L'ottimista è un simpatico, e l'ottimismo una virtù. Se, almeno in Italia, esiste un modo sicuro per diventare antipatici e rimanerlo per lungo tempo, questo è il sottolineare le cose che non vanno ed esprimere qualche dubbio sulle possibilità di miglioramento. Si diceva, un tempo, che il riso abbondasse sulla bocca degli stolti, e non si parlava di quella graminacea coltivata in ambiente umido che tanto conta nella cucina milanese, ad esempio, od anche napoletana, ingrediente base di quel trionfo culinario che è, a mio avviso, il sartù.
Ridere fa bene, e se si dispone di quarantasette denti fa anche meglio, anche perché consente, al proprietario dei denti, di darne qualcuno ai collaboratori meno portati all'ottimismo, e farli ridere ancor più apertamente e convincentemente di quanto normalmente non accada.
Scoprire che non c'è niente da ridere ma farlo lo stesso significa essere ottimisti e costruttivi. Decidere, invece, che siccome non c'è niente da ridere è ora di prendere le cose seriamente vuol dire essere pessimisti, distruttivi e comunisti.
Ciò premesso, a me pare che le peggiori previsioni si stiano avverando alla grande. E dunque per me non c'è più nulla da ridere. Ergo, sono pessimista, distruttivo e comunista. E non ho neppure la scusa di aver pochi denti: sono i miei solo perché li ho pagati, è vero, ma non me ne sono potuti permettere quei quarantasette necessari per diventare ottimista e dimostrarlo all'inclito, al colto ed alla gente che inclita e colta non è, ma che va a votare.
La magistratura continua ad essere sotto attacco, non solo, ma alcuni casi si prestano non solo a giustificare la sfiducia che - si dice - il popolo nutre verso questa istituzione, ma anche ad essere strumentalizzati ed a fare il gioco di quanti temono gli interventi dei giudici ed hanno tutto l'interesse a sottrarvisi oppure, quando tutto manca, a definirli manifestazioni di ingiustizia, di persecuzione, di manifestazione di stato di polizia, in una con le intercettazioni. Ed a me sembra che gettare discredito sui giudici e sulla magistratura serva più che un poco ai politici. Che importanza volete possa avere una sentenza di condanna - magari passata in giudicato, magari no - emessa da una corte composta da personaggi non affidabili? E che importanza può avere la circostanza che un candidato sia sotto processo, quando una eventuale condanna null'altro sarebbe se non l'espressione di un attacco della magistratura alla politica in genere ed al politico in particolare?
Si dice che non si deve generalizzare, ma non è forse una generalizzazione quella di attaccare l'istituzione attraverso (anche) gli errori di un singolo? E il bello è, anche, costituito dalla mezza verità di quella pezza a colori consistente nell'ordinare processi brevi. Ma è mai possibile che il legislatore non si renda conto che la durata dei processi dipende da due fatti assolutamente reali: il primo, le procedure civili, penali e amministrative, di per sé lunghe e complesse al fine della ricerca di un giudizio oggettivo e giusto quanto possibile; la seconda, dalla selva di interpretazioni alle quali ogni norma si presta, anche perché in genere mal fatta, confusa, in conflitto con altre norme e frutto di compromessi dalle cause più diverse?
Occorrerebbe una attenzione assoluta nell'elaborare norme nuove, diverse, chiare e dotate di interpretazione autentica; nel curare la preparazione dei giovani che aspirano a divenire magistrati; nello stabilire chiare norme di incompatibilità e di comportamento anche personale; nell'educare i cittadini - anche con l'esempio- al rispetto delle istituzioni e, nel caso specifico, al rispetto della magistratura. Che può anche sbagliare, perché composta da uomini, ma che è preparata ad applicare la legge in modo etico, corretto e in questo mette tutte le proprie capacità ed i mezzi di cui è dotata.
Le intercettazioni sono tra questi mezzi. E, per quanto mi riguarda, io non trovo nulla da ridere (e neppure da sorridere) e quindi nessuna ragione di essere ottimista quando assisto (in genere, per interposta stampa) alle discussioni in corso. Io continuo a pensare due cose: la prima, che soltanto chi ha qualcosa da nascondere possa assumere alcune delle posizioni oggi in evidenza. La seconda, che il diritto di cronaca si debba fermare sempre se e quando il fatto non sia certo e dimostrato. Il diritto di cronaca non è un diritto alla illazione ed al pettegolezzo. Se diritto è, esso consiste nella corretta informazione che io - gente - devo avere. E che mi deve essere fornita da quei "fabbricatori e distributori di notizie" che sono i giornalisti, i giornali ed equiparati.
