In libreria: Lodo Moro

978880626839higUn accordo segreto, mai messo per iscritto ma capace di incidere in profondità sulla storia repubblicana. Nel pieno delle tensioni mediorientali e della stagione del terrorismo internazionale, Aldo Moro fu l’architetto silenzioso di una strategia fondata su canali paralleli, contatti riservati e intese non dichiarate. Così prese forma quello che sarebbe stato definito «lodo Moro»: un’intesa informale con alcune formazioni armate riconducibili all’Organizzazione per la liberazione della Palestina, basata su un principio tanto semplice quanto controverso — nessun attentato in Italia in cambio di tolleranza, libertà di movimento e, in alcuni casi, interventi per favorire il rapido rilascio di militanti arrestati con armi o esplosivi.
Il primo documento oggi accessibile che attesta l’esistenza di questo dialogo sotterraneo risale al 17 dicembre 1972: un appunto redatto da Stefano Giovannone, capo centro del Servizio informazioni difesa a Beirut. Poche righe, asciutte e burocratiche, partite da un anonimo ufficio dell’ambasciata italiana nella capitale libanese, ma destinate a segnare l’avvio di una strategia che avrebbe ridefinito i rapporti tra lo Stato italiano e il terrorismo mediorientale. Un equilibrio fragile, gestito fra ambasciate, servizi segreti, emissari libici, pressioni statunitensi e timori interni, nel quale la ragion di Stato si intrecciava con compromessi difficili da ammettere pubblicamente.
Che cosa prevedeva davvero quell’accordo? Chi trattava con chi? Chi lo sostenne, chi lo temette, chi tentò di ostacolarlo? E soprattutto: quanto si è scelto di tacere, o di non vedere, in nome della stabilità del Paese? Attraverso centinaia di documenti desecretati e testimonianze inedite, Giacomo Pacini ricostruisce con rigore archivistico e tensione narrativa una delle vicende più controverse dell’Italia della seconda metà del Novecento. Ne emerge uno studio finalmente organico su una materia a lungo rimasta nelle zone d’ombra: una storia di diplomazie parallele e ambiguità, di intese ritenute salvifiche e di compromessi pericolosi, che ancora oggi obbliga a interrogarsi sui confini — spesso sfumati — tra sicurezza, legalità e responsabilità politica.
Giacomo Pacini, L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda – Einaudi, Torino 2026, pp. 336, euro 27,00 

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Alessandro Campi, Autoritarismo, populismo, nazionalismo – Rubbettino, Soveria Mannelli 2026, pp. 200, euro 18,00
Viviamo una fase di trasformazioni profonde che investono società, istituzioni e politica. Le democrazie, in particolare, si trovano strette tra crisi interne e pressioni globali: regimi ibridi che sfuggono alle classificazioni, il ritorno del nazionalismo, l’ascesa del populismo, la crescente instabilità dei governi e un elettorato sempre più disilluso. Come orientarsi in questo scenario? Il libro propone un’analisi ispirata al realismo politico, indagando rischi e possibilità della democrazia contemporanea: dalla deriva oligarchica all’espansione del populismo come nuova forma di partecipazione radicale. Nella seconda parte l’attenzione si sposta sull’Italia, dove le carriere di Giuseppe Conte e Giorgia Meloni vengono lette dentro la cornice dei grandi mutamenti che, negli ultimi vent’anni, hanno ridisegnato non solo il sistema politico nazionale, ma anche il nostro stesso modo di pensare la politica.

