni Venti in quanto la poneva, alla pari della Gran Bretagna, garante delle frontiere tra Francia, Belgio e Germania. Sembrava che l’incubo di un nuovo conflitto fosse scomparso per sempre: lo “spirito di Locarno”, la fine degli odi provocati dalla guerra indicava all’Europa la nuova via da percorrere. Chamberlain disse: “Da questo momento non ci sono più vinti o vincitori”. Churchill aggiunse che la Germania disarmata non avrebbe attaccato una Francia armata e viceversa, per evitare l’intervento della Gran Bretagna, garante del patto. Ma i contrasti di fondo rimasero, la Destra tedesca e quella francese si opposero strenuamente, in Italia la rivista Gerarchia nel gennaio 1926 osservava ironicamente che lo spirito di Locarno: “meraviglioso elisir di lunga pace” stava “evaporando con sorprendente rapidità”.
Nello stesso periodo la Gran Bretagna e la Francia accordavano piccole concessioni coloniali all’Italia. Giarabub e l’Oltregiuba dalla prima e rettifiche di frontiere in Libia e Eritrea dalla seconda. Era poca cosa di fronte al grosso bottino che avevano ricavato a spese della Germania. L’ammiraglio Bernotti nelle sue memorie ricorda che i funzionari inglesi a Kisimajo e a Mombasa gli confidarono che erano impazienti di cedere l’Oltregiuba, territorio che per la Gran Bretagna aveva pochissima importanza. Lloyd George ironicamente parlò della cessione del “Jewel of the english crown” e sullo stesso tono Harold Nicholson: “Enormously rich portion of the british empire”. Era lo stesso Lloyd George che nell’aprile 1915, quando si profilava il disastro dei Dardanelli e lo sfondamento del fronte russo, contrattava affannosamente l’entrata in guerra dell’Italia. A posteriori scrisse: “Nessuno di noi si preoccupò di sapere con precisione che cosa voleva l’Italia: eravamo molto in ansia per le notizie che venivano dalla Russia”. Sir Arthur James Balfour, ministro degli Esteri dal 1916 al 1920, paternamente annotava: “L’Italia non se l’è cavata male da questa guerra, anche se non otterrà tutto quello che sperava di guadagnare sulla costa orientale adriatica”. Harold Nicolson, diplomatico datosi alla storia, aggiungeva che secondo i due ministri degli Esteri Balfour e Curzon, che avevano gestito il Patto di Londra e le trattative al tavolo della pace, il patto era: “il prezzo del tradimento italiano […] non aveva neanche il beneficio di essere redatto con cura, tant’è il disgusto che aveva suscitato negli esperti” (10). Il miglior commento a queste esternazioni, degne di rappresentanti di un impero al tramonto, fu di D’Annunzio: “Per gli Alleati eravamo, ieri, i necessari salvatori della Buona Causa. Per gli Alleati non siamo oggi se non piccola gente importuna da elemosine, botoli da tozzi e da ossi”.
Il rigore morale, l’affettato disgusto per il “tradimento italiano” non impedì agli statisti inglesi, tutti di rigorosa estrazione aristocratica, di promuovere vantaggiosi e segreti accordi, guerra durante, con altre potenze. Nel marzo 1915 si pattuì il passaggio di Istanbul e della Turchia europea alla Russia, con sfere di influenza nella Turchia asiatica alla Gran Bretagna e alla Francia; nell’ottobre l’indipendenza dell’Arabia con lo sceicco della Mecca che si impegnava a partecipare alle operazioni militari contro i Turchi; nel maggio 1916 accordo francobritannico con assegnazione della Mesopotamia e due porti del Mediterraneo agli Inglesi, mentre alla Francia andavano la Siria e il Kurdistan occidentale; nell’agosto accordo con la Romania per l’entrata in guerra con concessioni di ampie fette dell’impero asburgico; nel febbraio 1917 accordo col Giappone per la spartizione delle colonie tedesche nel Pacifico. Nello stesso mese si stabilì che Francia e Gran Bretagna avrebbero avuto mano libera per fissare i confini occidentali della Germania mentre la Russia avrebbe provveduto a quelli orientali.
