CAVOUR: L’ARCHITETTO DELL’UNITÀ D’ITALIA
di Paul Matter -
Dalla doppia eredità piemontese e ginevrina nasce il profilo di un Cavour pragmatico e visionario, uomo d’affari e statista liberale. Tra Parlamento, ministeri e diplomazia europea, costruisce con metodo e audacia la forza del Piemonte e la credibilità dell’Italia. Senza dogmi ma con tenacia piega eventi, alleanze e rivoluzioni a un unico disegno nazionale. È lui il regista e l’architetto del Risorgimento. Così lo riassume lo storico francese Paul Matter nell’ultimo volume di una biografia che incontrò grande successo un secolo fa.
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Origini e formazione di un carattere libero
Da suo padre, piemontese, e da una antica schiatta, egli ricevette per eredità le forti qualità di quella razza subalpina, solida, laboriosa, equilibrata, di veduta onesta, più portata alla pratica del negozio che alle speculazioni dell’intelletto, legata alle realtà piuttosto che al lirismo della poesia o agli splendori delle arti; razza di coltivatori, di industriali, di banchieri, che seguiva la sua via con un saldo buon senso e la gioia nell’azione. Da sua madre e dalla famiglia egli subì l’influenza di Ginevra, città di tradizioni letterarie, rifugio dei pensatori e dei perseguitati, ove i finanzieri coltivano la filosofia, i semplici borghesi occupano dei posti ai consigli di Stato, e il popolino ha nel sangue la passione della libertà; – repubblica minuta, – la parvulissima, beffava Voltaire, ma che da secoli ha conservato gelosamente la sua indipendenza, resistendo alle invasioni guerresche e morali dei suoi vicini, talvolta invasa, mai sottomessa, lanciando nel mondo, e col suo solo esempio una propaganda di libero pensiero e di fierezza nazionale.
Codesta duplice formazione, pratica e ideale, si ritroverà in tutta l’esistenza del Cavour: agricoltore e uomo d’affari, assuefatto a tutte le abilità del mestiere, egli riuscirà anzitutto nella sua carriera ministeriale per le qualità che hanno fatto la sua fortuna privata, la chiarezza, il metodo, lo spirito di perseveranza, l’ardimento nelle previsioni, e, nello stesso tempo, egli porterà nella sua azione politica un soffio d’indipendenza, di liberalismo, di generosa tolleranza di cui egli impregnerà profondamente la vita stessa della nuova Italia.
Lo spirito d’indipendenza si manifestò in lui per primo: paggio del Principe di Carignano, egli non ammette affatto la «livrea», fa il «giacobino», alienandosi per sempre i favori della Corte; ufficiale, sopporta così male la disciplina, «servitù militare», da troncare la sua carriera per difendere la libertà di pensare e di dire; rientrato in famiglia, non accetta l’autorità di un padre, che, da liberale mutato in reazionario, non comprende le inquietudini del figlio cadetto e lo paragona spiacevolmente alla saggezza anodina del primogenito: per Camillo sono gli anni oscuri di sconforto, di avventure dolorose, nonché di passioni degradanti, di angoscia intellettuale.
Per fortuna, egli può uscire da codeste strettoie per i nobili pensieri dei suoi cugini ginevrini, la frequenza di alcuni Francesi scelti, il contatto della vita politica in Inghilterra. Le conversazioni coi parenti della Svizzera, protestanti, quando egli è cattolico, repubblicani, mentre egli è realista, ma rispettoso delle opinioni altrui, le lettere del buon filantropo di Sellon, le letture che ne seguivano, sono il migliore alimento per un giovane di ventidue anni che non le combinazioni del Goffo o anche le lettere lamentevoli della marchesa Giustiniani.
L’apertura al mondo e la maturazione politica
Alla legazione di Francia Camillo è stato sedotto dallo spirito delicato, l’opinione retta, il «giusto mezzo» dei signori di Barante e d’Haussonville; egli ritrova a Parigi, e su un più grande teatro, gli uomini d’una stessa raffinatezza intellettuale, e, avvicinandoli, egli si forma una idea del capo di Stato, serio e assennato, sul modello del saggio duca Victor de Broglie. Ammiratore, fin dalla sua giovinezza, della letteratura e della politica inglese, egli osserva a Londra la vita parlamentare in piena azione; ammira un popolo libero e padrone dei suoi destini; invidia la sorte dei suoi giovani uomini, deputati appena usciti dall’Università, ministri a trenta anni.