Manuel Arias-Maldonado, Nostalgia del sovrano – Rubbettino, Soveria Mannelli 2026, pp. 216, euro 20,00
Come possono funzionare le democrazie senza la promessa di un futuro migliore e cosa accade quando l’individuo affronta le incertezze senza un’idea chiara del futuro atteso? Le turbolenze politiche contemporanee, generate dalle crisi economiche e dalle paure associate alle trasformazioni globali, vengono qui interpretate come un’espressione della «nostalgia del sovrano» spesso manifestata attraverso populismi e nazionalismi. Questa nostalgia non si rivolge a una figura storica specifica, ma all’idea di un potere in grado di imporre ordine in un mondo percepito come disordinato, e di assicurare progresso o integrità comunitaria. A differenza delle incarnazioni classiche del fenomeno, questo impulso sovrano contemporaneo si proietta su un pubblico dominato da un sentimento di insicurezza. Il testo esplora pertanto l’evoluzione del concetto di sovranità, dalle sue origini classiche legate al potere divino e monarchico fino alle sue trasformazioni nell’era post-rivoluzionaria e democratica. Sebbene la genealogia del concetto di sovranità e il rapporto tra sovranità e democrazia pluralistica siano temi classici, la novità di questa riflessione, capillarmente documentata, risiede nel modo in cui essi vengono integrati per analizzare l’impotenza della politica contemporanea e le radici teologiche della rivendicazione del potere della volontà generale. L’obiettivo è conciliare l’eterogeneità delle società moderne con la tutela dei diritti individuali di libertà ed espressione, evidenziando allo stesso tempo la precarietà degli strumenti a difesa del pluralismo ed elaborando una teoria politica di una sovranità temperata e scettica per preservare la democrazia.

Marco Bellabarba, Un mondo già di ieri. Storici, diplomatici, giornalisti e la dissoluzione dell’impero asburgico – il Mulino, Bologna 2026, pp. 368, euro 20,00
Gli storici europei di Otto e Novecento hanno legittimato gli Stati nazionali costruendo narrazioni identitarie. Questo libro indaga coloro che, al contrario, contribuirono a «distruggere» comunità politiche. Ovvero storici, giornalisti, intellettuali prestati al servizio diplomatico – Robert W. Seton-Watson, Henry Wickham Steed, Lewis B. Namier – che, considerati gli esperti migliori della politica asburgica, a inizio Novecento furono chiamati dal governo britannico a programmare l’assetto futuro dell’Europa; e divennero protagonisti dell’«uso pubblico» della storia, trasformandola in uno strumento per influenzare decisioni strategiche e percezioni pubbliche nei momenti cruciali della Grande guerra e durante le trattative di pace a Parigi. Negli stessi anni, alcuni intellettuali austriaci come Josef Redlich – l’altro protagonista del libro – cercarono disperatamente di spiegare perché il loro mondo dovesse sopravvivere senza dissolversi in Stati nazionali più piccoli.

Giuseppe Sergi, Stiamo tornando al Medioevo – Laterza, Roma-Bari 2026, pp. 176, euro 16,00
Vassalli, valvassori e valvassini. Dame e cavalieri, caccia col falcone e poeti romantici, draghi e troni di spade: il Medioevo che ci affascina è tutto un pastiche di invenzioni moderne che parlano di noi ma non servono a comprendere quei mille anni di storia. Uno dei più grandi storici italiani ci porta alla scoperta del Medioevo reale, molto più affascinante di quello immaginario.
Ogni volta che qualcosa non va, sentiamo ripetere la frase: «Stiamo tornando al Medioevo!». Può essere un sistema scolastico traballante o una crisi economica e sociale, sempre ritorniamo a quei ‘secoli bui’, a quel periodo di transizione e di tabula rasa che tanto ci spaventa e, paradossalmente, tanto ci affascina. Ma il Medioevo che pensiamo di conoscere non è mai esistito. I ‘secoli bui’ popolati da servi della gleba o quello luccicante di cavalieri, corti e tornei, nascondono una verità storica ben più complessa e affascinante.
Giuseppe Sergi, uno dei più autorevoli storici italiani del Medioevo, in questo libro demolisce con rigore scientifico i luoghi comuni che da troppo tempo offuscano la comprensione di un millennio cruciale della storia europea: la presunta ‘piramide feudale’, l’economia del baratto, il papa-monarca assoluto, i vescovi-conti, lo ius primae noctis.
Di fronte a chi si sforza di trovare nel Medioevo inventate radici di identità nazionali o esalta i vincoli solidaristici delle comunità rurali, è necessario compiere una operazione di verità storica. Il Medioevo reale, liberato dalle incrostazioni leggendarie, rivela sorprese culturalmente più ricche e autentiche di qualsiasi immaginario convenzionale.

