LA POLITICA DI GIUSEPPE MAZZINI SECONDO GIOVANNI GENTILE
di Giovanni Gentile –
In questo scritto, Gentile restituisce un Mazzini lontano dalla politica intesa come forza: la sua è una visione etica e religiosa dell’azione pubblica, fondata sul dovere e sulla missione collettiva. Lo Stato non tutela l’individuo isolato, ma educa il popolo come soggetto morale e storico. Libertà e autorità trovano senso solo nel fine comune. Al centro, il popolo come “Verbo vivente”, umanità in progresso, dove Dio non è trascendente ma immanente nella storia.
La politica
Come vuole una religione, o una filosofia a base della politica, così il Mazzini non si stanca mai di ripetere che la politica è essenzialmente morale. Rifacendo nel 1861 la sua autobiografia interiore, diceva delle riflessioni fatte nella celletta di Savona: «Da quell’idee io desumevo intanto che il nuovo lavoro dovea essere (a differenza di quello dei Carbonari) anzi ogni altra cosa morale, non angustamente politico; religioso, non negativo; fondato su principî, non su teoriche d’interesse; sul Dovere, non sul benessere. La scuola straniera del materialismo aveva sfiorato l’anima mia per alcuni mesi di vita universitaria; la storia e l’intuizione della coscienza, soli criterî di verità, m’avevano condotto rapidamente all’idealismo de’ nostri padri». E infatti trent’anni prima, nel Manifesto della Giovane Italia, aveva detto: «Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle baionette: dapprima nell’ordine morale, poi nel materiale. Le baionette non valgono se non quando rivendicano, o tutelano un diritto, e diritti e doveri nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei più». E nel 1848, nell’Italia del popolo, combattendo «l’ateismo della politica, l’assenza di una fede comune che regga la vita europea e il diritto internazionale» e tutte le dottrine positive, che, «sorte nel vuoto d’ogni credenza, vivono d’immoralità e d’egoismo», protestava: «Non v’è dissenso reale fra la teorica e la pratica, se non che la prima abbraccia rapidissima tutte le cose, l’altra procede più lenta nelle applicazioni… Noi tutti siamo quaggiù… per compiere una missione… Noi tutti siamo quindi cercatori e adoratori del vero. Lo Stato è l’associazione delle facoltà e delle forze di tutti per la conquista più rapida di questo vero. La società è un grande fatto religioso».
La forza dello Stato è legittima, se indirizzata a questi fini morali. Così la libertà dell’individuo è sacra, soltanto se è mezzo al raggiungimento dei fini comuni, a cui lo Stato provvede. Quindi la polemica insistente del Mazzini contro tutte le teorie individualistiche. E agli operai, nei Doveri dell’uomo, rivolgeva (1860) quelle parole: «Il vostro individuo ha doveri e diritti propri, che non possono essere abbandonati ad alcuno; ma guai a voi ed al vostro avvenire, se il rispetto che dovete avere per ciò che costituisce la vostra vita individuale, potesse mai degenerare in un fatale egoismo! La vostra libertà non è la negazione d’ogni autorità; è la negazione d’ogni autorità che non rappresenti lo scopo collettivo della nazione». L’individuo non è il fine della società; né lo Stato è solo un male inevitabile, il cui ufficio non debba essere altro che impedire che un individuo nuoccia all’altro. «Respingete queste false dottrine. Le prime hanno generato l’egoismo di classe; le seconde fanno d’una società, che deve, sebbene ordinata, rappresentare il vostro scopo e la vostra vita collettiva, non altro che un birro o soldato di polizia incaricato di mantenere una pace apparente: tutte trascinano la libertà ad essere un’anarchia; cancellano l’idea di un miglioramento morale collettivo; cancellano la missione educatrice, la missione di progresso, che la società deve assumersi».
