Luglio ed agosto, per lunga tradizione, sono i mesi dedicati alle vacanze. E queste, sempre per tradizione, ispirano pensieri rilassati, comportamenti disimpegnati, timori per il ritorno e speranze per il futuro. In più quest'anno proprio nel pieno delle vacanze si concludono i mondiali di calcio che, ancora una volta per tradizione (ormai secolare) sono considerati la massima manifestazione concreta di quel valore universale, irrinunciabile, paradigmatico costituito dal "gioco del pallone". Onore al merito: da semplice passatempo domenicale - e la memoria umana è corta: in sette giorni, hai voglia a dimenticare! - il calcio si è conquistata l'invidiabile posizione di "valore giornaliero". Tanta è la sua importanza e tanti gli insegnamenti che dal calcio derivano che si è ritenuto essenziale richiamarne la presenza ogni giorno, spesso più volte al giorno. E, con il gioco in sé, ricordare i personaggi che ne rendono possibile la quotidiana prestazione e coloro che, direttamente o indirettamente, ne trasmettono gli insegnamenti.
Etici, soprattutto, e culturali.
Perché "il pallone", riempiendo la vita di tutti noi, invita ciascuno a pensare ai valori dello sport; a discutere sulla giustizia; ad analizzare le professionalità; a ricordare principi di economia reale; ad elaborare strategie e tattiche; ad esercitarsi nella composizione letteraria; a scambiare opinioni spesso testando il volume della voce, con questo conoscendone la potenza e la capacità di superamento dell'avversario; ad avvicinarsi a modalità di espressione spesso vicine alla violenza fisica, e in qualche caso oltre la forza bruta, con ciò trovando un modo per sopperire alla violenza di una legge che proibisce troppe cose e dunque è la negazione della libertà individuale; a professare una fede concreta, palesata nei colori delle maglie, nelle bandiere, nelle scritte, ma soprattutto sicura realtà da difendere ad ogni costo.
Ragione di vita, dunque.
Ecco che, allora, si comprende appieno il livello di etica e di cultura di chi, consapevole di non essere altro che un puntino della società, sa di non meritare più che tanto l'interesse degli altri. Di più: pensa che se qualcuno per qualsiasi ragione si occupi di lui e degli eventi di cui è centro, questo qualcuno opera un'ingiustificata e censurabile inversione di valori. E si preoccupa di segnalarlo, affinché il popolo bue e ignorante o comunque dimentico sappia di avere almeno un maestro di vita pronto a richiamarlo al rispetto dei valori veri, dei valori che contano e che fanno grande il genere umano.
E quando questo maestro è, per di più, investito di un'alta funzione pubblica, un ministero, ad esempio, per quanto vago e perduto nella nebbia dei misteri della politica; quando questo maestro, dicevo, è un ministro e milita in uno dei partiti ai quali il popolo ha dato fiducia e mandato di governo; quando questo maestro ha una preparazione particolarmente approfondita nelle cose divine, allora bisogna far tesoro della sua lezione: occupiamoci dei mondiali di calcio e non di ciò di cui egli, ministro, è protagonista.
Naturalmente, ognuno di noi potrà occuparsi di calcio secondo le proprie capacità. Alcuni, i più consapevoli, si limiteranno a giocare sulla spiaggia infocata, in mutande e a piedi nudi; altri proseguiranno nella missione in cui credono: insegnare ai commissari tecnici ed agli allenatori - ed a chiunque altro per qualsiasi ragione si occupi di calcio - a fare il proprio mestiere.
Tutto questo dice una cosa importante: quel ministro che ha invitato gli italiani a pensare ai mondiali di calcio e non a lui ministro è certamente una persona di superiore intelligenza. Ha compreso appieno quali sono i veri interessi degli italiani - il calcio, appunto, e non la professionalità e l'etica dei ministri, dei politici, della Politica - e quale è la funzione della Politica: badare agli interessi del gruppo dominante. E di tutto si può dubitare, meno che del fatto che la Politica sia sempre di più il mezzo principale per fare interessi propri.
Delle persone così come degli Stati.
Che è il vero e solo risultato dell'ultima conferenza della ventina di Grandi chiamati a mettere almeno qualche pezza, sia pure a colori ed anche stonati, alla situazione economica mondiale. Nessun accordo "concreto"; nessun provvedimento immediato; a maggior ragione, nessuna pianificazione strategica. Ciascuno Stato essendo solo preoccupato di tutelare quelli che crede siano i propri interessi, la conferenza dei "Grandissimi" e quella dei "Grandi Soltanto" non hanno dato risultati di sorta. Cito da La Repubblica del 28 giugno: "Dimezzeremo i deficit pubblici entro il 2010, annuncia la Cancelliera tedesca Angela Merkel al G20 di Toronto. In realtà, il vertice si chiude con un compromesso tra i Grandi: sì al rigore proposto dal Canada e appoggiato con entusiasmo dalla Germania, ma senza una linea comune e comunque sostenendo la ripresa che è fragile e quindi rafforzarla è una priorità".
