LA FIRENZE DEL 1300: NASCITA, INTRECCI E ROVINA DEI BIANCHI E DEI NERI (parte 1)

di Romolo Caggese -

 

Tra mercanti e magnati, passioni civili e manovre pontificie: la lunga crisi che trasformò la Repubblica e segnò il destino politico di Dante Alighieri. Lo storico Romolo Caggese spiega come il susseguirsi di classi e partiti incapaci di governare fece rapidamente scivolare Firenze verso la Signoria.  

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Chi studia la storia della Repubblica Fiorentina nel secolo decimoquarto è preso da un interesse sempre più intenso, quasi che un dramma straordinario, or fine e dolcemente mesto or cupo e impetuoso, si svolga sotto i suoi occhi. E un popolo di mercanti, di banchieri, di artisti, di novellieri giocondi e di poeti solenni, di viaggiatori instancabili e di accorti uomini politici che si agita continuamente, preso dalla febbre della produzione e della instabilità, affaticato da un mondo di bisogni materiali e ideali che le conquistate ricchezze sembrano inadatte a sodisfare, e la forma politica dello Stato, il Comune, sembra incapace a degnamente rappresentare e tutelare. Tutte le forme dell’arte sono tentate, tutti i segreti della speculazione economica conosciuti, tutte le attività umane magnificamente sviluppate; eppure la Repubblica è tutti i giorni insidiata, attaccata e violentata, e il concetto dello Stato si trasforma senza posa non per opera di dottrinari o di partiti che consciamente vogliano mutarne la struttura e la forma ma per intima forza delle cose, per irrefrenabili bisogni e tendenze di tutte le classi sociali. La caduta della Repubblica si fece attendere due secoli ancora; ma di questi due secoli uno, il decimoquinto, non fece che assistere allo sgretolarsi delle vecchie forme repubblicane tra l’indifferenza dei più, e l’altro, il decimoquarto, ebbe la missione storica di condurre al potere dello Stato il Popolo minuto, quasi perché tutte le classi facessero le loro prove di governo prima che sonasse l’ora del fallimento del Comune. La tempesta delle passioni individuali doveva, quindi, ingrossare quella delle passioni collettive, e nel torbido della vita pubblica era inevitabile che i più irrequieti si tuffassero a pescarvi l’arma fatale contro lo Stato. Gli spiriti più vigili se ne accorgono e denunziano i mali della società, anche se non ne intendono l’intima ragione; Giovanni Villani è turbato e quasi scandalizzato, Dino Compagni sospira amaramente, l’Alighieri sa che la città è piena “d’invidia sì che già trabocca il sacco” (Inf., VI, 50); ma nessuno può arrestare il corso delle cose, poiché la grande maggioranza degli uomini non segue e non può seguire che l’istinto cieco.

La malvagità, l’odio, il rancore, l’invidia, a cui ricorrono gli scrittori contemporanei per spiegarsi l’arruffio delle passioni e degli avvenimenti, non servono per noi, tardi nepoti, se non come indizi sicuri di uno squilibrio sociale profondo sì che tutti i valori morali sembrano sovvertiti. Naturalmente, le cause dovevano essere più riposte e più gravi. Alla cacciata di Giano della Bella molti problemi premevano il Comune; ma il problema fondamentale, a cui nessuno badava, era questo: i Magnati non erano ancora completamente sconfitti o, almeno, non avevano ancora rinunziato definitivamente a combattere, mentre la maggioranza dell’elemento popolare, il Popolo minuto e il proletariato, era ancora fuori del governo. Evidentemente, la vita del Comune doveva essere angustiata dalle resistenze degli uni, dagli assalti degli altri, dalla irrequietezza di tutti, e il problema doveva risolversi col tumulto dei Ciompi e coi governo democratico che ne segui, cioè con un esperimento di governo veramente popolare, e con la organizzazione di una nuova classe magnatizia, dal cui seno uscirà più tardi la Signoria. Nessuna meraviglia, quindi, che il nuovo periodo della storia di Firenze incominci con una corruzione demagogica e con una corruzione nei pubblici poteri: è il segno dei tempi. Giano aveva destato nel Popolo minuto un tumulto di speranze e di desideri, se n’era fatto capo e dominatore; cacciato l’eroe, c’era sempre posto nella coscienza popolare e nella vita pubblica per chi avesse saputo sostituirlo in ciò a cui il caduto non era nato, cioè nella volgarità e nella malafede. D’altra parte, nello sgretolarsi dei vecchi partiti, nel tramonto delle vecchie passioni politiche, nell’incessante rimescolio di ordinamenti tumultuari e affannosi era possibile e quasi inevitabile che i pubblici poteri fossero investiti con estrema violenza dalla stessa corruzione che è nella società, fino a diventare strumento cieco delle mire delittuose di alcuni contro altri, di pochi o molti facinorosi contro lo Stato. Ed ecco Dino Pecora, il beccaio, e il Podestà Monfiorito della Marca Trivigiana: l’uno e l’altro esponenti di una situazione anormale; l’uno “uomo di poca verità, seguitatore di male, lusinghiere,… corrompea i popolani minuti, facea congiure, e era di tanta malizia che mostrava a’ Signori che erano eletti, era per sua operazione” (Compagni, I, 18); l’altro, gentiluomo spiantato, diventò l’arma insidiosa dei “pessimi cittadini” poiché “assolvea e condannava senza ragione, come a loro parea; e tanta baldanza prese, che palesemente lui e la sua famiglia vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo per piccolo o grande che fusse” (I, 19). Una salutare reazione cittadina lo trascinò giù dai fastigi del potere fino al luogo infame della tortura e al carcere; ma è certo che, quando si trattò di esaminare l’incartamento del suo sindacato, alla metà di ottobre 1299, i gravi documenti non si trovarono più tra gli atti del Comune, custoditi nel Palazzo dei Priori, e la voce pubblica accusò della sottrazione i Priori stessi che erano stati al governo dal 15 agosto al 15 ottobre del 1299! Era di quei Priori messer Niccolò Acciaiuoli, quello stesso in favore del quale, racconta Dino Compagni, il Podestà Monfìorito aveva ricevuta una falsa testimonianza e lo aveva, quindi, assoluto da una certa accusa che gli pendeva sul capo! Col Pecora e con messer Monfìorito stanno i “puzzolenti” giudici (Par., XVI, 55), quella torbida genia di giuristi e di notai che fu già, quando il Popolo grasso lottava contro i Magnati, prima del ’93, elemento di confusione nei partiti e nelle fasi della lotta, e che si appresta ora, con Baldo Aguglione, con Lapo Saltarelli, con Niccolò Acciaiuoli, spiriti agili all’imbroglio ed all’astuzia, a destreggiarsi sapientemente tra i partiti in conflitto, in un’ora tragica della democrazia e della storia di Firenze.

