IL CASO MONTESI FA TREMARE IL POTERE (parte 2)
di Roberto Poggi –
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Tra memoriali, indagini riservate, manovre politiche e campagne stampa, il caso diventa una “questione morale” che travolge il governo guidato da Mario Scelba e mette in difficoltà figure come Amintore Fanfani e Attilio Piccioni. Nonostante l’archiviazione iniziale, le accuse, i colpi di scena processuali e la pressione dell’opinione pubblica conducono alla riapertura dell’inchiesta, trasformando la vicenda Montesi in uno dei più clamorosi scandali politico-mediatici della Prima Repubblica.
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Chi era veramente Wilma Montesi? Una ragazza come tante, sospesa tra i sogni ispirati dal mondo del cinema e la realtà di un casto fidanzamento con una agente di Polizia, Angelo Giuliani, di estrazione altrettanto modesta della sua. I conoscenti ed i familiari, il padre Rodolfo, titolare di una bottega di falegnameria, la madre Maria Petti, casalinga, la sorella Wanda, di ventiquattro anni, il fratello Sergio, di diciassette anni, la descrissero come riservata, timida ed estremamente pudica. Raramente usciva da sola, per questa ragione i vicini di casa in via Tagliamento avevano soprannominato le sorelle Montesi le sorelle siamesi. Abbandonati gli studi dopo diversi cambi di istituto, Wilma passava le sue giornate aiutando la madre in casa, sfogliando riviste di moda, andando al cinema, scrivendo e ricopiando lettere d’amore indirizzate al suo promesso sposo che prestava servizio in Polizia a Potenza. Wilma, una bellezza mediterranea dalle forme generose, curata nel vestire, distinta nel portamento, non passava certo inosservata, non aveva però nessuna doppia vita. Agli inquirenti il padre Rodolfo dichiarò: «…la sua onestà e la rettitudine della sua vita escludono nella maniera più assoluta e radicale che ella potesse avere delle relazioni sentimentali con altro uomo; che potesse accettare la sua compagnia e che di tale fatto potesse mantenere il segreto con la madre e la sorella verso le quali la sua condotta è stata sempre caratterizzata da una sincerità e lealtà veramente ammirevoli».
In pochi giorni le copie di “Attualità” andarono a ruba, una di queste non tardò ad arrivare sulla scrivania del Procuratore Capo Sigurani che, il 24 ottobre 1953, volle interrogare Silvano Muto, giornalista e direttore di quella rivista, che aveva proposto la stravagante ricostruzione di un festino finito male. Dal momento che il comando dei Carabinieri di Ostia aveva già chiarito che quanto affermato nell’articolo apparso su “Attualità” era destituito di qualsiasi fondamento, Sigurani ed il Sostituto Procuratore Murante non ebbero difficoltà a mettere Muto con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere candidamente che la sua ricostruzione della morte della Montesi era un’opera di fantasia, a scopo puramente pubblicitario. Tale pronta ammissione non gli evitò comunque un rinvio a giudizio, con l’accusa di aver diffuso notizie atte a turbare l’ordine pubblico.
In quel mese di ottobre un’altra copia di “Attualità” finì per caso nelle mani di Anna Maria Moneta Caglio, una giovane donna milanese di ottima famiglia, con l’aspirazione di costruirsi una carriera nel mondo dello spettacolo, che riconobbe nel misterioso Mister X il proprio fidanzato, Ugo Montagna, su cui da tempo nutriva dei sospetti, alimentati dalla gelosia.
Ugo ed Anna Maria si erano conosciuti nell’anticamera del Ministro delle Poste Giuseppe Spataro. Ad indirizzarla a quella anticamera, munita di una lettera di raccomandazione che avrebbe dovuto spalancarle le porte della Rai e di Cinecittà, era stato suo padre, un notaio con ottime aderenze nella Democrazia Cristiana. La ventennale differenza di età non aveva impedito ad Anna Maria di subire il fascino del Marchese Montagna, che sembrava poterle garantire, addirittura meglio di un Ministro, quella scorciatoia verso la celebrità che stava cercando.