E qui forse nasce un problema, a mio parere assolutamente risolvibile. Questo: la differenza che esiste tra il fatto e la notizia e la funzione conseguente assolta dai giornalisti e assimilati. La funzione del giornalista è assolutamente rilevante perché - e questa ne è l'essenza - trasforma il fatto in notizia, fabbrica, produce la notizia. E la distribuisce. Io credo che se le scuole di giornalismo - che dovrebbero essere le uniche miniere di questi esercenti la professione - insegnassero a fondo che il fatto è sempre e comunque oggettivo e che soltanto la valutazione, l'interpretazione e il racconto del giornalista ne fanno una notizia; e se, anche, insegnassero a "produrre" ed a "distribuire" il prodotto notizia, una buona parte dei problemi sarebbero risolti alla radice.
E, nel caso delle intercettazioni, poiché strumento di indagine e di competenza esclusiva della magistratura, e poiché, anche "mezzo di produzione del fatto" - che diviene tale soltanto quando la magistratura lo ha individuato e descritto - "la stampa" dovrebbe esserne tenuta lontana non per altro: perché non di sua competenza, non costituendo un "fatto" che possa essere trasformato in "notizia".
Invece. E si contesta tutto in nome della libertà.
Che è un altro bell'argomento, la libertà. In merito, altro che sorridere! Fino a quando la libertà sarà intesa come concetto assoluto, dai contenuti variabili e spesso arbitrari, non se ne uscirà mai. Eppure, un tempo si insegnava che la libertà è innanzitutto il senso del limite: io sono libero finché la mia azione non lede la libertà altrui. E' importante segnalare che in senso politico e sociale la libertà può essere definita come il potere di agire nell'ambito di una società organizzata, secondo la propria convinzione e volontà, entro i limiti stabiliti dalla legge o comunque riconosciuti validi dalla società stessa. Io credo che occorra ribaltare una concezione al momento dominante. Questa: io individuo sono al centro della società, e dunque la mia libertà è assolutamente prioritaria. Credo che vada ribaltato, perché così non funziona, tendendo a trasformarsi, tra l'altro, nell'affermazione della forza, con tutto quanto consegue. Credo che la libertà dell'individuo debba trovare un limite invalicabile nel "bene della società", e quindi nel rispetto della libertà di quel soggetto prevalente che è, appunto, la società e, alla lunga, il genere umano. E, alla più lunga ancora, l'ambiente in tutte le sue espressioni.
Siamo nei massimi sistemi, ma non per questo nel mondo dell'irrisolvibile. L'educazione, la cultura, l'organizzazione, le norme di comportamento null'altro sono se non strumenti per il raggiungimento del bene della società. E si tratta di strumenti e mezzi messi in opera dagli individui. Ogniqualvolta uno qualsiasi di questi elementi opera nell'interesse primario di un gruppo sociale più piccolo o di un singolo individuo, avviene la distorsione. Immagino che una risposta affidabile alla domanda "questo avvantaggia la società?" possa avviare a soluzione più di un problema.
La libertà della rete, per esempio. Che la magistratura abbia condannato un provider per l'episodio noto della pubblicazione dei maltrattamenti al giovane autistico da parte dei compagni di scuola è, a mio parere, un segno assolutamente positivo. Che non inficia nessun principio di libertà, se si distingue tra libertà e arbitrio. Ed è per me non incomprensibile, ma assolutamente non condivisibile la protesta degli americani. La rete è un luogo in cui avvengono scambi di tutti i tipi, ed è anche un mezzo di educazione. Sia per la sicurezza dei primi che per il livello della seconda le regole devono essere assolutamente certe. E devono esistere dei responsabili. Ed anche una organizzazione che consenta il controllo di quanto nella rete avviene. Che qualcuno possa dubitare di questo a me suona segnale indiscutibile che quello che guida certi fenomeni è soltanto il profitto, e che pur di fare profitto si ricorre a qualsiasi mezzo e si strumentalizza qualsiasi principio.