Fulvio Delle Donne, Federico II – Salerno Editrice, Roma 2026, pp. 328, euro  31,00
Federico II fu l’«ultimo imperadore delli Romani», secondo Dante, per l’altissima consapevolezza del proprio ruolo di guida dell’umanità. Questo profilo critico ne misura la statura attraverso gli eventi in cui anche il mito si fa storia. Costruendo uno Stato, Federico assecondò rivoluzionari cambiamenti dell’epoca, in un sistema in cui tutto converge: diritto, politica, edilizia pubblica, nuove idee di nobiltà, scienza, poesia.

Loranzo Guardiano, Alessandria d’Egitto. Storia di una capitale del mondo antico – il Mulino, Bologfna 2026, pp. 160, euro 15,00
«La città era più grande di un continente e gli abitanti più numerosi di una nazione. Se consideravo la città, non riuscivo a credere che un popolo potesse riempirla; se invece guardavo la popolazione, mi meravigliavo che una città potesse contenerla».
Alessandria ha mille volti. Fondata su una striscia di terra fra un lago e il mare, divenne capitale di un Egitto che, al tramonto dei faraoni, si preparava a essere il cuore del Mediterraneo. Una dinastia di re vi creò il più grande centro di cultura dell’antichità, sotto la luce del Faro, una delle sette meraviglie del mondo. Al suo nome sono legate la tragedia di amore e morte di Cleopatra e Antonio e la vicenda della filosofa Ipazia. Ad Alessandria la chioma di una regina venne portata fra le stelle, fu calcolata la circonferenza terrestre e qualcuno osò dire che è il Sole a occupare il centro dell’Universo. Dopo duemila anni, Alessandria è rimasta un crocevia di popoli, poeti e letterati di culture diverse ma figli della stessa città, come Ungaretti e Kavafis. Il racconto avvincente di una metropoli millenaria che mescola nei suoi quartieri le sue anime egizia, greca, romana, bizantina, araba, turca ed europea, e che non ha mai smesso di produrre violenza e bellezza.

Alfredo González-Ruibal, Terra bruciata. Storia della violenza dal Paleolitico al XXI secolo – Carocci, Roma 2026, pp. 412, euro 32,00
Ogni rovina di un villaggio, ogni campo di battaglia ci parla di vite spezzate, di memorie cancellate e di speranze ridotte in polvere. Con lo sguardo dell’archeologo e la sensibilità dello scrittore, Alfredo González-Ruibal ridà voce a queste vittime invisibili, restituendo dignità ai resti della distruzione. Dalle guerre dell’antichità alle trincee del Novecento, questo saggio coinvolgente ci invita a rileggere la storia spogliata dalle ideologie, mettendoci di fronte a una verità scomoda: la nostra inquietante propensione alla violenza. Alfredo González-Ruibal è riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi esperti di archeologia contemporanea.

Jean-Jacques Hublin, La tirannia del cervello. Una nuova storia dell’evoluzione umana – Castelvecchi, Roma 2026, pp. 352, euro 22,00
Dalla conquista del fuoco alla nascita delle società complesse: un affresco sorprendente che svela come il nostro cervello sia stato l’artefice silenzioso della Storia.
Come spiegare il successo evolutivo di Homo sapiens a fronte della scomparsa di tutte le altre specie di ominidi? Jean-Jacques Hublin, tra i più autorevoli paleoantropologi contemporanei, offre una nuova interpretazione dell’evoluzione umana mettendo al centro il cervello: organo prodigioso, ma al tempo stesso immaturo, fragile ed energivoro. La sua crescita ha condizionato profondamente la nostra biologia, i modelli riproduttivi, le strategie di sopravvivenza, le stesse società. Dalle prime emigrazioni dall’Africa alle rivoluzioni agricole e industriali, Hublin mostra come cultura e natura abbiano costantemente interagito, spingendo l’uomo a trasformare il proprio ambiente e, così facendo, a trasformare se stesso.