Per i frequentatori del bel mondo romano, appassionati di caccia e di ricevimenti esclusivi, la tenuta di Capocotta evocava il nome di Ugo Montagna, Marchese di San Bartolomeo, amministratore della società venatoria Sant’Uberto, immobiliarista di successo, con una fama di donnaiolo impenitente. Benché la sua nobiltà fosse dubbia, quanto quella di tanti altri gentiluomini nobilitati da Umberto II nei suoi ultimi giorni di regno, poteva vantare ottime relazioni sia con la vecchia nobiltà romana sia con i nuovi detentori del potere politico e soprattutto con i loro figli: frequentava, infatti, abitualmente Piero Piccioni ed Alfonso Spataro, figlio del Ministro delle Poste in carica.
Nell’ottobre del 1953 Ugo ed Anna Maria erano fidanzati da circa un anno. La loro relazione dopo un inizio idilliaco era diventata negli ultimi mesi burrascosa, turbata dalle frequenti scenate di gelosia di Anna Maria e forse anche dal suo risentimento verso Ugo per una carriera artistica che stentava a decollare.
Nello scenario fantasioso tracciato da Muto la Moneta Caglio trovò finalmente una risposta ai dubbi che da tempo la angosciavano. La grande disponibilità di denaro ostentata dal Marchese si spiegava con il traffico di stupefacenti e le sue assenze, tanto numerose quanto misteriose, con i festini di Castel Porziano, frequentati da fanciulle disponibili a tutto.
Alla ricerca di ulteriori conferme, la Moneta Caglio non esitò a contattare la redazione di “Attualità”. Muto, che dopo l’interrogatorio in Procura era alla disperata ricerca di un testimone più credibile di Adriana Bisaccia, fu ben contento di incontrarla.
Alla fine di ottobre, di propria iniziativa, o forse su sollecitazione di Muto, la Moneta Caglio si presentò al Procuratore Sigurani, a cui dipinse un quadro a fosche tinte delle attività del Marchese Montagna, senza tuttavia fornire alcun riscontro più concreto delle sue sensazioni. Il Procuratore la ascoltò perplesso, prese qualche appunto e poi la congedò con il consiglio paterno di prendere le distanze dal Montagna.
Tale assennato consiglio venne ignorato, nelle settimane successive Anna Maria ed Ugo si riappacificarono, ma i sospetti instillati da Muto, divenuto nel frattempo amico e confidente della Moneta Caglio, non svanirono, anzi si rafforzarono sino a trasformarsi in un angoscioso stato d’animo. Ogni gesto del Montagna, un invito a cena così come la proposta di trascorrere una serata romantica nella tenuta di Capocotta, assumeva nella mente di Anna Maria i contorni di una velata minaccia alla propria vita.
Sempre più inquieta e tormentata Anna Maria decise, a metà novembre, di confidarsi con la sua guida spirituale, il sacerdote milanese Pietro Filipetto, che la indirizzò ad un confratello romano, il Padre gesuita Alessandro Dall’Olio, responsabile del seminario di Via degli Astalli. Il gesuita romano ascoltò sgomento un confuso racconto in cui la morte misteriosa della Montesi si intrecciava con condotte immorali e tanti nomi illustri, sullo sfondo del traffico di stupefacenti e della tratta delle bianche. Disorientato da un tale scenario padre Dall’Olio invocò in suo soccorso un autorevole confratello, Padre Virgilio Rotondi, intimo collaboratore di Papa Pio XII, che esortò la giovane a sporgere quanto prima una denuncia.
Anna Maria respinse il consiglio, affermando che qualunque denuncia sarebbe stata rapidamente insabbiata, dal momento che il Montagna teneva in pugno persino il Capo della Polizia. Di fronte a tale obiezione Padre Rotondi suggerì di scavalcare il Capo della Polizia, rivolgendosi direttamente al Ministro dell’Interno, Amintore Fanfani.
In attesa di combinare un incontro al Viminale i due gesuiti prudentemente fecero alcune verifiche che diedero tutte esito positivo. Effettivamente il Montagna risultava ben introdotto nei salotti romani e poteva vantare un lungo elenco di amicizie in cui accanto al Capo della Polizia comparivano il Presidente dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda, il responsabile della sanità pontificia, Monsignor Angelini, il medico del Papa, Riccardo Galeazzi Lisi e tanti altri nomi di peso.