Lo sfondo del quadro, dunque, è grigio e triste; più torbidi e sinistri sembrano quindi i personaggi che ne animano la scena. La “confusione delle persone” è grande, l’intreccio degl’interessi singolarmente involuto: le Arti minori sono state abbandonate dal Popolo grasso, appena la catena degli Ordinamenti di Giustizia è saldata ai piedi dei Magnati; i Magnati si sono divisi di fronte alla nuova situazione politica, e mentre alcuni par che si pieghino alla ineluttabile necessità, gli altri cospirano contro le leggi spietate; il Popolo grasso è alla testa del governo, forte di tutti coloro che dopo il 6 luglio 1295 s’eran fatti popolani, ma la sua forza non è tale da assicurargli l’incontrastato dominio, poiché nella sua stessa costituzione crepita il dissenso e l’unità degl’intenti è rotta da un complesso di inimicizie di famiglie e di gruppi, tra le quali si trascina pesantemente la vita del Priorato e si svolge, contradittoria spesso, instabile e incerta sempre, l’azione del governo. La Parte Guelfa diventa la fortezza magnatizia meno disposta a capitolare: gli odi privati, gl’interessi individuali offesi o trascurati, l’invidia e il rancore del nobile contro le audacie sfrontate della “gente nuova” arricchita, l’intransigenza del vecchio ceto magnatizio di fronte al “mollare” di molte coscienze più elastiche o più illuminate, il pettegolezzo volgare e il fosco desiderio della congiura, l’ambizione personale di alcuni e l’audace speranza di altri verso una ricostituzione politica che poteva sembrare non impossibile – tutto un complesso di forze sociali avverse alla costituzione del ’93-’95 trova in essa ricetto e tutela. E, quasi che ciò non bastasse a rendere oscura e minacciosa la situazione generale, ecco la concorrenza sul campo economico, fuori e dentro la cerchia delle mura cittadine. Da oltre mezzo secolo il commercio bancario fiorentino si è imposto all’attenzione di principi e di papi lottando con fortuna contro l’influenza senese, veneziana, pisana, genovese; e, ormai, gli Spini, i Cerchi, i Mozzi, i Bardi, gli Acciaiuoli, i Frescobaldi, i Peruzzi hanno, tutti, tessuta la loro mirabile tela, con pazienza e con tenacia, a Roma, a Napoli, alla Corte di Francia, a quella d’Inghilterra, in Germania. Lavorare d’accordo, procedere liberi per le grandi vie del mondo, fraternamente, essi non possono e non sanno, perché il cuore del mondo finanziario è Roma, e a Roma può dipendere dal capriccio di un pontefice collerico o semplicemente abile la esclusione di una compagnia già privilegiata. La lotta sorda, insidiosa, a colpi di spillo, è ogni giorno più una necessità; e, anche se non vogliamo ritenere che essa abbia determinato la scissione fatale dei Bianchi e dei Neri, dobbiamo riconoscere che le sue conseguenze non potevano non farsi sentire nella città, già predisposta, per la condizione degli animi e dei partiti locali, a fare esca delle più insignificanti circostanze per il suo fuoco divoratore. Informino, per tutti, i tumulti sanguinosi scoppiati ai primi del 1297, in occasione del mortorio di piazza Frescobaldi, di cui il Compagni ci ha serbato un ricordo vivo e caratteristico (I, 20); i quali, molto probabilmente, dettero origine ad un provvedimento statutario che rimase in vigore per lunghi anni negli Statuti del Comune. Si comprende perfettamente che, quando i cittadini si “abbominano l’uno l’altro” “per gara d’uffici”, la concorrenza economica è, nello stesso tempo, arma di offesa formidabile e sorgente inesauribile di rancori profondi. Finalmente, su questo mondo di passioni sempre pronte a scoppiare, in questo ambiente nervoso e litigioso che pare in attesa della circostanza imprevista e fatale per abbandonarsi alle vicende febbrili di un conflitto sanguinoso, soffia lo spirito di Bonifazio VIII. Nato per l’arte della guerra e della diplomazia dagl’infiniti accorgimenti più che a guidare il gregge del Signore, egli si mescola con voluttà acre alle lotte civili fiorentine e se ne fa, quasi, l’arbitro e lo strumento. Combattere apertamente la città non può: ridurla in suo potere è il suo segreto proposito.

