RIVOLGIMENTO ECONOMICO-SOCIALE E RISORGIMENTO

di Corrado Barbagallo –

Un’Italia povera, frammentata e arretrata domina la scena tra Sei e Settecento: un’economia soffocata da guerre, fiscalità oppressiva e dominio straniero, priva di una vera industria e incapace di reggere la concorrenza europea. Ma nella seconda metà del Settecento prende avvio una lenta ripresa, favorita da riforme, afflusso di capitali e dall’esperienza napoleonica, che stimola industria e commerci. Da questo rinnovamento nasce una nuova borghesia e si consolida il legame tra sviluppo economico e Risorgimento politico.

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L’Italia impoverita

Il ricercatore del passato, che guarda con ansia affannosa l’aspetto dell’Italia nella prima metà del Settecento e considera lo stato del nostro paese un secolo innanzi l’anno augurale della nostra esistenza storica – il 1848 -, è forzato a riceverne una impressione penosa, come di paese povero o terribilmente impoverito. Sparsi qua e là minuscoli esercizi, dove si filava o tesseva la lana, il lino, o si fabbricavano quelle stoffe di cotone, dette indianine, che erano la grande moda del secolo. Non si adoperava carbone minerale, e il legno dei boschi bastava a fucinare un poco di quel ferro, di cui gli artigiani dei villaggi si servivano per fabbricare utensili da cucina o rozzi strumenti di lavoro, mentre dalle sponde di qualche corso d’acqua giungeva a intervalli, lamentoso, il cigolio dei così detti molini, destinati alla seconda filatura della seta: la fabbricazione dell’organzino. Si trattava di industrie, praticate o in piccole botteghe artigiane, con o senza l’aiuto di qualche garzone, o, più specialmente, a domicilio, da uomini, donne, ragazzi, e delle quali poteva dirsi che nessuna, neanche quelle che oggi rientrano nel dominio della grande fabbrica meccanica, si era staccata dalla terra, ossia dall’agricoltura.
Erano di regola, infatti, le donne della campagna a filare e tessere il cotone e la lana; i contadini, a ricercare ed estrarre qua e là un po’ di carbone e a fucinare un poco di ferro. Gli strumenti per siffatti lavori erano terribilmente grossolani, antiquati di due o tre secoli, rispetto a quelli, che si adoperavano nei maggiori paesi dell’Occidente europeo – l’Inghilterra, la Francia -, nella stessa Germania, allora così arretrata industrialmente. Il meccanismo più evoluto era quello, di cui si serviva la massima industria italiana del tempo – la seta -, ossia il già ricordato filatoio, messo in moto dalla forza naturale dell’acqua corrente.
Nell’Italia del tempo non esistevano fabbriche, in cui qualche ardito imprenditore avesse radunato un certo numero di operai a lavorare in un locale comune, e rare erano quelle imprese manifatturiere, per cui artigiani ed operai lavoravano, in botteghe o nelle loro case, per conto di un commerciante arricchito, e le quali già costituivano il regime di lavoro dei più progrediti paesi europei. Se poi si passa ad esaminare le dimensioni degli sbocchi di ciascuna di quelle industrie, si trova che nessuna disponeva di un mercato, nazionale o internazionale. La loro clientela si limitava al borgo, alla città vicina; al massimo, alla intera regione. Ad eccezione di una sola industria: non quella che fabbricava le aristocratiche stoffe seriche di un tempo, ma quella che praticava la più modesta operazione della torcitura della seta; infatti gli organzini, bolognesi, torinesi, fiorentini, lombardi, costituivano il più redditizio e il più diffuso articolo di commercio della impoverita Italia del Settecento.
Questa scarsità di esportazione dipendeva da parecchie cause. All’estero i nostri prodotti erano via via respinti dalla crescente concorrenza degli articoli forestieri, o migliori di qualità, o certamente più a buon mercato, e perciò capaci di trovare masse più numerose di clienti. Questi prodotti stranieri irrompevano, anzi, fin nel cuore della Penisola, provocando crisi e sollevando gravi preoccupazioni fra i produttori e presso i governanti. All’interno, poi, le cause della semi-paralitica industria italiana erano più numerose: gli ostacoli delle dogane e dei pedaggi interregionali e interprovinciali – assai più fitti e insuperabili delle stesse divisioni politiche; la grave deficienza delle comunicazioni terrestri, così riguardo al trasporto delle merci, come allo scambio delle notizie commerciali, delle domande, delle offerte, delle informazioni sui gusti dei consumatori dei mercati più lontani, condizione indispensabile di ogni attività economica; infine il brigantaggio, che infieriva su una buona metà della Penisola – gli Stati pontifici, il Napoletano, rendendo quasi impossibili gli scambi. Ma la causa principale era il basso tenore di vita della enorme maggioranza della popolazione.