Ora, è ben vero che la Cancelliera tedesca partiva da un vantaggio che tutti gli altri hanno ritenuto ingiusto: aver battuto l'Inghilterra ai mondiali, ma proprio per questo, perché la priorità va data al pallone e quindi tutto il resto è in secondo piano, mentre per i mondiali tutti sono pronti ad elaborare pianificazioni anche complesse, per ciò che riguarda l'economia del pianeta, inevitabilmente seconda, ci si può limitare ad affermazioni di principio, vaghe quanto inconsistenti. E, a mio parere, anche sintomi di una mentalità ormai suicida. Come quella di "sostenere la ripresa" di un sistema che è destinato a morire, e probabilmente di morte violenta, se non lo si cura in radice, amputando dove necessario e controllandone la coerenza con quel benessere della società umana nel suo complesso, e dunque al di là ed al di sopra degli interessi di parte.
In un saggio breve che posso citare perché esaurito e dunque per me lontano da ogni interesse economico - Tutti i colori della Politica, Viennepierre Milano - ho sostenuto, tra l'altro, che occorre ripensare al sistema economico attuale, che è un sistema di rapina, e pianificare secondo i principi del marketing - quelli corretti - un nuovo sistema economico mondiale. E' vero che per far questo occorrono professionisti, economisti seri e preparati, politici a loro volta di altissimo livello anche morale, ed elaborare vere e proprie pianificazioni di gestione; ed è anche vero che non è facile. Ma questo on significa che sia impossibile, e neppure che non si possa tentare.
Il che ci porta ancora una volta ad un problema di cultura. E di formazione. E dunque di insegnamento, di scuola e di università. La cultura è e sempre di più sarà il vero ambito della competizione tra gli individui e tra i popoli. La cultura di un popolo è fatta dalla cultura dei singoli. E i singoli devono essere formati in scuole di assoluto prestigio, di livello altissimo. Pare che in questo, l'Italia non brilli. Di più: sembra non disponga neppure di una flebile fiammella. Se si applicassero i principi di quella disciplina ignota ai più e che si chiama marketing, l'aver individuato questa carenza sarebbe considerata una opportunità. E una pianificazione corretta della gestione degli scambi relativi al "prodotto cultura" potrebbe - dovrebbe - quanto meno mettere in grado gli italiani di competere alla pari con i Paesi più progrediti. La circostanza che "il genio italico" in più di un'occasione è stato un'ancora di salvezza significa soltanto che individui geniali, preparati, culturalmente superiori esistono anche tra noi. Per fortuna. Ma che questo non possa essere considerato risultato del nostro sistema scolastico è a mio parere una tragedia, alla quale non può porsi rimedio tagliando i fondi per la scuola.
Ma, come per tutto il resto, una cosa andrebbe fatta: conoscere esattamente come i soldi degli italiani vengono spesi, a scuola come in ogni altro settore, pubblico o privato che sia. Perché paghiamo docenti e ricercatori universitari assolutamente incapaci, per esempio; perché organizziamo convegni ai quali nessuno partecipa, ma che hanno costi elevatissimi; perché paghiamo viaggi in prima classe e rimborsiamo alberghi e ristoranti costosi; perché dotiamo le università di auto di rappresentanza, a disposizione ventiquattro ore su ventiquattro e con personale dedicato; perché.
Ho più volte sentito dire che "non è il costo delle auto blu che risolve il problema" . Classico esempio di uso distorto della verità, affinché si perpetui un privilegio che non possiamo permetterci. Certo che le auto blu, per quanto in Italia più numerose di quelle degli altri Paesi e quasi sempre utilizzate per fatti anche privati, non sono né la causa e neppure, la loro eliminazione, la soluzione. Ma questo non può esimere gli amministratori e il legislatore dal ricordare che una spesa grande è fatta da una miriade di spese più piccole, e che, di conseguenza, è solo controllando queste che si controlla l'insieme.
Sembra, comunque, che il Governo ci abbia rassicurato: l'Italia ha reagito meglio degli altri Paesi alla crisi, che possiamo, almeno per quanto ci riguarda, considerare superata.
E dunque, occupiamoci dei mondiali di calcio, lasciando lavorare un Governo onesto, capace, eticamente commendevole.
E che lo stellone d'Italia consenta a tutti noi vacanze felici, riposanti e ricostruttive
*Docente di marketing,
consulente di comunicazione
e gestione d'impresa
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