CARLO ALBERTO: DALLE ILLUSIONI GIOVANILI ALLO STATUTO ALBERTINO
di Francesco Lemmi -
Visse tra slanci liberali e fedeltà dinastica, oscillando fra speranze rivoluzionarie e rigore conservatore. Salito al trono nel 1831, concesse lo Statuto e guidò il Regno di Sardegna nelle guerre d’indipendenza, ma fu segnato da sconfitte e delusioni fino a Novara, lasciando un’eredità di fervore civile e religioso che alimentò il Risorgimento.
·
Ultimo degli antichi principi sabaudi e primo dei moderni, Carlo Alberto senti egualmente la forza delle tradizioni e gl’impulsi dei tempi nuovi.
Quando nel 1814 giunse, appena sedicenne, a Torino, mostrava evidenti, come tutti i suoi coetanei, i segni caratteristici dell’educazione napoleonica: spirito di avventura, amore di gloria, ideali di civile progresso, slanci d’italica indipendenza. Naturalmente inesperto degli uomini, sebbene già presumesse molto di sé, costretto a vivere nella fredda etichetta d’una Corte ostile a ogni novità e timoroso sempre che supposte congiure austro-estensi riuscissero a strappargli l’avita corona, s’illuse, nel 1821, di poter trascinare Vittorio Emanuele I oltre il Ticino e, per riuscirvi, si accostò ai liberali lasciandosi subito prendere la mano dalle correnti piu decisamente rivoluzionarie e mettendosi inoltre nella necessità di dover scegliere, prima o poi, tra la ribellione al Sovrano o l’abbandono di quelli che s’era fatti compagni nella giovanile avventura. La dolorosa esperienza di quell’anno e di quelli che seguirono fino a quando Carlo Felice non l’ebbe formalmente riammesso nella sua grazia, la spedizione di Spagna da una parte, e dall’altra le ingiuste accuse degli esuli che lo additavano all’Austria come carbonaro e ai patriotti come traditore, rifecero, per dir così, la sua educazione richiamandolo, attraverso una profonda crisi, di cui è traccia nelle sue lettere, ai sentimenti politici e religiosi della vecchia Dinastia; onde, salito poi al trono nel 1831, quando dalla Francia alla Polonia, dal Belgio all’Italia centrale, una nuova rivoluzione sembrava dover travolgere tutta l’Europa in una sola rovina, strinse a propria difesa opportuni accordi con l’Austria, represse con esemplare severità, dopo aver perdonato una volta, i tentativi di congiura nell’esercito e, antico granatiere del Trocadero, vagheggiò una specie di crociata che avrebbe raggiunto nella metropoli francese la banda internazionale dei nemici della legittimità e l’avrebbe schiacciata e dispersa, insieme con l’usurpatore della corona di Carlo X.
Il Metternich non lo seguì per questa via che a lui era tracciata forse da rancori personali, certo da riconoscente affetto per il ramo primogenito dei Borboni e, insieme e soprattutto ormai, da un vivo senso del dovere verso Dio e verso la sua Casa. Deluso quindi un’altra volta nelle sue speranze, solo tra la Francia liberale e l’Austria unicamente intenta a vivere a qualsiasi prezzo, odiò Luigi Filippo e disprezzò il Metternich, soccorse per suo conto, opponendo agli opportunismi della politica la fedeltà alle amicizie e la devozione ai principi, la duchessa di Berry e D. Carlos e per questa via, ch’egli riteneva la sola via dell’onore, ebbe il nobile orgoglio di affermarsi davanti a tutti, non esclusa l’Inghilterra, sovrano indipendente, padrone dei propri atti, risoluto a non transigere per consigli o minacce da qualsiasi parte venissero.
