ERODOTO E LA BATTAGLIA NAVALE DEL MAR DI SARDEGNA
di Giuliano Da Frè -
È la prima narrazione storica di una battaglia navale dell’epoca classica della Grecia. Lo scontro, per il controllo dei traffici nel Mediterraneo occidentale e nel Tirreno, vide contrapposte la flotta focese e quella etrusco-cartaginese.
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Sono passati più di 2.500 anni, da una delle prime descrizioni letterarie di una battaglia navale. Per la verità, già sul finire dell’Età del Bronzo, le tavolette degli archivi ittiti, e il complesso monumentale a Medinet Habu – nei pressi dell’antica Tebe egiziana – dedicato al faraone Ramesse III, danno rispettivamente testimonianza di una serie di scontri navali avvenuti al largo di Cipro i primi, e nel secondo caso, della vittoriosa battaglia difensiva del Delta contro i leggendari “popoli del mare” che avevano attaccato l’antico Egitto.
Né vanno dimenticati i passaggi bellici “navali” contenuti in opere come l’Iliade e l’Odissea. Ma la prima narrazione storica, ancorché sintetica, di una battaglia navale dell’epoca classica della Grecia, quella più tardi segnata dallo scontro di Salamina, e dalle imprese delle triremi ateniesi di Pericle e dei suoi ammiragli, risale a Erodoto di Alicarnasso (484-425 circa a.C.): il “padre della storia”.
Quei diavoli di Focesi
Narra Erodoto nelle sue Storie (I, 163), che: «I Focesi furono i primi dei Greci a darsi ai grandi viaggi, e furono essi a scoprire il golfo Adriatico, la Tirrenia, l’Iberia e Tartesso»[1]. Da quasi due millenni il Mediterraneo era divenuto un fattore vitale, per i popoli che vi si affacciavano: una via di traffico sempre più affollata, racchiusa tra le Colonne d’Ercole e il Ponto Eusino (l’attuale, di nuovo tribolato Mar Nero), che doveva per forza trasformarsi anche in campo di battaglia tra le varie potenze marittime dell’epoca. Per i greci, l’obbiettivo sarà la ricerca della “talassocrazia”, ossia del dominio economico e militare del mare. Si combatterono battaglie navali, tra VIII e VI secolo a.C.[2]: ma prima dello spettacolare scontro svoltosi a Salamina nel settembre del 480, tra i più decisivi della storia, le descrizioni relative a eventi navali sono praticamente assenti. La primissima battaglia navale tra flotte elleniche di cui si abbia notizia, quella avvenuta nel 664 al largo delle isole Sibota tra Corinto e le navi di Corcira, sua antica colonia, viene ricordata dall’altro grande storico del V secolo, Tucidide di Atene (460-396 circa a.C.), in pochissime parole, omettendo ogni particolare. Sebbene durante la Guerra del Peloponneso, nel 424-423 avesse anche guidato come ammiraglio una piccola squadra navale [3], nella sua opera Tucidide si limitò a ricordare la battaglia delle Sibota come «il più antico scontro sul mare di cui siamo al corrente…avvenuto all’incirca 270 anni prima della fine della guerra del Peloponneso». Da notare, che uno degli eventi che scatenò il trentennale conflitto tra Atene e Sparta, fu un’altra battaglia combattuta nel 433 tra corciresi (alleati di Atene) e Corinto, membro della Lega Peloponnesiaca, sempre nelle acque delle Sibota.
Lo scontro del 664 volse a sfavore di Corinto, che pure era la maggiore potenza navale greca dell’epoca, tanto da vantare un progettista navale leggendario, quell’Aminocle che nel 704 aveva per primo introdotto la bireme, costruendone 4 per Samo, destinate a sostituire le tradizionali pentēkónteros, navi a 50 remi disposti su un unico ordine, contro i 2 delle biremi, che assicuravano una maggiore velocità [4]. A Corinto inoltre furono probabilmente realizzate anche le prime triremi, destinate nel V secolo a diventare le “capital ship” delle potenze navali dell’età classica.
Nei 130 anni che dividono la battaglia delle isole Sibota, da quella avvenuta nel Mar di Sardegna, al largo di Alalia, sicuramente flotte avversarie si affrontarono ancora: e tra i protagonisti di queste lotte, spesso furono cartaginesi, etruschi e focesi a venire a contatto di sperone, come poi narrato da Erodoto, in merito agli eventi del 540-535 circa.
