ROMA 64 D.C., TRA DELATORI E SPIE

Pier Luigi Guiducci –

 

Dopo l’incendio che distrusse gran parte dell’Urbe, Nerone decise di attribuire la responsabilità ai seguaci di una nuova religione che risultava incomprensibile ai pagani e odiosa agli ebrei più ortodossi: quella cristiana.

Dal 18 al 24/27 luglio del 64 d.C. un violento incendio divampò a Roma.[1] Le cause furono incerte.[2] Dal Circo Massimo si propagò in molti quartieri dell’Urbe e ne distrusse una parte notevole. Gli incendi nella città erano frequenti[3]. Stavolta, però, gli effetti dannosi si rivelarono di una particolare gravità. L’imperatore del tempo, Nerone[4], che in quel momento stava ad Anzio, si affrettò a raggiungere la capitale dell’impero e seguì le operazioni di soccorso. Per chi era rimasto privo di casa fece aprire vari luoghi: il Pantheon, le terme, il Porticus Vipsania, i Saepta Iulia[5]e i giardini di Marco Vipsanio Agrippa presso Campo Marzio. Furono allestiti dei baraccamenti e acquisiti viveri dai territori circostanti. Venne inoltre abbassato il prezzo del grano a tre sesterzi il moggio. Nel popolo, però, cominciò a diffondersi la convinzione che l’incendio era di natura dolosa. Probabilmente, si diceva, lo stesso imperatore aveva dato ordine di appiccarlo per far crollare il valore dei terreni colpiti, e per riacquistarli in seguito sotto costo.[6] Era noto, infatti, a diverse persone, che Nerone intendeva far edificare per sé un edificio di grandi dimensioni[7] proprio in alcuni terreni segnati dalla calamità. A questo punto la tensione popolare superò i livelli di guardia anche per un secondo incendio che produsse ulteriore rovina.[8] I fiduciari dell’imperatore dovettero relazionare a Nerone. Il rischio di una sommossa era reale. Occorreva trovare al più presto una soluzione.

La scelta di accusare i cristiani

Fu deciso alla fine di attribuire ogni responsabilità ai seguaci di una nuova religione che risultava incomprensibile ai pagani e odiosa agli ebrei più ortodossi: quella cristiana. Nerone sapeva, infatti, che era pericoloso additare come colpevoli esponenti della nobiltà, del Senato, dell’esercito. Si poteva facilmente fomentare una congiura.[9] E non era neanche possibile attaccare la comunità ebraica (30.000 persone circa) perché quest’ultima si trovava a Roma già dal II secolo a.C. e aveva pure ottenuto diversi privilegi.[10] Attaccare i cristiani, in definitiva, era la soluzione migliore. Costituivano un gruppo scarsamente significativo (qualche centinaio di individui). In città erano presenti da poco. Non avevano protezioni. Non occupavano posti di potere. Inoltre, il Cristianesimo era avversato per la dottrina che metteva in discussione i credi religiosi diffusi a Roma e nelle altre zone dell’impero, e per i riti centrati sulla fractio panis.[11]
Si poneva però un problema. Come individuare i cristiani? Per capire tale esigenza occorre ricordare che le autorità romane non facevano distinzione (in un primo periodo) tra ebrei e cristiani. Esse consideravano quest’ultimi membri di una setta eterodossa (minoritaria) dell’ebraismo. Si ha prova di ciò quando nel 49 d.C. l’imperatore Claudio[12] espulse pro tempore i giudei da Roma a motivo di un certo Chresto.[13] Al riguardo, la testimonianza dello storico Svetonio conferma che il riferimento era rivolto solo a generici “giudei”. Unitamente a ciò occorre ricordare che nel I secolo d.C. non esistevano chiese cristiane. I seguaci di Gesù di Nazareth si riunivano all’interno di case private in piccoli gruppi.

