DICEMBRE 1985: LA GUERRA DIMENTICATA PER AGACHER

di Giuliano Da Frè -

Nel dicembre 1985 tra Mali e Burkina Faso – due dei paesi più poveri dell’Africa subsahariana, nonché ex colonie francesi indipendenti dal 1960 – andò in scena una guerra per la “striscia di Agacher”. Fu uno dei tanti conflitti dimenticati moderni, che nei giornali italiani, per quel poco spazio che vi dedicarono, fu definita anche come “guerra di Natale”.

 

Conflitti e arsenali

Moussa Traoré

Moussa Traoré

Già nel 1974-1975, Mali e Burkina Faso – all’epoca ancora denominato Alto Volta – erano stati protagonisti di un breve conflitto di frontiera a bassa intensità, seguito da un decennio di tensioni, alimentate soprattutto dalle ambizioni politico militari del Presidente maliano Moussa Traoré (1936-2020), un militare di carriera che nel 1968 aveva rovesciato Modibo Keita, il padre dell’indipendenza del paese. Keita, al potere dal 1960 e poi morto in prigione nel 1977, aveva mediato diversi conflitti regionali africani, ma senza riuscire a risolvere i problemi interni del proprio paese (grande quattro volte l’Italia ma scarsamente popolato), poi aggravati negli anni ’70 e ‘80 da siccità e carestie.
Il Mali, che tra la fine dell’XI secolo e il 1650 era stato il cuore di un vasto impero, caratterizzato da ricchi commerci – soprattutto oro e sale – e da una brillante cultura [1], per quasi 70 anni era stato sotto dominio francese. Dopo l’indipendenza, restava un paese povero di risorse, basato soprattutto sull’agricoltura, con poche industrie attive lungo il fiume Niger, mentre gli estesi giacimenti di fosfati, oro, uranio, ferro, bauxite, manganese, erano ancora poco sfruttati, con crescenti pressioni esterne volte a valorizzarli. Alla vigilia della “guerra di Agacher”, le infrastrutture consistevano soltanto in circa 15.000 km di strade pavimentate e meno di 700 km di ferrovia; pochi gli aeroporti, con lo scalo internazionale della capitale Bamako, e le basi civili e militari di Timbuctù, Gao e Mopti, oltre a piste improvvisate per elicotteri e aerei leggeri. L’ascesa al potere del giovane colonnello Traoré – poi autopromossosi generale [2] -, aveva contribuito al potenziamento delle forze armate nazionali, sia per puntellare il nuovo regime, sia per sostenerne le ambizioni regionali. Alla vigilia della guerra, l’esercito contava 7.000 uomini, addestrati ed equipaggiati dalla Francia, ma con più recenti contributi sovietici e cinesi. Erano disponibili, pertanto, circa 100 carri armati tra T-34/85 residuati della Seconda guerra mondiale ceduti dall’URSS, e più recenti mezzi cinesi Type-62, un centinaio di blindati e cingolati portatruppe, e una cinquantina tra obici da 100 e 122 mm, mortai pesanti e lanciarazzi campali, tutti trasferiti da Mosca nel 1981-1984, mentre la fanteria disponeva di missili anticarro RPG-7 e fucile d’assalto AK-47, sempre di fabbricazione sovietica e cinese. Equipaggiamenti più vecchi di origine occidentale, permettevano di mobilitare 25.000 tra riservisti e unità paramilitari, come la Gendarmeria. In tempo di pace, era attivo un comando di brigata, su 4 battaglioni di fanteria motorizzata, un battaglione corazzato e uno blindato, reparti di artiglieria e supporto, oltre alla Guardia presidenziale, inquadrata da mercenari europei.
Privo di sbocchi sul mare, il Mali impiegava comunque una piccola forza fluviale sul Niger, con 130 effettivi e una mezza dozzina tra chiatte a motore e vedette. Più consistente l’Aeronautica, attivata nel 1961 con supporto francese, e che un quarto di secolo più tardi contava ormai, grazie al crescente flusso di velivoli sovietici, 900 effettivi addestrati, in parte veterani del conflitto del 1974-1975. Disponevano di 16 moderni caccia a reazione MiG-21 in servizio dal 1976, affiancati da una mezza dozzina di reattori più vecchi tra MiG-17 e MiG-15, aerei da addestramento e trasporto, e alcuni elicotteri. I MiG erano tutti inquadrati in un reggimento schierato a Bamako, difesa anche da 2 batterie di missili radar-guidati SA-3: erano poi attive 5 basi minori, una scuola addestrativa, e 22 tra piste ed eliporti semi-preparati.

