Numero 153/154 - Luglio/Agosto 2009
EDITORIALE - STORIA OGGI
Argomento estivo impegnato
e colto: sondaggi, a noi!
di PAOLO M. DI STEFANO*
Sembra assolutamente incontestabile che i sondaggi siano uno dei mezzi di marketing più praticati e, almeno da alcuni anni a questa parte, almeno in Italia più popolari. Tanto che "fare marketing" per molti coincide con "fare sondaggi". Di tutti i tipi, con tutti i mezzi, per ogni materia e circostanza. Pare sia così che si conosca, tra le altre cose, l'opinione della gente. E sbaglia chi pensa che di null'altro si tratti se non di "pettegolezzi organizzati" e per qualche verso scientificizzati. I sondaggi hanno almeno quattro finalità: sapere tanto per sapere; sapere per programmare; sapere per influenzare; sapere se quanto è stato fatto ha raggiunto lo scopo.
E non è chi non veda come in politica i sondaggi siano divenuti nutrimento quotidiano.
Anche per questo, propongo di "fare un pensiero" sui sondaggi in una qualsiasi pausa del meritato riposo estivo: ricordiamoci tutti che è d'estate che qualcuno pensa a come rovinarci l'autunno e l'inverno. E vale allora la pena di una meditazione anche da parte nostra.

Dunque, i sondaggi. Il primo caso, sapere per sapere, in politica e in Italia sembra essere il più praticato: i nostri politici di ogni ordine e grado sono assolutamente autoreferenziali. A loro i sondaggi servono soltanto "tanto per sapere", anche perché se dovessero dire cose sgradite e comunque non in linea con il proprio personale pensiero, sarebbero immediatamente giudicati privi di ogni valore. E si badi bene: se è vero che per i politici è così, la stragrande maggioranza dei dirigenti d'impresa e degli imprenditori del nostro Paese la pensano allo stesso modo. Con questo, di diverso: che sanno - imprenditori e dirigenti - che il commissionare un sondaggio (meglio quando si tratti di una vera e propria ricerca di marketing, formalmente finalizzata al miglioramento della gestione) è di per sé un fattore d'immagine. Figuriamoci quando il politico è anche imprenditore o dirigente!

La seconda ipotesi, sapere per programmare, ha un suo fascino particolare. Sta nel concetto stesso di "programma" e "programmazione", vissuto dalla gente come attività di qualcuno che sa di cosa si tratta e, individuato il problema, "programma" (appunto) le attività da intraprendere per risolverlo. E allora vendere a un pubblico indifferenziato, quanto bisognoso di sicurezza, una attività di ricerca per programmare, soprattutto se l'oggetto della programmazione è un grande tema (la libertà, il lavoro, la sicurezza...), è di per sé un modo per porsi all'attenzione e provocare un giudizio positivo tale da consentire ai comuni mortali di concludere che si può abbandonare il problema. C'è lui che sa e che risolve. Stiamo tranquilli a aspettiamo. E se ci dice di sorridere ed essere ottimisti, facciamolo.
Che Menandro (chi era costui?) abbia per primo notato che risus abundat in ore stultorum è probabilmente una battuta senza significato. E poi, si dice di sorridere, mica di ridere!

La terza situazione, sapere per influenzare, ha almeno un pregio: divenuto sostenibile che il risultato del sondaggio rispecchia esattamente le opinioni del politico di turno, questi se lo vende, il sondaggio, come prova della giustezza e affidabilità delle proprie idee e opinioni. E il pregio consiste proprio nel poterlo vendere. A chi? Ma è ovvio: a quel pubblico indifferenziato il quale fa dell'essere parte di un gregge un motivo di sicurezza e la cui massima aspirazione è proprio quella di "farsi gregge", di riconoscersi come pecora e di belare con le compagne, nella certezza che un paio di cani da pastore e il pastore stesso vegliano su di lui.
Anche a costo di azzannarlo o di colpirlo con il lungo bastone da pastore.