Denis Mack Smith, storico inglese, guru degli storici “progressisti”, autonominatosi specialista della storia italiana, benevolmente riconobbe che il comportamento delle due potenze ai tavoli della pace: “[…] non fu generoso e forse neanche equo” (11). Di lui, delle sue opere, Walter Maturi, uno dei più accreditati studiosi italiani, osservò: “A me sembra qualcosa di mezzo tra Federico Fellini, il regista della Dolce Vita, ed Emilio Zola, autore del ciclo di romanzi veristi della famiglia dei Rougon-Macquard”.
Dino Grandi
Nell’estate 1925 Contarini, conscio del potenziale industriale e militare dell’Italia, in disaccordo con la politica mussoliniana nei confronti della Jugoslavia si dimise dalla carica di Segretario Generale del ministero. Dino Grandi, già capo di squadre d’azione fasciste, voluto da Contarini come sottosegretario agli Esteri nello stesso anno, sostituì Mussolini come ministro degli Esteri nel settembre 1929.
Il maresciallo d’Italia Caviglia, ormai privo di ogni comando e di peso politico, così lo descriveva: “È un diplomatico dalle forme verbali proprie del fascismo che sono un pò quelle dei giornalisti provinciali delle città di Romagna. Grandi ha una buona posizione, mi dicono, a Londra. È giovane, attivo. Mi pare che parli troppo. […] Conserva qualcosa di soldatesco e di popolare nei suoi tratti. Ha un tono polemico, forma adatta, più che alla diplomazia, ai tribunali nelle dispute avvocatesche”. Di diverso avviso l’ambasciatore Guariglia: “Dotato indubbiamente di non comune intelligenza, di astuzia e di ambizione”. Abile e capace negoziatore si batté per una politica di disarmo in un clima di pacificazione che portò avanti fino al 1932 quando venne sostituito da Mussolini con uno dei soliti, improvvisi “cambi della guardia”.
Questa politica che teneva conto degli sviluppi europei veniva a volte turbata dalle retoriche e demagogiche esternazioni del duce il quale nel 1926 aveva proclamato: “Noi rappresentiamo la netta, categorica, decisa antitesi a tutto il mondo della democrazia. […] Noi romperemo se sarà necessario il cerchio che ci stringe”; nello stesso anno concludendo il corso di alti studi militari: “Una nazione che non abbia libero sbocco negli oceani non può essere considerata grande potenza”. Al Senato vantò l’ascesa politica del paese: “Ha un peso nella politica internazionale quale non lo ebbe mai” e aggiunse: “Complicazioni gravi saranno evitate se rivedendo i trattati di pace laddove meritano di essere riveduti si darà nuovo e più ampio respiro alla pace. Questa è l’ipotesi che io accarezzo e alla quale è ispirata la politica veramente, sanamente, schiettamente pacifica del governo fascista e del popolo italiano”. Questi proclami, che pure sollevavano grandi clamori nella Sinistra europea, venivano accolti senza eccessive inquietudini negli ambienti governativi europei, ben consci del potenziale bellico che l’Italia poteva mettere in campo.
Alla fine degli anni Venti la situazione politica europea non era sostanzialmente mutata, con la Francia potenza egemonica e la Gran Bretagna attenta osservatrice della situazione.
Contarini e Grandi avevano sfruttati gli spazi internazionali di manovra disponibili, in verità ridottissimi, nei quali si potevano muovere insistendo nella tradizionale amicizia con la Gran Bretagna, stabilendo una fitta rete di trattati di amicizia con Grecia, Turchia, Spagna, Ungheria e Austria, manifestando in ogni occasione una opposizione nettissima all’Anschluss, raggiungendo il controllo dell’Albania, formalmente indipendente dal 1920, e assicurandosi definitivamente il Dodecaneso. Fra il 1928 e il 1930 si raggiunse con la ratifica della Convenzione di Nettuno un rapporto sia pure apparente di buon vicinato con la Jugoslavia, si ebbe un seggio nell’amministrazione internazionale di Tangeri e all’interno si ebbe finalmente la soluzione della “questione romana” che fu forse il massimo risultato della politica fascista.