La più grande parte degli Italiani viveva su di un’agricoltura, anzi su di una cerealicultura povera, sulla pesca, sui prodotti della pastorizia, su qualche modesta lavorazione artigiana o casalinga. Di aristocrazia non vi era che quella fondiaria, oziosa, ignorante, incapace, proprietaria di grandi estensioni di suolo, in genere mal coltivate, le cui rendite erano giudicate cospicue solo da coloro che le guardavano attraverso le lenti della illusione o della bramosia. E, questa aristocrazia, se aveva delle terre e delle rendite, non disponeva di capitali liquidi di una certa importanza, perché, secondo le regole del diritto civile del tempo, la maggior parte dei suoi possessi fondiari erano inalienabili e indivisibili. Mancava quella ricca e audace borghesia industriale-agricolo-finanziaria-commerciale, che era cominciata a formarsi in Francia fin dalla seconda metà del secolo XVI, e, meglio ancora, in Inghilterra, dove essa aveva trionfato definitivamente, conquistando con la rivoluzione politica del 1688 il predominio nella Camera dei Comuni. Era scomparsa perciò quella categoria sociale di banchieri, genovesi, senesi, fiorentini, che un tempo avevano signoreggiato il mondo, economico e politico, europeo. Era venuta meno, anche, o vi si era come rattrappita, l’attività dei maggiori porti della Penisola: di Genova, di Pisa, di Napoli, della stessa Venezia. Che cosa le città di quest’Italia del Settecento hanno più di comune con la Milano della fine del Medio Evo o dei primi del Rinascimento, formicolante, secondo si era espresso uno dei suoi cronisti, di «innumeri tessitori di lana, di lino, di cotone, di seta»; popolata di mercanti, che correvano il mondo, e «tenevano il primo posto in tutte le Fiere»; con Milano, dove gli stranieri si affollavano da ogni parte a visitare i mercati, tenuti ogni giorno in tutte le piazze, i più grandi mercati settimanali, le quattro grandi Fiere annuali, le migliaia di botteghe nelle quali si vendevano al minuto «un numero sterminato di mercanzie»? Che cosa in comune con la Firenze dei primi Medici, sede di industrie, che lavoravano per l’estero, alimentate dal denaro accumulato dal risparmio e dalla speculazione, dove il tenore della vita era elevatissimo; dove il volume degli affari cresceva ogni anno di 350 e 400.000 fiorini, e le cui entrate cittadine, come scriveva Giovanni Villani, potevano stare a fronte di quelle dei maggiori Stati europei? Nulla più esse avevano di paragonabile alla Venezia del ’400, il cui porto era lo sbocco del lavoro di mezza Italia, e le cui navi andavano in Inghilterra, in Fiandra, in Barberia, in Siria, in Egitto, nelle terre dell’antico Impero bizantino, in Provenza, in Spagna, in Portogallo. Nulla, infine, che richiamasse l’aspetto del Napoletano del primo Cinquecento, dalle venti città, sedi di arcivescovadi, dalle centosette cittadine, residenze di vescovi, tra cui eccelleva la capitale – Napoli – «vera città regia» e una delle prime d’Europa per la frequenza dei suoi commerci.

Le cause della decadenza

Sulle cagioni di tanta misteriosa decadenza si è a lungo discorso, e due sono le ragioni principali, che gli storici ne hanno addotto: lo spostamento dei traffici internazionali, in seguito alla sperimentata possibilità di circumnavigare l’estrema punta dell’Africa; la progressiva industrializzazione della restante Europa. Il problema riguarda un argomento di vitale importanza (se la storia ha qualche valore, è principalmente in quanto essa può insegnare a conoscere il segreto del fiorire o del decadere delle nazioni), e mette conto ripigliarlo in esame.