Come raggiungere questo fine? A traverso quali mutamenti di governo era possibile intromettersi nelle cose fiorentine? Nessuno forse avrebbe potuto dirlo quando nell’acceso animo del Pontefice se ne coloriva il disegno: ma il corso naturale delle cose si sarebbe incaricato di condurre il problema tormentoso alla sua logica soluzione. Due famiglie, i Cerchi e i Donati, diventarono, all’alba del trecento, i due poli di attrazione di tutti gli elementi della vita pubblica fiorentina. I Cerchi eran venuti in Firenze dalla Val di Sieve (Par., XVI, 65): i Donati di antica nobiltà cittadina; quelli, dice il Compagni “uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano bene, e teneano molti famigli e cavalli e avevano bella apparenza”: questi “più antichi di sangue, ma non si ricchi” (I, 20); i Cerchi, soggiunge il Villani “erano di grande affare, e possenti, e di grandi parentadi, e ricchissimi mercatanti, che la loro compagnia era delle maggiori del mondo; uomini erano morbidi e innocenti, salvatichi e ingrati, siccome genti venuti di piccolo tempo in grande stato e potere”; i Donati, invece, “erano gentili uomini e guerrieri, e di non soverchia ricchezza, ma per motto erano chiamati Malefa’mi” (VIII, 39). Dei Cerchi era capo messer Vieri, dei Donati messer Corso, l’uno dall’anima di mercante arricchito, l’altro impetuoso e audace, prode sul campo di battaglia e nelle cospirazioni abile e tenace. Stanno, dunque, di fronte la forza del danaro e quella della tradizione magnatizia; gl’interessi della gente nuova arricchita e quelli, feriti e dissestati, degli antichi Magnati; i Cerchi sono l’esponente della coalizione magnatizio-popolare venuta su dopo i fatti del luglio 1295; ai Donati fanno capo i più irriducibili aristocratici, i più impenitenti conservatori, da un lato, e, dall’altro, convergono, non diremo le simpatie, ma certo le tendenze interessate del Popolo minuto. E’, in definitiva, il partito del governo alle prese con quanti sono, Magnati o minuti artigiani, esclusi dal governo; una coalizione ibrida da una parte e dall’altra. Né è tutta qui la confusione degli uomini e dei partiti; poiché all’uno e all’altro gruppo aderiscono Popolani e Magnati trascinati in un senso o in un altro da privati interessi: Guido Cavalcanti è dei Cerchi perché odia mortalmente e disprezza Corso Donati, ed è dei Cerchi Lapo Saltarelli perché loro parente, e Berto Frescobaldi perché loro debitore; mentre son dei Donati la maggior parte dei Bardi, i Bordoni, i Cerretani, gli Spini. Il Comune, naturalmente, inclina verso i Cerchi; ma la Parte Guelfa è tutta cosa dei Donati; il ceto dei grandi mercanti e dei banchieri è diviso, si che ciascuno si orienta secondo i particolari interessi suoi del momento, allontanandosi sempre più dalle idealità politiche del secolo passato.

Se un colore politico possono avere le due parti, esso è tutto in questo che i Cerchi non sono invisi ai Ghibellini fuorusciti, mentre i Donati sono guelfi intransigenti; quelli non perderebbero molto se un accordo si facesse con gli esuli; questi – attaccati disperatamente allo scoglio di Parte Guelfa – ne sarebbero rovinati. Per gli uni, per i Cerchi, non può parteggiare Bonifazio VIII, poiché essi o sono – per mezzo dei loro seguaci, Popolani – già entrati nel governo della Repubblica, o ne godono le simpatie; per gli altri, i Donati, il Pontefice sente istintivamente di prendere partito, perché sa che essi sono irreconciliabili nemici del Comune democratico. Il partito dei Cerchi si chiama, infine, dei Bianchi, quello dei Donati è detto de’ Neri; nomi, anche oggi d’incerta origine, ma netti e precisi nel loro significato partigiano. E certo soltanto che la stessa famiglia dei Cerchi si divideva in due rami, quello dei Bianchi – cioè il più rigoglioso – e quello dei Neri, fin dal 1295; ed è certo anche che i dissensi politici di Pistoia, nella famiglia dei Cancellieri, non determinarono affatto, come dice il Villani (VIII, 39), il sorgere delle parti fiorentine, che di ben altri interessi sono intessute e dei dissensi pistoiesi si giovano. Pistoia, lacerata dalle discordie civili, avvelenata dagli stessi mali onde soffrivano i Comuni maggiori, ma meno forte da superare le crisi più aspre senza mettere in pericolo la indipendenza dello Stato, s’era lasciata più volte “riformare” dalla Repubblica vicina e dai Lucchesi, negli ultimi anni del dugento; e, certo, queste riforme e questi interventi fiorentini non solo servivano assai bene a spianare la strada alla dominazione politica della città, ma non potevano non fornire argomenti molteplici di attriti e di conflitti ai sempre armati e irosi partiti cittadini.
Classi sociali, dunque, e partiti politici, quali il secolo decimoterzo aveva determinati e disciplinati, ci sembrano smagliarsi; gli avvenimenti par che smarriscano la lor ferrea logica a cui la storia di Firenze ci aveva abituati; o, meglio, seguono una logica nuova e più capricciosa tanto diversa dall’antica quanto più intensa e decisiva è l’azione dei singoli su le masse. Le contradizioni, le viltà, gl’infingimenti, caratteristiche ignote al Primo Popolo e a coloro che costituirono il Priorato, diventano necessariamente note caratteristiche dei nuovi aggruppamenti fiorentini; onde l’Alighieri se ne sdegna tanto quanto più sistematico e geometrico è il suo pensiero politico e filosofico e la sua stessa concezione della vita.

Calendimaggio del 1300 apre le ostilità: la festa della primavera, della bellezza e dell’amore, con le sue danze geniali, serve di pretesto ad una zuffa sanguinosa. La brigata dei Cerchi si scontra con quella dei Donati, l’odio sopito da lungo tempo erompe furiosamente; e Ricoverino de’ Cerchi è colpito da un familiare de’ Donati in modo sì brutale che perde il naso. Quel colpo, commenta con amarezza grande il Compagni, “fu la distruzione della nostra città” (I, 22). I Priori ne sono sorpresi e sgomenti, e il 4 maggio è votata nei Consigli una provvisione che conferisce alla Signoria i pieni poteri per difendere – si noti – non i Bianchi contro i Neri, ma gli Ordinamenti di Giustizia minacciati e la vita stessa della Repubblica. Il nembo si era, infatti, addensato e… nubi oscure salivano dai cieli di Roma! Corso Donati era stato nominato rettore di Massa Trabaria da Bonifazio VIII fin dai primi di febbraio. Pochi giorni dopo tre “famigliari” del papa, Simone Gherardi, Cambio di Sesto e Noffo Quintavalle, su denunzia di messer Lapo Saltarelli, di Bondone Gherardi e Lippo di Ranuccio del Becca, erano stati condannati dalla Signoria come cospiratori contro la Repubblica e agenti, in Roma stessa, dei peggiori nemici del Comune e del Popolo. E il Papa, il 24 di aprile, scrivendo in modo violentissimo, aveva osato non solo di comandare la cancellazione della sentenza ma di pretendere che Lapo Saltarelli e gli altri due denunziatori si presentassero al suo cospetto, subito, per dar conto dell’opera iniqua da essi compiuta. Ecco il giudice Saltarelli balzato dalla fortuna sul piedistallo dell’eroe! Nessuno, com’era da prevedersi, si presentò a Roma; e il Saltarelli ebbe il coraggio di sostenere che il Papa non potesse in alcun modo ingerirsi nelle faccende interne della Repubblica, la quale non riconosceva alcuna superiore autorità che non fosse in materia di fede. Il provvedimento del 4 maggio giungeva, dunque, molto opportuno, tanto più che pochi giorni dopo improvvisamente, Bonifazio ritornava alla carica contro il Comune esponendo, in una stranissima epistola al vescovo e all’inquisitore della città, la vecchia e, ormai, superata teoria della suprema autorità del Pontefice su tutte le cose umane, su tutti gli uomini e su tutti gli Stati! Non era più un segreto per alcuno che alla Corte di Roma gli emissari dei Donati lavorassero per il sovvertimento dello Stato e, più specialmente, per la rovina delle leggi del ’93. Gli Spini e i Mozzi servivano egregiamente da tratto d’unione. E l’invito stesso che Bonifazio rivolse a Vieri de’ Cerchi di recarsi a Roma e, quando il fiorentino vi andò, di pacificarsi con Corso Donati, dimostrava apertamente che il papa s’era gettato a capo fitto in una impresa pazza e delittuosa e cominciava con l’assumere la veste di paciaro. Il Cerchi, con un tatto e un’abilità molto superiore a quella di cui lo si potesse giudicare capace, rispose – è il Villani che parla – “che non avea guerra con niuno” (VIII, 39); risposta che al Villani, guelfo nero, sembrava troppo “dura e bizzarra”, ma che toglieva al Papa la possibilità di sperare in una sua lenta e pacifica penetrazione nelle cose fiorentine.

Il male, però, non era vinto né i pericoli scongiurati. Una provvisione del 13 aprile 1300 concedeva ai Priori che sarebbero entrati in carica il 15 ampia e piena balìa di pacificare la città; ma la pace non ritornò perché non poteva ritornare. Giunse, invece, in città ai primi di giugno il Cardinale d’Acquasparta in missione di paciaro pontificio, e volle che la Signoria gli concedesse “balia di pacificare insieme i fiorentini”. In qual modo, veramente, si sarebbe potuto spegnere il fuoco nessuno sapeva, e il Cardinale non sapeva altro, da parte sua, se non che “la pace, che egli cercava, era per abbassare la parte de’ Cerchi e inalzare la parte de’ Donati”, onde, par che concluda candidamente il Compagni (I, 21), “si levò uno di non molto senno il quale con uno balestro saettò uno quadrello alla finestra del vescovado (dove era il Cardinale), il quale si ficcò nell’asse”. Onde, possiamo concludere noi, la sua missione era caduta nel ridicolo e il suo piano completamente sventato. Non gli rimaneva che fare il bel gesto di non accettare il dono di duemila fiorini belli fiammanti, che il Comune gli offriva per fugare dal suo spirito di Cardinale irato il brutto ricordo e la paura, lanciare l’interdetto e partirsene. – Questo egli, infatti, volle fare, ma, se pur bisogno v’era, un avvenimento gravissimo s’incaricò di dimostrare a tutti, anche al Cardinale e a Bonifazio VIII, che il mandato del paciaro non poteva compiersi. Il 23 di giugno, vigilia di S. Giovanni, mentre il tradizionale corteo popolare con alla testa i Consoli delle Arti muoveva verso il tempio del Santo per la consueta offerta di ceri e di carcerati, un forte nucleo di Magnati piombò addosso ai Popolani, e più specialmente ai Consoli, gridando: “Noi siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino; voi ci avete rimossi dagli uffici e onori della nostra città” (Id., I, 21). Il Cardinale non si mosse, né protestò: era egli d’accordo con gli assalitori dei Consoli, o gli parve che l’incidente si prestasse assai bene a gettare sempre maggior confusione negli animi del Popolo e dei Priori, e a determinare una situazione sempre più anormale e insopportabile. E, certo, il fatto era di una gravità veramente eccezionale: mentre pare che la lotta che si va delineando in Firenze sia, come acutamente osserva Leonardo Bruni, lotta fra Magnati, ecco le fiamme antiche dell’odio magnatizio contro i Popolani risorgere impetuose, tutte in un fascio terribile, di sotto le ceneri quasi decennali. Il bersaglio dei violenti son sempre gli Ordinamenti di Giustizia; e il richiamo della vittoria di Campaldino è pur sempre la esplosione di un sordo rancore che non riceve conforto. Per un momento, forse, i Magnati, divisi e lacerati da discordie intestine, ritrovano l’unità fondamentale dei loro interessi in cospetto di un corteo di Popolo, dinanzi al supremo magistrato di quelle Arti che hanno resa nulla la vittoria di Campaldino e che hanno reso impossibile il loro ritorno al potere. Chi può escludere che a questo singolare stato d’animo abbia pensato il Cardinale quando, quattro giorni dopo l’accaduto, si faceva concedere balìa di tentare una pace generale tra Magnati e Popolani, ma più specialmente fra Magnati e Magnati? La pace era impossibile; ma il tentarla voleva forse dire che si compiva il tentativo più fecondo della missione pontificia, e voleva dire cercare con tutte le forze di arrecare un colpo immane al Popolo e al Comune, di distruggere gli Ordinamenti, di irrobustire la Parte Guelfa, di rispondere con una formidabile reazione al governo democratico. Poi, nessuna forza umana, né pure l’esercizio del potere, avrebbe potuto tenere insieme i Magnati riappaciati; e però il piano di Bonifazio si sarebbe più completamente svolto: il Popolo distrutto, i Magnati divisi, il Comune indebolito, l’impossibilità di conservare l’indipendenza politica sempre più manifesta.

Se non che, la condizione delle cose fu più forte della volontà umana. La Signoria del bimestre 15 giugno-15 agosto, di cui faceva parte l’Alighieri, pur concedendo la domandata balìa al Cardinale, condannò all’esilio temporaneo i capi delle due parti, rendendo così inutile e sterile qualsiasi tentativo del messo pontificio. I Bianchi, tra i quali Guido Cavalcanti, andarono, subito e senza resistenza alcuna, a Sarzana; i Neri, tra i quali Corso Donati, non si mossero che quando si accorsero della inutilità di una resistenza qualsiasi. Ma gli uni e gli altri erano Magnati, e quelli che li confinavano eran Popolani grassi, offesi nei loro Consoli e nei loro Ordinamenti; sì che può forse sembrare a noi, oggi, più un esilio di Magnati che un esilio di capiparte questo di cui andò orgogliosa la vita pubblica di Dante, guelfo e democratico. E, probabilmente, la lotta civile sarebbe stata presto ricacciata nei vecchi confini, se a Roma nessuno avesse pensato a trarre partito dalle divisioni magnatizie.
Gli eventi dovevano precipitare. Il Cardinale, dopo una ingloriosa permanenza in città, nelle case dei Mozzi, dove egli si trasferì dal Vescovado, per tutto il bimestre del priorato di Dante e fino agli ultimi di settembre, è costretto a partirsene, lanciando i fulmini della scomunica, non potendo lanciare quadrelli come l’ignoto popolano che lo avrebbe visto morto volentieri. Guido Cavalcanti, richiamato dall’esilio, forse per pietà del suo stato miserando, muore nel fiore degli anni, e la “ballatetta” sua, entrata prima di lui nella città cara, è il suo testamento. Corso Donati rompe il confino e va, assetato di vendetta, a Roma per tramare la congiura iniqua che dovrà “rompere” lo stato della patria. Poi, tra gli ultimi del 1300 ed i primi del 1301, gli esuli ritornano, e i ferri si appuntano nell’ombra. Finalmente, nel giugno del 1301, contro gli Ordinamenti di Giustizia, contro i più elementari doveri di cittadini, contro tutte le aspettative più ragionevoli della Signoria, si tiene un consiglio di Bianchi e di Neri in S. Trinità (in maggioranza di Neri), con l’assistenza dei Capitani di Parte Guelfa, che, dice il Villani, “allora erano al loro senno e volere” (VIII, 42), con finalità mal definibili esattamente, con un programma estremamente confusionario. Forse è più esatto il Villani, seguito dal Bruni, nell’affermare che il consiglio di S. Trinità fu tutto di Neri; forse è più esatto il Compagni (I, 23) nell’affermare che vi parteciparono i Bianchi e lui stesso, Dino; è certo, però, che se i Bianchi vi parteciparono, lo fecero, almeno i Cerchi e gli altri banchieri, per non lasciarsi sfuggire una occasione di sondare l’oscuro insidioso fondo dell’anima magnatizia e pescarvi l’elemento comune, cioè l’interesse comune, contro la Repubblica democratica; ed è certo che Popolani non ve ne furono o ve ne furono in numero trascurabile, poiché tutti gli intervenuti sentivano bene che, in fondo, si partiva in guerra proprio contro il Popolo. La presenza dei Capitani di Parte era tutto un programma o, almeno, una promessa in questo senso. Ciò è tanto vero che il Villani stesso, il quale parla di convenuti grandi e popolani in S. Trinità, dice poco dopo che “sappiendosi per la città per alcuna spirazione, il Comune e il Popolo si turbò forte, e funne fatta inquisizione per la signoria” (VIII, 42). – Ad ogni modo, se vogliamo accettare il racconto del Compagni, che è veramente accettabile (I, 24), il risultato del Consiglio fu che i Popolani spingevano la Signoria a procedere a termini degli Ordinamenti contro i congiurati, e che, quando l’inchiesta che ne segui fu compiuta, apparve manifesto che il Conte Simone da Battifolle e il figlio Guido, dei Conti Guidi da Poppi, erano pronti con un manipolo di gente d’arme a piombare addosso ai nemici dei Neri, cioè ai Bianchi e al Popolo, “a petizione dei congiurati”. Nuove condanne, quindi, nuovi odi (Inf., VI, 65-66); nuovi maneggi dei Donati presso Bonifazio.