La politica di revisione dei trattati di pace rimase allo stato di rivendicazioni verbali e da Schuschnigg, ultimo e sventurato cancelliere della repubblica austriaca fu così sensatamente commentata: “Sembra strano che tra gli Stati vincitori della prima guerra mondiale la prima a parlare di revisionismo dei trattati fosse l’Italia, e molto prima della creazione dell’asse italo-tedesco, mentre a considerare giustamente, proprio l’Italia aveva il minor numero di motivi per farlo” (12).
L’ago della bilancia
Lo Stato italiano non era in condizioni di iniziare e condurre un conflitto contro la Francia senza un potente alleato. A una politica di grande potenza che non poteva solo basarsi sui bluff, sulle esternazioni verbali e sulla esibizione di forza militare che non esisteva mancavano i presupposti di base, gli indicatori di potenza di un paese privo di materie prime e di fonti di energia, costretto a importare il 50% del fabbisogno di carne e con una industria pesante la cui produzione era inferiore per qualità e quantità a quella delle grandi potenze europee.
Si legge in Ceva: “Le lamiere ad elevata resistenza per lo scafo della Littorio si sono dovute fabbricare 4 volte […] l’allestimento della corazzata e della sua gemella Vittorio Veneto durò oltre sei anni […] dalla saldatura considerata, come si è detto, un pregio dell’Ansaldo si dovette passare all’imbullonatura che rimarrà in tutta la linea dei corazzati italiani dal C.V 35 sino al P.40 […] documenti, testimonianze e letteratura sono concordi nell’individuare un grave elemento di debolezza dei corazzati italiani proprio nel sistema di costruzione dello scafo e della cupola”(13).
Tutto questo non venne assorbito da Mussolini, che non seppe valutare i limiti della potenza italiana. A tal proposito Rochat è chiaro quando parla di: “Un crescente abisso, anno dopo anno, fra una politica estera di grandezza e una preparazione militare del tutto inadeguata”.
I limiti culturali della classe dirigente vennero messi in luce da Dino Grandi, che pure ne era uno dei migliori esponenti, in un discorso al Gran Consiglio del Fascismo del 2 ottobre 1930. Pur riconoscendo realisticamente che: “La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea, così come lo sono state indubbiamente nella storia del nostro secolo e potranno tornarlo ad esserlo Russia e Germania e come tuttora lo sono Francia e Gran Bretagna”, continuava sostenendo che: “La Nazione italiana è già tuttora abbastanza forte per costituire con il suo appoggio politico e militare il peso determinante alla vittoria dell’uno o dell’altro dei protagonisti del dramma europeo. Posizione quindi di forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità del futuro, a condizione beninteso che l’Italia rimanga libera di scegliere il proprio posto in casi di conflitto a seconda di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vitali interessi nazionali”. Sulla equidistanza fra i due blocchi di potenze che andavano profilandosi fu chiaro: “Se noi vogliamo che a Parigi e a Berlino si persuadano che la nostra azione politica non è più prigioniera del vecchio dilemma crispino e democratico – se stiamo male con l’uno dobbiamo appoggiarci necessariamente a quell’altro -, bisogna cominciare ad essere persuasi noi stessi, non fare la corte alla Germania quando le cose non vanno bene con la Francia, e mostrare di sentirci benissimo ugualmente quando le cose non vanno bene né con la Francia né con la Germania” (14).
Con lui concordava tra altri Pietro Quaroni, nel 1935 giovane e brillante diplomatico, il quale sosteneva che l’Italia aveva una funzione decisiva se l’Europa si fosse divisa in due blocchi.