D’altra parte Focea, fondata da emigranti ionici su una piccola penisola contornata da due insenature poco a nord del fiume Ermo (l’odierno Gediz), su un sito già colonizzato in epoca micenea e posto lungo la strategica costa nord-occidentale dell’Asia Minore, fu una delle città greche più intraprendenti, lungo le vie dell’esplorazione marittima del VII secolo a.C.
I coloni provenienti da Atene e dalla Focide, guidati da Damone e Filogene, trasformarono ben presto le due insenature in ottimi porti (Naústathmos e Lampter), la cui entrata era guardata dal prospiciente isolotto di Bákchion. Focea, sul cui stemma cittadino campeggiava un animale marino (la foca, phóke), guidata inizialmente da sovrani discendenti del mitico re ateniese Codro, quindi da un’ambiziosa oligarchia mercantile, trovò il proprio destino sul mare. Intorno al 654 fu occupata Lampsaco, una posizione strategica all’entrata dello stretto dei Dardanelli, strappandola ai sovrani della Misia[5]; ma fu soprattutto navigando verso Ponente che le loro navi aprirono nuovi mercati al commercio. Attorno al 640 un mercante di Samo, Coleo, era stato trascinato dalle tempeste con la sua nave oltre le Colonne d’Ercole, approdando a Tartesso, un piccolo regno situato alla foce del Guadalquivir, punto nodale per i traffici tra il mondo mediterraneo e le terre del nord. La città era infatti nota come vivace mercato per lo stagno della Bretagna e della Cornovaglia e per i prodotti greci e punici: ma fino alla metà del VII secolo erano i fenici, che chiamavano la città Tarshish, ad esercitare un ferreo monopolio sulle rotte commerciali occidentali. Coleo ruppe tale monopolio, ma furono i mercanti di Focea ad approfittarne: un paio d’anni dopo l’avventura del commerciante di Samo, le navi contrassegnate dalla phóke approdarono a Tartesso, e strinsero un accordo con il suo semi leggendario sovrano, Argantonio[6], fondando poco più a nord una stazione commerciale (Maináke). Presto si rese necessario per i mercanti focesi trovare punti d’appoggio lungo l’estesa rotta commerciale per Tartesso. Verso il 600, Focea insediò quindi una colonia sulle sponde del Golfo Gallico (odierno Golfo del Leone): l’area, già punto d’approdo dei mercanti provenienti da Rodi, e delle navi etrusche cariche di ceramiche e di olio, divenne la città di Massalia, destinata a diventare una delle più importanti località del Mediterraneo antico; e anche odierno, essendo il nucleo della futura Marsiglia. Tra il 575 ed il 565 focesi e massalioti avviarono una ulteriore espansione, prima creando un’altra stazione commerciale a nordest di Barcellona (Emporion, oggi Ampurias), quindi fondando Alalia, sulla costa orientale della Corsica, dai greci indicata come isola di Cirno (Kýrnos o Korsiké). Una colonizzazione ambiziosa, e non priva di contrasti: forze navali cartaginesi e di Focea si scontrarono sicuramente più d’una volta, probabilmente subito dopo la fondazione di Massalia, all’inizio del VI secolo, e nel corso dell’insediamento greco sulla Costa Brava spagnola. Gli etruschi avviarono invece intensi scambi commerciali con Massalia e Alalia, sebbene le loro navi diventassero vittime tanto dell’agguerrita concorrenza commerciale, quanto della pirateria esercitata dai focesi. Per i loro traffici, infatti, questi ultimi impiegavano le stesse unità utilizzate anche in battaglia, ossia agili e veloci pentecontori, e poi le più veloci biremi, facilmente trasformabili in navi da guerra.