Lo spostamento dei traffici internazionali dal Mediterraneo all’Atlantico poté riguardare qualche città: forse Venezia; più probabilmente i piccoli porti delle Puglie, che sarebbero rimasti lontani dalle nuove, grandi rotte oceaniche. Ma una siffatta ipotesi va circondata da gravi riserve, perché da tempo i Veneziani commerciavano per via di mare coi porti del tenebroso Atlantico settentrionale, quali Londra e Bruges, e perché i loro rapidi scambi con l’Oriente asiatico, che tanta ricchezza aveva loro donata, essi li avevano sempre praticati attraverso il vecchio Mediterraneo. Ciò che, d’altra parte, al momento della scoperta delle nuove vie oceaniche, importava al commercio italiano, era l’Atlantico del sud, era la rotta, che, girando il Capo di Buona Speranza, andava all’Oriente, il paese delle spezie, degli aromi, delle sete, delle perle. E i nostri porti tirrenici – Genova, Livorno, Napoli -, la stessa Venezia non ne erano più lontani di quello che lo fossero Anversa, Amsterdam, Amburgo, Londra, che ora ascendevano alla luce della storia.
Non più valido può apparire il fatto della industrializzazione dell’Europa: un’Europa che questa sua nuova attività avesse arricchita, sarebbe stata, per le esportazioni italiane, un mercato assai più dovizioso della squallida e povera Europa medioevale.
E, se l’Europa s’industrializzava, perché mai l’Italia, che era già in vantaggio di parecchie lunghezze, se ne lasciò superare? Altre, dunque, dovettero essere le cause della sciagura dell’Italia. E al primo posto è da collocare la guerra: la guerra periodica, endemica, micidiale, che non si riesciva mai a scongiurare.
L’Italia era stata un campo di battaglia in permanenza fin dagli ultimi secoli del Medioevo. Parve trovare un po’ di pace alla metà del Seicento dopo il 1559; ma dopo un lunghissimo intervallo, era tornata ad essere tormentata dall’avverso destino: tra il 1700 e il 1748, con le tre nuove Guerre di successione, spagnola, polacca, austriaca.
È ben difficile formarsi un’idea esatta di tutte le devastazioni operate allora – allora assai più di oggi -, in ciascuna delle regioni italiane, per opera degli eserciti combattenti, che le attraversavano, vi alloggiavano, le saccheggiavano, le incendiavano, sconvolgendo ogni cosa. «Non vi fu», scrive uno storico italiano del Cinquecento, discorrendo delle operazioni degli eserciti imperiali in Toscana, «non vi fu né città, né castello, né borgo o villaggio nessuno, il quale non fosse bene spesso, più volte o saccheggiato o in altri diversi modi crudelissimamente danneggiato». «Tra Vercelli e Pavia», scrivevano, riferendosi allo stesso periodo di tempo, i legati del re d’Inghilterra, Enrico VIII, «per cinquanta miglia del paese più ubertoso di vigne e di grano che sia al mondo, tutto è deserto…: la popolazione di questi paesi e di parecchi altri d’Italia è stata consumata dalla guerra, dalla fame, dalla pestilenza…». Or bene questo triste ricordo si ripeté in Italia, quasi ogni anno, per ben due secoli, in quasi tutte le sue province! Un breve periodo di respiro avrebbero potuto essere i centoquarantun anni di dominazione spagnola, scorsi dal 1559 al 1700, ma essi furono occupati dal più nefasto dei governi di quel tempo: il governo spagnolo, che ròse l’Italia fino al midollo delle sue ossa. E una conseguenza di carattere economico di quel dominio, una conseguenza, cui non si è a sufficienza badato, dovette riuscire non meno grave di contraccolpi, politici e fiscali.