Al fine di mettere ordine nel fiume in piena delle sue rivelazioni i due gesuiti chiesero alla Moneta Caglio di scrivere un dettagliato memoriale. Proprio con tale documento in busta chiusa Padre Dall’Olio si presentò nell’ufficio di Fanfani che, incuriosito dai nomi anticipati dal gesuita, tra cui comparivano alcuni dei suoi antagonisti all’interno della DC, si impegnò a leggerlo con attenzione per poi accertare quanto di vero contenesse. Neppure le perplessità di Mino Cingolani, ex assistente di De Gasperi aggregato alla segreteria del Ministro dell’Interno, sulla credibilità di quanto riferito da Padre Dall’Olio riuscirono a frenare la volontà di Fanfani di trovare dei riscontri. Informato da Cingolani sulle farneticazioni della Moneta Caglio, De Gasperi preferì astenersi da ogni commento, chiudendosi in uno sdegnato silenzio.
Al seguito di Padre Dall’Olio una copia dello stesso memoriale giunse anche sulla scrivania di Giulio Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che, dopo averne letto l’incipit, in cui si affermava di una tresca tra il Montagna e la Petacci, tollerata da Mussolini per timore del Montagna, lo fece scivolare senza esitazioni direttamente nel cestino.
Mentre De Gasperi taceva ed Andreotti saggiamente cestinava, Fanfani invece convocò il Generale Alberto Mannerini, Comandante dell’Arma dei Carabinieri, e lo incaricò di approfondire le mirabolanti affermazioni sul conto di Montagna contenute nel memoriale della Moneta Caglio. Per una indagine così delicata e costellata di nomi tanto illustri il Comandante dell’Arma scelse il Colonnello Umberto Pompei, un ufficiale con una grande esperienza nei servizi segreti, che dichiarò di essere già stato sollecitato ad indagare su quella vicenda da una misteriosa lettera anonima.
In quel mese di novembre la condizione ormai paranoica di Anna Maria non accennò a migliorare. Nella notte tra il 22 ed il 23 novembre, dopo una cena dall’Amatriciano in compagnia di Montagna, Anna Maria accusò dei forti dolori allo stomaco che non esitò ad interpretare come i sintomi di un tentativo di avvelenamento. In realtà quella sera aveva mangiato una sogliola probabilmente non proprio appena pescata. La mattina seguente su consiglio di una suora della Basilica di San Clemente, con cui da qualche tempo era entrata in confidenza, si fece visitare da un neuropsichiatra che la giudicò affetta da un grave esaurimento nervoso e le prescrisse un lungo periodo di riposo. Quella sera stessa, senza neanche rivolgere una parola di commiato al Montagna, Anna Maria partì in treno per Milano.
La quiete di Anna Maria non durò a lungo, già nel mese di dicembre il Colonnello Pompei, grazie alla collaborazione dell’infaticabile Padre Dall’Olio, la rintracciò per raccogliere dalla sua viva voce ulteriori dettagli sul conto del Montagna, su cui gli archivi in cui aveva rovistato avevano fatto emergere una sequela di precedenti penali, diffide e sospetti. Ciò che gli mancava erano notizie di reati contro cui si potesse immediatamente procedere. Dopo un paio di incontri, avvenuti tra le mura di silenziosi conventi ad Orte ed a Roma, nel corso dei quali la Moneta Caglio arricchì il suo memoriale di altri fantasiosi particolari, senza tuttavia fornire prove concrete alle sue affermazioni, il Colonnello Pompei ritenne conclusa la sua riservatissima inchiesta.
Il 28 dicembre 1953 il Generale Mannerini ed il Colonnello Pompei si presentarono a rapporto al Viminale. I due alti ufficiali illustrando il dossier che avevano messo insieme consigliarono di avvertire le molte personalità con cui il sedicente Marchese era in relazione affinché prendessero le distanze da lui, soltanto dopo aver creato il vuoto attorno al Montagna sarebbe stato opportuno far scoppiare lo scandalo, per il quale oltre tutto mancavano ancora prove spendibili in tribunale.