La politica di Mazzini è dunque una politica morale (o religiosa); ma la sua morale è poi anche una morale politica, che non vede nello spirito dell’individuo il fine della condotta, ma fa dello spirito, come universale (egli dice: Popolo o Umanità), come Stato (o associazione ordinata), la norma degl’individui. Quindi, se da un lato pare la sua politica neghi l’elemento della forza, proprio dello Stato, per cedere alle esigenze etiche; dall’altro, può anche parere che sottometta i valori morali, che sono di loro natura interiori e di mero dominio della coscienza, e quindi, si crede, strettamente individuali, all’impero dello Stato, inteso rigidamente come potere della collettività sull’individuo. E i documenti che fanno buon viso a quel primo aspetto della dottrina mazziniana eccepiscono un’obbiezione perentoria contro il secondo aspetto, dichiarandolo contraddittorio al principio di libertà, da cui il Mazzini muove. Essi infatti non riescono per esempio ad accogliere uno degli articoli essenziali della politica mazziniana, circa i rapporti dello Stato con la Chiesa o, in generale, con la religione, o circa la questione della scuola laica o neutra. Eppure il Mazzini combatté tutta la vita ogni sorta di neutralismo; ed è evidente che egli non poteva concepire né uno Stato né una scuola areligiosa. Anzi, col suo postulato della unità del popolo a nazione, soggetto dello Stato, o personalità collettiva, egli doveva professare, e professò, com’è noto, la più rigida concezione intollerante dell’unità di fede, che deve regnare in un popolo, e in particolare nelle sue scuole. Conseguenza inevitabile della sua concezione politica della morale, per cui la libertà, sostanzialmente, non è dell’individuo, ma della società, cioè dello Stato. Libertà, sì; ma l’opposto della libertà cara ai suoi smidollati proseliti, incapaci di cogliere la sintesi a cui il maestro sopra tutto mirava.
Il popolo e l’umanità
Teocrazia, dunque, poiché lo Stato di Mazzini ha un valore morale in quanto è Stato religioso? No, certamente. Per capacitarsene bisogna farsi un chiaro concetto del binomio Dio e popolo. Che cosa è il popolo di Mazzini? Ecco come egli stesso si esprime in uno de’ suoi primi scritti, tentando di definirlo (nel terzo fascicolo della Giovine Italia): «Il popolo ecco il nostro principio: il popolo, grande unità che abbraccia ogni cosa; complesso di tutti i diritti, di tutte le potenze, di tutte le volontà; arbitro, centro, legge viva del mondo».
Questo popolo è un’idea, o una realtà empirica e di fatto? «Noi siamo popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioie e i dolori del popolo; e quando noi guardiamo il popolo, com’è in oggi, passarci davanti nella divisa della miseria e dell’ilotismo politico, lacero, affamato; … o ravvolgersi immediatamente ne’ tumulti, e nell’ebbrezza d’una gioia stupida, rissosa, feroce, e pensiamo: là, su quei volti abbrutiti sta pure l’impronta di Dio, il segno d’una stessa missione – quando, alzandoci dalla realità al concetto che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime, affratellato in una sola fede, in un solo patto d’eguaglianza e d’amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte, potente, bello di virtù patrie…, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei propri doveri – noi sentiamo battere il core…. d’un palpito che geme sul presente e superbisce sull’avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a ricreare, traviano dietro a un principe….». Da ricreare o da creare, certo il popolo di Mazzini non è quello abbrutito del presente, ma quell’altro sublime dell’avvenire; il popolo che sarà una realtà, ma non è; è quella legge viva del mondo, che altrove lo stesso Mazzini ha detto pensiero assoluto, in quanto esso si viene manifestando. È insomma lo spirito, che dimostra la sua realtà realizzandosi, e non presupponendosi. Perciò è il complesso di tutti i diritti, come Dio, che è per Mazzini il solo vero soggetto del diritto e la fonte quindi d’ogni dovere.
Il popolo (od umanità, se si considera il complesso dei popoli) è insomma lo stesso spirito umano nella sua concretezza storica, che non è né astratta individualità, né solidarietà statica e già realizzata: ma formazione di sé, o, come dice il Mazzini, progresso, inconcepibile se la realtà, per alta che sia, non debba sempre, necessariamente, commisurarsi a un’ idea superiore, alla quale la realtà stessa abbia quindi ad elevarsi.
Donde, come abbiamo visto, la negazione di una rivelazione immediata, che possa d’un tratto esaurire quel processo religioso, in cui pure consiste essenzialmente il processo di sviluppo d’un popolo. Donde pure la negazione del valore privilegiato degl’intermediari tra Dio e il popolo, e, in genere, di tutti gl’individui, ancorché sia da riconoscere una speciale potenza d’impulso spirituale e di attività creatrice al genio, che per altro non fa che raccogliere le voci sgorganti dall’anima del popolo nel suo tempo. Donde, principalmente, un concetto, che poco finora è stato notato, e che fa di Mazzini un rappresentante cospicuo dello spirito del suo secolo: il concetto intorno al valore della storia.