La Spagna dei secoli XVI-XVII era un paese in gravissima decadenza materiale, a motivo della perniciosa inflazione monetaria che vi infieriva, recatavi dall’oro e dall’argento americano. Il costo di produzione di tutte le cose era salito alle stelle, e le industrie, esistenti o nascenti nella penisola iberica, ne erano rimaste soffocate. Questa lue della inflazione contagiò buona parte dell’Europa, ma precisamente in ragione diretta dei rapporti commerciali di quest’ultima con la Spagna. Le conseguenze furono gravissime in tutta la penisola iberica; furono moderate in Francia e in Inghilterra; riuscirono gravi nell’Italia, súccuba della Spagna, dove fu inevitabile che si propagasse lo stesso male che infieriva sulla nazione dominatrice: lo spegnersi delle industrie nazionali, soffocate dalla concorrenza dei prodotti, che gli altri paesi fabbricavano a costi naturalmente inferiori. Questo disastro materiale si complicava, naturalmente, col feroce salasso fiscale, di cui l’Italia era vittima, con la pessima politica economica, che viceré e governatori spagnoli vi praticavano: non mercantilismo, non liberismo, non savia mescolanza dell’uno con l’altro, ma vincolismo, tirannia, ingordigia, ferocia. Per tutte queste vie la tragedia dell’Italia si era andata consumando!

Il primo risorgimento economico (seconda metà del secolo XVIII)

Nella seconda metà del secolo XVIII la stagnante vita, spirituale ed economica, della Penisola torna ad incresparsi, ossia incomincia ora quella fase della nostra storia, cui si è dato il nome di Risorgimento, che non è, come suole volgarmente immaginarsi, una serie di congiure, di colpi di mano, di guerre, fortunate o no, ma un vero rivolgimento nei rapporti sociali e nello stato morale del nostro paese.
Giunge ora in Italia il soffio dello spirito rivoluzionario – di quello «spirito diabolico», come più tardi lo dirà il Metternich – che agitava l’Europa da circa un secolo e mezzo. Si comincia a credere fermamente, anche al di qua delle Alpi, che il mondo abbia ripreso quella marcia di progresso, in cui era stato arrestato dalla reazione della Controriforma; che tutte le arti, tutte le scienze abbiano iniziato una nuova storia, e non già le arti e le oziose discipline medioevali, come la teologia, la filosofia, ma le scienze naturali, le scienze sperimentali, la matematica, la meccanica, la scienza del commercio, ossia l’economia, tutte ora ispirate e regolate dalla potenza della ragione. Vivere, si ripete, non è meditare, fantasticare, ma agire, e agire significa applicare all’attività umana, come già si è fatto per il lavoro manuale, la macchina della ragione, che ne centuplica la forza, la intensità, la rapidità.
Insieme con le nuove idee, giungono dall’estero il denaro, i capitali, che si sono formati nel resto dell’Europa, e che vogliono trovare impiego in Italia; e, coi capitali, coi capitalisti, con gli imprenditori, giungono i tecnici e i nuovissimi, semoventi organi dell’industria, ossia le macchine. La corrente dell’emigrazione, da e per l’Italia, si è rovesciata, e noi assistiamo all’improvviso sorgere, in tutte le regioni della Penisola, di società finanziarie o industriali, di imprese manifatturiere, di fabbriche, animate persino da energia meccanica, fondate da nazionali e, più volenterosamente, da stranieri. In Lombardia, nel 1746, sorge la Fabbrica Clerici per filatura e tessitura di peli di cammello e di capra con 28 telai e 289 lavoranti; nel ventennio successivo, quella dei Fratelli Rho per la sbiancatura e la stampa di tele di cotone, quella Guaita a Como per le stoffe di lana, quella della Società Pensa, Lorda & C. per tessuti di seta e seterie. In Piemonte, nel 1752, si costituisce la Compagnia Reale per le Opere e i negozi di seta con 600.000 lire di capitale azionario, la quale ha, come suo programma, la lavorazione in tutte le sue fasi, dall’organzino ai manufatti più complicati; nel 1757 si inaugura il Lanificio D’Ormea con 300 operai. In Toscana si apre la fabbrica Ginori di porcellane dall’esistenza più che secolare, che ne conta parecchie centinaia; nel Veneto, nel 1763, la fabbrica di scialli e coperte dell’israelita Gentili con 1000 operai; quella di telerie di Francesco Lischiuto; a Napoli la tessitura serica di San Leucio. E l’elenco potrebbe facilmente allungarsi. Interessante, in modo particolare, il risveglio industriale del Mezzogiorno d’Italia, dove una tradizione di questo genere non esisteva più da grandissimo tempo, e dove il dominio spagnolo era stato più rovinoso che altrove. Qui si torna a lavorare il cotone, e a Cava dei Tirreni 1800 telai danno 15.000 pezze di tessuto all’anno. Si torna a lavorare il lino ad Amalfi, nelle province di Caserta e di Bari, negli Abruzzi, con la produzione di circa 10.000 pezze di tela annue, mentre nel Salernitano e nella Valle del Plena, si fabbricano coperte, berretti, calze di lana.