La conseguenza fu che il Papa, il quale nel 22 luglio del 1300 si era rivolto con fremente sdegno al suo legato Cardinal d’Acquasparta perché, non ostante gl’insuccessi toccatigli, continuasse con tutte le armi a piegare alla sua volontà i cittadini ribelli e la Signoria, si abbandonò con tutto l’impeto della sua natura selvaggia, alla guerra d’esterminio. Le cose di Pistoia finirono d’irritarlo: il rovescio di Parte Nera, che esercitò, secondo i cronisti contemporanei, un’influenza decisiva, gli parve il segnale del fallimento non dei suoi banchieri neri soltanto – ai quali avrebbe potuto sempre sostituire i Cerchi e seguaci! – ma del suo programma politico, di quel programma che faceva magnificamente bella pompa nel famoso motto: “Papa Bonifacius volebat sibi dari totani Tusciam”, che ci conserva un prezioso documento della sua affannosa cancelleria. E, quasi che ciò non bastasse, i nemici dei Cerchi e del Popolo e Comune di Firenze, fin dall’anno innanzi, lo spingevano a ricorrere all’estrema soluzione possibile, a un intervento armato. Vecchio e fatale espediente! Carlo II d’Angiò era impegnato a fondo nell’impresa di Sicilia, e non poteva rinnovare la gesta del padre suo compiuta contro i Ghibellini di Toscana e di Firenze nel 1266-67; i signorotti dello Stato pontificio eran troppo poveri e sfiniti; Pisa era ghibellina: l’Impero era vacante. Il ricorso a Carlo di Valois, fratello del Re di Francia, parve naturalissimo, il titolo da conferirgli era offerto dalle stesse circostanze imminenti – paciaro -; il compenso da offrirgli, poiché senza compenso un della casa di Francia non avrebbe fatto un passo fuori del Regno, era nell’impresa stessa e nella promessa della corona imperiale vagamente accennata; il risultato dell’intervento era presente allo spirito inquieto del Papa e dei suoi uomini d’affari, e vi pesava, anzi, come un incubo – “recare colla sua forza la città di Firenze al suo intendimento” (Villani, VIII, 43).
Come poteva difendersi il Comune? Quali armi poteva usare il Popolo? In verità, l’uno e l’altro erano in condizioni tristissime. Il Comune non aveva mai potuto scindere la causa sua da quella dei Bianchi, come partito; i Bianchi avevano nelle mani il governo o, almeno, le finalità dei Bianchi coincidevano, agli occhi dei nemici, con quelle del Comune, ed era molto naturale che i pericoli degli uni dovessero essere i pericoli dell’altro.

Si era corso ai ripari, ma i rimedi ai mali d’ogni parte incombenti dovevano riuscire vani: l’esilio dei capiparte, per esempio, non era valso che ad inasprire gli animi, a suscitare desideri di vendetta, a rendere possibili le malignazioni dei Donati per il sollecito richiamo degli esuli Bianchi. Ed inutile doveva riuscire l’alleanza col Comune di Bologna, sollecitata e firmata tra la fine di luglio ed i primi di agosto 1300, quando ancora il Cardinale se ne stava nelle comode case dei banchieri pontifici a meditare gli accorti inganni e la complicata strategia del suo signore. L’inutilità, del resto, è nelle parole stesse della lega giurata; poiché i Bolognesi dichiarano che intendono fare alleanza con i Fiorentini “ad onore, lode e riverenza del santissimo Padre Bonifazio Vili e del Cardinal Matteo d’Acquasparta e di tutta la Chiesa Romana e dell’eccellentissimo signore Carlo Re di Sicilia e dei suoi eredi”, cioè in nome di coloro che, in quel momento, costituivano proprio l’ostacolo e il pericolo maggiore contro cui Firenze invocava l’alleanza! Né era possibile aver fiducia eccessiva nei Comuni della taglia guelfa, in quelle sciaguratissime piccole Repubbliche che avevano profuso e continuavano a profondere inestimabili tesori negli apparecchi militari e nelle spese di guerra – quasi sempre in favore e in servizio di Firenze – né nei sudditi del Comune, cioè negli abitanti del Contado: stremati di forze quelli, invidiosi, sospettosi, anelanti alla liberazione; ribelli questi per istinto, per interesse, per necessità. – Da parte sua, il Popolo era diviso, depresso, disorientato, preso nei lacci della grande politica, senza una visione chiara degli avvenimenti, incapace di battere i suoi nemici, anche perché e Bianchi e Neri parevano, a volta a volta, amici e nemici, disposti a trascinarsi dietro il Popolo per sconfiggere gli avversari. La stessa organizzazione delle Arti scricchiolava, si corrompeva, era insidiata da tarli roditori numerosi e invincibili. Infine, molti del Popolo minuto s’erano accodati, come vedemmo, ai nemici del Comune e del Popolo grasso.
La Signoria sente vagamente che la rovina è imminente. Quando si sparge la notizia che Carlo di Valois sta per entrare in territorio toscano, ed è già a Bologna, città amica e alleata, gli si spediscono ambasciatori, “li quali”, dice il Compagni, “con grandissima reverenza li feciono molte proferte, come a loro signore” (II, 3); ma gli ambasciatori dei Neri sono anch’essi là, accanto al principe, e gli espongono le amarezze e le speranze dei figli prediletti della Chiesa. Carlo va a Roma; e lo seguono, vigili ombre, gli ambasciatori del Comune presso Bonifazio, tra i quali par certo che fosse l’Alighieri (II, 4); ma le ambascerie non possono commuovere il cuore di un principe e di un papa, quando è già quasi maturo il frutto delle lunghe e faticose congiure, né risolvere un problema che domanda – e ciò sentono, ormai, tutti – infiniti dolori e infiniti lutti. L’ansia è immensa.

Il 13 settembre, pochi giorni prima dell’ambasceria al Papa, nei Consigli del Comune, sconcertati e quasi sorpresi dalla furia degli avvenimenti, si discute su la conservazione degli Ordinamenti di Giustizia! Si direbbe che il pensiero dominante, mentre il destino della città si intorbida, non possa essere che la salvezza della costituzione: sembra che il timore più grande sia di perdere le conquiste fatte dalla democrazia in mezzo secolo di lotte aspre e sanguinose, e che la suprema legge di vita sia, all’appressarsi di un nemico di cui dovevano essere note le crudeltà e l’avidità, quella di trovare nella riconferma solenne degli Ordinamenti la forza di superare la prova e di passare, a traverso il fuoco delle parti, illesi e fieri come il vecchio Pietro Igneo.
- “Perchè siete cosi ostinati?” – grida agli ambasciatori Bonifazio – “Umiliatevi a me: e io vi dico in verità che io non ho altra intenzione che di vostra pace” (Compagni, II, 4). Ma, intanto, le segrete intelligenze dei Neri con Carlo continuano, rese più attive, ora, e più decisive dall’intervento di Musciatto Franzesi, tipo caratteristico di mercante e di avventuriero che illuminò di un sorriso beffardo la bizzarra fantasia del Boccaccio (Dec., I, 1). Onde, la Signoria entrata in ufficio il 15 ottobre, di cui fa parte Dino Compagni (II, 5), non ha dinanzi a sé che due vie: tentare una pacificazione generale in città, tale da rendere inutile e impossibile un intervento straniero, e, intanto, profondersi in amichevoli profferte verso colui che, non fermato in tempo dalla pacificazione degli animi, entrerà prima o poi in città in veste di paciaro. Ecco perché i Priori si sforzano (II, 5) di conquistare l’animo dei Capitani di Parte Guelfa e dei Donati, e ricevono amabilmente i messi che da Siena loro invia il Valese. Ahimè! Mentre par che la pace si appresti a distendere le sue ali candide su gli uomini, i Neri “fanno deposito” di 70.000 fiorini per pagare i soldati del principe paciaro e lo spingono su la via della città, sì che la pace si dilegua come un sogno generoso troppo in contrasto con la realtà. E si viene al dunque: un Consiglio straordinario, a cui partecipano i Consoli delle Arti e i rappresentanti dei mestieri che non hanno e non possono aver Consolato, e i Capitani di Parte, si decide (II, 7) di inviare ambasciatori al principe e di assicurargli che la città lo riceverebbe molto volentieri. Si osa soltanto rivolgergli la preghiera di non entrare in Firenze il 1° di novembre, poiché i cittadini sono soliti abbandonarsi in quel giorno, nella solennità d’Ognissanti, ai lieti convegni e ai banchetti festanti e chiassosi; e un tumulto può essere sempre possibile in simili circostanze. Strano, però, è il fenomeno che il Compagni ha notato argutamente: nel Consiglio cioè, in cui si discute della venuta di Carlo, “molti dicitori si levarono in piè, affocati per dire e magnificare messer Carlo, e andarono alla ringhiera tosto ciascuno per esser il primo” (II, 6) – spettacolo insigne di viltà collettiva, a cui non sfuggirono forse né pure coloro che la venuta del principe non approvavano e ne attendevano le più luttuose conseguenze.