Infine e soprattutto, al ritorno del giovane viaggiatore, suo padre ha la felice idea di affidargli l’amministrazione delle sue terre; così, a Léri, Camillo si spoglierà per sempre del suo pessimismo superficiale: padrone d’un vasto dominio, e, solo nel suo podere come un marinaio al suo banco di guardia, prende il gusto e l’abitudine del comando, il sentimento della responsabilità, l’arditezza delle iniziative intelligenti; sviluppando la sua attività agricola, egli si lancia nelle intraprese industriali, commerciali, finanziarie, ove trova la fortuna e l’autorità di un grande uomo di affari. Egli fonda quest’amministrazione agraria, ove incontra per la prima volta i suoi amici e soprattutto i suoi futuri avversari politici; scrive quei «Saggi economici» ove diffonde la buona dottrina della scuola liberale. E dovunque, nei campi, nel suo gabinetto, nelle sue officine, lavora e produce con allegria, ammassando un ricco tesoro di cognizioni e di esperienze, ove, ministro, non avrà che da attingere. Così l’Italia intera è in risveglio per la sua iniziativa, prima ancora della spinta della Rivoluzione Francese.
L’ingresso nella vita pubblica e il ruolo nel Piemonte post‑’48
Le riforme di Carlo Alberto danno infine a Cavour l’occasione di entrare nella vita pubblica da cui egli era stato finora scartato per le sue opinioni troppo conosciute dal Re. Egli fonda un giornale che chiama il «Risorgimento»; raduna un partito «moderato», combatte con tenacia i suoi avversari di destra e di sinistra, e, quando il Re, fedele alla sua parola (fedeltà che farà la grandezza della sua dinastia) concede una costituzione parlamentare, Cavour realizza quell’ambizione, nata al Palazzo Borbone e a Westminster-Palace: di essere un capo al Parlamento.
Egli incomincia in tristi tempi: la Rivoluzione, sorta in Italia fra l’entusiasmo, destinata a respingere lo straniero al di là delle Alpi e a fare l’unità nazionale, senza assumere finora una forma ben determinata, la Rivoluzione non riuscirà per l’incapacità degli uni e il tradimento degli altri; il Piemonte, rimasto solo nella lotta, era schiacciato a Custoza, otteneva a stento un armistizio, implorava inutilmente l’appoggio della Repubblica francese, s’agitava inutilmente per sei mesi, e, quando con audacia Carlo Alberto riprendeva le ostilità, lo sfacelo di Novara lo costringeva ad abdicare. Un anno dopo le «giornate di marzo», l’Austria trionfava sul suo ultimo e debole avversario e l’Italia era più divisa che mai.
Tuttavia non disperarono questi uomini di gran cuore a cui è dovuta l’Italia moderna; e soprattutto il giovane re, di aspetto rozzo, ma di animo virile, e il deputato che scriveva all’indomani del disastro: «Non bisogna perdere coraggio: finché la libertà esisterà in un angolo della penisola, non vi è luogo di disperare dell’avvenire». Senza dubbio, la delusione, i dolori, i timori «velavano l’avvenire del Piemonte d’un manto funebre»; il piccolo regno si divideva in se stesso, la Savoia malcontenta si dirigeva verso la Francia, e Genova insorgeva. Nella penisola come all’estero i monarchi reazionari si volgono contro il giovane re, da poco coronato e insensibile alle misure di terrore di cui essi stessi usavano e abusavano. Ma Massimo d’Azeglio ristabiliva l’ordine con fermezza; Cavour riuniva e dirigeva alla Camera un partito di governo; intervenendo in tutte le discussioni, seducendo questi, rampognando quelli, egli s’impone come capo partito dei moderati, e, nell’ottobre 1850, come un inevitabile ministro.
Il decennio di governo: riforme, metodo, ambizione
Per dieci anni, salvo due parentesi di sei mesi ciascuna, egli non lascia più il Ministero: questo piccolo uomo incarna un movimento nazionale ch’egli coltiva, sviluppa, rende irresistibile.
Ogni anno la sua autorità crescerà col prestigio del suo genio e dei suoi successi. Egli diviene l’eroe leggendario del Risorgimento: l’aspetto è goffo e bassotto, ma pieno di bonomia, l’accoglienza affettuosa e disinvolta; tutta la finezza della intelligenza è rivelata dal sorriso e dallo splendore di uno sguardo scintillante. Nel suo gabinetto, il suo lavoro è formidabile; nelle epoche di crisi egli consacra diciotto ore al giorno agli affari, ricevendo dalla mattina alla sera, lavorando solitario nel silenzio della notte, con la mente tesa, la fatica non rivelandosi qualche volta che in eccesso di collera. In nessuna parte egli si trova meglio che in Parlamento, poiché egli ne ama i corridoi come la sala, o ch’egli faccia i cento passi con qualche amico, o ch’egli ascolti dal suo banco ministeriale, brandendo il suo eterno tagliacarte, o che egli parli con un senso pratico, una giustezza d’argomento che impongono la sua opinione, egli attinge qui il suo conforto e la sicurezza, come Anteo che ritrovava le sue forze toccando la terra. «Io non mi sono mai sentito così debole, ha egli scritto, che quando le Camere erano chiuse».
Senza dubbio è un uomo d’autorità, poiché egli sa che i grandi disegni non sono realizzabili che dai governi forti e che il regno di questo mondo non appartiene tutto ai bonari: ma egli non cerca che l’autorità consentita a un capo per il libero voto d’un popolo e non mira che alla dittatura dell’intelligenza. Partito dal nulla, senza alleanze, senza tradizioni di conquista, senza esercito, senza finanze – ed è in ciò ch’egli differisce dal Bismarck e gli è superiore – egli non può riuscire con la forza, che gli manca, e il suo successo non è possibile che nella libertà.
Senza alcun dogmatismo, egli non si attacca a un sistema intangibile, né pone degli aforismi perentori: da ciò le variazioni e le contraddizioni apparenti della sua politica; poiché egli procede come meglio richiedono gli avvenimenti. A misura che s’avanzano gli anni e che si affermerà il suo successo, egli svilupperà la sua ambizione, la sua audacia si accrescerà, i suoi procedimenti diventeranno rivoluzionari; senza pregiudizio, come senza scrupoli, smentendo nelle sue dichiarazioni ufficiali i modi di agire segreti dei suoi amici, dei suoi agenti, di se stesso, egli girerà gli ostacoli che non può superare, spingendosi sempre verso lo stesso fine con una tenacità imperturbabile, poiché una nazione deve avanzare o perire: progredire o perire.
Nel disordine del reame sardo, nel 1850, il primo dovere dell’uomo di Stato è di ristabilire l’ordine e la fiducia, e Cavour vi si dedica con allegra attività. Ministro del Commercio, egli mette sossopra i vecchi regolamenti, abbassa le tasse doganali, assicura all’industria e alle comunicazioni uno sviluppo fino allora ignoto nel Piemonte; ministro della Marina, egli sviluppa le due flotte, della guerra e del commercio; ministro delle Finanze, egli vuole dei bilanci netti, un bilancio in equilibrio, imposte meglio ripartite. Lontano dal perdersi nei suoi tre ministeri, egli interviene in tutte le grandi discussioni, portando ai suoi colleghi in pericolo l’appoggio della sua parola chiara e persuasiva, soppiantandoli qualche volta con un gesto un po’ brusco, ma così utile che «non si può più fare a meno di lui».
Ormai egli vuole avere il suo partito, ma non più solo, dedicato alla conservazione dei riti, ma che possa assicurare con audaci innovazioni l’avvenire del suo paese; all’insaputa del d’Azeglio, egli combina col Rattazzi il connubio dei centri, che da prima produsse scandalo, in seguito autorità; indignato, il Presidente lo caccia dal Consiglio e Cavour parte in viaggio, sicuro d’un prossimo ritorno, poiché col suo allontanamento il governo è in disordine, come una nave il cui pilota è scomparso. Dopo sei mesi egli è richiamato dal Re: ma egli pone le sue condizioni, poiché, s’egli è stato un ministro turbolento, ora vuol essere un Presidente incontestato; tutti cedono, ed egli impugna allegramente il timone: la nave è rimessa a galla.
Passarono tre anni, non senza lotte, che talvolta hanno del tragico, ma sono anni di lavoro fecondo: le finanze, per lungo tempo aggravate di debiti, sono in equilibrio stabile; l’agricoltura, il commercio e l’industria in piena prosperità; le esportazioni progrediscono ogni anno, l’esercito è riorganizzato; il paese, schiacciato nel 1848 e 1849, ha riacquistata la fiducia in se stesso e la fede nel suo avvenire, poiché si sente diretto da una mano forte e sicura. L’uomo di Stato ha nel suo popolo un fermo sostegno: egli può ora guardare al di là delle frontiere.
Dalla Crimea a Plombières: la diplomazia dell’unità
È ancora lontano dal pensare all’unità d’Italia, sotto la monarchia sarda. Mazzini ha concepito il progetto della Repubblica italiana, una e indivisibile, dalla Sicilia alle Alpi; Cavour non ha tali idee: il suo senso pratico cerca realizzazioni sollecite, per tappe. Affermare l’indipendenza del Piemonte di fronte all’Austria, assicurare nella penisola il primato della monarchia sarda, aggruppare intorno ad essa tutte le forze italiane, poi partire in guerra contro la Casa di Asburgo e vendicare le disfatte del 1848 e 1849, tale è il suo disegno immediato. Per realizzarlo sono indispensabili delle alleanze che bisogna provocare offrendo per ottenerle: do ut des. La guerra di Crimea gli offre una occasione da cui egli ricaverà un meraviglioso partito. La prima idea dell’intervento venne dal Re. «Sono io che ho parlato» diceva egli fieramente al Duca di Guiche. Cavour aveva dapprima esitato dinanzi alle difficoltà finanziarie, militari, politiche, l’ostilità dei suoi colleghi al Consiglio. Ma Vittorio Emanuele, forse per istigazione del suo abile ministro, aveva dichiarato: «Io lo voglio», e, sicuro di questo appoggio sovrano, Cavour aveva da lunghi mesi preparato l’alleanza con una tenacia vittoriosa di tutti gli ostacoli: i ministri vacillanti sono riavvicinati, e il solo che resiste è scartato: l’opinione pubblica è riconquistata: i soldati e le navi sono pronti per la partenza; tutto è pronto, e il 10 gennaio 1855 è segnato il trattato di adesione: atto di una portata incalcolabile, prima manifestazione di una politica forte e sicura, che in quindici anni farà l’Italia nuova e condurrà Vittorio Emanuele da Torino al Quirinale. I quattromila sardi esposti al pericolo in Crimea, a fianco dei loro compagni inglesi e francesi, rappresentano non il regno di Sardegna, ma l’Italia intera, e la Cernaia è una vittoria nazionale. Terminate le ostilità, il piccolo Piemonte è ammesso al Congresso, come le grandi potenze.
Cavour tratta per un mese in margine delle negoziazioni ufficiali per ottenere che la questione italiana sia posta dinanzi all’Europa riunita, e l’8 aprile Walewski, con abili e prudenti raggiri, mette in scherno il regime stesso della penisola: il diplomatico austriaco s’indigna, ma le sue proteste importano poco; è lanciato un quesito, che non è più possibile distruggere. È tutto. Cavour parte scontento, non avendo ottenuto «alcun vantaggio immediato e materiale»: ma, con un’abilità somma, egli trasforma la sua delusione in trionfo: e ciò è giusto, poiché l’Italia ha riportato una vittoria morale e di una tale importanza che «si può attendere l’esito con una cieca fiducia». D’ora in poi Cavour manifesta le sue ambizioni: egli non si contenta più di fortificare il suo paese, profittando del suo potere personale che è senza limiti, poiché è senza violenza; egli spinge la sua azione tutta su l’Italia, nella quale una modificazione profonda si opera negli spiriti; a vedere il governo di Torino allegro, rispettoso di tutte le libertà, forte per il consenso unanime, i patrioti di tutta la penisola concepiscono nuove speranze e rettificano i loro progetti originari; essi si allontanano dal Mazzini, i cui splendidi disegni non finiscono che con sanguinose e vane «giornate»: l’avventura di Pisacane e la sommossa di Genova ne sono le ultime; salvo un piccolo numero di settari fanatici, tutti si rivolgono verso l’uomo nuovo, anche Garibaldi, questa forza della natura, e Manin, questo puro repubblicano, che scrisse: «Io pianto per il primo la bandiera dell’unificazione: l’Italia col re sardo». Per riunire tutte queste volontà sparse, Cavour incoraggia la creazione e lo sviluppo della Società Nazionale, ma segretamente, pronto a rinnegarla, come San Pietro, se essa lo compromette, come ad appoggiarla con tutte le sue forze occulte: politica doppia, senza dubbio, ma abile e fatta con quella astuzia che è l’arma contro i deboli. Questo non basta; poiché ridotta alle sue proprie risorse, malgrado tutti i suoi sforzi e tutti i suoi sacrifici, l’Italia non potrà «farsi da se stessa»; un alleato è necessario e Cavour l’ha trovato. Nelle sue conversazioni con Napoleone III, nel 1852, nel 1855, soprattutto nel 1856, l’acuto Piemontese ha penetrato il «segreto dell’Imperatore»: per una affinità di razze, per i suoi ricordi di giovinezza e delle sue lotte nel 1831, per la sua politica delle nazionalità, nata da un sentimento democratico, ch’egli pratica così male in Francia, per il suo odio all’Austria, redattrice dei trattati di Vienna, ch’egli stesso intende lacerare. Napoleone è naturalmente favorevole agli Italiani e alla restaurazione della loro unità, portato dunque a intervenire e anche con le armi, egli non si è preoccupato che per la situazione degli Stati del Papa, poiché egli non domina la sua nazione che con l’appoggio dei cattolici; da questo lato egli lascerà anche fare, purché vi apparisca costretto; e l’abilità di Cavour sarà di ottenere il suo concorso a un’opera che l’Imperatore non potrà ufficialmente negare. L’attentato Orsini, che poteva, che doveva tutto compromettere, conferma nell’anima di Cavour quella convinzione che il grande taciturno è disposto a consentire a tutto, a tutto, anche a Roma. A Plombières un accordo è concluso tra i due uomini, tanto più saldo e sentito in quanto niente è scritto, salvo una lettera di Cavour al suo re: la Casa di Savoia darà una figlia e la sua terra di origine, ma essa riceverà l’Italia settentrionale: e ciò per cominciare.
Il 1859-60: guerra, rivoluzioni e costruzione del Regno
Passano dei mesi e il contratto è concluso, il matrimonio celebrato, gravi parole pronunciate; ma in Francia l’opposizione è così forte ai disegni dell’imperatore, è così viva la minaccia sul Reno, che tutto è ancora rimandato. Il ministro sardo corre a Parigi, ne riparte col cuore pieno di amarezza, poiché non ha ottenuto niente; alcune settimane ancora e Cavour s’irrita, ha «i nervi scossi». Ma, in un colpo di follia, l’Austria inizia il moto che deve colpirla: Quos vult perdere, Jupiter dementat.
La lotta è cominciata nelle pianure lombarde e i disastri degli anni dolorosi sono vendicati, ciascuno, per una ironia della storia, al suo stesso posto. Novara a Magenta e Custoza a Solferino; l’Italia è in rivoluzione: a Firenze, Parma, Modena, Bologna, príncipi o legato in fuga sono sostituiti dai Commissari del Piemonte. Ma la guerra ha le sue alterne vicende, i suoi bruschi capovolgimenti: vittorioso fino all’Adige, l’Imperatore dei Francesi è minacciato da una invasione sul Reno e costretto ad arrestarsi prima che l’Italia sia libera «dalle Alpi fino all’Adriatico»; persistendo, egli avrebbe rischiato la sua corona. Questa soluzione imprevista produce nel Cavour una collera il cui eccesso ci fa conoscere il limite delle sue ambizioni; il re, più saggio, si contenta, per il momento, dell’acquisto immediato della Lombardia, e, prossima ai ducati, della Romagna; ma Camillo s’indigna, s’incollerisce, lascia il ministero, facendo battere la porta, e lasciando ad altri la responsabilità di una «pace troncata».
Riflettendo, però, egli si calma, perché comprende che un movimento così fortemente cominciato non si poteva arrestare, e strepita contro i suoi successori che lo sostituivano così male… a suo parere, e facendo loro una guerra al coltello. E, difatti, la sua presenza al governo era indispensabile, poiché egli solo era capace di tutto osare, per tutto realizzare.
Nel gennaio 1860, al ritorno di Cavour al potere, cominciò per lui l’anno di gloria. La sua méta è ormai segnata: egli non ammette più che una sola soluzione al problema italiano: l’unità di tutta la penisola per mezzo della monarchia di Savoia; questa egli vuole, qualunque siano i mezzi necessari per realizzarla, impiegando con pari abilità ora l’audacia, ora l’astuzia; diplomatico astuto e pronto a tutte le doppiezze, parlamentare franco, e svelando tutte le sue ambizioni, combattendo «a visiera alzata», ovvero mettendo la maschera; in breve, egli stesso s’è definito «rivoluzionario e cospiratore»; ma tutto fa con l’assenso del popolo e per la grandezza della Patria.
Egli, per prima, si lancia in due imprese indissolubilmente connesse: per ottenere l’annessione delle Legazioni e dei Ducati, convoca gli elettori, perché non volle cambiare le nazionalità senza il libero consenso delle popolazioni; e, perché questa annessione sia accettata da Napoleone, Vittorio Emanuele cede alla Francia la Savoia e la Contea di Nizza, che ritornano così alla loro patria naturale: le due operazioni sono parallele, contemporanee, l’una integra l’altra. Il suffragio universale ratifica ciò che gli uomini di Stato hanno deciso. Il Regno ingrandito si estende ora «dalle Alpi all’Adriatico».
Ma siamo ancora all’inizio, il più difficile resta ancora da compiere: per realizzarlo il Cavour attua una politica paradossale, ma di una logica rivoluzionaria: creare il disordine per rientrare nell’ordine. Una rivolta scoppia in Sicilia, fomentata da due arditi mazziniani: abbandonata a se stessa, essa non sarebbe finita che con una sanguinosa repressione, come tante altre. Ma Garibaldi riceve dalla Società Nazionale, quindi dal Cavour, danaro, armi; egli compie in Genova i suoi ultimi preparativi – mentre il Cavour prolunga il suo soggiorno a Bologna per ammirare la Santa Cecilia di Raffaello. – L’eroe è partito, e il ministro, rientrato a Torino; mentre l’uno naviga verso la Sardegna, l’altro protesta contro ogni sospetto di connivenza nella intrapresa. Quando il primo sbarca a Marsala e giunge a Palermo, il secondo facilita l’invio dei rinforzi, assicurando d’altra parte le potenze straniere ch’egli non conosce quella gente.
E quando il re di Napoli, nello stesso modo, si commuove e grida, il Gabinetto sardo si dichiara pronto a negoziare, a ricevere i buoni avvisi della Francia e dell’Inghilterra, a intavolare trattative con i delegati napoletani, a esaminare progetti di protocolli preparatori, mentre le settimane passano, e i Mille hanno già conquistato la Sicilia, oltrepassano lo Stretto e corrono su Napoli a tutta carica.
Ma oramai Cavour è impegnato quasi misteriosamente in una nuova impresa, e più difficile: la conquista delle due province pontificie. Senza dubbio Vittorio Emanuele e il suo primo ministro hanno inviato a Roma delle lettere di deferenti consigli; ma i loro agenti segreti percorrono le Marche e l’Umbria, per preparare le insurrezioni che scoppieranno all’ora designata, quando Napoleone avrà dato il suo assenso a Chambéry, prima di partire per l’Algeria, quando il Generale Fanti avrà ammassato le sue truppe alla frontiera, e quando l’invasione delle due province non sarà più che una passeggiata militare. Questa volta il Gabinetto di Torino non può negare la sua partecipazione a una spedizione fatta dai suoi soldati, ma esso lo spiega con alte ragioni di sentimento e di ordine pubblico. E non occorre che Vittorio Emanuele vada a Napoli per impedire che Garibaldi non sostituisca la monarchia sfasciata da un regime mazziniano? Vittorio Emanuele entra così trionfatore a Napoli e «l’eroe» gli rimette il potere per ritirarsi a Caprera, con una semplicità che rivela la sua nobiltà.
Tuttavia una tempesta incombeva sulla frontiera lombarda, dove l’Austria ha raggruppato delle truppe e preparato una aggressione, per cui non attende che l’autorizzazione dello Zar. Cavour si rende conto del pericolo e vi fa fronte arditamente, a fronte alta, preparando la risposta, chiamando alla riscossa l’imperiale alleato: le nuvole si dileguano, la crisi è passata, l’unità italiana è fatta.
L’ultimo sforzo e l’eredità nazionale
Certamente le difficoltà si accumulavano ancora: si trattava di amalgamare dei popoli differenti per costumi, per legislazione e per storia; Napoli e la Sicilia si agitano febbrilmente, in un inquietante stato morale e politico; i battaglioni francesi erano sempre a Roma e gli Austriaci si fortificavano in Verona per conservare Venezia. Ma il Cavour, avendo tentato invano di accordarsi col Vaticano, negoziava segretamente con le Tuileries; egli abbozzava con facilità un accordo con la Prussia, fondato sulla effettuazione di eguali aspirazioni; egli preparava l’esercito nazionale, per il supremo combattimento, che libererebbe la Venezia e caccerebbe dall’Italia l’ultimo dei soldati stranieri. Bruscamente, come colpo di fulmine, esaurito per uno sforzo che sorpassava ogni forza umana, egli cade e muore.
Egli lasciava la sua opera incompiuta, ma spinta ad un punto tale che l’unità nazionale era ormai certa, era solo opera di tempo e di perseveranza. Un movimento era avviato, con una forza tale che niente poteva impedirgli di pervenire alla sua inevitabile méta. Dopo i trattati del 1815, l’Italia si è agitata ora segretamente, ora in aperte rivoluzioni, per liberarsi dal giogo imposto dai diplomatici di Vienna e per riunirsi in una grande e libera nazione. Cavour non ha suscitato questo movimento, e in questo senso egli non ha fatto l’unità nazionale, il suo genio fu di fare del Piemonte uno stato forte, di spirito liberale, d’iniziativa ardita, attirandosi la fiducia di tutti i patrioti italiani, di coordinare le forze fino allora sparse, spesso contraddittorie, rivoluzionarie, a uno stesso disegno, la formazione dell’unità italiana per mezzo della monarchia sarda; di confermare con un potente vicino un’alleanza abbastanza solida per resistere agli urti d’interessi e abbastanza intima per andare fino alla guerra in comune; di convincere l’Inghilterra, neutralizzare la Prussia, battere l’Austria; di estendere con tappe successive la sovranità di Vittorio Emanuele dalle Alpi alla Sicilia; e ciò senza ruvidezza verso le nuove province, giustificando la loro annessione per il voto quasi unanime delle popolazioni, rispettando le coscienze e le libertà individuali.
In questo lavoro decennale egli ha potuto commettere degli errori: ma con altrettanta destrezza egli ha saputo ripararli; con quale inesauribile ricchezza di risorse, con quale perspicacia egli ha utilizzato la compiacenza dei suoi alleati, l’indifferenza dei neutrali, gli errori dei suoi avversari; con quale forza egli ha profittato del movimento nazionale e inspirato al giovane regno quello spirito di «governo libero per gli uomini liberi» di cui egli stesso era innamorato fin dai suoi giovani anni; egli ha fatto e segnato una nazione al suo cónio. Là è l’unità della sua vita, e là la sua gloria.
Durante lunghi anni ho seguito il Cavour in tutti i sentieri della sua incantevole carriera: l’ho visto giovane ardente, agricoltore e finanziere prudente, economista penetrante, ministro dalle idee grandi e generose, presidente del Consiglio, sempre audace e prudente. Ma preferisco rappresentarmelo, conchiudendo, in quel terribile autunno del 1860: Vittorio Emanuele combatte nel Mezzogiorno, il Santo Padre s’indigna, le potenze straniere protestano aspramente, l’Austria si prepara alla guerra; nel Gabinetto del Capo del Governo le lettere, i rapporti, i telegrammi affluiscono, i ministri, i generali, i rappresentanti ufficiali e gli agenti segreti si affollano, per prendere gli ordini: tutto riposa su un uomo. Da Parigi qualcuno ha scritto a Cavour per consigliargli di sciogliere il Parlamento e di impossessarsi della dittatura; ma egli calmo, sorridente, sicuro di se stesso e della sua politica, scrive: «Io non potrei tradire la mia origine, negare i principii di tutta la mia vita. Io sono figlio della libertà ed è ad essa che debbo tutto ciò che sono».
(da P. Matter, Cavour et l’unité italienne, 1927, vol. III, pp. 465-479, trad. di F. Landogna)