E si badi bene: che il profitto sia il valore più importante della nostra società lo insegniamo nelle nostre scuole e lo evidenziamo nei nostri comportamenti. Quasi senza eccezioni. Anche per vie traverse, meglio se sconosciute ai più o di difficile comprensione.
Salvo a scandalizzarci tutti (a parole) per certi fenomeni che costano miliardi allo Sato e dunque ad ogni cittadino, salvo, poi ed in cuor nostro, ammirare chi, riciclando denaro sporco, si arricchisce a dismisura.
Ma poi, non è forse vero che pecunia non olet? E allora, il problema non è se il denaro sia sporco o meno: l'importante è che, non puzzando, non si vede perché occorra distinguere tra danaro e danaro. Soprattutto, poi, quando i manager "colpevoli" hanno creati posti di lavoro, disponendo così di una ulteriore scriminante e, soprattutto, di una ulteriore assicurazione: mettere in mezzo ad una strada duemila,ventimila, cinquantamila dipendenti? Ohibò: è vero che ha rubato, ha violato le leggi, è brutto, ma ha creato posti lavoro.
Vogliamo ragionare sul vecchio adagio "il lavoro nobilita l'uomo"? E se provassimo a trasformarlo in un giovane presto (espressione, questa, di Renato Rascel) del tipo "creare posti di lavoro è una scriminante oggettiva"? Oppure "creare posti di lavoro è meglio dell'acqua santa"? O anche: "i mezzi giustificano il fine": per rubare meglio ed arricchirmi senza rischi, uno dei mezzi è la creazione di posti di lavoro. E dunque, poiché questo ho fatto, posso contare sulla impunità.
Che peraltro è qualcosa di più di un fantasma: non è forse vero che mentre prima si rubava per il partito, oggi si ruba in proprio? E quelli che rubavano per il Partito possono essere giustificati; chi ruba in proprio, a meno che non si nasconda dietro qualche migliaio di posti di lavoro, andrebbe in qualche modo punito.
Facile a dirsi, quando i ladri sembra siano ormai la maggioranza.
Ma una speranza c'è, ed è anche prossima a trasformarsi in realtà: se tutti diventano ladri, nessuno più è ladro. E una buona percentuale di ladri c'è già.
Il limite agli stipendi ed ai benefit dei massimi dirigenti delle banche, bloccato dal Parlamento, non è forse un esempio di (quasi) tutto questo? Nel caso specifico, è anche un esempio di arroganza parlamentare, del quale nessuno, credo, avvertiva il bisogno. I nostri parlamentari ritengono che, per la funzione che svolgono (!), sia intollerabile il non essere pagati ai massimi livelli. Ed hanno per questo legato i propri stipendi e gli altri emolumenti, quale ne sia la forma, a quelli di altri soggetti, pubblici o privati che siano. E tra questi, a quelli degli alti gradi della Magistratura. Che in questo caso, anche come istituzione, va più che bene! Il rapporto essendo, pare, diretto ed ineluttabile, come volete che provvedano a limitare i guadagni di coloro ai quali essi stessi fanno riferimento? Si potrebbe addirittura arrivare a stabilire stipendi (gettoni!) inferiori anche per loro! Ma che, siamo matti?
E se, invece, si cominciasse a prendere in seria considerazione non il blocco, ma la regolamentazione corretta di stipendi e salari, previa - condizione imprescindibile! - l'abolizione di tutti i privilegi, da chiunque goduti, per qualsivoglia ragione concessi o tollerati? Non potrebbe essere una ipotesi di partenza?
E' però sicuro che finché si continuerà a non pianificare, ma soltanto a programmare ed a fare previsioni generalmente infondate anche perché assolutamente generiche, bisognerà solo sperare in una grande sfera di cristallo assolutamente affidabile. Oppure in un mare di fondi di caffè distribuiti nella tazzina in un agglomerato vario e misterioso di forme e di alternanze impalpabili.
Una roba nerastra che consente di leggere il futuro.
Che sia questa la ragione per la quale il Lambro, divenuto nero ed untuoso, disegna linee misteriose da Monza all'Adriatico, via Po? Che voglia dirci, il Lambro, che il nostro futuro - quello dell'Italia - ha qualcosa di assolutamente oscuro? E che i maghi, gli indovini e, per connessione, i cartomanti e gli astrologi sono i soli sui quali si possono fondare le nostre speranze?
*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa
|