I nuovi governi, che si sono installati nella Penisola, hanno una parte importantissima in questa resurrezione. L’era di più o meno assoluto liberismo, che dominò l’Europa dal 1860 al 1900 circa, ha esercitato una singolare influenza sulle nostre concezioni storiografiche. Suggerì, impose, come criterio universale, l’opinione che, non soltanto la vita politica, ma anche la vita economica di un popolo si svolga al di fuori dell’azione dei governi; che, anzi, le forze anonime, impersonate dalle collettività sociali, specie quelle economiche, bastino a dominare e determinare l’indole e l’azione dei governi. L’era più recente delle dittature europee, economiche e politiche, che la prima Guerra mondiale inaugurò, ci ha aiutato a comprendere meglio come vadano le cose, e come andassero nel secolo XVIII e nella prima metà del secolo XIX, allorché per altro, un liberista, uno smithiano – Giancarlo Sismondi – era tratto a volere che tutta la sua grande opera su le Repubbliche italiane del Medioevo fosse ispirata dal concetto che «i governi sono la causa più efficiente del carattere dei popoli; che le virtù o i vizi delle nazioni, la loro energia o la rilasciatezza, i loro talenti, la loro cultura e la loro ignoranza non sono quasi mai gli effetti del clima, gli attributi di una razza speciale, ma l’opera delle leggi; che tutto fu dato a tutti dalla natura, mentre il governo conserva o annienta, negli uomini che vi sono sottomessi, le qualità che formano il retaggio della specie umana».
Or bene nessuna storia più di quella dell’Italia, nella seconda metà del secolo XVIII e in sui primi del secolo XIX, mette in piena luce questa verità. I governi, animati anch’essi dalla febbre di cui arde tutto il secolo, lavorano a loro volta a plasmare secondo i nuovi modelli la vita dei loro amministrati. I governi di questo tempo in Italia non sono più gli Spagnoli o gli ultimi, degenerati eredi dei principi del secolo XVII. Sono i governi dei Borboni e poi dei Napoleonidi, i quali recano nel loro scettro più di una favilla della fiamma di rinnovamento che si è accesa nel loro paese di origine; sono la grande, illuminata monarchia austriaca di Maria Teresa e di Giuseppe II; sono i Granduchi di Lorena, che governano la Toscana, e vi compiono il primo, felice esperimento di quel liberismo, commerciale e industriale, per cui andrà gloriosa l’Inghilterra dei primi due terzi del secolo XIX. I criteri di governo di questi principi riformatori sono interessantissimi, e in materia economica oltrepassano talvolta i segni, cui la Rivoluzione francese si arresterà. Finora si usava stipulare trattati di commercio, armando il proprio paese di tutte le proibizioni immaginabili contro le possibilità di espansione commerciale dell’altro contraente. Ora si instaura la più larga libertà di reciproci rapporti economici e, consapevolmente ed esplicitamente, si proclama il principio de «la libertà di navigazione e di commercio», così pei giorni lieti della pace, come per quelli tristissimi della guerra. Si allentano o si strappano addirittura (come viene fatto in Toscana e in Lombardia) alcuni dei vincoli più pregiudizievoli alle attività economiche, quali le dogane interne, quale il secolare monopolio delle operazioni artigiane, violatore della libertà di lavoro. Si aboliscono maggioraschi e fidecommessi, carcerieri dell’agricoltura; si stabilizzano e perequano le imposte fondiarie; si creano porti franchi; si aprono grandi e piccole strade commerciali; si intensifica e diffonde l’istruzione tecnico-professionale.

I quindici anni di preponderanza francese e l’economia italiana

Dopo il 1796, l’Italia cambia, nuovamente e radicalmente, regime: i governi precedenti scompaiono, e vengono creati parecchi piccoli Stati repubblicani, sul modello, come si dice, della «grande» Repubblica vicina, uscita dalla Rivoluzione del 1789. La maggior parte hanno vita breve; ma essi, poco dopo, sono sostituiti da due governi, la cui importanza, politica ed economica, sarà assai maggiore: la Repubblica (poi il Regno) d’Italia e il Regno di Napoli, che insieme abbracciano i quattro quinti della Penisola.
L’influenza del nuovo regime francese sulla vita civile dell’Italia di quel tempo è stata variamente giudicata, e a seconda delle prevenzioni politiche dei giudicanti. Ma non si tratta in questo caso, come del resto, a proposito di qualsiasi problema storico, di badare, a ciò che gli uomini volevano fare o dicevano di fare, ma a quello che, essi stessi inconsapevoli, uscì dalla loro azione. La politica del primo Bonaparte intendeva fare dell’Italia una colonia agricola francese, un arsenale delle materie prime occorrenti all’attività industriale dell’Impero napoleonico. Perciò fu dato libero ingresso in Francia alle derrate italiane; per questo, o, meglio, anche per questo, allo scopo di accrescere la produzione, furono aboliti tutti i vincoli feudali che impacciavano la commerciabilità delle terre. L’Impero francese aveva bisogno di equipaggiare continuamente eserciti numerosi, e per ciò fu dato notevole impulso a parecchie colture industriali, specie a quella del cotone, da gran tempo trascurate. Ma per queste medesime ragioni la domanda, così di derrate agricole, come di materie prime, si fa intensa, e i prezzi non tardano a raddoppiarsi, a triplicarsi, a toccare proporzioni mai conosciute. E allora, nell’Italia che si voleva condannare ad un regime esclusivo di agricoltura e di pastorizia, tornano a formarsi dei capitali liquidi; lo spirito di speculazione si ridesta; nascono imprese di generi, cui per l’innanzi non si era pensato, e parecchie fanno ottimi affari perché la clientela è cresciuta, e, con l’agiatezza, è cresciuta anche l’intensità delle sue domande.
Non basta. La politica napoleonica tende ad escludere la Gran Bretagna – il nemico numero uno -, dal complesso dell’economia europea. Ma da circa un secolo toccava all’Inghilterra soddisfare le crescenti richieste del continente europeo, divenuto più popoloso e più ricco. Mancato perciò il contributo inglese, occorre trovare dei sostituti, e questi non possono essere che i due maggiori paesi europei, entrati nell’orbita imperiale napoleonica: la Germania e l’Italia. Perciò tecnici ed imprenditori francesi vengono in Italia (come vanno in Germania); vi formano i primi nuclei di nuove maestranze industriali; impiantano anch’essi nuove fabbriche. Non è tutto. La Francia napoleonica non sa pensare che alla guerra; ma la guerra ha bisogno di stoffe, di armi, di munizioni, di navigli, di strade, e perciò, come tante altre volte era avvenuto, essa concorre in prima linea a suscitare presso di noi, dove non esisteva, una febbrile attività industriale.
I nuovi governi francesi in Italia hanno anche bisogno di molto denaro, più ancora che i governi dell’antico regime. Senonché la loro politica fiscale è alquanto diversa. I governi precedenti dilapidavano il paese per impiegare altrove il denaro che ne ricavavano attraverso i molteplici salassi. I Napoleonidi impiegano questo denaro sul posto, in Italia, distribuendo le ordinazioni e le spese secondo un certo piano. Gli economisti italiani del tempo, anche i più repugnanti a tollerare governi stranieri, notano il fenomeno, e ne illustrano i benefici effetti. Il danaro non resta inoperoso nei forzieri dei privati che non seguono alcun criterio socialmente utile, nell’adoperarlo; non è neanche carreggiato fuori paese; ma, dopo essere passato dalle mani dei contribuenti alle casse del governo, torna di nuovo ai contribuenti, quali produttori e quali consumatori. E allora l’aumento della massa circolante accresce il numero dei consumatori; l’accresciuto numero dei consumatori stimola l’industria, e ne moltiplica i prodotti; il consumo maggiore, che abbisogna di una maggior quantità di numerario, accresce la massa e la velocità della circolazione, e, al tempo stesso, anche il gettito delle imposte, che segue sempre l’aumento dei consumi.
La politica napoleonica suscita, senza che si riesca ad averne piena consapevolezza, un altro fenomeno non meno interessante. L’Italia è per quattro quinti governata dai Francesi; il solo Stato del nord, da essi creato, che porta il medioevale nome di Regno d’Italia, conta circa 6 milioni e mezzo di abitanti; quello di Napoli ne conta 5 milioni; in tutto, una popolazione di 11-12 milioni di anime. Le loro legislazioni sono parallele; comuni le norme giuridiche, i sistemi di misure e di moneta; essi costituiscono, dunque, il più vasto mercato nazionale, che gl’Italiani conoscano da secoli, e le benefiche conseguenze di un tal fatto, che era di pura natura economica, inculcano, con l’eloquenza della prova, la convinzione dell’utilità, della necessità e della unificazione nazionale.
Quando nel 1814-15 il regime napoleonico precipiterà al suolo, l’aspetto, il volto dell’Italia appariranno profondamente mutati. Nella sua gerarchia sociale le vecchie classi terriere sono regredite di parecchi scalini, come ricchezza, come potenza economica, e il loro antico posto è stato occupato da una nuova borghesia, commerciale e speculatrice, in parte indigena, in parte forestiera, tra cui notevole è l’apporto di elementi israelitici, la quale per giunta ha acquistato coscienza del proprio diritto all’eguaglianza politica e alla libertà civile. Sono cresciuti di numero e di importanza le botteghe artigiane, i negozi, i caffè, gli alberghi, le vetture, le Società commerciali, i tecnici, gli inventori, i cultori delle scienze positive. Si è elevato lo spirito pubblico; si è destato lo spirito di avventura, di speculazione, si è disfrenata la libertà di iniziativa, e, come appunto si esprime un contemporaneo, «il cambiamento di tante fortune, la metamorfosi di tante persone, hanno generato un’inquietudine e una voglia, in ciascuno, di lanciarsi fuori della sua classe». Saranno appunto queste nuove condizioni morali, questo rivolgimento effettivo delle cose a costituire il meccanismo animatore della vita sociale italiana nei prossimi quarantacinque anni, attraverso i quali il nostro Risorgimento nazionale raggiungerà il suo coronamento.

La rivoluzione economico-sociale e il risorgimento politico

Il dramma, economico e politico, di quest’altro mezzo secolo è precisamente la lotta, or sorda, ora aperta, fra le formazioni sociali, che nell’ultimo quindicennio del secolo XVIII e nei primi del secolo XIX si sono venute costituendo: lotta fra le vecchie classi conservatrici, rappresentanti la grande proprietà fondiaria, laica od ecclesiastica, di origine feudale, e la piccola e media proprietà di origine borghese, di recente formazione, i piccoli e grossi industriali, i commercianti, il capitale mobile, gli stranieri, da tempo residenti nella Penisola, gli Ebrei, che il regime napoleonico ha affrancati a libertà, gli intellettuali, gli studiosi di problemi economici, i quali tutti insieme reclamano riforme politiche e riforme economiche, e scuotono nervosamente i cancelli dell’ordinamento politico-sociale, che, dopo gli scoscendimenti degli ultimi venti anni, la reazione dei governi vorrebbe imporre al paese. È un conflitto non esclusivo all’Italia, una vasta battaglia, che ha per teatro l’Europa, «fra l’antico e nuovo ordine sociale», come si esprimeva uno dei più intelligenti funzionari della cancelleria del Metternich, ma di essa l’Italia è uno dei focolari più ardenti.
L’Italia è sempre, come in passato, una nazione in prevalenza agricola; ma adesso le voci per la sua industrializzazione, della cui necessità cittadini e governi dovrebbero convincersi, sono divenute insistenti, petulanti. Si richiedono impianti di opifici, di fabbriche, che, in fondo, si dice gioverebbero anche all’agricoltura; che gioverebbero a destare gli Italiani dal lungo sonno, e li sforzerebbero a diventare di nuovo, come un tempo, un popolo attivo di produttori, di commercianti, di esploratori. La nuova industria italiana dovrà mettersi al passo con quella straniera; dovrà adoperare ordigni meccanici; dovrà smetterla dall’immaginare che le macchine siano strumenti diabolici, da fare a pezzi per impedire talune spiacevoli conseguenze, di cui esse sarebbero solo in parte responsabili.