Infine, controllo dei risultati delle attività. Le quali, avendo in genere - sempre dei politici si parla - il solo scopo di provocare il voto favorevole, diventano il solo e vero oggetto di interesse: sono piaciuto alla gente? Piaccio ancora? Piaccio più di prima? E via dicendo. Ed è qui che si scatenano le epiche battaglie verbali alle quali sempre più spesso assistiamo, ormai non più stupiti, ma pur sempre inermi.
Ed è a questo punto che il migliore spiazza gli avversari, magari ancora convinti che, nonostante tutto, la materia dei sondaggi (e delle ricerche) conservi pur sempre una sua dignità e un suo proprio intrinseco valore di carattere generale. O dovrebbe farlo.

Un esempio? Oggetto del sondaggio: le virtù dell'uomo ritenuto probo e buon padre di famiglia, come si usa dire. Che sembrano essere, anche se non in esclusiva, la bontà, la sincerità, la lealtà, la affidabilità. Restano ovviamente escluse la bellezza fisica, la statura, l'educazione, la cultura, e per qualche verso anche il senso dell'umorismo. Ed è giusto che sia così: si tratta di pure e semplici opinioni e, per quanto riguarda l'educazione e la cultura, di qualcosa le cui radici sono ormai perdute nelle nebbie di un passato che non può che dimenticarsi. Anche in nome del progresso.
Domanda, sempre del sondaggio: specchio, specchio cortese, chi è il più buono (o generoso, o sincero, o leale o affidabile o tutto questo insieme) del Paese? Un vero italiano ha già le risposte pronte. Fanno parte del suo modo di essere, della consapevolezza di sé. E' per questo, io credo, che un vero italiano, soprattutto se dedito alla politica, al risveglio, magari facendosi la barba, ponga allo specchio costantemente e per prima cosa proprio queste domande. Specchio, specchio cortese, chi è il più generoso del Paese? E dal momento che lo specchio risponde sempre "tu", e la risposta è una conferma a quanto il politico sa a menadito, il sondaggio è chiaramente affidabile.

Risultato, ancora del sondaggio: "tu". Appunto: la domanda ha avuto una risposta affidabile, e non v'è dubbio che lo specchio riflette (avrei potuto usare un congiuntivo, "rifletta", ma la cultura attuale ha trovato qualcosa di gravemente fuorviante, nei congiuntivi!) il giudizio (non il pensiero, il giudizio) della gente. Che evidentemente è il giudizio su di sé dell'interrogante stesso. E dunque è giusto. Anche perché nessuno si è mai sognato di mettere in dubbio il suo pensiero e soprattutto i consiglieri ed i consulenti si affannano non a consigliare o a "consulire", ma a supportare le decisioni del capo. Sanno che il posto di lavoro, soprattutto se lautamente pagato, va conservato. E sanno anche se far cambiare idea ad un italiano di successo è impresa disperata, quando non impossibile.
Utilizzo, ancora del sondaggio e dei suoi risultati: l'argomentazione di vendita di se stesso agli altri. Sono buono, generoso, sincero, leale e mantengo le promesse diventano specifiche argomentazioni di vendita, in forza delle quali l'interlocutore è spinto all'atto di acquisto.
E bisogna fare molta attenzione, da parte dei concorrenti.

Innanzitutto, perché l'italiano medio (espressione vaga ma abbastanza significante) ha un assoluto culto del sesso e non può non invidiare (e quindi ammirare e quindi scegliere per quanto egli italiano medio non può fare in proprio) coloro che, sia pure in età non più giovanissima, comunicano un senso di potenza; poi, perché per l'italiano medio le qualifiche di "giusto", "bello", "buono", "generoso", "giusto", "capace", "leale" e via dicendo sono soltanto giudizi di relazione con il proprio "io", il proprio modo di essere. Per cui, è bravo quel commissario tecnico che struttura la nazionale di calcio secondo quello che io, italiano medio, reputo giusto; e fa buona politica quel sindaco che ha concesso a me di parcheggiare là dove ad altri è proibito; e quell'assessore della cui amicizia posso avvalermi per farmi cancellare la contravvenzione che un improvvido vigile che "non sa chi sono io" mi ha comminata perché sostavo in triplice fina; ed è politico e legislatore di vaglia chi permette a me imprenditore di stilare bilanci a mio uso e consumo, preservandomi dall'ingiusta punizione se non rispondono a verità; e poiché le leggi sono ingiuste e i magistrati politicizzati e corrotti, è la stessa Provvidenza che si adopera perché le cose cambino: non è forse vero che l'amministrazione della giustizia deve essere svolta nell'interesse di chi governa?

