STORIA DELLA MONARCHIA DI LUGLIO

di Herbert Albert Laurens Fisher -

Un regime solido nei risultati ma fragile nel consenso: la monarchia di Luigi Filippo cade sotto il peso delle sue stesse virtù e delle riforme mancate. Tra nostalgia imperiale e fermenti socialisti, la Francia degli anni Quaranta ribolle di miti, paure e aspettative contraddittorie. La rivoluzione del 1848 spazza via l’equilibrio borghese e apre la strada alla Seconda Repubblica, subito lacerata da conflitti interni. Nel vuoto di fiducia emerge Luigi Bonaparte, che trasforma il voto popolare e il colpo di Stato nel trampolino del nuovo impero.

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Forza e debolezza della monarchia

Una rivoluzione parigina, simile a quella che diciotto anni prima le aveva dato origine, concludeva, nel febbraio del 1848, la monarchia di Luigi Filippo: governo dalle molte virtù, sotto la guida d’un re prudente, esperto e laborioso, a cui collaborarono statisti intelligenti, forti e onesti. Casimiro Périer e Thiers, Molé e Guizot furono ministri d’indiscutibile patriottismo e abilità. Benché il suffragio fosse limitato a un angusto cerchio di duecentocinquantamila elettori, l’oratoria parlamentare francese non fu mai più copiosa e più splendida; il commercio prosperava, sorgevano le prime ferrovie, la conquista algerina era consolidata, e continuata. I due vizi capitali del popolo francese, tendenza rivoluzionaria all’interno e brama di pazzesche imprese militari all’estero, erano vittoriosamente tenuti a freno. In Guizot la Francia possedeva uno statista colto che, comprendendone la necessità, spianò la via a un sistema generale d’istruzione popolare sussidiata dallo Stato. E tuttavia, nonostante le sue eccellenti qualità e i reali benefici ch’esso rese alla Francia, non ci fu mai governo che suscitasse, cadendo, minor rimpianto.
La morte, nel 1842, del duca d’Orléans, il popolare erede del trono, in un incidente di vettura non è certo sufficiente a spiegare la catastrofe. Per un popolo logico come il francese esisteva un vizio fondamentale di un regime che non era né vera monarchia né vera repubblica, né vero impero, ma una formazione ibrida, che non poteva vantare né lo splendore storico della corona legittima, né il fascino democratico della repubblica, né la rinomanza militare dei Bonaparte. Ripugnavano ai Francesi le stesse virtù del governo, la sua politica di compromesso, il suo desiderio di mantenersi in buoni rapporti con l’Inghilterra, la sua preoccupazione d’evitar rischiose avventure con l’estero.
Lamartine, capo del movimento romantico, letterario, riassunse il verdetto del popolo nella frase fatale: «La France s’ennuie». La media dei cittadini vedeva nel buon re borghese con il suo grande «ombrello patetico» e le sue importune virtù domestiche, un terribile seccatore.
Ma ragioni ben più gravi e comprensibili si celavano sotto questi motivi apparenti. Essendosi alienata la Chiesa col suo sistema di educazione laica, il governo non s’era data la minima pena per conciliarsi gl’intellettuali. Non volle né estendere il suffragio, né avanzare proposte per migliorare le condizioni del popolo. Mentre l’Inghilterra, dopo la riforma (Reform Act) del 1832, progrediva rapidamente lungo il sentiero della legislazione liberale, abolendo la schiavitù, modificando il governo municipale e rifoggiando la legge sui poveri, Guizot, a capo della politica francese negli ultimi otto anni del regno di Luigi Filippo, oppose una resistenza tenace alle più moderate richieste di estensione del suffragio. Nel fermento che dominava allora l’opinione pubblica, simile politica di negazione assoluta era destinata a un inevitabile disastro.

Rinascita del bonapartismo

Due forze si scatenarono infine, con impeto fatale, contro questo governo rozzo, prudente e povero d’immaginazione, di cui Stuart Mill disse giustamente che «mancava affatto di spirito di progresso e si fondava quasi esclusivamente sui più bassi ed egoistici istinti dell’uomo». Bonapartista la prima: col passar degli anni, s’erano attenuati nel ricordo i terribili difetti della politica del grande imperatore, l’opprimente tirannide della coscrizione, il massacro del fiore della gioventù francese, le invasioni straniere e le perdite di territorio, mentre poeti, libellisti e storici celebravano concordi il meraviglioso poema epico delle vittorie francesi, rievocate dallo squillar del suo nome. Persino la storia dei Cento giorni, durante i quali Napoleone aveva fatto appello allo spirito giacobino nelle province e agl’intellettuali liberali a Parigi, fu interpretata a suo vantaggio. Mentre Béranger ne cantava le guerre e Victor Hugo ne celebrava le vittorie nell’Ode à la Colonne, i memoriali e i colloqui dell’esule di Sant’Elena, evidentemente intesi ad assicurare l’avvenire della dinastia, tendevano a presentar l’impero come un edificio provvisorio, costruito allo scopo di promuovere il liberalismo e il principio di nazionalità, ma rovinato dalla perfidia dei dinasti prima d’aver potuto manifestare in pieno le proprie virtù. Questa concezione dell’impero non dispotico, ma liberale e democratico, guadagnava continuamente terreno. E nel cuore del popolo si veniva creando, accompagnata da mille circostanze patetiche e commoventi, la leggenda del piccolo caporale, artefice della propria fortuna, morto vittima della tirannide inglese in un’isola dell’Atlantico sferzata dal vento, dopo avere abbattuto sì gran numero di troni. Quando, nel 1840, le ceneri di Napoleone furono riportate a Parigi per essere sepolte nell’Hotel des Invalides, il secondo impero era già praticamente una realtà. Né mancava un pretendente: Luigi Bonaparte (1808-73), figlio del re d’Olanda e di sua moglie Ortensia di Beauharnais, nipote dell’imperatore e, dopo la morte del duca di Reichstadt nel 1832, capo della casa napoleonica. Strano giovane, studioso e meditabondo, ricco di sogni e d’iniziativa e fermamente convinto d’essere destinato a restaurare in Francia la dinastia del grande zio. Ben due volte, nel 1836 e nel 1840, aveva cercato d’impadronirsi della corona francese: e ben due volte aveva subito un’umiliante sconfitta. Ma né il ridicolo né la sconfitta lo scoraggiarono e lo fecero desistere dal suo intento. Nel 1848, esule e povero a Londra, dopo molte e varie esperienze – era stato carbonaro in Italia, fuggiasco negli Stati Uniti, prigioniero a Ham, giornalista e libellista – ancora accarezzava il suo sogno d’impero: e in un piccolo volume intitolato Idées napoléoniennes tracciava il programma completo di un impero liberale.

Il socialismo

La seconda corrente che s’opponeva al governo era repubblicana e socialista. La filosofia del 1789, ugualitaria nella sua concezione dei diritti politici e personali, non aveva neanche contemplato la possibilità di abolire la proprietà privata, di proteggere il livello di vita dell’artigiano o di porre un freno al libero sfruttamento industriale. Le unioni del lavoro suscitavano la medesima avversione, caratteristica dell’epoca, con cui si consideravano le corporazioni, stimate strumenti di privilegi; e poiché tutte le associazioni erano condannate, mancavano all’artigiano i vantaggi dello sciopero e dei contratti collettivi. Ma, da qualche tempo, tali idee individualistiche venivano rapidamente cedendo a una nuova visione della società. Le assemblee della rivoluzione avevano liberato gli uomini dai ceppi dei privilegi, ma il problema della povertà era più formidabile e insoluto che mai. Ci si chiese allora se veramente la povertà fosse inevitabile o se non fosse invece possibile riorganizzare la società in modo che a ciascuno fosse concessa una parte equa, anche se disuguale, della ricchezza materiale del mondo. Un nucleo notevole di letteratura politica, che ebbe larga efficacia in tutta Europa, sorse intorno a questo eterno problema. I seguaci di Saint-Simon predicavano la pace universale, l’abolizione del principio ereditario, l’organizzazione internazionale del lavoro e un sistema distributivo che concedesse a ciascuno a seconda delle individuali capacità. Fourier propose di abolire lo Stato, sostituendovi falansteri o cellule operanti. Louis Blanc invocò la creazione di officine nazionali. Proudhon lanciò nella discussione il celebre pericoloso epigramma: la proprietà è un furto. Non appena coniate, le parole «socialismo» (inventata da Pietro Leroux nel 1838) e «comunismo» passarono rapidamente nell’uso comune.
Negli strati inferiori della società parigina si diffuse l’aspettazione di un grande sconvolgimento che avrebbe permesso al servo di bere il vino del padrone e alla cameriera di ornarsi dei fronzoli della dama. Ma accanto a queste aspirazioni fantasiose e violente si veniva svolgendo un’idea pratica di enorme importanza che troviamo espressa nel titolo di un popolare trattato scritto da Louis Blanc nel 1837, L’organizzazione dell’industria: al laisser faire del liberalismo si sostituiva il savoir faire della dottrina socialista.
Il socialismo, antico come la povertà stessa, assume forme diverse in spiriti diversi. Per alcuni significa l’introduzione nella vita industriale di principii umanitari e cristiani, per altri uguaglianza di mezzi e di possibilità, per altri ancora il possesso collettivo della terra e degli strumenti della produzione, mentre i discepoli di Carlo Marx invocano una dittatura del proletariato da attuarsi mediante la lotta di classe. Esiste un socialismo corporativo, un socialismo municipale, un socialismo nazionale, a seconda del punto di vista del gruppo meglio atto ad organizzare e dirigere le imprese industriali. Alcuni pensatori, i più logici, trovano insufficiente un socialismo nazionale: osservando come sono ingiustamente distribuite nel mondo le ricchezze naturali, concentrate – in Europa – nell’Inghilterra, nella Lorena, nella Ruhr e nella Slesia e – nell’America – a Pittsburgh; si chiedono perché mai la materia prima necessaria al rifornimento di un esercito moderno si trovi nel Giappone e non nella Cina, perché la Romania abbia il petrolio che manca invece all’Italia, e vedono in una distribuzione internazionale pianificata delle ricchezze del mondo l’indispensabile condizione della pace universale; sono, in una parola, socialisti internazionalisti. Subito dopo la fine della grande guerra, quando il carbone americano e inglese si vendeva in Italia a prezzi rovinosi, un delegato italiano alla Lega delle Nazioni chiese la proprietà internazionale del carbone e di altre materie prime industriali.
Ma, qualunque forma di socialismo si preferisca, la riorganizzazione dell’industria secondo principii umani e scientifici è evidentemente un compito che richiede le lunghe e concordi fatiche di molti spiriti pazienti e intelligenti. Gli scrittori socialisti francesi lanciarono idee nuove dando così al malcontento diffuso un’autorità intellettuale. Ciò che non fecero, e non ebbero il tempo di fare, fu di preparare spiritualmente una classe politica capace di proposte concrete. La rivoluzione li colse prima che potessero istruire una generazione di discepoli. Heine descrisse l’atmosfera infiammata di Parigi nel 1842. «Oggi», scrisse a un giornale tedesco, «mentre visitavo alcune fabbriche del Faubourg Saint Marceau, indagando qual genere di letture si venga diffondendo tra questi operai che costituiscono l’elemento più potente delle classi operaie, mi venne in mente il proverbio di Sancio: “Ditemi che cosa avete seminato oggi e vi predirò che cosa mieterete domani”. Ché nelle officine trovai diverse nuove edizioni dei discorsi del vecchio Robespierre, i libelli di Marat a due soldi la copia, la Storia della Rivoluzione del Cabet, le venefiche operette di Cormenin e la Dottrina e cospirazione di Babeuf di Buonarroti, tutti scritti che sanno di sangue. Infernali mi parvero le canzoni ch’essi cantavano in coro, follemente eccitati. In verità coloro che vivono, come noi, calmi e tranquilli, non possono neanche lontanamente immaginare la diabolica nota che vibra in queste canzoni. Bisogna udirle con le proprie orecchie in quelle enormi officine, ad esempio, dove si lavorano i metalli e uomini seminudi dall’aspetto spavaldo ritmano le loro canzoni con i colpi possenti dei grandi magli di ferro sull’incudine sonante… Presto o tardi questi semi di rivolta daranno il loro frutto e assisteremo in Francia a una grande esplosione repubblicana». Le parole di Heine ci dimostrano come gli operai di Parigi non vagheggiassero una trasformazione della società secondo un piano fabiano o scientifico, ma una violenta e sanguinosa rivolta politica.
Nelle vacanze estive del 1847, il capo liberale, Odilon Barrot, non essendo riuscito nella Camera a strappar concessioni al governo, consigliò una campagna nel paese a favore della riforma parlamentare. Si tennero banchetti, si pronunciarono discorsi, si fecero brindisi, non sempre ortodossi. In un crescendo di sfida si chiese che Guizot fosse licenziato, che il parlamento fosse purificato dagli incaricati del governo e che il voto fosse esteso a un maggior numero di cittadini. Spiccava tra gli oratori la romantica figura di Lamartine (1790-1869), poeta, storico e oratore favorito dei Francesi, idolo dei salotti e profeta dell’idealismo repubblicano. Il governo resistette alle richieste, proibí un banchetto, ed ecco scatenarsi a Parigi una sommossa riformistica che, con brusco e improvviso mutamento, provocato forse dalla scarica casuale d’una pattuglia spaventata, si trasformò in una formidabile insurrezione repubblicana.

Rivoluzione di febbraio: seconda repubblica

Il 24 febbraio 1848, secondo giorno della lotta, quando già nei quartieri operai s’eran costruite le barricate e al grido di Vive la réforme s’era sostituito il grido di Vive la république, il re, vecchissimo, stanco e umanitario, vedendo che la Guardia nazionale era contro di lui e convinto a torto che la Guardia nazionale rappresentasse tutta la Francia, si perdette d’animo, abdicò in favore del nipote e si rifugiò in una villa nel Surrey. Non appena scomparso dalla Francia Luigi Filippo, ecco farsi avanti il quarantenne Luigi Bonaparte, mistico e libertino, dall’aria imbambolata di fumatore d’oppio e dall’accento straniero; il quale però, visto il momento poco propizio, si ritirò poco dopo in Inghilterra ad attendere la sua ora, non senza aver abilmente messa in mostra la propria persona.
Per la seconda volta una rivoluzione parigina aveva deciso il destino della Francia; ma questa non era più una rivoluzione che potesse esser dominata o diretta secondo principii liberali. Sotto la violenta pressione della folla si proclamò la repubblica, e, in attesa della convocazione di un’assemblea costituente, si nominò alla direzione del paese un governo provvisorio negli uffici di due giornali, uno socialista e l’altro radicale. Immense erano le difficoltà che s’opponevano a questo piccolo gruppo di uomini inesperti e tra loro discordi. La città era eccitata sino al delirio: alcuni pretendevano d’imporre vasti schemi di organizzazione sociale, mentre altri, con ugual furia e insistenza, chiedevano immediatamente guerra contro i tiranni d’Europa. Il pacifico ministro degli esteri Lamartine ebbe il merito di rifiutarsi di sostituire la bandiera rossa al tricolore, accontentandosi per il momento di bandire un manifesto liberale anziché una pericolosa crociata militare. La rivoluzione sociale fu placata da una coraggiosa, ma rovinosa promessa di lavoro per tutti e dalla creazione di officine nazionali per i disoccupati.
La nuova assemblea doveva essere eletta col suffragio universale. Si scoperse allora una verità che, intuita da Luigi Filippo e dai suoi ministri, avrebbe potuto salvare la monarchia. In un paese di contadini proprietari non era improbabile che il suffragio universale desse risultati conservatori anziché radicali. Mentre un corpo elettorale di duecentomila borghesi agiati non assicurava né lealtà da parte della Camera, né fiducia da parte del paese, e incoraggiava invece la corruzione, suscitava gelosie, smorzava l’entusiasmo, il suffragio universale sarebbe stato per la monarchia un’aurea speculazione. La sua prima applicazione, dopo la rivoluzione del febbraio, col piú alto numero di votanti che si ricordi, diede una camera di borghesi con un solo repubblicano su otto conservatori. Per i membri di questo parlamento, il primo eletto in Francia con questo sistema e il primo perciò che riflettesse adeguatamente il vero sentimento della campagna, annientare il pericolo rosso a Parigi era questione di vita o di morte. Quanto la loro posizione fosse precaria, nonostante il tremendo peso e l’autorità del voto provinciale, si rivelò il 15 maggio, quando la folla invase la Camera, ne decretò lo scioglimento e dichiarò guerra ai re dell’Europa. La situazione, disperata, fu salvata dall’opportuna comparsa e dalla saggia condotta della Guardia nazionale: ma se si fosse ripetuto l’attacco? Si decise allora di troncare decisamente il male alle radici e, per prima cosa, di chiudere quelle officine nazionali che, oltre ad essere rovinosamente passive, avevano attirato a Parigi quantità enormi di disoccupati. Questa disposizione, severa ma necessaria, provocò tali disordini per le vie di Parigi che l’orrore da essi suscitato ci spiega perfettamente i sorprendenti fenomeni politici dei mesi seguenti. Per quattro torride giornate di giugno le truppe regolari e la Guardia nazionale, sotto il comando del generale Cavaignac, lottarono contro un’insurrezione cosí formidabile e disperata, benché priva di capi e apparentemente non premeditata, che la vittoria fu conquistata soltanto a prezzo di diecimila morti. La gran maggioranza dei Francesi, proprietari di terra o di titoli di rendita, acclamò il trionfo dell’esercito e, ben comprendendo l’entità del pericolo, chiese ai futuri reggitori un governo che impedisse al rosso spettro rivoluzionario di risollevarsi mai piú.
Travagliata da tali incertezze e problemi, l’assemblea creò una costituzione assurda, intricatissima e congegnata in modo da rendere impossibile ogni emendamento. La nuova repubblica fu fornita della duplice e rivale autocrazia di un’unica Camera e di un presidente, eletti entrambi col suffragio universale. L’imitazione dell’America era evidente; ma si dimenticava che, mentre i poteri del presidente americano sono limitati dai diritti degli Stati dell’Unione, il nuovo presidente della repubblica francese, eletto per quattro anni e non rieleggibile, sarebbe stato il padrone di una burocrazia con ingerenze nella vita di ogni città e villaggio del paese.
Il plebiscito che seguí (10 dicembre 1848) elesse Luigi Bonaparte – nonostante i suoi trentanove anni d’inglorioso e squallido esilio – presidente della repubblica con una maggioranza di oltre quattro milioni di voti, su Cavaignac, salvatore della società, e sull’oratore Lamartine: tanto era ancora il fascino del nome di Bonaparte, simbolo, in tutto il paese, di disciplina, potenza e gloria.

Colpo di stato di dicembre

Ma la sua libertà d’azione era tuttora limitata da una Camera, eletta da poco, conservatrice nel suo complesso e disposta, qualora legittimisti od orleanisti riuscissero ad accordarsi, a restaurare la monarchia: una Camera dov’egli non aveva un seguito personale e da cui non poteva sperare un aiuto fedele e costante. Liberale e nazionalista per temperamento, fu costretto ad orientarsi secondo le idee dei clericali e dei conservatori e, abiurando il proprio passato di carbonaro italiano, mandare aiuti al papa contro la repubblica romana. Scopo del suo colpo di stato del 2 dicembre 1851 fu di ottenere libertà e potenza. Con un misto abilissimo di frode e violenza, mancando a un giuramento, violando una costituzione, imprigionando molti capi militari e politici e facendo massacrare per le vie di Parigi circa milleduecento innocenti cittadini, Luigi Bonaparte si rese padrone della Francia: la Camera fu sciolta, i suoi membri imprigionati o dispersi, la durata del suo potere prolungata, e tuttavia, benché il colpo fosse stato denunciato da Victor Hugo e da Tennyson («all’indomani stesso»), Luigi Bonaparte, come ben si disse, «non fece la figura del tiranno, bensí di un tirannicida». I suoi provvedimenti contro la Camera, che aveva votato uno stipendio per i suoi membri, privato dei diritti politici tre milioni di elettori con una legge elettorale le cui conseguenze complete non eran state forse interamente comprese e aveva rifiutato ogni emendamento, apparvero perfettamente giustificati. «Il popolo », disse Broglie, «ha il governo che preferisce e la borghesia il verno che merita». Al ministro di Sardegna il principe presidente, ormai imperatore di fatto, se non di nome, osservava: «Ora sono in grado di fare ciò che voglio. E farò qualcosa per l’Italia».
Una nuova pagina stava per iniziarsi nella storia europea col trionfo del nazionalismo, creatore di luminoso idealismo, disciplinato senso civico e vivi interessi politici, ma purtroppo anche di cieche passioni, grandi eserciti permanenti, guerre di sterminio e continue minacce all’armonia e alla pace internazionale. Luigi Bonaparte ebbe un compito decisivo negli stadii iniziali di questo grande movimento dello spirito umano, apportatore di gravi pericoli all’Europa. Dopo aver combattuto la reazione in Russia, il paese d’Europa dove piú era grave, l’autore del delitto di dicembre contribuí efficacemente all’unione e alla libertà dell’Italia.

 

(da H.A.L. Fisher, Storia d’Europa, 1948)