Durante gli anni della colonizzazione greca del Mediterraneo, le navi si erano come prima accennato, rapidamente evolute dai modelli raffigurati sulle pareti della cosiddetta “Casa dell’ammiraglio” di Tera (Santorini), risalenti all’epoca minoica. Dai lancioni a 20 remi si era infatti passati, nei secoli IX-VII, alle galee a 30 (triakóntoros), 40 (tessarakóntoros), e infine a 50 remi (pentekóntoros). Queste ultime, ricordate da Omero nel cosiddetto “Catalogo delle navi” (come quelle agli ordini di Filottete: «sette navi, e 50 rematori in ognuna»), sarebbero state le navi da guerra tipo, prima dell’affermarsi dopo il 700 delle biremi progettate da Aminocle per i cantieri di Corinto e per le flotte di Samo, e dai fenici per quella assira: navi sempre a 50 remi, ma con i rematori disposti su due ordini di 12 ciascuno (24 per lato più il timoniere, o kybernétai, e il battivoga, o keleustés). Omero cita anche navi su cui sono imbarcati 120 uomini: forse unità da carico di notevoli dimensioni, simili a quelle naús stronghyle utilizzabili, in caso di guerra o di migrazione, per il trasporto di uomini e mezzi. Navi di cui proprio i focesi avrebbero presto avuto bisogno.
Tra l’incudine persiana e il martello punico-etrusco
Proprio mentre Focea consolidava le proprie posizioni tra Corsica, Iberia e costa francese, nell’area occupata dall’odierno Iran prendeva corpo un impero destinato a dominare per secoli lo scacchiere medio-orientale.
Sconfitto il nonno Astiage, re della Media, nel 550 Ciro, principe persiano dell’Anshan (sino allora stato tributario dei sovrani medi), unificava le due dinastie per forgiare la nuova potenza persiana, che 4 anni più tardi avrebbe rapidamente sconfitto la vicina Lidia, guidata dal semileggendario re Creso. La Lidia controllava all’epoca buona parte delle città greche dell’Asia Minore, ma con mano di seta in guanto di velluto: il nuovo dominatore pretese la stessa sottomissione, ma con la minaccia di usare la forza in caso contrario. Di fronte a una resistenza generalizzata, nel 545 Ciro inviò contro le città che non intendevano riconoscerne l’autorità il migliore dei suoi generali: Arpago, uno specialista degli assedi, che portava a termine realizzando grandi terrapieni destinati a far superare le mura avversarie alla propria fanteria d’assalto. Il successo di Arpago fu completo, e nel giro di 2 anni tutte le città già tributarie di Creso si erano arrese o erano state espugnate, con l’eccezione di Teo e di Focea, i cui abitanti preferirono abbandonare le proprie case: «I Focesi infatti – ricorda Erodoto (I, 164-165) – trassero in mare le loro navi e si imbarcarono con i figli, le donne, tutte le suppellettili, le statue degli dèi e gli altri doni votivi ai santuari…e i Persiani si presero Focea vuota dei suoi abitanti.»
Esuli sul mare come Enea dopo la caduta di Troia, i focesi cercarono di acquistare le isole Enusse dalla città di Chio, che però oppose un netto rifiuto. A questo punto, la flotta focese tornò indietro, e attaccò di sorpresa la piccola guarnigione persiana rimasta a presidiare la città semi-spopolata, sterminandola; e sui cadaveri dei nemici si discusse sul da farsi. Un piccolo gruppo decise di restare, e affrontare le conseguenze anche sottomettendosi, e un altro decise di partire per Massalia. Il terzo, il più numeroso, agli ordini di Creontide, decise di far rotta per la Corsica, e fondersi con la colonia focese di Alalia. Ma l’insediamento, fondato appena vent’anni prima, non era in grado di assorbire senza traumi l’improvviso moltiplicarsi della sua popolazione. E così, per sopperire alle accresciute esigenze della colonia, i mercanti e marinai focesi decisero di affiancare alle pratiche commerciali una proficua (e peraltro già esercitata in passato) attività piratesca. Anzi corsara, essendo autorizzata dalle autorità politiche di Alalia. A farne le spese furono le vicine vie di traffico etrusche e cartaginesi, prese d’assalto dalle navi degli ex fuggiaschi, creando così uno stato di crescente tensione nello scacchiere del Tirreno centrale. Cartagine si era già scontrata, come accennato, con le forze navali focesi e massaliote, tra 600 e 570 circa, mentre in Sicilia aveva sconfitto nel 580 una coalizione ellenica guidata da Selinunte, in guerra con Segesta. Attorno al 540 il governo punico decise di prendere il toro per le corna, e strinse un’alleanza con Cere (Cerveteri), la più potente delle città marittime etrusche, e quindi quella maggiormente danneggiata dalle attività dei focesi.
