IL CASO MONTESI FA TREMARE IL POTERE (parte 1)

di Roberto Poggi –

Nel pieno della campagna elettorale del 1953, la morte della giovane Wilma Montesi si trasformò da presunto incidente in un caso politico e mediatico destinato a scuotere i vertici dello Stato. Dalla “tesi del pediluvio” sostenuta dal questore Saverio Polito alle accuse diffamatorie contro Piero Piccioni, figlio del vicepresidente del Consiglio, tra fughe di notizie, vignette satiriche e inchieste sensazionalistiche il caso Montesi divenne il simbolo di un’Italia attraversata da tensioni politiche, sospetti di insabbiamento e scontri tra magistratura, polizia e stampa.

·

Il 16 Aprile 1953 il Questore di Roma Saverio Polito, un funzionario di lunghissimo corso che aveva attraversato indenne ben tre cambi di regime, presentò ai giornalisti i risultati del lavoro dei suoi investigatori. Né il suo senso del ridicolo, né la sua lunga esperienza gli suggerirono alcuna cautela nel riferire l’ipotesi del pediluvio fatale come spiegazione definitiva della morte misteriosa di Wilma Montesi avvenuta qualche giorno prima. Escluse il delitto, in quanto l’esame necroscopico non aveva rilevato alcun segno di violenza, escluse anche il suicidio, sulla base delle testimonianze dei familiari della ragazza, del fidanzato e dei conoscenti, che l’avevano descritta come serena e felice di convolare a nozze nel mese di dicembre. Affermò invece che la giovane era stata vittima di un banale quanto assurdo incidente. Wilma si sarebbe recata ad Ostia in treno, come confermato da una testimone oculare, Rosa Passarelli, con il preciso scopo di fare un pediluvio in acqua di mare per lenire la tallonite che la affliggeva da qualche tempo. A fornire questa curiosa spiegazione della gita ad Ostia era stata la sorella di Wilma, Wanda, nell’interrogatorio del 14 aprile. In precedenza Wanda non aveva fatto cenno della tallonite della sorella, aveva ricordato soltanto la volontà della sorella di inviare una cartolina al fidanzato da Ostia e di fare una “merendina” in riva al mare.
Nel promemoria del 15 Aprile, inviato dalla Squadra Mobile al Questore Polito, si legge: «Si ritiene che ella, recatasi su un tratto solitario del litorale, dopo essersi tolta gli indumenti risultati mancanti, avrà fatto qualche passo in acqua fino a raggiungere l’altezza delle ginocchia, come era solita fare nel passato; non sapendo nuotare, probabilmente a causa di qualche buca o di un malore avrà perduto l’equilibrio, cadendo in acqua, annegando». Infine le correnti avrebbero trascinato il suo corpo dal litorale di Ostia a quello di Torvajanica, una ventina di chilometri più a sud, dove era stato rinvenuto la mattina di Sabato 11 Aprile da un giovanissimo manovale, Fortunato Bettini, che si stava recando in cantiere.
Nella ricostruzione presentata ai giornalisti il Questore Polito disse che il malore di Wilma a contatto con l’acqua fredda sarebbe stato causato dalla condizione particolare in cui si trovava, in quei giorni la giovane attraversava infatti il suo periodo critico, un eufemismo d’altri tempi per indicare il ciclo mestruale.
Il dettaglio che più di ogni altro aveva acceso la maliziosa curiosità dei cronisti e dei lettori era l’assenza sul corpo della sventurata del reggicalze, descritto da sua madre come un bustino elasticizzato, fatto in casa, alto una ventina di centimetri e chiuso su un lato da cinque gancetti. Quella assenza lasciava intendere che nelle ultime ore di vita di Wilma non c’era stata soltanto una innocente passeggiata sulla spiaggia, ma anche qualche attività sessuale, consensuale o meno. Senza quel reggicalze addosso Wilma cessava di essere una ingenua ragazza appena maggiorenne per diventare un donna che forse aveva avuto un rapporto sessuale con il suo assassino. D’altra parte che bisogno avrebbe avuto la giovane di togliersi il reggicalze che aveva in vita se davvero intendeva soltanto bagnarsi i piedi doloranti?

Grazie ai risultati dell’autopsia, che avevano definito Wilma «sana ed integra», cioè vergine, Polito poté respingere sia l’ipotesi del convegno amoroso finito in tragedia, sia l’ipotesi dell’aggressione da parte di qualche bruto in agguato tra le dune di Ostia.
Non restava che il pediluvio fatale come unica ricostruzione, anche se all’orecchio dei giornalisti non suonava per nulla plausibile. Pur non potendo contare né sull’Intelligenza Artificiale, né sulla rete Internet, nessuno dei giornalisti era sprovvisto di quel tanto di buon senso che porta a rifiutare che un pediluvio in acqua di mare possa avere effetti letali su una giovane donna, neppure nel pieno del ciclo mestruale. Per quale motivo poi Wilma avrebbe scelto proprio il tardo pomeriggio di un giorno di inizio Aprile, dal tempo incerto, per fare un pediluvio in acqua di mare?
Per quanto fragile e stiracchiata la verità di Polito fu riportata da tutti i giornali ed accolta con sollievo dalla famiglia Montesi che il giorno dopo la conferenza stampa poté celebrare i funerali di Wilma.
L’esclusione dell’ipotesi del suicidio ottenne una conferma dalla Curia che concesse senza esitazioni il nullaosta alla celebrazione delle esequie religiose nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, nei pressi del cimitero del Verano, dove Wilma fu tumulata. Il feretro fu accompagnato da una folla commossa di romani giunti da ogni parte della città. Per volere di sua madre, Maria Petti, Wilma fu sepolta con indosso un costoso abito bianco da sposa, simbolo inequivocabile di purezza.
Lo straziante dolore della famiglia Montesi fu acuito in quei giorni da alcune lettere anonime, inviate da sedicenti amanti gelosi di Wilma che dichiaravano di averla uccisa per vendetta. L’attenzione mediatica sulla vicenda stava incominciando a produrre effetti collaterali.
Cinque giorni dopo i funerali i coniugi Montesi, Rodolfo e Maria, si presentarono in Questura per sottoporre agli investigatori i dubbi che quelle lettere infami avevano sollevato.
A tormentare la madre di Wilma era in particolare l’assenza del reggicalze sul cadavere della figlia. Agli inquirenti dichiarò che sua figlia era così pudica da non volersi scoprire neppure d’estate al mare, perciò era impensabile che si fosse spogliata in spiaggia ed ancor più che si fosse liberata di quel reggicalze, che avevano cucito insieme, per bagnarsi i piedi. Soltanto un aggressore avrebbe potuto costringerla a farlo.

Intanto anche in alto loco i dubbi incominciavano a crescere. Il Ministro degli Interni Mario Scelba si rivolse direttamente al Questore Polito per chiedergli chiarimenti sulla tesi del pediluvio fatale, a cui i giornali mostravano di non aver creduto fino in fondo. A sua volta il Capo della Polizia Tommaso Pavone si fece portavoce delle perplessità del Ministro. In ogni occasione Polito, dall’alto della sua quarantennale esperienza, difese la credibilità della tesi del pediluvio, ma non riuscì ad impedire alla Magistratura di dissentire. Il 24 aprile il Procuratore Capo Angelo Sigurani, convocati irritualmente nel proprio studio i giornalisti, confessò che le circostanze della morte di Wilma Montesi erano tutt’altro che chiare. Occorreva pertanto proseguire le indagini in tutte le direzioni.
Lo scontro aperto tra Questura e Procura fornì ai giornalisti la prova definitiva che sul caso Montesi era in atto uno sfacciato tentativo di insabbiamento. La domanda che si sussurrava in tutte le redazioni riguardava il nome del personaggio che quella manovra intendeva proteggere.
Da alcuni mesi il clima politico era caratterizzato da fortissime tensioni. Alla fine di marzo, nonostante l’ostruzionismo delle opposizioni, era stata approvata una nuova legge elettorale che assegnava un consistente premio, pari al 64,4% dei seggi, alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 50% più uno dei voti validi. Le opposizioni erano insorte definendo quella legge una truffa. Nemmeno tra i partiti della maggioranza, a cominciare dalla Democrazia Cristiana, erano mancate le critiche, i distinguo e le perplessità. Il disegno di De Gasperi di dare stabilità al sistema politico attraverso quella legge appariva ad alcuni una forzatura pericolosa. Nella classe politica e nell’opinione pubblica dell’epoca era ancora molto vivo il ricordo della legge Acerbo che con meccanismo premiale ben più generoso, appena il 25% dei consensi dava diritto ad ottenere due terzi dei seggi parlamentari, aveva consolidato la presa del potere da parte di Mussolini.
Il rischio di perdere con la cosiddetta legge truffa il proprio peso parlamentare spaventava le opposizioni, soprattutto quelle di destra che cercavano consensi nelle stesse classi sociali a cui si rivolgeva la Democrazia Cristiana.

Il primo a cogliere nel caso Montesi l’occasione per attaccare il governo e la sua maggioranza fu il sindaco monarchico di Napoli, l’armatore Achille Lauro, che sul “Roma”, un quotidiano di sua proprietà, avallò la pubblicazione, il 4 maggio 1953, di un articolo provocatorio di Riccardo Giannini, dal titolo “Perché la Polizia tace sulla morte di Wilma Montesi?”. Senza esibire la minima prova, Giannini affermò che il «figlio di una nota personalità politica» era implicato nella morte di Wilma. Distillando le tante interpretazioni fantasiose che circolavano in quei giorni nelle redazioni di tutti i giornali, Giannini ipotizzò che Wilma, dopo aver assunto una qualche sostanza stupefacente mentre era in compagnia del figlio della nota personalità politica di cui sopra, si sarebbe sentita male. Anziché prestarle soccorso il suo misterioso accompagnatore per evitare lo scandalo l’avrebbe abbandonata sulla spiaggia di Torvajanica, dove poi sarebbe annegata in un palmo d’acqua. Prudentemente Giannini non fece nomi, anche se da giorni nelle redazioni dei giornali si sussurrava sempre soltanto un nome, quello di Piero Piccioni, figlio trentenne di Attilio Piccioni, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, successore in pectore di De Gasperi alla guida della Democrazia Cristiana.
Almeno il giorno prima della pubblicazione dell’articolo di Giannini la stessa voce calunniosa su Piero Piccioni era giunta sino a Renato Angiolillo, proprietario e fondatore del “Tempo” di Roma, che aveva tentato di fare qualche verifica prima di diffonderla sulle pagine del suo giornale. Una antica amicizia lo legava ad Attilio Piccioni, suo avversario politico nel collegio elettorale di Rieti. Dopo diverse telefonate a vuoto, Angiolillo era riuscito a parlare soltanto con il segretario particolare del Vicepresidente, senza ottenere né conferme né smentite. Si era allora rivolto al Questore Polito, con cui poteva vantare un rapporto confidenziale da molti anni, che aveva escluso categoricamente la presenza del nome di qualunque componente della famiglia Piccioni nel fascicolo sulla morte della Montesi. Angiolillo non aveva tralasciato nemmeno di sondare quali fossero le informazioni di cui disponeva il suo principale concorrente sulla piazza di Roma, Angelo Perrone, direttore e proprietario del “Messaggero”, che gli aveva confessato di apprendere dalle sue labbra quella scottante e non confermata notizia.
E’ impossibile ricostruire esattamente come la diceria sul coinvolgimento di Piero Piccioni nella morte della Montesi abbia potuto prendere corpo. Le prime voci fantasiose sulle circostanze della morte di Wilma comparvero alla fine di aprile in occasione del congresso dell’Associazione Cronisti Italiani che si teneva a Salsomaggiore. Certamente il sospetto, innescato dalla goffaggine di Polito, che qualcuno volesse nascondere la verità sulla morte di una giovane donna suggerì a molti di volgere lo sguardo verso i vertici del potere. L’austero ed irreprensibile stile di vita di uomini come De Gasperi, Andreotti e lo stesso Attilio Piccioni non poteva ispirare neppure ai giornalisti più malevoli illazioni maliziose, pertanto l’ombra del sospetto si era spostata su qualcuno vicino a loro che verosimilmente potesse avere una certa familiarità con i reggicalze di giovani donne.
Piero Piccioni, talentuoso jazzista che frequentava i locali notturni romani in compagnia di attrici, gente dello spettacolo e nottambuli, sembrava possedere i tratti ideali del maliardo adescatore di belle ed ingenue fanciulle.

In assenza di reazioni al suo articolo sul “Roma”, Giannini, sostenuto dai suoi sponsor politici, decise di rincarare la dose, sulla prima pagina del “Merlo giallo”, un settimanale satirico da lui diretto, fece pubblicare, il 5 maggio, un perfida vignetta: un piccione viaggiatore, che stringeva nel becco un reggicalze, si andava a posare sulla finestra della Questura. A corredo della vignetta, con lo pseudonimo “Il Nostromo”, Giannini scrisse un trafiletto che si incaricava di sciogliere ogni possibile dubbio interpretativo: «Dopotutto le note personalità cui allude il “Roma” non sono poi tante e non possono nemmeno sparire senza lasciare traccia come piccioni viaggiatori».
Questa volta le reazioni non si fecero attendere. Il Vicepresidente Piccioni contattò subito il Ministro degli Interni Scelba che, non potendo, come richiesto, procedere al sequestro del settimanale, gli consigliò di inviare suo figlio Piero presso il Capo della Polizia Pavone per capire come agire in punta di diritto contro una tale manovra diffamatoria. Intanto, lo stesso 5 maggio, una nota dell’Agenzia Kronos sembrava confermare le insinuazioni del “Merlo giallo”, diffondendo la notizia, del tutto falsa, secondo cui il figlio della nota personalità in seguito ad un intervento del padre «…si sarebbe spontaneamente presentato al Procuratore Generale della Repubblica recando gli indumenti della Montesi e rendendo la propria testimonianza». La nota non si azzardava a fare nomi, si prendeva però la libertà di descrivere il misterioso giovane come un biondino. Evidentemente nessuno si era preso la briga di verificare che Piero Piccioni aveva i capelli nerissimi.
Pronta giunse la smentita del Questore Polito che con un comunicato chiarì che «…tutte le informazioni pubblicate da alcuni giornali secondo cui la Polizia sarebbe venuta in possesso degli indumenti del cadavere di Wilma Montesi non hanno alcun fondamento di verità. Nessun giovane si è mai presentato per consegnare gli indumenti in parola, né per dare notizie intorno alla giovane. Ogni ricerca esperita dopo il rinvenimento del cadavere non è valsa a modificare le risultanze delle prime indagini e delle constatazioni di giustizia».
Le testate più autorevoli come il “Corriere della Sera” ed il “Messaggero” non esitarono a sposare la linea tracciata da Polito, altre invece, sia a destra che a sinistra dello schieramento politico, si ostinarono a propalare menzogne, incuranti delle denunce.
Quello stesso 5 maggio, Piero Piccioni incontrò per la prima volta il Capo della Polizia Pavone che gli dispensò il consiglio di querelare il “Merlo giallo”, al fine di lanciare un chiaro monito a tutta la stampa. Dopo un consulto con il proprio legale di fiducia, l’illustre Professor Carnelutti, la famiglia Piccioni si convinse a non seguire il consiglio di Pavone, preferì adottare un basso profilo con la speranza che la manovra diffamatoria, fondata su elementi così inconsistenti, si esaurisse da sé.

L’intensificarsi della campagna elettorale provocò invece l’effetto esattamente contrario. Sfruttare i sospetti sulla morte della giovane Montesi per gettare discredito, seppur indirettamente, sul principale partito di governo rappresentava, sia per la destra che per la sinistra, un’occasione troppo ghiotta per essere ignorata.
Dopo qualche giorno di tregua mediatica, improvvisamente il 13 maggio l’agenzia di stampa Kronos tornò alla carica, rivelando il nome del misterioso biondino di cui tutti sussurravano da settimane: Piero Piccioni, in arte Piero Morgan, direttore dell’orchestra Jazz 013, legato sentimentalmente alla notissima attrice Alida Valli.
E’ difficile credere che una tale escalation diffamatoria non abbia avuto un suggeritore. La piccola agenzia Kronos era diretta da Felice Fulchignoni, un personaggio ambiguo con un passato da repubblichino ed un presente legato tanto al Partito Socialista quanto ai servizi segreti militari.
Una decina di giorni più tardi anche il Partito Comunista, che fino ad allora, su iniziativa del suo Segretario, non aveva dato risalto alle dicerie in circolazione, sembrò unirsi al coro degli accusatori di Piero Piccioni. Sul periodico “Vie nuove”, che ospitava le firme degli intellettuali più autorevoli della sinistra italiana, da Pasolini a Calamandrei, Marco Cesarini Sforza pubblicò un lungo reportage sul caso Montesi in cui Piero Piccioni veniva indicato come principale sospettato.
Alla presunta mobilitazione del partito di Togliatti, che rischiava di compromettere il risultato elettorale, la famiglia Piccioni reagì querelando Cesarini Sforza e la direttrice di “Vie nuove”, Fidia Gambetti. Contrariamente alle aspettative democristiane, i vertici del partito comunista dimostrarono di non aver affatto apprezzato il sensazionalismo diffamatorio di Cesarini Sforza, a cui negarono ogni sostegno materiale e politico, costringendolo a concludere un accordo con l’avvocato di Piero Piccioni affinché fosse ritirata la querela. Sul numero del 31 maggio di “Vie nuove” Cesarini Sforza ammise l’assoluta infondatezza delle accuse a Piccioni, si impegnò inoltre a devolvere 50.000 Lire alla Casa di amicizia fraterna per i liberati dal carcere.

Nelle elezioni del 7-8 giugno 1953 i partiti di destra, monarchico e missino, quasi raddoppiarono i loro voti, le sinistre mantennero i loro consensi, la coalizione di centro, guidata dalla Democrazia Cristiana, ottenne invece appena il 49,85% dei voti, per un soffio non raggiunse il premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta legge truffa. L’instabilità tanto temuta da De Gasperi divenne realtà. Il primo a farne le spese fu lo stesso De Gasperi che dopo inutili consultazioni con i suoi alleati si presentò in Parlamento con un governo monocolore democristiano, senza riuscire ad ottenere la maggioranza.
La bocciatura di De Gasperi impose al Presidente della Repubblica Einaudi di ripiegare su Attilio Piccioni che, non riuscendo a trovare un accordo con la sinistra democristiana guidata da Amintore Fanfani, fu costretto dopo pochi giorni a rimettere il mandato. Eliminati i leader più carismatici della Democrazia Cristiana il sistema politico trovò un precario equilibrio con Giuseppe Pella, un politico biellese, gradito sia dal Vaticano sia da Washington, che si incaricò di risolvere con fermezza la questione di Trieste, ancora occupata dalle truppe alleate e minacciata dalle mire espansionistiche di Tito. Nel nuovo governo, Fanfani ottenne l’ambita poltrona di Ministro degli Interni e si affrettò a sbarazzarsi dei funzionari legati a Scelba ed alla destra democristiana, primo fra tutti il settantenne Questore di Roma Saverio Polito.

In questi mesi di profonda instabilità politica e di minacce all’unità nazionale, il caso Montesi dopo essere stato sfruttato a fondo durante la campagna elettorale quasi sparì dalle pagine dei quotidiani. In realtà l’interesse dell’opinione pubblica covava sotto la cenere. Silvano Muto, un giovane e spregiudicato giornalista, lo intuì prima di chiunque altro. Dopo una sommaria inchiesta imperniata su testimonianze indotte e manipolate, nell’ottobre del 1953 pubblicò su “Attualità”, la rivista da lui fondata e diretta, uno stravagante articolo in cui tutti i sospetti che aleggiavano da mesi attorno al caso Montesi trovarono una apparente conferma.
Il titolo che campeggiava sulla prima pagina, “La verità sulla morte di Wilma Montesi”, non lasciava dubbi e funzionò a meraviglia rispetto all’obiettivo di conquistare nuovi lettori alla neonata rivista che, giunta al suo sesto numero, necessitava di un lancio pubblicitario in grande stile per poter sperare di rimanere ancora a lungo in edicola. Il principale finanziatore di Silvano Muto, un ragazzo di ventitré anni appena laureato in Giurisprudenza, era suo padre Ugo, Vicedirettore della Tirrenia, maggiorente democristiano, eliminato dalle liste del partito nelle elezioni del giugno 1953 pare per l’intervento di Attilio Piccioni. Probabilmente nelle scelte editoriali di Silvano pesò più dell’eventuale acredine di suo padre verso Attilio Piccioni la sua ambizione di bruciare le tappe della carriera giornalistica, anche a costo di calpestare ogni principio deontologico.
Ignorando del tutto lo sviluppo delle indagini in corso da parte dei Carabinieri di Ostia, che in quei mesi di silenzio stampa erano impegnati a verificare gli alibi di alcuni balordi che frequentavano il litorale romano e si erano resi responsabili di furti e molestie, Muto spostò l’attenzione sulla tenuta di Capocotta, il cui cancello di ingresso si trovava a poche centinaia di metri dal luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere di Wilma Montesi. Giocando abilmente con l’interesse morboso del grande pubblico che, cedendo ai propri pregiudizi, aveva già intravisto nella vicenda Montesi l’ombra del sesso, del potere, del vizio e della corruzione morale, Muto fornì un’interpretazione fantasiosa ed infondata, ma coerente e credibile.
Per i protagonisti della sua favola, travestita da inchiesta, Muto scelse non a caso nomi misteriosi: Mister X e Mister Y. Gli anni sui banchi della Facoltà di Giurisprudenza non erano trascorsi invano. In più conosceva bene Cesarini Sforza e non voleva certo rischiare di trovarsi nella stessa spiacevole condizione di dover risarcire Piero Piccioni o di dover sovvenzionare qualche ente benefico.

Mister X era il gestore della tenuta di Capocotta, che offriva ai suoi ricchi ospiti oltre ai banali piaceri della caccia anche quelli del sesso e degli stupefacenti con cui raggiungere sublimi “momenti di felicità”. Quel lucroso traffico era reso possibile dalla collaborazione, spesso inconsapevole, di ingenue ragazze incaricate di trasportare la preziosa merce senza destare sospetti. Una di queste ragazze era Wilma Montesi, che la sera in cui morì volle provare, forse per la prima volta, la merce che da tempo trasportava per conto di Mister X. Quella sfortunata sera insieme a Wilma, a Mister X ed altri gaudenti si trovava anche un personaggio molto in vista, habitué dei festini di Capocotta, Mister Y. L’improvviso malore di Wilma gettò tutti gli ospiti nel panico, poi Mister X e Mister Y presero la situazione in pugno, decisero, dopo averlo sommariamente rivestito, di sbarazzarsi del corpo della ragazza, che credevano morta, abbandonandolo sulla spiaggia, a pochi passi dal cancello della tenuta.
A sostegno della sua ricostruzione Muto non poteva vantare alcun elemento concreto, ad eccezione della notizia di qualche sequestro di stupefacenti operato negli ultimi mesi dai Carabinieri tra Anzio ed Ostia. La sua unica fonte di ispirazione era rappresentata dalle sconclusionate rivelazioni, in parte spontanee in parte indotte, di Adriana Concetta Bisaccia, una aspirante attrice, squattrinata, dalla mente fragile, legata sentimentalmente a Duilio Francimei, un pittore tossicomane, affetto da disturbi psichici. La frequentazione da parte della Bisaccia di ambienti equivoci, in cui la droga circolava abitualmente e la prostituzione era un modo come un altro per guadagnarsi da vivere, la rendeva agli occhi di Muto credibile o quanto meno spendibile per ottenere una conferma alle sue ipotesi.
Tra tutte le menzogne inventate da Muto quella eticamente più deplorevole fu la trasformazione di Wilma in una donna di malaffare, complice, seppure a sua insaputa, di una fantomatica banda di narcotrafficanti. Persino ad un giornalista alle prime armi come Muto sarebbero bastate poche semplici verifiche per accertare che Wilma era tutt’altro. Forse se fosse morta vestita di tutto punto nessuno avrebbe osato diffamarla così arbitrariamente, invece quel reggicalze mancate rendeva verosimile agli occhi del grande pubblico qualunque torbido scenario.
[continua]

 

ROBERTO POGGI

 

 

Per saperne di più

FRANCESCO GRIGNETTI, Il caso Montesi. Sesso, potere e morte dell’Italia degli anni ’50, Venezia, Marsilio, 2006.

PASQUALE RAGONE, La verginità e i potere. Il caso Montesi e le nuove indagini, Roma, Sovera Edizioni, 2015.

CHIARA RICCI, Wilma Montesi. Una storia sbagliata, Reggiolo (RE), Golem Edizioni, 2022.

MARIA ROMANA DE GASPERI, De Gasperi. Ritratto di uno statista, Milano, Mondadori, 2004.

MARIO PACELLI, Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso Wilma Montesi, Roma, Graphofeel Editore, 2019.

LEONE PICCIONI, Lungara 29. Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero, Polistampa, 2018.

GIUSEPPE MAMMARELLA, L’Italia contemporanea 1943-2011, Bologna, Il Mulino, 2012.

INDRO MONTANELLI, MARIO CERVI, L’Italia del miracolo (14 Luglio 1948- 19 Agosto 1954), Milano, Rizzoli, 1987.