Da questo momento Firenze è in balia dello straniero e del Papa. Carlo entra il 1° novembre, quasi per dimostrare subito che nessun voto della Signoria può riuscirli accettabile, e prende dimora in casa dei Frescobaldi, appena sceso il ponte di S. Trinità (II, 9), in quella stessa casa che ospitò già ventotto anni innanzi Carlo I d’Angiò. Era accompagnato e seguito da uno stuolo di baroni avventurieri venuti con lui di Francia, e da uno stuolo di signorotti romagnoli che mal celavano sotto le forme della visita di rispettosa cortesia la speranza di pescare nel torbido. La storia del soggiorno di Carlo in Firenze è notissima, poiché si connette intimamente con la storia dell’esilio e del Poema di Dante, e però a noi è appena necessario richiamarne alla nostra mente i fatti più caratteristici. Intanto, di pacificazione degli animi non è da parlare affatto; il solo tentativo in questo senso fu compiuto da Manetto Scali e da altri di Parte Bianca (II, 16) che solevan dire agli Spini e questi a quelli: “noi non abbiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo, che tiene il popolo a voi e a noi, e saremo maggiori che noi siamo”, parole che, corrispondendo all’intima natura delle cose, dovevano senza dubbio indurre nell’animo dei Popolani, trascinati a partecipare ai dissensi dei Magnati, un vago inquietante senso di pericoli imminenti. Carlo di Valois sta a vedere, indifferente: i Medici, “potenti popolani”, assalgono e feriscono a morte un popolano, Orlanduccio Orlandi, senza che si possano applicare gli Ordinamenti di Giustizia contro i malfattori, per lo smarrimento della Signoria, per la viltà del Podestà e del Capitano, per paura di provocare la guerra civile. Si chiamano gli uomini d’arme delle Vicarie del Contado in difesa del Comune trabaltante, ma i contadini non hanno alcuna simpatia per la Repubblica che fa pesare su le loro spalle l’enorme massa delle pubbliche gravezze, “e nascosamente n’andorono dal lato di parte Nera, e al Comune non si appresentarono”. Si riceve il giuramento del principe, in Santa Maria Novella, “di conservare la città in pacifico e buono stato” (Villani, VIII, 49); ma pochi giorni dopo, quasi poche ore, i Priori si accorgono di esser “traditi e ingannati”, poiché i Magnati si preparano alla zuffa che non può mancare, e i Popolani non hanno più alcuna fiducia in una Signoria che è apparsa debole e incerta. Nessuno ha ancora cacciato di seggio i Priori; nessuno ha abrogato il decreto di confino contro Corso Donati e i suoi più compromessi partigiani; ma ecco che, cinque giorni appena dopo l’ingresso di Carlo, messer Corso si presenta con un manipolo di armati a Porta Pinti e domanda di entrare, e forza la porta e irrompe in città con furia dissennata. Ci aspetteremmo che lo arrestassero subito e lo condannassero nel capo; ma una turba infinita di minuti popolani gli è subito intorno e grida “Viva il barone!”; onde nessuno ardisce toccarlo. Si spalancano le porte delle prigioni; i timidi si rinserrano in casa; gli animosi si armano senza uno scopo determinato, e ciascuno va in cerca del suo nemico per vendicarsi di lui in un momento in cui i poteri dello Stato non funzionano più e l’impero della legge è caduto; i furti, gl’incendi, le rovine si accumulano, si rendono insopportabili, ma, è costretto a riconoscere il Villani, “con tutto questo stracciamento di cittade, messer Carlo di Valois né sua gente non mise consiglio né riparo, né ottenne sanamento o cosa promessa per lui” (VIII, 49).

Dov’era la legge votata tra il 26 ed il 28 di ottobre? Alla vigilia della venuta del principe, la Signoria ebbe quasi il presentimento di quanto sarebbe accaduto e propose e fece votare dei provvedimenti severissimi, in uno speciale “Consiglio dei Quaranta” sorto per la circostanza, quasi comitato di salute pubblica, contro coloro che, durante il soggiorno di Carlo, si fossero abbandonati ad atti di violenza, a tumulti e a rumori tali da suscitare la guerra civile. Nessuno se ne ricorda più, nessuno ha la volontà e, tanto meno, la forza di applicarli. Lo stesso Popolo sembra sconcertato e avvilito dall’improvvisa bufera che si è scatenata sul Comune; poiché le stesse compagnie d’armati agli ordini del Gonfaloniere non sanno, non vogliono o non possono raccogliersi più; molti intuiscono forse che la miglior via da seguire è proprio quella di lasciar passare la tempesta quando non se ne può impedire il corso; tutti sentono che è meglio armarsi ed aspettare in armi che gli avvenimenti si sciolgano o precipitino nell’anarchia (Compagni, II, 19). Si che, quando i Priori vogliono fortificare Porta S. Pancrazio, debbono tollerare che i Tornaquinci, “bene guerniti di masnadieri e d’amici” feriscano i lavoranti e li caccino via come malfattori (II, 17); e quando tentano, chiamando in aiuto i villani, di rialzare il prestigio della Repubblica, assistono impotenti al tradimento, “mentre il Podestà non prese arme, ma con parole andava procurando in aiuto di messer Carlo di Valois”. Finalmente, alla Signoria non resta che dimettersi, lasciare l’ufficio, rientrare nell’ombra, il 7 di novembre. Era sorta tra il moltiplicarsi delle balìe e dei Consigli speciali; cadeva come un comitato provvisorio senz’aver nulla concluso, senz’aver nulla potuto difendere e salvare: e l’altra, che viene eletta l’8 di novembre, par subito destinata a liquidare il Comune bianco, a preparare il trionfo assoluto dei Neri, a tollerare lo scempio delle leggi, la violenza alle persone e alle cose, a proteggere i primi atti di vendetta della fazione vincitrice e a lasciar passare nei Consigli le richieste del principe, “signore di grande e disordinata spesa” (II, 20). Frate Matteo d’Acquasparta riappare per breve ora in città, forse per tentare un accordo tra banchieri neri e bianchi contro il Popolo, che non pareva disfatto ancora, forse per prendere accordi col principe e aiutarlo nella sua santa impresa; ma nessuno si preoccupa molto dei fulmini celesti da lui invocati, come altra volta, sul capo dei protervi sudditi della Chiesa. Ormai, tutti comprendono esser sonata l’ora della vendetta dei Neri contro i Bianchi; i vecchi arnesi dell’odio partigiano, le distruzioni delle case, gli esilii, le confische, sono rimessi alla luce del sole. E il Popolo deve prepararsi a lottare contro i vincitori dei Bianchi, e contro gli assalti dei fuorusciti, per ricostituire inconsciamente ai partiti politici la loro fìsonomia, alle guerre civili il loro carattere sociale, al Comune popolare la sua forza, assorbendo ed eliminando con una energia veramente mirabile, come il mare inghiotte e assorbe gli elementi impuri, i partiti magnatizi, le divisioni familiari, i dissensi transitori nel seno della stessa democrazia.

(Da Romolo Caggese, Firenze dalla decadenza di Roma al Risorgimento d’Italia, vol. 2, pp. 1-31, Firenze 1913)