In questo superbo isolamento attese la crisi immancabile dell’Europa, come andava ripetendo al duca di Modena, il dì dell’espiazione sicura pei popoli corrotti non meno che pei principi senza coscienza e senza dignità. Non molti anni innanzi, tra le grandi catastrofi della Rivoluzione e dell’impero napoleonico, un filosofo savoiardo, De Maistre, aveva riaffermato e illustrato eloquentemente l’idea di un Ordine morale imposto da Dio alla vita cosi degl’individui come dei popoli, e quest’idea, che tanto spesso si ritrova non solo nelle opere letterarie ma anche nei documenti diplomatici della prima metà del secolo XIX, apriva altresì il suo animo alla speranza che un giorno la Provvidenza avrebbe esaltato e premiato, davanti al mondo, le sue non finte virtù di sovrano cattolico. Je atans mon anstre!
Così il suo stesso sentimento religioso e cavalleresco lo riportava confusamente, nell’età degli improvvisi ritorni, alle ambizioni italiche del 1821 e ai sogni di grandezza e di gloria che avevano commosso i suoi giovani anni; ma, poiché non pensava affatto a separarsi dai sistema politico delle Potenze conservatrici, ricadeva subito nell’inerte attesa e, in sostanza, affidava il proprio avvenire nelle mani di Dio. Certo, questa non era politica: era sentimento. Ma tuttavia dalla Reggia si diffuse allora in tutte le classi sociali uno spirito eroico che fu la forza del piccolo Stato subalpino rinnovato dalla rivoluzione, avido di più moderni ordinamenti politici e di più ampio respiro. Poiché in questa vecchia terra d’armi e di guerre, fedele a Dio e al Re, le aspirazioni nuove non andarono mai disgiunte dal culto del passato, cioè dalla solidarietà con gli avi: coscienza nazionale e grandezza morale donde uscirono, prima dei bellici cimenti del 1848, mirabile fervore di opere educative e incomparabili slanci di cristiano amore del prossimo, che furono la gioia e l’orgoglio di Carlo Alberto.
Pio IX riconciliò in lui, nell’ora lungamente aspettata «des grands châtiments», i giovanili entusiasmi del principe di Carignano con la religiosità ormai quasi superstiziosa del Re. Guerra di indipendenza e di religione: quale migliore fortuna poteva toccargli? Erano invece le sue ultime delusioni. La prima venne nel febbraio del 1848, quando, sotto la spinta del «buffone» di Napoli, dovette concedere ai suoi popoli la Carta dello spregiato Luigi Filippo; l’altra sopraggiunse il 29 aprile, allorché fu chiarito l’equivoco d’un Papa liberale e nazionale. Promulgato lo Statuto, abbassata la sua vecchia bandiera, rassegnatosi a tutte le umiliazioni che i Milanesi vollero imporgli, sperava almeno in una rapida decisiva vittoria che avrebbe tolto alla sua impresa il carattere di avventura e gli avrebbe permesso, pur mantenendo lealmente le concesse libertà, di costituire su solide basi la nuova monarchia, all’ombra protettrice della Chiesa cattolica; e invece dovette subito riconoscere le sue forze militari non adeguate allo scopo e che il movimento nazionale orientavasi ogni giorno più, senza ch’egli potesse impedirlo, verso la democrazia. Sconfitto a Custoza, accolto a Milano, dove s’era ripromesso un ingresso trionfale, da una folla esasperata che lo gridava traditore, costretto in patria, per poter ritentare la sorte delle armi, a subire il contatto di persone ripugnanti alla sua coscienza, si vide infine anche offeso nel suo orgoglio di soldato, unica cosa che gli rimanesse dopo tante e tante crudeli delusioni, e dovette mettersi al fianco, se volle restare a capo delle sue truppe, un mendicato generale polacco che lo condusse a Novara. Ventitré marzo 1849! Il ventitré marzo del 1821 era passato di li, con l’anima in tumulto, per recarsi a Modena e a Firenze; e il ventitré marzo 1848, dalla loggetta del suo palazzo in piazza Castello, aveva annunziato ai suoi popoli la guerra all’Austria! Così chiuse nel dolore la sua avventurosa vita mortale, Re magnanimo e cavalleresco, che, come scrisse Cesare Balbo «credendo e sperando, combatté, soffri, morì per la patria e la cristianità, imperituro com’esse ».
(F. Lemmi, da La politica estera di Carlo Alberto nei suoi primi anni di regno, Firenze, 1928, pp. 304-308)