Fino a quel momento Cere, leader della Dodecapoli etrusca, aveva intrattenuto intensi rapporti di commercio con i greci – che la chiamavano Ágylla -, compresi i focesi di Massalia. Tuttavia, i danni subiti per mano della colonia stanziatisi in Corsica erano gravissimi, e facevano presagire una crescente rivalità commerciale di lungo periodo. Anche coi cartaginesi i rapporti commerciali erano fiorenti, come dimostra il nome dato a uno dei cinque porti controllati da Cere, Punicum, dove i mercanti provenienti da Cartagine avevano un fondaco. Dopo alcune schermaglie iniziali, e incursioni contro le linee di traffico e gli insediamenti minori focesi (e forse avendo impedito con la forza e/o la diplomazia un intervento di Massalia a fianco dei focesi di Corsica, che probabilmente stavano creando problemi anche ai “cugini” della costa francese), Cere e Cartagine erano pronte a lanciare l’offensiva finale. Fu allestita una potente flotta comprendente, stando a Erodoto, due squadre di 60 navi ciascuna, che presumibilmente nell’estate del 537 si presentarono nelle acque davanti ad Alalia.
La fonte relativa alla battaglia ingaggiata tra i focesi e la flotta combinata etrusco-cartaginese più vicina all’avvenimento è lo storico di Alicarnasso, nato mezzo secolo più tardi. Egli ci offre un sintetico ma vivido spaccato della più antica battaglia navale mai descritta in un testo storico, poi ripreso da Tucidide e Diodoro Siculo[7], in termini ancora più scarni. Ma lasciamo la parola al “padre della Storia”: «Quando i Focesi arrivarono a Cirno, fecero vita comune, per cinque anni, con quelli che erano giunti prima ed eressero anche dei santuari – ricorda Erodoto (I, 166) -. Ma poiché essi molestavano e depredavano tutti i popoli vicini, Tirreni (Etruschi) e Cartaginesi, di comune accordo, mossero loro guerra con sessanta navi ciascuno. I Focesi allora, armate anch’essi le loro navi, che erano 60, affrontarono i nemici nel mare detto di Sardegna. Venuti a battaglia, i Focesi riportarono una vittoria cadmea poiché delle loro navi, 40 furono distrutte e le venti superstiti erano inutilizzabili, avendo i rostri ripiegati. Ripresa la via di Alalia, imbarcarono i figli, le mogli e quanti degli altri beni le navi erano in grado di portare e poi, lasciata Cirno, navigarono verso Reggio…»
Nel passaggio successivo (I, 167), Erodoto evidenzia le conseguenze immediate della battaglia, anche se una lacuna del testo (colmata sulla base degli studi fatti in Francia e Germania dal Legrand e dallo Stein) lascia nel vago alcuni avvenimenti: «Quanto agli uomini che prima si trovavano sulle navi affondate, Tirreni e Cartaginesi (se li divisero. Gli abitanti di Agilla [Cere]) ne ebbero il numero di gran lunga più grande e, condottili fuori città, li lapidarono.»
L’andamento tattico della battaglia, definita da Erodoto una vittoria “cadmea” per i focesi[8], lo si può solo intuire, sulla scorta delle conoscenze acquisite relativamente a scontri navali tra biremi e triremi. I focesi si batterono strenuamente – scendevano in campo letteralmente pro aris et focis -, ricorrendo a tutta la loro esperienza di esperti marinai: ma di fronte avevano avversari che non erano certo dei principianti in fatto di guerra navale, e per di più con forze doppie rispetto alle proprie; sebbene numeri tanto “rotondi” (60 navi per ognuna delle tre squadre impegnate) debbano indurci alla prudenza, e vogliano forse solo simboleggiare il fatto che gli alleati erano molto più forti dei focesi.
Come che sia, persi i due terzi della propria flotta, gli uomini già sfuggiti dalla minaccia persiana seppero guadagnarsi la ritirata: ma rientrando in porto, la scena che apparve a chi era rimasto a terra, per lo più donne, bambini, vecchi, doveva apparire drammatica. Alle molte navi mancanti, con i loro equipaggi formati da mariti, padri, figli, si aggiungeva la vista delle poche imbarcazioni superstiti, che portavano i segni della furiosa lotta intrapresa contro il nemico, con i rostri piegati o perduti. Simboli questi ultimi, anche dei danni inferti al nemico; non sappiamo quante navi puniche ed etrusche andarono perdute: ma la fine atroce toccata in sorte ai marinai caduti prigionieri dei ceretani, che pure non avevano al pari dei cartaginesi il dente troppo avvelenato coi focesi, testimoniano delle perdite crudeli che molto probabilmente anche le squadre alleate subirono. Il comportamento in battaglia tenuto dai focesi fu tale che, quarant’anni più tardi, dovendo i litigiosi capi delle città greche dell’Asia Minore insorti contro il sovrano persiano Dario I, nominare un ammiraglio che fungesse da comandante in capo della coalizione, scelsero proprio il focese Dionisio, nonostante che la sua città, ormai decaduta, fosse stata in grado di armare solo 3 navi da guerra [9].