La teoria dell’ago della bilancia, del peso determinante, dell’intercambiabilità degli alleati, del massimo vantaggio raggiungibile con la propria marginalità porterà dieci anni dopo a una guerra rovinosa. Sfuggiva ai politici e ai diplomatici che il peso della nazione nel consesso internazionale derivava dalla posizione geostrategica, dalle sue capacità finanziarie, dallo sviluppo industriale, dalla ideologia dominante, dalla forza morale che il paese era in grado di esprimere.
Sulla corrispondenza tra la politica estera, lo strumento militare e quello economico Edward N. Luttwak si è espresso con chiarezza: “Senza la subordinazione dei diversi strumenti di potenza a una politica esterna coerente, anche conquiste importanti sul terreno dell’uno o dell’altro strumento possono non condurre al successo. Inversamente, una semplice sufficienza dei singoli strumenti può produrre grandi risultati se una politica coerente riesce a utilizzarli tutti in maniera armoniosa” (15).
La politica estera italiana fu accuratamente analizzata da Harold George Nicolson, diplomatico, politico e saggista britannico il quale scrisse, pur stimando l’intelligenza di Grandi, che il suo obiettivo era di acquisire con i negoziati un peso maggiore di quello a cui poteva aspirare con la sua potenza, mentre la Germania basava la diplomazia sulla potenza e la potenza sulla diplomazia, la Francia su sinceri, permanenti alleati contro un nemico permanente, la Gran Bretagna sul “durable credit” contrapposto all’italiano “immediate advantage”(16).
Da ciò nasceva l’anglosassone accusa di “machiavellismo congenito”, al quale si accompagnava la razzistica visione dell’italiano poeta, cantante d’opera, traditore e inaffidabile che inconsciamente guiderà la politica estera britannica, la quale così spiegava le oscillazioni e l’ambiguità nei confronti della Francia nella seconda guerra di indipendenza, della Gran Bretagna per l’impresa garibaldina, della Germania per la terza guerra di indipendenza, sino alle contrattazioni che avevano preceduto la Grande Guerra, contrattazioni per le quali Sergio Romano parlò eufemisticamente di: “flessibilità della politica estera italiana”.
L’Italia fu definita la più piccola delle grandi potenze e la più grande delle piccole. In effetti era una potenza che Hillgruber(17) definì intermedia con aspirazioni a una politica di grande potenza. A questo giudizio si univa Richard Bosworth nel suo Italy, the least of the great powers: Italian foreign policy before the First world war, pubblicato a Cambridge nel 1979. Aleggiava una sostanziale sfiducia, uno scetticismo che non si riuscì mai a superare, non era: “né una alleata affidabile, né una nemica permanente” come scriveva Bosworth.
Di ciò era conscio il ministro degli Esteri sovietico Litvinov quando il 28 marzo 1938 dichiarò all’ambasciatore americano Davies: “[…] forse la storia si ripeterà e l’Italia che oggi è amica della Germania l’abbandonerà come ha fatto nella guerra mondiale, quando la situazione diventerà grave. L’Italia è tutt’altro che saldamente legata a Hitler” (18).
Del resto, pesanti giudizi intrisi di razzismo, stereotipi e luoghi comuni, avevano accompagnato la nascita e i progressi del giovane regno italiano.
Bismark, dopo la guerra del 1866, paragonò l’Italia ai corvi che volano sul campo di battaglia per nutrirsi degli avanzi: “Tre S hanno fatto l’Italia, Solferino [vittoria francese], Sadowa [vittoria prussiana] e Sedan [vittoria prussiana]”. Thiers aggiungeva: “L’Italie s’est fait avec le sang des autres”. Georges Sorel: “[…] l’Italia è considerata ancora dalla Francia e dall’Inghilterra come una potenza destinata a marciare al loro seguito, perché l’Italia è ancora, per l’Europa, la vinta di Abissinia” (19).