La regione di Agacher

La regione di Agacher

Il Burkina Faso, col vicino e rivale Mali condivideva – oltre a un passato glorioso, e alla lunga colonizzazione francese – la scarsità di risorse e infrastrutture (12.000 km di strade e 600 di ferrovia, e una rete aeroportuale incentrata sul solo scalo della capitale Ouagadougou, più vari sedimi secondari), nonché instabilità politica e influenza dei militari. Questi erano andati al potere nel 1966, quando il generale Sangoulé Lamizana aveva rovesciato il governo civile in carica dall’indipendenza, proclamata nel 1960 col consenso di Parigi, che manteneva una forte presa economica sul paese. Lamizana era stato a sua volta rovesciato nel 1980 da un golpe militare, che aveva innescato oltre a nuovi incidenti col Mali una fase di instabilità interna, sfociata nella rivoluzione del 1983, che aveva portato al potere un gruppo di giovani ufficiali progressisti, capeggiati dal capitano Thomas Sankara (1949-1987), già ministro e primo ministro tra 1981 e 1983, uno dei più carismatici leader africani della sua generazione, e talvolta paragonato al Che Guevara, per idealismo, stile di vita semplice e alieno dai fasti del potere [3].
Il nuovo corso politico avrebbe tuttavia creato al nuovo presidente potenti avversari, soprattutto in Occidente, per le sue critiche verso ogni forma di colonialismo, e che peraltro non risparmiavano nemmeno Mosca e Pechino. Inoltre, pur essendosi distinto durante la guerra frontaliera col Mali, Sankara aveva maturato una coscienza antimilitarista: il bilancio militare era stato quindi tagliato, dirottandone le risorse verso sanità, istruzione e infrastrutture, mentre semmai aumentava l’impiego del personale militare in missioni civili, a favore dell’agricoltura o di supporto alle campagne sanitarie. Scelte meritorie, e anche strategiche sul lungo periodo, ma che lanciarono il segnale sbagliato ai paesi vicini, e a quelle potenze – occidentali, ma non solo – che vedevano con crescente sospetto l’attivismo terzomondista del giovane presidente.

Thomas Sankara

Thomas Sankara

Le scelte antimilitariste di Sankara sono simboleggiate dalla situazione della FABF (Force Aérienne du Burkina Faso), attivata nel 1964 con l’assistenza di Parigi, che aveva ceduto 3 aerei da trasporto e addestramento di seconda mano, e poi 2 elicotteri leggeri. A cavallo tra anni ’70 e ’80 erano poi arrivati altri 6 elicotteri francesi e sovietici da trasporto, mentre accordi con Libia e Ghana garantivano la cessione di 12 MiG-21, creando una squadriglia per la difesa della capitale. Tuttavia, i tagli al bilancio militare impedirono l’adeguata manutenzione dei jet e dei missili aria/aria, tanto da limitarne l’operatività durante la breve guerra del dicembre 1985. L’Esercito, che poteva contare su quadri e motivazioni migliori, era poi decisamente sotto equipaggiato rispetto a quello maliano. Circa 5.000 effettivi erano inquadrati in un battaglione meccanizzato, 2 meccanizzati, e 6 unità del genio e dell’artiglieria; in caso di mobilitazione si poteva contare su altri 50.000 uomini, tra miliziani, riservisti e forze paramilitari di sicurezza. L’equipaggiamento era ancora più eterogeneo di quello maliano, e comprendeva meno di 100 autoblindo, tra “Ferret” inglesi e Panhard AML e M3 francesi degli anni ‘70, cui nel 1984 si erano aggiunti 24 6×6 EE-9 “Cascavel” brasiliani, armati con cannone da 90 mm (finanziati dal regime libico, alleato di Sankara), mentre mancavano i carri armati. L’artiglieria poi contava solo su poche batterie di obici da 105 mm e di mortai di vario modello, più un pugno di rustici lanciarazzi cinesi Type-63, da poco consegnati. Scarse le dotazioni di armi antiaerei (comprendenti mitragliere da 20 e 14,5 mm, anche installate su fuoristrada e camionette, le cosiddette “tecniche” [4]) e anticarro – pochi RPG e cannoni senza rinculo -, indispensabili per affrontare i tank e gli aerei schierati dal Mali.

Natale di sangue

I MiG21 del Mali.

I MiG21 del Mali.