L’uso dei delatori

Le autorità romane, in definitiva, non avrebbero potuto operare arresti in modo capillare senza l’aiuto di due nuclei di collaboratori: i delatori e i militari con funzioni di spionaggio. Già in tempi precedenti la delazione (indicium) fu un mezzo ampiamente utilizzato perché consentiva, a basso costo e in tempi rapidi, di conoscere dinamiche riguardanti un singolo soggetto, un nucleo di persone, un possibile movimento eversivo, una corrente politica avversa. Chi forniva informazioni in segreto poteva far parte dei ceti sociali più diversi. Poteva essere: un senatore (o più senatori) che trasmetteva dati su colleghi; un patrizio ostile a un altro nobile; un commerciante in lotta con un avversario per interessi di lavoro; un cliens[14]; un liberto[15]; uno schiavo.
Nel caso dei cristiani è la logica a suggerire una tesi. I seguaci della nuova fede provenivano inizialmente dalla comunità ebraica. Partecipavano ai riti di quest’ultima. Si verificò poi una frattura quando, all’interno delle sinagoghe, alcuni cristiani cominciarono a predicare il Vangelo. A spiegare la Parola del Messia. A rimodulare la legge mosaica. Si creò in tal modo una dinamica che divenne presto conflittuale. Chi usciva dalla sinagoga per aderire a un altro credo religioso era considerato un traditore, un bestemmiatore, un apostata. In definitiva: una persona da condannare.[16] Di conseguenza non mancarono in questo periodo denunce presso la pubblica autorità di ebrei ortodossi che tentavano di fermare l’azione dei primi cristiani. I magistrati, però, applicavano una linea di tolleranza religiosa e non volevano essere coinvolti in quelle che erano considerate delle “questioni interne” tra correligionari.[17]
L’incendio del 64 d.C. a Roma ribaltò però l’equilibrio politico raggiunto. Dovendo arrestare i cristiani era necessario trovare qualcuno in grado di distinguere tra un ebreo e un seguace di Gesù di Nazareth. Tale urgenza fu risolta anche con l’aiuto dei delatori. Questi potevano conoscere gli usi cristiani: ad es. la non partecipazione ai “giochi” del circo, la riunione in piccoli gruppi nelle case, l’avversione verso taluni riti pagani. Ma quelli che, più di tutti, conoscevano esattamente i cristiani erano gli ebrei. Ogni comunità ebraica, infatti, conservava (e conserva anche oggi) l’elenco dei suoi membri. Ciò serviva anche per raccogliere i contributi mensili versati per le esigenze interne e per il sostegno ai correligionari della Palestina. Il nominativo di chi usciva dalla comunità in modo disonorevole era memorizzato in vario modo. A questo punto non fu difficile dive per i delatori individuare chi aveva aderito alla nuova religione.

Il ruolo delle spie

I delatori, comunque, non furono gli unici a indicare ai fiduciari di Nerone l’ubicazione dei cristiani. Si mobilitarono, infatti, pure quei soldati che avevano il compito di sorvegliare le dinamiche dell’Urbe e quelle presenti in Italia e nell’impero. La loro caserma (autonoma) si trovava sul colle Celio, nell’area dell’attuale basilica di Santo Stefano Rotondo. Questi “investigatori” ricevettero poi il nome di milites peregrini[18]. Tali soggetti si dividevano in frumentarii e in speculatores. I frumentarii erano in origine coloro che dovevano procurare le scorte di frumento alle legioni romane. Negli anni dell’imperatore Adriano (117-138), ricevettero compiti di corrieri, di agenti della polizia segreta, di militari addetti al trasporto dei prigionieri. Gli speculatores (istituiti nel II secolo a.C.) avevano il compito di infiltrarsi tra gli abitanti delle province locali per acquisire dati per Roma. Diocleziano (al potere nel 284-305) li sostituì in seguito con gli agentes in rebus.
I milites peregrini rispondevano al princeps peregrinorum che riferiva direttamente all’imperatore.
Nella città di Roma, in particolare, operavano i pretoriani e tre coorti urbane. I pretoriani ubbidivano agli ordini del prefetto al pretorio. Erano guardie del corpo dell’imperatore e dei massimi dignitari romani, custodi delle residenze ufficiali, svolgevano funzioni di polizia politica, controllavano i luoghi di spettacolo, sorvegliavano le assemblee popolari. La loro base operativa era il Praetorium posizionato all’interno di un castrum (accampamento). Le coorti urbane dovevano svolgere compiti di polizia diurna. Spettava a loro la sorveglianza delle strade, dei ponti, delle terme, dei luoghi di associazione. Li comandava il prefetto urbano. La loro sede ufficiale era nella Regio IV Templum Pacis.
Esistevano, infine, sette coorti urbane di vigili. Erano reclutati tra i liberti. Li comandava il prefetto dei vigili. Si trattava di un corpo para-militare, con compiti di polizia notturna e di prevenzione e controllo degli incendi. Il loro centro base si trovava presso la stazione della I coorte (Regio VII, via Lata).

La cattura dei cristiani

Una volta adottata la decisione, si mise in modo un’operazione che, secondo i più recenti studi storici, si prolungò nel tempo, e cessò con la morte di Nerone. Gli arresti avvennero tutti all’interno delle mura romane. I territori esterni all’Urbe furono esclusi. Probabilmente i riferimenti di Tacito alle esecuzioni capitali tengono conto dei primi cristiani arrestati (altri vennero catturati in tempi successivi). Era necessario, infatti, nel più breve tempo possibile, eseguire delle condanne a morte. I non cittadini romani vennero esposti alle belve, o legati a croci di legno e vestiti con tuniche spalmate di pece alla quale appiccare il fuoco (supplizio denominato tunica molesta). Allo stato attuale degli studi non è possibile stabilire il numero dei cristiani uccisi. È difficile pensare a delle cifre elevate perché i gruppi dei seguaci di Gesù di Nazareth non costituivano una forte comunità nel I secolo d.C., e perché probabilmente furono diversi i cristiani che cercarono di salvare sé e le proprie famiglie (era sufficiente cercare di uscire dalle porte di Roma).
Comunque le modalità di esecuzione delle condanne a morte fecero impressione tra la popolazione. Quest’ultima, per disposizione dell’imperatore, ebbe la possibilità di osservare le agonìe dei martiri guardando a debita distanza (e comunque non dentro il circo di Nerone) gli effetti tragici delle fiamme. Chi era riuscito a sfuggire ai soldati cercò di nascondersi presso altri cristiani, o comunque in zone ove dei singoli correligionari possedevano terreni utilizzati in seguito per costruire delle catacombe. Probabilmente in tale contesto si può collocare anche il tentativo dell’apostolo Pietro di recarsi nella zona dell’Appia.[19] I dati che si possiedono, però, non sono tutti rigorosamente storici e quindi ogni studioso deve muoversi con cautela. Per l’apostolo Paolo la situazione fu diversa. Egli era già controllato dalle autorità romane. E aveva subìto una prima fase processuale. La sua cattura fu immediata. Essendo cittadino romano venne probabilmente convocato dal praefectus Urbi, ascoltò la sentenza di morte, e seguì i soldati che lo condussero verso il luogo del martirio.

Quale processo subirono i martiri cristiani?

Molti storici si sono chiesti quale processo subirono i cristiani nel 64 d.C. e nei tempi immediatamente successivi. Al riguardo occorre ricordare che nel I secolo d.C. esistevano a Roma diversi magistrati (competenti per specifiche materie) nelle basiliche dell’Urbe[20] che presiedevano i processi. Era obbligatorio un accusatore. L’accusato poteva difendersi anche da solo. Servivano poi dei testi a sostegno dell’accusa e della difesa. Alla fine si arrivava a un verdetto. Nel caso dei cristiani accusati dell’incendio, però, ci furono delle variabili che spinsero al superamento del procedimento ordinario. Il primo elemento-chiave fu legato all’accusa. Quest’ultima non derivava da una esposizione di fatti presentata da un cives romanus, ma da un’affermazione ufficiale dello stesso imperatore, avallata da “prove”. Inoltre, la necessità di calmare le tensioni popolari, motivò l’urgenza di non insistere fasi detentive (nelle carceri) prolungate. Occorreva arrivare in tempi immediati a delle pubbliche esecuzioni. L’intera dinamica escluse in tal modo ogni possibilità di difesa dei singoli cristiani, e non fece distinzioni di età e di sesso.
In tale contesto, la normativa che venne utilizzata fu probabilmente la lex Cornelia Sullæ de sicariis et veneficis. Si trattava di una legge proposta nell’81 a.C. dal dittatore Silla per ridisciplinare la materia del crìmen homicidii. Con tale provvedimento fu istituito un tribunale apposito. Nel testo si condannava anche chi appiccava dolosamente un incendio. Un premio spettava all’eventuale accusatore.

La questione del Tullianum

Tenendo conto di un contesto così drammatico, gli storici hanno cercato di individuare in qualche modo i luoghi ove furono ammassati i cristiani che dovevano essere eliminati durante le iniziative (anche popolari) promosse da Nerone. Nel corso dei secoli, la tradizione ha indicato il carcere Tullianum (denominato nel Medioevo Mamertino), posto ai piedi del Campidoglio.[21] Per tale motivo, in tempi successivi, gli archeologi hanno voluto studiare con particolare attenzione questo luogo, e ne hanno ricavato alcune impressioni. L’attuale ambiente di detenzione è costituito da un locale circolare (cella) di ristrette dimensioni, collegato al piano superiore (posto di guardia) da una piccola apertura. Tale struttura, però, era nota da tempo perché costituiva la struttura ove venivano rinchiusi i nemici dello Stato (ad es. coloro che avevano guidato rivolte contro Roma, i capi di congiure…). A questo punto, è difficile pensare a un gruppo di cristiani, di scarso valore sociale, ristretti in un ambiente di massima sicurezza. Inoltre, secondo la tradizione, anche gli apostoli Pietro e Paolo sarebbero stati rinchiusi nel Tullianum. Pure in questo caso sono sorte delle perplessità. Pietro era un umile pescatore di Galilea, la sua persona era nota solo ai cristiani del tempo, non era un sobillatore. Paolo, era già sottoposto a custodia e non aveva alcuna possibilità di sfuggire a una condanna. Si tende quindi a ritenere che i cristiani furono probabilmente confinati in un’area attigua al Tullianum o in luoghi comunque poco distanti dal Foro romano.

I nomi degli arrestati

Attualmente si tende a ricordare il gruppo dei cristiani uccisi negli anni di Nerone come quello dei “Protomartiri romani”. Qualcuno, comunque, si è chiesto se sia possibile riuscire a individuare qualche nominativo attraverso i documenti del tempo. Una possibile risposta potrebbe essere collegata alla Lettera di san Paolo ai Romani[22]. In questo testo, l’apostolo, al termine dello scritto trasmette una serie di saluti. Si riporta il passo: «(…) Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencre[23]: accoglietela nel Signore, come si addice ai santi, e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso. Salutate Prisca e Aquila[24], miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano. Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio amatissimo Epèneto, che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia. Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andrònico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. Salutate Ampliato, che mi è molto caro nel Signore. Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio carissimo Stachi. Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli della casa di Aristòbulo. Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narciso che credono nel Signore. Salutate Trifena e Trifosa, che hanno faticato per il Signore. Salutate la carissima Pèrside, che ha tanto faticato per il Signore. Salutate Rufo, prescelto nel Signore, e sua madre, che è una madre anche per me. Salutate Asìncrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro. Salutate Filòlogo e Giulia, Nereo e sua sorella e Olimpas e tutti i santi che sono con loro». (Rm 16, 1-15).
Leggendo questo testo è spontaneo chiedersi: le persone citate da Paolo costituirono i Protomartiri romani? Al riguardo, potrebbe essere rischioso insistere su un’affermazione in positivo. Rimane più prudente attenersi ad alcune considerazioni.
1) L’apostolo indica piccoli nuclei: la comunità che si riunisce nella casa di Prisca e Aquila; i cristiani della casa di Aristòbulo; quelli della casa di Narciso; i fratelli che sono con Asìncrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma; i fedeli vicini a Filòlogo e Giulia, Nereo e sua sorella e Olimpas. Probabilmente le principali catture avvennero all’interno di queste case, o furono facilitate da soggetti torturati che avevano fatto parte di questi gruppi.
2) Paolo, però, indica anche altri nomi: Febe, Epèneto, Maria, Andrònico e Giunia, Ampliato, Urbano, Stachi, Apelle, Erodione, Trifena e Trifosa, Pèrside, Rufo e sua madre. Anche queste persone partecipavano certamente al culto cristiano ma non è chiara la comunità di appartenenza.
3) Tra le persone citate ne esistono alcune che l’apostolo definisce parenti. Si tratta di: Andrònico e Giunia (“miei parenti e compagni di prigionìa”), Erodione (“mio parente”). Sarebbe interessante cercare di approfondire il grado di parentela e la rete di collegamenti esistente tra l’apostolo e la cerchia dei parenti (diretti o acquisiti) ma sarebbe necessario acquisire altri documenti.

I cristiani sopravvissuti e la sepoltura dei martiri

Se si tiene conto del resoconto di Tacito e di altri testi successivi (rif. Papa Clemente I[25]) la Chiesa di Roma sarebbe stata interamente distrutta dagli arresti e dalle esecuzioni. A ben vedere, esistono però delle evidenze sulle quali riflettere. 1) Il corpo di Pietro fu sottratto alla fossa comune (alla quale era destinato) per opera di ignoti. 2) Anche la salma di Paolo venne tutelata grazie all’azione di persone di cui non conosciamo l’identità. Per questo motivo non è debole affermare che dovettero per forza operare dei cristiani ai quali va il merito di aver protetto i resti delle due colonne della Chiesa di Roma. Da tale considerazione deriva il fatto che esistevano cristiani ancora non arrestati che si muovevano senza attirare l’attenzione dei persecutori (o consegnando comunque cifre in denaro per riacquistare le spoglie dei santi morti). Altri fedeli, forse, riuscirono a raggiungere la zona della via Appia ove esistevano zone di proprietà di cristiani (vi furono poi costruite catacombe).
Esiste poi un altro interrogativo importante: i primi martiri romani dove vennero sepolti? Si trattava di gente che era stata condannata a morte, quindi doveva essere gettata in una fossa pubblica. Su questi morti doveva cadere la damnatio memoriae. A questo punto, a qualche storico è venuto in mente un riferimento. Nell’area del Campo Esquilino[26] esistevano i puticuli.[27] Si trattava di semplici profonde buche scavate nel terreno tufaceo. Erano posizionate poco fuori le mura. In epoca repubblicana vennero utilizzate come una sorta di discariche. Vi si gettavano rifiuti di ogni genere: vasellame rovinato, carcasse di animali, corpi di schiavi, di poveri, di criminali giustiziati. Poteva quindi essere questo il territorio ove trovarono sepoltura i Protomartiri romani. Tale fatto, però, non può essere condiviso alla luce di una ulteriore considerazione.
Durante il I secolo a.C., con più decreti, l’area venne preclusa alle sepolture ed una serie di cippi in travertino contenenti le regole sanitarie furono apposti dai pretori ai limiti dell’area che si estendeva per poche centinaia di metri fuori della Porta Esquilina e che doveva essere mantenuta libera da corpi. Quindi, coloro che vennero giustiziati negli anni di Nerone trovarono sepoltura altrove. A tutt’oggi non è possibile indicare il luogo ove si trovavano le fosse comuni utilizzate (fuori o dentro l’Ager Vaticanus?).

 

Note

[1] Tacito, Annales, XV, 41.2. Cornelio Tacito (54 d.C.-119) fu uno storico.
[2] «Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso oppure al dolo del principe (poiché gli storici interpretarono la cosa nell’uno e nell’altro modo)» (Annales, XV, 38.1).
[3] Per la tipologia costruttiva degli edifici antichi (numerose componenti in legno) e per le fonti di illuminazione di fiamme libere. Inoltre le insulae erano tra loro molto avvicinate.
[4] Fu al potere dal 54 d.C. al 68 d.C.. Ultimo esponente della dinastia Giulio-Claudia.
[5]Saepta (recinti) Iulia (della Gens Iulia) erano un vasto portico (310 m per 120 m) situato nelle prossimità del Pantheon. In esso si tenevano le assemblee elettorali dei Romani.
[6] TacitoAnnalesXV, 39.3.
[7] La futura Domus Aurea.
[8] Tacito, Annales, XV, 40.1.
[9] Nel 65 d.C. Nerone dovrà affrontare una prima rivolta: quella di Calpurnio Pisone. Una seconda ribellione, nel 68 d.C., gli sarà fatale.
[10] Agli Ebrei era stato riconosciuto il diritto di osservare liberamente i precetti religiosi e di seguire le norme alimentari rituali. Nell’anno sabbatico erano esonerati dal pagare il loro tributo allo Stato romano. Avevano anche una propria giurisdizione.
[11] Celebrazione dell’Eucaristia.
[12] Imperatore dal 41 d.C. al 54 d.C.
[13] Svetonio, Vita Claudii, 23.4. Gaio Svetonio Tranquillo (70/75 d.C.-140/150) fu uno storico.
[14] Il cliens (pl. clientes) era un cittadino che seguiva le attività di un patronus fornendo sostegni di vario tipo.
[15] Il liberto era uno schiavo affrancato.
[16] Ad es.: santo Stefano venne lapidato, presso Gerusalemme, nel 36 d.C.. Nel 62 d.C. fu lapidato a Gerusalemme, Giacomo per ordine del sommo sacerdote Anania.
[17] Cfr. al riguardo gli “Atti degli Apostoli”.
[18] Militari autorizzati a girare nei diversi ambienti per raccogliere informazioni.
[19] Esiste un’indicazione negli “Atti di Pietro”. Testo apocrifo, scritto in greco, nella seconda metà del II secolo.
[20] Es. nel Foro Romano: basilica Julia, basilica Emilia…
[21] La descrizione più nota è quella di Gaio Sallustio Crispo nel De Catilinae coniuratione.
[22] La Lettera ai Romani venne scritta tra il 55 d.C. e il 58.
[23] La Chiesa di Cencrea era vicino a Corinto. Febe fu probabilmente la donna che recò la lettera di Paolo ai Romani.
[24] Erano fabbricanti di tende. Sono conosciuti anche negli Atti degli Apostoli (18,2.18-19.26).
[25] Clemente I fu Papa dal 92 d.C. al 97.
[26] La zona che si estendeva fuori dalle mura di Servio Tullio sulla sinistra dell’antica Casilina per almeno 300 metri (da porta Esquilina verso nord fino a piazza Manfredo Fanti) e per almeno 90 metri fuori della porta (fino a piazza Vittorio).
[27] Il termine Puticulus prende origine dalla putrefazione dei corpi che lì avveniva.