Il Ministro Fanfani respinse tale strategia giudicandola troppo accomodante, l’indagine doveva continuare nell’ombra come era iniziata senza fornire facili vie di fuga a tutti coloro che vi erano coinvolti, occorreva purificare la classe dirigente. Sotto i panni del moralizzatore della vita pubblica frettolosamente indossati da Fanfani si celava un politico cinico e spregiudicato che intendeva scalzare la destra democristiana di Attilio Piccioni dalla guida del partito e liberarsi al tempo stesso del Capo della Polizia Pavone a lui sgradito, in quanto strettamente legato a Scelba.
Ad alimentare le ambizioni di Fanfani contribuì anche la crisi del governo Pella che, esaurito il suo slancio patriottico con in ricongiungimento di Trieste all’Italia, cadde il 5 gennaio 1954, aprendo all’interno della DC una lotta senza esclusione di colpi per la successione. Il Presidente della Repubblica Einaudi incaricò Fanfani di formare un nuovo esecutivo. Dopo tre settimane di serrati colloqui tra i maggiorenti democristiani Fanfani si presentò alla Camera con un governo monocolore, che tuttavia non riuscì a tenere insieme tutte le anime del partito. Le prestigiose poltrone assegnate alla destra democristiana, con Andreotti agli Interni e Piccioni agli Esteri, non furono sufficienti a farle accettare l’innovativo programma economico di Fanfani che dichiarava di voler abbandonare il liberismo degasperiano per inaugurare una nuova fase di interventismo statale. Il 30 Gennaio 1954 con 260 voti favorevoli, 303 contrari e 12 astenuti su 563 presenti, la Camera negò la fiducia. La sera stessa Fanfani si dimise.
Due giorni prima del voto alla Camera ebbe inizio il processo a Silvano Muto, escluso per un soffio dal beneficio di una provvidenziale amnistia, estesa anche ai reati di stampa. Il difensore di Muto, Giuseppe Bucciante, optò per una strategia temeraria, inviando alla magistratura un esposto in cui il suo cliente si dichiarava pronto a dimostrare la veridicità di quanto aveva pubblicato sulla sua rivista. Il documento non sortì l’effetto sperato di evitare il processo e fu archiviato. Bucciante ritenne allora di dover rafforzare la difesa del suo cliente, coinvolgendo un principe del foro come l’avvocato Giuseppe Sotgiu, Presidente della Provincia di Roma, appartenente al partito comunista.
In tribunale, Muto, sostenuto da una difesa combattiva e fortemente connotata politicamente, affermò di essersi interessato al caso Montesi per umanità, poi, senza averle consultate preventivamente, citò Adriana Bisaccia ed Anna Maria Moneta Caglio come le sue fonti sui festini a base di droga e di sesso che si tenevano a Capocotta. In particolare attribuì alle rivelazioni della Bisaccia la ricostruzione della morte della Montesi a seguito di un malore causato dall’assunzione di stupefacenti. La Bisaccia non era però una testimone oculare degli eventi di quella notte, ne era stata informata da altre persone, di cui Muto non era in grado di fare i nomi.
Il Procuratore Sigurani ordinò immediatamente la convocazione della Bisaccia, che nel corso di un lungo interrogatorio negò tutto quanto Muto aveva affermato. Nei giorni seguenti la Bisaccia, emotivamente scossa – era sopravvissuta ad un tentativo di suicidio il 10 Gennaio – ed in condizioni di indigenza, fu assediata dai giornalisti a cui rilasciò, a pagamento, diverse interviste tra loro contraddittorie, in cui ora confermava, ora smentiva i torbidi scenari evocati da Muto. Anche il suo amante, il pittore Francimei, ebbe un momento di notorietà, raccontando alla stampa, sempre a pagamento, dei frequenti incubi di Adriana, da cui si svegliava gridando di non voler annegare.
Il Marchese Montagna non tardò a reagire, querelò Muto per diffamazione, poi, assistito dal suo legale, si presentò ai giornalisti denunciando di essere vittima del risentimento della Moneta Caglio per la rottura della loro relazione.
I giornalisti non riuscirono invece a scovare la Moneta Caglio che, su insistenza della sua famiglia, si era ritirata tra le mura di un convento. In sua vece accettò di rilasciare un intervista il padre che ci tenne a negare qualsiasi legame di sua figlia con Wilma Montesi. Confermò invece l’esistenza di un memoriale scritto da sua figlia in cui erano contenute affermazioni circa il sospetto arricchimento di una persona a lei vicina. Il padre si spinse sino a dichiarare che tali affermazioni erano state verificate alla fine di dicembre dal Ministro degli Interni Fanfani. Pronta giunse la smentita del Ministro, a cui seguì una precisazione dei legali della Moneta Caglio che, pur di togliere Fanfani dall’imbarazzo, si inventarono che al Viminale era pervenuto soltanto un estratto del memoriale che, senza fare nomi, descriveva alcuni ambienti corrotti della Capitale.
Ci volle una convocazione del Procuratore Sigurani per strappare Anna Maria dalla quiete conventuale. Giunta a Roma da Firenze scortata dai suoi legali, da due agenti di Polizia e pure da una suora, in sei ore di interrogatorio illustrò a Sigurani il contenuto del suo memoriale, che durante il ritiro conventuale aveva riscritto e completato di ulteriori dettagli. Dopo l’interrogatorio Anna Maria improvvisò una conferenza stampa all’hotel Plaza. A prima vista giornalisti e fotografi se ne innamorarono, giovane, bella, elegante e bene educata sembrava incarnare quell’ideale di purezza che un testimone disinteressato dovrebbe avere. Prendendo spunto dai maglioni neri da esistenzialista che spesso indossava, Camilla Cederna la battezzò il “Cigno Nero”, altri cronisti, senza riuscire a trattenere l’enfasi, la definirono addirittura la “Ragazza del Secolo”. In breve, per gran parte dell’opinione pubblica divenne una specie di Giovanna d’Arco capace di ispirare una moralizzazione della società italiana.
A questo fervore moralizzatore tentò di reagire il Questore Polito, ormai in congedo, ribadendo, in un articolo pubblicato su “Il giornale d’Italia” il 3 Febbraio, la fondatezza dell’ipotesi della disgrazia per spiegare la morte della Montesi. Ancora una volta i suoi argomenti non apparvero affatto convincenti, l’opinione pubblica sentiva il bisogno di ben altre spiegazioni.
Il 7 Febbraio 1954, il direttore de “L’Unità”, Pietro Ingrao, pubblicò un editoriale dal titolo “Questione morale”, in cui si faceva interprete dello sdegno di milioni di italiani di fronte all’esistenza nella vita pubblica di un gruppo privilegiato al quale sembrava essere consentito eludere impunemente la legge. Le indagini sciatte e superficiali sulla morte della Montesi ne erano la prova più evidente, una prova che «… ha duramente colpito l’opinione pubblica, che non comprende come la Polizia abbia potuto appagarsi, e addirittura ostinarsi a una grottesca difesa, di tesi che ripugnano al senso comune, all’osservazione più elementare». Le rivelazioni di un «… torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione che sconfinava nel mondo pubblico ufficiale…» avevano mutato un caso giudiziario in una seria questione morale. Ingrao concludeva il suo infuocato articolo con una invocazione al magistrato romano a soddisfare la sete di giustizia del popolo italiano, non si trattava soltanto di far luce sulla morte di una giovane, ma di provare che nella Repubblica tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. I dirigenti del Partito Comunista abbracciarono con entusiasmo la linea moraleggiante inaugurata da Ingrao. Giancarlo Pajetta, responsabile della propaganda del partito, inventò il termine “capocottari”, molto più efficace nei comizi di gruppo privilegiato, per indicare gli esecrabili esponenti della classe dirigente democristiana.
Il 13 Febbraio il Procuratore Sigurani interrogò Ugo Montagna e Piero Piccioni, entrambi dichiararono di non aver mai né visto né conosciuto Wilma Montesi, negarono che a Capocotta si svolgessero festini e si consumassero stupefacenti. Montagna spiegò i racconti della Moneta Caglio come la ripicca di una donna gelosa e risentita. Piccioni confermò di aver incontrato il Capo della Polizia, ma al solo scopo di sollecitarne l’intervento contro la campagna diffamatoria intentata dalla stampa nei suoi confronti. Su consiglio del suo avvocato, il Professor Carnelutti, Piccioni esibì anche un solido alibi, nei giorni della scomparsa e della morte della Montesi si trovava ad Amalfi in compagnia della sua fidanzata, l’attrice Alida Valli, ospiti presso la villa del produttore Carlo Ponti. Il suo rientro a Roma era avvenuto prima del previsto a causa di un fastidioso mal di gola, comprovato da una visita medica e da una prescrizione.
La totale estraneità ad ogni accusa rivendicata da Montagna e da Piccioni non scalfì l’atteggiamento colpevolista di buona parte della stampa, in quanto era funzionale alla lotta politica. Il quotidiano “Paese sera”, vicino al Partito Comunista, pubblicò il 18 febbraio una foto di Scelba in compagnia di Montagna al matrimonio del figlio del ministro Spataro. La piccola somma – appena diecimila Lire, circa duecento Euro odierni – richiesta dal fotografo per cedere uno scatto che poteva far tremare il governo che si apprestava a presentarsi alla Camera, autorizza a sospettare l’esistenza di una regia occulta dell’operazione. Fanfani, tradito dalla destra DC dieci giorni prima avrebbe avuto delle ottime ragioni per prendersi una rivincita senza doversi esporre in prima persona.
Nonostante lo scoop di “Paese sera”, il 26 Febbraio 1954, il governo Scelba ottenne la fiducia al Senato. Il Presidente del Consiglio assegnò ad Attilio Piccioni la guida del Ministero degli Esteri e riservò per sé il Ministero degli Interni. Tali scelte non contribuirono a rasserenare il clima politico, turbato non solo dal caso Montesi, ma anche dall’avvelenamento nel carcere dell’Ucciardone, a Palermo, del bandito Gaspare Pisciotta, che nel processo di Viterbo aveva accusato proprio Scelba di essere il mandante della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Con Scelba al Viminale tornarono anche gli scontri violenti tra forze dell’ordine e manifestanti. A Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, i Carabinieri intervennero con i candelotti lacrimogeni per disperdere una folla che protestava contro la mancanza d’acqua, provocando quattro morti e numerosi feriti.
Alla Camera Togliatti espresse lo sdegno dei comunisti nei confronti di un governo assurdamente repressivo, mentre nelle piazze Pajetta non smetteva di sbraitare contro i capocottari.
Il 3 Marzo 1954 il Procuratore Sigurani archiviò il caso Montesi, in assenza di nuovi elementi. L’ipotesi del pediluvio fatale, benché assai poco credibile, rimase l’unica spiegazione della morte di Wilma Montesi. Il processo a Silvano Muto invece continuò il suo corso. Il 4 Marzo fu chiamata a testimoniare in aula Anna Maria Moneta Caglio.
I fotogrammi dell’Istituto Luce mostrano una folla di giornalisti, fotografi e curiosi che ingombra la scalinata di accesso al Palazzo di Giustizia e le vie circostanti. In aula la “Ragazza del secolo” non deluse le aspettative né dei giornalisti né dei curiosi. Tramutò tutto l’amore che aveva provato per Montagna in un odio velenoso e lo espresse con la compostezza che si addiceva ad una figlia della buona borghesia milanese. Non tralasciò nessun particolare che potesse infamare il suo ex fidanzato ed i potenti con cui era solito accompagnarsi. In tre diverse udienze evocò i festini di Castel Porziano, il traffico di droga, la tratta delle bianche, il presunto tentativo di avvelenamento subito, le regalie milionarie elargite ai politici per averne la protezione e concludere lucrosi affari immobiliari, addirittura citò tra i beneficiari della generosità del sedicente Marchese il Ministro degli Esteri Piccioni ed il Vicepresidente del Consiglio Saragat. Tra una accusa ignominiosa e l’altra ritenne doveroso anche condividere con l’opinione pubblica italiana i propri fondati sospetti circa l’omosessualità del Montagna. Incalzata sul caso Montesi, riconfermò l’incontro di Piccioni e Montagna con il Capo della Polizia Pavone, ostentando sicurezza lo collocò il 29 Aprile 1953, quando il nome di Piccioni non era ancora apparso sui giornali. Tale precisa indicazione demoliva la difesa di Piccioni che aveva descritto l’incontro avuto con Pavone come un suo tentativo di reagire alla diffamazione messa in atto dalla stampa.
La Moneta Caglio non rinunciò nemmeno alla soddisfazione di sputare qualche goccia di veleno contro il Procuratore Capo Sigurani che non aveva preso sul serio i suoi sospetti quando nell’ottobre del 1953 si era recata di sua iniziativa in Procura per informarlo. Riconobbe invece a Fanfani il merito di averle creduto e di essersi attivato per favorire la ricerca della verità sulla morte della Montesi.
Venne poi il turno di deporre in aula della Bisaccia, che apparve a tutti i commentatori assai meno credibile della “Ragazza del secolo”. Ammise di essere stata oggetto da parte del Muto di una «pressante e suggestionante insistenza» a proposito di fatti su cui non aveva una conoscenza diretta. Esasperata, si era limitata a riportare al Muto voci che aveva raccolto qua e là in giro per Roma, come quella secondo cui Piero Piccioni aveva consegnato alla Polizia gli indumenti intimi della Montesi.
Il 10 Marzo il Colonnello Pompei lesse in aula il rapporto che in gran segreto aveva stilato per ordine di Fanfani. Pur non potendo affermare l’esistenza di un legame certo con la Montesi, usò la biografia del Montagna, mescolando dati giudiziari, dicerie e sospetti, per insinuare che l’esistenza di una tale legame era verosimile. Iniziò dai trascorsi con la Giustizia del Marchese Montagna, la cui nobiltà era con ogni probabilità fasulla. Ben undici erano i procedimenti penali a suo carico, le condanne accumulate andavano dall’insolvenza fraudolenta al falso in cambiali, sino all’appropriazione indebita. Il Colonnello non si fermò al Certificato del Casellario Giudiziale, andò oltre, descrivendo un arrampicatore sociale senza scrupoli che durante il Fascismo era stato confidente dell’OVRA ed aveva stretto rapporti con il Prefetto La Pera, Direttore del Dipartimento per la Difesa della Razza. Senza esibire prove accusò il Montagna di aver sfruttato le sue relazioni per estorcere denaro ai cittadini ebrei che tentavano di sottrarsi ai rigori delle leggi razziali. Oltre all’estorsione, un’altra attività ricorrente nella vita del Montagna era il lenocinio, durante la guerra aveva organizzato feste frequentate da donne di dubbia moralità, ed aveva continuato a farlo anche durante l’occupazione tedesca di Roma, tanto da meritarsi l’amicizia e la protezione di alti ufficiali nazisti. Probabilmente dietro pagamento aveva aiutato alcune personalità incarcerate dal comando tedesco, tra cui il Procuratore Generale della Cassazione Cipolla ed il Prefetto Pavone. Il sottinteso era che con il caso Montesi Pavone avesse trovato l’occasione finalmente di sdebitarsi. Con la liberazione di Roma il Montagna aveva messo al servizio degli Alleati le sue doti di procacciatore di donne e di svaghi, conquistando nuove protezioni che gli avevano garantito nuove opportunità di fare affari. Nell’ottobre del 1946 il Montagna, ben introdotto nell’UNRRA, l’organizzazione incaricata dagli Alleati di distribuire aiuti umanitari, aveva tentato di mettere sul mercato una partita di zucchero destinato alla distribuzione gratuita ai sinistrati. Per evitare l’arresto era stato costretto a riparare in Svizzera. Rientrato in Italia qualche tempo dopo aveva ripreso a fare ottimi affari, aveva venduto all’INAIL, forse con l’aiuto di qualche bustarella, per novanta milioni un fabbricato a Roma che ne valeva non più di un paio.
Del Questore Polito, uno dei poliziotti più stimati da Scelba, il Colonnello tracciò un profilo altrettanto malevolo, descrivendolo come un funzionario che aveva fatto carriera grazie ad una certa elasticità di coscienza che gli aveva consentito di compiacere sempre i suoi superiori, anche capovolgendo ed addomesticando i fatti.
Il Colonnello Pompei aveva appena terminato di leggere il suo rapporto in tribunale quando alla Camera entrò nel vivo il dibattito sulla fiducia al governo Scelba. Pietro Nenni definì la seduta un «tumulto infernale», istigato dalla feroce invettiva pronunciata da Pajetta contro gli amici democristiani del lenone Montagna. Scelba riuscì comunque a strappare otto voti di maggioranza, ma non poté dissipare il sospetto che il suo esecutivo fosse invischiato con il malaffare.
Anche i rapporti tra i vertici della Polizia e dei Carabinieri andarono in fibrillazione. Il Capo della Polizia Pavone si mise subito in contatto con il Comandante Generale dell’Arma che, mentendo, dichiarò di essere del tutto allo scuro sulle indagini di Pompei. Pavone cercò allora di fare chiarezza convocando direttamente il Colonnello Pompei al Viminale. Il colloquio si tramutò in uno scambio di accuse dai toni piuttosto accesi. Pavone mise in dubbio la veridicità del rapporto sostenendo che negli archivi non esistevano documenti che attestassero l’appartenenza del Montagna all’OVRA, il Colonnello ribatté avanzando il sospetto che qualcuno avesse provveduto per tempo a cancellare ogni traccia compromettente. Questa schermaglia non fu sufficiente a salvare la poltrona di Pavone. Nel tentativo di risollevare l’onorabilità del suo esecutivo Scelba impose le dimissioni a Pavone, che non poteva negare né il suo legame d’amicizia con il Montagna né dimostrare completamente la falsità del rapporto Pompei.
Le dimissioni di Pavone non allentarono le pressioni della stampa e delle opposizioni sul governo e soprattutto sulla famiglia Piccioni. Attilio Piccioni, già prostrato dalla recente scomparsa della moglie, tentò di reagire a questo opprimente assedio mediatico annunciando le proprie dimissioni. Soltanto le insistenze di Scelba lo convinsero a fare marcia indietro.
Il caso Montesi incombeva sul governo paralizzandone l’azione, tanto che il 16 marzo il Consiglio dei Ministri dedicò una intera seduta ad analizzare i risultati delle indagini. Il comunicato che ne seguì fu un tentativo di ribadire l’inconsistenza sul piano penale del caso Montesi, dal momento che gli inquirenti avevano escluso ogni ipotesi di reato e la Procura di Roma aveva disposto l’archiviazione. Non restava che un processo a carico di Muto per propalazione di notizie false. Niente di più, ma abbastanza per alimentare in larga parte dell’opinione pubblica la sfiducia verso la classe dirigente democristiana.
Il 20 Marzo, la lettura in aula del testamento della Moneta Caglio gettò ulteriore benzina sul fuoco dell’indignazione popolare. Nella sua infervorata deposizione Anna Maria aveva fatto riferimento al proprio testamento, redatto nel timore di una improvvisa morte violenta ed affidato alla sua padrona di casa. Il Tribunale, sempre alla ricerca di riscontri, ne aveva ordinato l’acquisizione. Senza mezzi termini il documento affermava che Montagna era il capo di una banda di spacciatori di stupefacenti e che Piero Piccioni era l’assassino di Wilma Montesi.
Anche se sul piano legale il testamento letto in aula non costituiva una testimonianza, e pertanto la Moneta Caglio non era chiamata a risponderne, l’effetto immediato fu di far vacillare ancora una volta il governo Scelba che, il 22 Marzo, reagì invocando con un comunicato irrituale la riapertura delle indagini sul caso Montesi. Dopo la conferma della Moneta Caglio che quello letto in aula era realmente il suo testamento il processo a Silvano Muto fu sospeso, il Tribunale incaricò il Giudice Istruttore Raffaello Sepe di avviare una nuova indagine sulla morte di Wilma Montesi.
[continua]
Per saperne di più
FRANCESCO GRIGNETTI, Il caso Montesi. Sesso, potere e morte dell’Italia degli anni ’50, Venezia, Marsilio, 2006.
PASQUALE RAGONE, La verginità e i potere. Il caso Montesi e le nuove indagini, Roma, Sovera Edizioni, 2015.
CHIARA RICCI, Wilma Montesi. Una storia sbagliata, Reggiolo (RE), Golem Edizioni, 2022.
MARIA ROMANA DE GASPERI, De Gasperi. Ritratto di uno statista, Milano, Mondadori, 2004.
MARIO PACELLI, Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso Wilma Montesi, Roma, Graphofeel Editore, 2019.
LEONE PICCIONI, Lungara 29. Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero, Polistampa, 2018.
GIUSEPPE MAMMARELLA, L’Italia contemporanea 1943-2011, Bologna, Il Mulino, 2012.
INDRO MONTANELLI, MARIO CERVI, L’Italia del miracolo (14 Luglio 1948- 19 Agosto 1954), Milano, Rizzoli, 1987.