Giova anche qui qualche citazione. Nello stesso articolo introduttivo della Giovine Italia: «Dalla nostra credenza non esce spregio o biasimo assoluto alle vecchie credenze politiche, né perché abbiamo opinione che le cose nuove debbano trattarsi con metodi nuovi, gittiamo l’anatema dell’ingrato alle teoriche applicate sinora. Quelle teoriche sono storia, e come storia la veneriamo: come storia vi leggiamo dentro una manifestazione del principio adattata ai tempi e alle circostanze… Ogni cosa ha il suo tempo: ogni sistema ha la propria necessità d’esistenza nella condizione morale dell’epoca… Chi schernisce o maledice il passato… dimentica come dai vagiti o dai modi informi e plebei di Guittone Aretino usciva la bella lingua dell’Alighieri, di Petrarca e Boccaccio, né senza quei primi e timidi tentativi politici noi parleremmo in oggi queste parole». E questo rispetto della storia derivava al Mazzini dal concetto religioso che ne aveva, negando che l’intelletto dell’individuo sia sufficiente a conoscere la legge di Dio senza appoggiarsi all’ intelletto dell’umanità, di quest’uomo, secondo il detto del filosofo dallo stesso Mazzini ricordato, che impara sempre.
Lo ricorda nei Doveri dell’uomo: Gl’individui muoiono; ma quel tanto di vero che essi hanno pensato, quel tanto di buono ch’essi hanno operato, non va perduto con essi: l’umanità lo raccoglie e gli uomini che passeggiano sulla loro sepoltura, ne fanno loro pro. Ognuno di noi nasce in oggi in un’atmosfera d’idee e di credenze, elaborata da tutta l’umanità anteriore: ognuno di noi porta, senza pur saperlo, un elemento più o meno importante alla vita dell’Umanità successiva. La educazione dell’Umanità progredisce come si inalzano in Oriente quelle piramidi alle quali ogni viandante aggiunge una pietra.
Noi passiamo, viandanti d’un giorno; l’educazione dell’Umanità si mostra a lampi in ciascun di noi, si svela lentamente, progressivamente, continuamente nell’umanità». E il Mazzini quindi conchiude: «L’Umanità è il Verbo vivente di Dio». Perciò infinito come Dio, il quale in questo verbo, che è la storia, vive.
Nel 1839 il Mazzini scriveva infatti del Lamennais: «Egli aveva proteso per la seconda volta il guardo verso quell’ infinito… Era l’infinito dell’umanità, interprete progressivamente della legge di Dio, considerata al modo di Pascal, come un sol uomo in condizione d’esistenza perpetua, crescente in dottrina coi secoli, iniziatore dei propri moti talora per mezzo d’ individui, talora per mezzo di moltitudini a seconda degli eventi e dei tempi, ma sempre… di prova in prova volto a salire sulla scala del perfezionamento verso l’ intelletto del proprio fine e dei propri doveri, verso lo sviluppo pratico dell’ideale divino ch’è in esso: era l’ infinito del popolo…
Quindi anche la repugnanza del Mazzini, malgrado la robustezza della sua fede e lo slancio del suo idealismo, all’intervento dell’arbitrio nella storia e alle utopie: quella ripugnanza, che gli faceva ammonire gli operai nel 1860: «Il rimedio alle vostre condizioni non può trovarsi in organizzazioni generali, arbitrarie, architettate di pianta da uno o altro intelletto, contradicenti alle basi universali adottate nel viver civile e impiantate subitamente per via di decreti. Noi siamo quaggiù non per creare l’umanità, ma per continuarla: possiamo e dobbiamo modificarne, ordinarne meglio gli elementi costitutivi; non possiamo sopprimerli».
Con questo concetto idealistico e vichiano della storia, e del popolo o umanità che ne è l’artefice, la teocrazia diventa una parola vuota di senso. Perchè la teocrazia suppone un principio trascendente, che intervenga nella storia ab extra. E per Mazzini il Verbo vivente di Dio è immanente nel popolo, inteso come pensiero nel suo svolgimento, idea che si attua all’infinito, progresso.
(da G. Gentile, I profeti del Risorgimento italiano, 1923)