Anche lo strumento militare non godeva di alta considerazione nei circoli militari europei. Il Risorgimento non erano avvenuti sui campi di battaglia ma con manovre diplomatiche e avevano visto il sorgere di una nuova nazione tra lo stupore della vecchia Europa. Il ricordo veniva da lontano. Novara, Custoza, Lissa, Adua che sollevò una vasta eco in tutta l’orgogliosa Europa del secolo XIX per la sconfitta di un esercito “bianco” non seguita da un pronto riscatto, Caporetto, la perdita di tutte le località interne della Libia nella Prima guerra mondiale mentre gli alleati tenevano con mano ferma i loro immensi imperi e i Francesi assistevano agli sconfinamenti delle nostre guarnigioni di Gadames e Nalut in fuga davanti ai ribelli arabi.
Si aggiungeva a questo la scarsa considerazione in cui veniva tenuta la popolazione. I teorici navali francesi negli anni ’80 del secolo XIX propugnavano il bombardamento delle grandi città marittime italiane ritenendo che per la scarsa tenuta morale e la mancanza di spirito nazionale vi sarebbe stata una violenta contestazione alla condotta del governo con la necessaria richiesta di pace.
Va anche aggiunto che questi pregiudizi venivano alimentati dal senso di autofustigazione che caratterizzò nel tempo gli Italiani. ”Per centinaia di anni, gli italiani si erano lamentati per la reputazione che avevano all’estero di mancare di coraggio, e il senso di umiliazione e di rivolta contro ciò spiega molte delle vicende storiche collegate a D’Annunzio. Eppure, questa reputazione essi per prima avevano aiutato a diffonderla. Ancora ai giorni nostri, la battaglia di Caporetto è nota come la più disastrosa sconfitta della grande guerra non perché sia stata maggiore o peggiore di altre – ad esempio la rotta inglese a Saint Quentin nel marzo 1918, o la disfatta della Francia sulle Argonne – ma perché gli Italiani hanno voluto che fosse considerata tale, rivendicandolo agli occhi di tutto il mondo” (20).
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Note
1) Lefebvre D’Ovidio Francesco. L’intesa italo-francese del 1935 nella politica estera di Mussolini. Roma 1984.
2) Quaroni Pietro. Inchiesta sulla politica estera italiana. Roma 1970.
3) Mussolini Benito. La conferenza paralizzata. “Il Popolo d’Italia” 30.1.1919.
4) Bottai Giuseppe. Vent’anni e un giorno. Cernusco sul Naviglio1949.
5) Guariglia Raffaele. Ricordi 1922-1946. Napoli 1950.
6) Public Record Office. Foreign Office. Londra 421/304 c, 10141/647/22.
7) Documenti Diplomatici Italiani. Volume II n.414.
8) Giorgerini Giorgio. Uomini sul fondo. Milano 1995.
9) Documenti Diplomatici Italiani, 7° serie 1932-1935. Volume 8. Roma 1972.
10) Nicolson Harold Curzon. The last phase 1919-1925. A study in post war diplomacy. London 1934.
11) Mack Smith Denis. Storia d’Italia dal 1861 al 1958. Bari 1962.
12) Schuschnigg von Kurt. Un requiem in rosso-bianco-rosso. Milano 1947.
13) Ceva Lucio, Curami Andrea. La meccanizzazione dell’esercito italiano fino al 1943. Roma 1994.
14) Documenti Diplomatici Italiani, 1922-1935. N.43 Grandi a Mussolini maggio 1930.
15) Luttwak Edward Nicolae. Strategia della vittoria. Milano 1988.
16) Nicolson Harold. Diplomacy. London 1939.
17) Hillgruber Andreas. Storia della seconda guerra mondiale. Bari 1995.
18) Davies Joseph. Missione a Mosca. Roma 1945.
19) Sorel Georges. Lettere a un amico d’Italia. Bologna 1963.
20) Rhodes A. D’Annunzio the poet as superman. New York 1959.