Le conseguenze strategiche della battaglia combattuta nel Mar di Sardegna furono comunque drammatiche, per i focesi. Rimanere negli ormai troppo esposti insediamenti di Cirno non era possibile, soprattutto nel caso di un nuovo attacco punico-etrusco, mancando le navi, e probabilmente le alleanze, per fronteggiarlo con successo. Due volte esuli, i focesi ancora una volta abbandonarono tutto, facendo rotta per il sud Italia, sbarcando nei dintorni di Salerno, mentre gruppi minori tornarono a Focea, o si rifugiarono a Massalia. La nuova colonia fondata in Campania fu chiamata Elea (Hyele), diventando un centro fiorente, che darà asilo al poeta Senofane di Colofone, e sarà patria dei filosofi Parmenide – nato poco dopo la battaglia di Alalia – e Zenone, padri della scuola di pensiero detta appunto Eleatica, fucina di paradossi. Nulla di paradossale, al contrario, emerge dallo sfruttamento della vittoria portato avanti da etruschi e cartaginesi dopo il decisivo scontro navale.
Nella Corsica nord-orientale si insedieranno infatti coloni provenienti da Cere, fondando una colonia conosciuta tra i greci col nome di Nicea (“città della vittoria”), mentre i cartaginesi si stabilirono sulla costa occidentale dell’isola, rafforzando le proprie posizioni, in vista dei nuovi conflitti che nei secoli V e IV combatteranno, al calor bianco, contro la talassocrazia greca.
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Note
[1] Per le citazioni erodotee vedi Le Storie, versione a cura di Luigi Annibaletto, “Oscar” Mondadori, Milano 1988.
[2] Da qui in avanti ometteremo l’indicazione temporale a.C., poiché tutti gli eventi narrati avvennero “avanti Cristo”.
[3] Durante la campagna di Anfipoli, ma con scarso successo, tanto da essere rimosso dall’incarico di stratego, e inviato in esilio.
[4] Quasi contemporanea è la raffigurazione di alcune biremi dotate di sperone, in un bassorilievo del palazzo del re assiro Sennacherib a Ninive, datato 700-690 a.C. Si tratta di navi da guerra dei fenici, pure accreditati di tale innovazione.
[5] Novant’anni dopo, focesi e milesi stabilirono assieme la colonia di Amiso, sulla costa meridionale del Mar Nero, per poi fondare una stazione commerciale a Naucrati, nel Delta del Nilo.
[6] Nome ricorrente per oltre un secolo, tanto da far dire a Erodoto che fosse vissuto 120 anni, e secondo altri 150: il nome si riferiva probabilmente alla dinastia, o era forse il titolo stesso dei sovrani di Tartesso.
[7] Storico greco-romano del I secolo a.C., autore di una enciclopedica Bibliotheca historica in 40 libri, in parte andati perduti.
[8] Prima delle costose vittorie di Pirro sui romani, il termine “vittoria cadmea” stava a indicare uno scontro dai risvolti negativi anche per i (presunti) vincitori.
[9] Scelta rivelatasi azzeccata, sebbene un vero e proprio “ammutinamento” degli equipaggi greci ne minasse l’autorità, provocando la sconfitta degli insorti nella battaglia navale di Lade del 494 a.C. Battaglia che vide Dionisio e le sue navi battersi con il consueto, abile furore, per poi continuare la lotta anche dopo la fine della rivolta: ma ne parleremo in un prossimo articolo.
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Per saperne di più
L. Casson, Navi e marinai dell’antichità, Mursia 1976
G. Da Frè, Storia delle battaglie sul mare, Odoya 2014
G. Da Frè, I grandi condottieri del mare, Newton Compton 2016
F. Montevecchi, Il potere marittimo e le civiltà del Mediterraneo antico, Olschki Ed. 1997