Al rinnovamento materiale della nazione le macchine non bastano; occorrono strade, ferrovie, arterie vive della diffusione della ricchezza e del progresso, capaci da sole di «mutare l’aspetto di una società». Non bastano gli strumenti meccanici di produzione o le vie di comunicazione: occorre libertà di scambi, tra regione e regione, tra Stato e Stato, anzi un sistema di dogane, comune a tutta l’Italia, sul tipo del nuovo Zollverein tedesco, la cui idea e i cui meravigliosi resultati sono di continuo presenti al pensiero di tutti i discutenti.
Per la trasformazione, che ardentemente si brama e si invoca, sono altresì necessari dei capitali. E perciò si deplora che gl’Italiani, anche se praticano dei risparmi, alla fine o tesaurizzano sterilmente, o investono il proprio denaro in acquisto di terre e di case. Essi non amano finanziare imprese industriali, e perciò è necessario renderli familiari con siffatte concezioni, con tali pratiche. Onde la fioritura di progetti numerosi di istituti di credito, promossi, in genere, da industriali e capitalisti forestieri. Questi disegni regolarmente falliscono, ma tornano poco dopo ad essere ripigliati, e con un’insistenza, degna, in verità, della bontà della causa che si propugna. Ma, se non si riesce a creare delle banche nazionali, dei capitali affluiscono egualmente d’oltre Alpe. Sono degli Svizzeri, sono dei Tedeschi, sono dei Francesi, come nel periodo napoleonico, i quali vengono a stabilirsi in Italia, e mettono insieme i loro mezzi, unendosi in società di vario genere per imprese di trasporti, di assicurazione, di servizi pubblici, di commerci, di produzione industriale. Né la loro importanza si limita a un contributo in danaro, ma si estende alla eccitante influenza, che il loro esempio esercita sugl’Italiani stessi.
Di tutti questi problemi, di tutte queste esigenze, discorrono non soltanto degli studiosi isolati; non soltanto, in petizioni ai governi, gli interessati banchieri, mercanti, industriali ne discutono le vecchie, sonnolente Accademie culturali, che un tempo si occupavano di filosofia platonica e aristotelica, e ora sembrano come trasfigurate dall’ardore delle mille preoccupazioni che le investono. Si formano associazioni, le quali si propongono, come loro compito esclusivo, non soltanto lo studio di tali problemi, ma l’applicazione pratica delle relative soluzioni. Esse sorgono numerose anche in paesi che, come il Napoletano, si solevano giudicare come i più repugnanti ad accogliere idee che avessero sapore di novità. Tale appunto l’Associazione agraria piemontese, che vantò fra i suoi inscritti Camillo Cavour; tali quelle Società economiche meridionali, che aspettano ancora il loro storico. Ma più significativo è il fatto che la propaganda per la resurrezione economica della nazione si mescola, sin quasi a confondersi, con la propaganda patriottica per il suo Risorgimento politico. Perché mai si dovrebbe instaurare libertà di commercio fra l’una e l’altra sponda italiana? Perché gli impedimenti che lo ostacolano sono, in egual misura, un intralcio al traffico delle merci, come alla realizzazione dell’unità politica! Perché si deve bramare l’indipendenza nazionale? Perché essa è, oltre tutto, un principio di economia politica. Perché si deve volere che l’Italia divenga un grande paese industriale? Perché lo spirito industriale è al tempo stesso causa ed effetto di libertà, nemico dell’ineguaglianza sociale, nemico dell’oppressione, della servitù, della guerra ! Questa febbre di rinnovamento economico-politico agita tutta l’Italia, e il coro dei reclamanti diviene più insistente, più rumoroso, più affollato, man mano che ci si avvicina alla metà del secolo.
Così stando le cose, le forze prepotenti della sua evoluzione interiore urgono la nuova Italia a proporsi con insistenza la meta del suo risorgimento politico. Potranno uno o più tentativi andare a vuoto; congiure o insurrezioni falliranno; ma non è possibile impedire il processo finale, determinato, come esso era, da fattori storici prepotenti, che sin da questo momento lo fanno prevedere assolutamente sicuro.

(C. Barbagallo, Il rivolgimento economico-sociale dell’Italia e il suo risorgimento politico, da “Nuova Rivista Storica”, luglio-dicembre 1948)