La grave siccità del 1984-1985 aveva aumentato le tensioni a cavallo della regione frontaliera e nell’Agacher, con scontri tra gli agricoltori della zona, mentre i regimi al potere a Bamako e Ouagadougou si affidavano non solo all’incendiaria retorica nazionalista, ma appoggiavano le forze di opposizione presenti oltre confine.
Nell’autunno del 1985, una serie di violenti nubifragi colpì la regione a cavallo della frontiera tra Mali e Burkina Faso. L’acqua sarebbe stata la benvenuta, dopo la siccità che da un decennio dominava l’area subsahariana; ma la sua furia provocò anche danni gravissimi e centinaia di vittime, in parte dovute a una successiva epidemia di colera esplosa nei campi allestiti per i senzatetto. Scattarono gli aiuti internazionali: e per distribuirli in maniera più efficace ed equa rispetto al passato, Sankara avviò un censimento degli insediamenti di quella regione di confine, oggetto di nuove contestazioni, con incidenti verificatisi a fine novembre. Il 14 dicembre 1985, scortati da un reparto militare, i funzionari burkinabé visitarono anche alcuni campi profughi sorti oltre la controversa frontiera, sconfinando per errore in territorio maliano, salvo ritirarsi dopo l’avvio di una mediazione diplomatica algerina.
Da Bamako, tuttavia, Traoré, il presidente-dittatore del Mali la cui recente e contestata rielezione mascherava il crescente malcontento nei suoi confronti, colse la palla al balzo, sfruttando l’occasione per ricompattare dietro di sé il paese, facendo appello al nazionalismo. Crisi interna, guerra esterna: una delle ricette classiche delle dittature. Traoré inviò così truppe al confine della “striscia di Agacher”, già contesa 10 anni prima, mobilitando le Forze Armate. Furono creati 3 gruppi di combattimento con tank e blindati, aventi l’obbiettivo di conquistare la città di Bobo-Dioulasso, nel sudovest del Burkina, la più popolosa dopo la capitale, per crearvi un governo rivoluzionario da manovrare per rovesciare Sankara. Il 20 dicembre, alcuni reparti esploranti maliani, appoggiati da aerei ed elicotteri, oltrepassarono il confine.
Nei limiti del possibile, Sankara aveva perseguito – da soldato che conosceva la tragedia della guerra, e le sue conseguenze, a tutti i livelli – una politica pacifica. Ma sapeva anche che non sarebbe politicamente sopravvissuto (e alla luce di quanto poi accadutogli 2 anni più tardi, nemmeno fisicamente) se non avesse reagito alla provocazione di Traoré. Ignorare lo sconfinamento voleva dire aprire la strada a un nuovo golpe: e così, pur appellandosi alle Nazioni Unite e alle organizzazioni regionali africane, mobilitò le sue – scarse – forze, affidando al capitano Blaise Compaoré (numero due del regime) e al ministro della Difesa Jean-Baptiste Boukary Lingani, il coordinamento delle operazioni.

Le operazioni militari nel dicembre 1985.

Le operazioni militari nel dicembre 1985.

Una mobilitazione affrettata; e sul filo del rasoio. Il 25 dicembre, infatti, le forze del Mali lanciarono la cosiddetta “offensiva di Natale” (festeggiato da un terzo della popolazione burkinabé), attaccando con decine di blindati e tank numerosi insediamenti di frontiera lungo l’intera fascia confinaria di Agacher. I reparti rapidamente raccolti da Sankara e Compaoré – che assunse il comando tattico delle operazioni, forte dell’esperienza accumulata negli incidenti frontalieri e nei golpe interni degli anni precedenti – furono tuttavia schierati in profondità, per evitare di esporli alla maggiore potenza di fuoco delle colonne avversarie, e per monitorarne le linee di avanzata. Una volta delineatesi le puntate offensive maliane, scattarono rapidi contrattacchi, basati per lo più su imboscate e raid “mordi e fuggi”, che provocarono gravi perdite agli invasori, con almeno 30 morti, decine di feriti e dispersi, e 6 tank e altri veicoli distrutti o catturati, bloccandone l’avanzata.
Traoré fece allora intervenire la sua piccola e preziosa forza aerea di MiG, rischieratisi a Gao, Mopti e Ségou. I jet colpirono i concentramenti di truppe del Burkina Faso, che però si dispersero rapidamente, non potendo contare sui propri caccia, guidati da piloti poco addestrati e che operavano solo nella zona coperta dai radar attorno alla capitale. Il 26, mentre falliva una mediazione libica, e riprendevano i contrattacchi architettati dal capitano Compaoré, si alzavano in volo da Mopti 4 MiG, che bombardavano la città di Ouahigouya, principale base logistica del Burkina Faso, a 80 km dal confine, e a 300 dall’aeroporto maliano. Il raid, lanciato in un giorno di mercato, provocò pochi danni ma decine di vittime civili, e varie reazioni. Tra queste, l’attacco di un singolo aviogetto non identificato (probabilmente un MiG-17 burkinabé, forse pilotato da un consigliere straniero [5]) contro postazioni militari presso Sikasso, mentre piccoli reparti mobili sconfinavano a Zégoua, decimando la guarnigione locale. In questo settore, dopo un secondo tentativo fallito di arrivare a una tregua, il 28 dicembre i combattimenti si riaccesero violenti, quando una colonna corazzata maliana fu contrattaccata. Lo scontro si alimentò con rinforzi e attacchi aerei, con perdite crescenti da ambo le parti. Il battaglione paracadutisti “Guevara”, unità di élite del Burkina Faso, riconquistò Benena, mentre una seconda colonna meccanizzata maliana avanzava sulla strada strategica che dal confine di Faramana portava a Bobo-Dioulasso, la seconda città del paese, nel 1985 con oltre 700.000 abitanti, un aeroporto secondario, e importante crocevia stradale e mercantile.
Le scarse dotazioni di armi anticarro rendevano complicato affrontare frontalmente l’avanzata nemica: Compaoré fece ricorso a piccoli reparti mobili su “tecniche” – metodo che in quegli anni sarebbe stato adottato su scala più vasta dal Ciad nei confronti degli invasori libici (“Toyota War”) [6] – inviati ad attaccare le linee logistiche e le retrovie avversarie.
Nel frattempo, tuttavia, le mediazioni internazionali stavano finalmente arrivando a risultati positivi: e il 30 dicembre, l’Organizzazione per l’Unità Africana, e vari governi amici dei belligeranti, riuscirono a strappare loro un “cessate il fuoco”.
Tregua sostanzialmente rispettata, e ufficializzata con un accordo siglato il 17 gennaio 1986, mentre si procedeva allo scambio dei prigionieri di guerra, e la controversia sui confini veniva demandata alla Corte internazionale di giustizia; che, a un anno esatto dallo scoppio del conflitto, suddivise la contesa “striscia di Agacher” tra Mali e Burkina Faso, con soddisfazione di ambo i contendenti.
Sul campo, il regime di Traoré – che aveva occupato parte della regione, e colpito in profondità con l’aviazione il paese avversario – rivendicava il successo militare. Il presidente-generale poté godere di un momentaneo scoppio di popolarità, rinverdita dalla presidenza dell’OUA nel 1988-1989. Ma quando nel 1990 avviò timide aperture verso la democrazia, lo scoppio di una insurrezione dei Tuareg provocò vaste manifestazioni, represse nel sangue; e quindi un colpo di stato, che nel 1991 portò a una difficile transizione verso la democrazia.
Al contrario, Sankara avrebbe scontato l’impreparazione delle sue forze armate, provocata dalla maggiore attenzione data ai problemi economici e sociali. Sul terreno, i soldati del Burkina si erano battuti con coraggio e determinazione: ma troppo spesso trovandosi in netto svantaggio, senza adeguato supporto aereo, e quasi privi di armamento pesante o controcarro. Il conflitto aveva provocato circa 150 morti, per due terzi tra le fila burkinabé, sebbene fossero stati distrutti numero tank e veicoli avversari. Sankara dovette ammettere che il paese era poco attrezzato per una guerra che pure veniva accusato (a torto) di aver provocato, e si trovò costretto ad aumentare le spese per la Difesa, su pressione dei suoi comandanti. Alla fine, rotti i rapporti con Francia e Stati Uniti, con una situazione socioeconomica critica, costretto a reprimere il dissenso, furono proprio i suoi capi militari, in testa Compaoré (rimasto poi al potere sino al 2014), a ucciderlo in un sanguinoso colpo di stato, il 15 ottobre 1987.

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Note

[1] A Timbuctù nel XIII secolo era attiva una università frequentata da 20.000 studenti, e dotata di una vasta biblioteca.
[2] Arruolatosi nell’Esercito francese come il padre, fu rapidamente promosso dopo l’indipendenza. Al potere dal 1968 al 1991, condannato a morte e poi graziato e riabilitato, nel 2020, poche settimane prima di morire, aveva appoggiato un nuovo golpe militare.
[3] Al limite di una “ingenuità” politica, che lo avrebbe poi portato alla morte, nel 1987, per mano di alcuni tra i “giovani turchi” che ne avevano appoggiato la scalata al potere 4 anni prima. Destino non troppo dissimile da quello del guerrigliero cubano-argentino, cui Sankara aveva intitolato il suo vecchio battaglione.
[4] Solo dopo la guerra saranno acquistati da Mosca lanciamissili portatili “Strela-2” sovietici.
[5] All’epoca si ipotizzò che fosse intervenuto il Ghana guidato da Jerry Rawlings, ex ufficiale d’aviazione alleatosi nel 1983 con Sankara, inviando un MB-339 armato con bombe.
[6] Durante la guerra per il controllo di un’altra fascia territoriale contesa, la “striscia di Aouzou”, contesa dal 1972 al 1987.