A proposito di interesse a governare (che forse non è la stessa cosa di interesse di chi governa): che chiunque sia di parere diverso sia un comunista (trinariciuto ne era la caratterista, un tempo) è un fatto ormai acclarato. E anche è chiaro e ovvio che chi è comunista va in qualche modo punito, magari con una democratica esclusione da ogni possibilità di esprimere le proprie opinioni. Ma la creatività di chi in politica oggi veramente conta si è dimostrata eccezionale ed è contenuta in un sillogismo semplice semplice: chi non è d'accordo con me è comunista e parla attraverso i giornali comunisti; i giornali comunisti si reggono sulla pubblicità; quindi, se non diamo pubblicità ai giornali comunisti li costringiamo a chiudere oppure a cambiare opinione.
Qualcosa che non va?

A proposito dell'attività legislativa d'estate: mi giunge notizia (ma è una voce non controllata ed è possibile che i giornalisti, tanto per cambiare, da buoni comunisti abbiano raccolto una voce infondata) di un decreto di imminente emanazione, per una volta tanto brevissimo e chiarissimo: "L'affermazione "ha detto" è abolita. Chiunque ne faccia uso, a qualsiasi fine, per qualsivoglia oggetto e nei confronti di qualsiasi persona è punito con la gogna perpetua. Gogna e fustigazione qualora ci si riferisca ad affermazioni, sia pure ascoltate ma per definizione mai avvenute, attribuite alle Autorità. Sono affermazioni mai avvenute quelle che i titolari di cariche politiche affermano essere tali. Qualora ci si riferisca alla Presidenza del Consiglio, si applicano le aggravanti del reato di lesa aspirante maestà. Tanto per la cronaca: oggi, 28 giugno, ho appreso che non è mai stato suggerito a nessuno, neppure per ipotesi e neppure in sogno, di non acquistare gli spazi pubblicitari messi a disposizione dei giornali non ottimisti sulla crisi economica (che peraltro non esiste, e se esiste è puramente psicologica e se è psicologica è assolutamente trascurabile).

Panem et circenses, scriveva Giovenale (Satire, X,81), secondo il quale pane e divertimento era tutto ciò che il decaduto popolo romano desiderava. E se il popolo desidera questo, è bene che questo gli venga dato: una priorità per qualsiasi governo che si rispetti e che voglia il consenso. E anche in questo, si è dimostrata creatività, colta, persino!
Così, a Roma è rinata l'operetta che, peraltro, della città eterna non mi risulta abbia mai fatto scenario. Vienna, sì. E Parigi. Ma Roma...
La lacuna è stata colmata: a forza di amazzoni, tende lussuose nei parchi di storiche ville, capelli tinti, arie marziali e un numero imprecisato di automobili, a Roma è andata in scena l'operetta contemporanea. Non male. Forse, un po' eccessiva, forzata, sia pure con tutti gli ingredienti giusti tradizionale per l'operetta, appunto, che è nata per divertire. E con qualche richiamo formale abbastanza storicamente fondato: cavallo bianco e atteggiamenti marziali, ad esempio. Un po' deboluccio il commento musicale, praticamente passato inosservato. Io avrei utilizzato almeno in parte le musiche di Offenbach in La grande duchesse de Gerolstein, soprattutto là dove descrive qualche caratteristica marzial-militare. Come quella del generale Boum.
Un po' poco? Forse, ma rispolverare il circo e i leoni e i gladiatori sarebbe stato troppo. E non si trattava di una questione di soldi.
A rivederci a settembre, se l'Essere Perfettissimo sarà del parere.

*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa