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QUALCHE NOTA SU
MERCATO E LIBERALIZZAZIONI,
GOVERNO E STATO
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di PAOLO MARIA DI STEFANO
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A me sembra che un elemento di debolezza dell'azione di qualsiasi governo sia il terrore - poiché di questo si tratta! - di turbare il mondo dei ricchi e delle banche. Di quel mondo, cioè, che profittando del mercato e delle sue cosiddette leggi, si è appropriato di più o meno il novanta per cento delle ricchezze pur essendo costituito da meno del dieci per cento della popolazione. Che è il concretarsi dell'unica "previsione" di tutti i tempi valida in economia, esposta da Wilfredo Pareto in quella "legge del venti-ottanta" secondo la quale la maggior parte degli effetti è prodotta da un limitato numero di cause, e che può essere espressa anche così: il venti per cento dei prodotti fa l'ottanta per cento del fatturato di una impresa. Ed anche: il venti per cento della popolazione dispone dell'ottanta per cento della ricchezza prodotta.
Con ciò - secondo me - mettendo in grande evidenza la tara originaria del nostro sistema economico e suggerendo ai politici ed agli economisti una precisa linea di condotta: la creazione di un sistema economico nel quale la distribuzione della ricchezza prescinda il più possibile dalla constatazione paretiana e la giustizia - meglio, l'equità - distributiva trovi concreta realizzazione.
E non è un caso che il sistema economico attuale parli di "libero mercato" e di "libera concorrenza": è proprio dalla assenza di vincoli alle attività economiche che si può concretamente realizzare quell'accumulo di ricchezza nella mani dei pochi più forti o più furbi. I quali, ovviamente, cercheranno sempre di incrementare i risultati raggiunti e di difenderli sempre meglio dalle rivendicazioni dell'altra parte della popolazione, quella cui sono riservate le briciole o poco di più.
E quale modo migliore di difendersi di quello di conquistare e mantenere il potere?
In una democrazia, il potere di solito è cercato e mantenuto (in estrema sintesi) "producendo" e comunicando argomentazioni di vendita che provochino un consenso più o meno convinto, più o meno generico e generale, ma che comunque si traduca, al momento debito, in una "delega" ad esercitare il potere, espressa - la delega - attraverso il voto.
E non è un caso che per ottenere il consenso la politica elabori ed usi le più diverse argomentazioni di vendita, in genere espresse sotto forma di "promesse" e di "programmi". E questo si fa, spingendo sull'acceleratore della suggestione (tanto più facile quanto più "il popolo" - "la gente" -manchi della cultura necessaria), contemporaneamente cercando di evitare il concreto realizzarsi di quel "controllo popolare" che sempre si invoca come esistente ed esercitabile. Che è, poi, la realizzazione di quel malinteso "marketing politico", mutuato dall'altrettanto mal conosciuto marketing d'impresa, che consiste nel fare qualche più o meno affidabile ricerca; nel promuovere qualche più o meno creativa e valida iniziativa promozionale; nell'organizzare costose e roboanti campagne pubblicitarie. Di queste ultime, fanno a mio parere parte quei raduni oceanici (quando lo sono!) nel corso dei quali la strumentalizzazione dei partecipanti è più che evidente ed ai quali si chiede e in genere si ottiene la manifestazione di un consenso che i singoli, presi ad uno ad uno, forse non darebbero ma che "la gente" nel suo insieme e in quanto entità diversa da quella dei singoli componenti è disposta ad esprimere.
Il meccanismo pare grosso modo identico a quello che genera le violenze negli stadi (o in certi tipi di sciopero): il mite tifoso, che a casa non si sognerebbe neppure di far male ad una mosca, si reca allo stadio già in qualche modo assumendo una natura diversa, manifestata dalla inusitata sciarpa e dal berretto con i colori della squadra del cuore. E questo fa per essere riconosciuto, per affermare una fede e per "difendere" la propria compagine da quella avversaria. E già divenendo, sia pure in modo trascurabile, un poco meno mite. E si inserisce nel gruppo. E acquista il coraggio per manifestare opinioni, magari insultando (a fin di bene!) l'arbitro del quale non condivide le decisioni. E con l'arbitro, i giocatori della squadra avversaria. E con questi, i tifosi "altri". E diviene disposto a passare dalle parole ai fatti. E il mite ragioniere si trasforma in quella iena irragionevole che spacca la testa all'avversario, oltre che contribuire alla distruzione delle suppellettili ed alla rivolta contro le forze dell'ordine.
E quando tutto è finito, egli - il mite tifoso - non si rende neppure conto di quanto gli sia accaduto. Ed è e rimane convinto di essere "uno sportivo che ha sostenuto la squadra". Con questo, anche dimostrando di non conoscere la differenza tra "sportivo" e "tifoso".
Anche perché qualcuno gli ha detto che "essere sportivo" significa "andare allo stadio".
In materia di liberalizzazioni accade qualcosa di simile: qualcuno ha convinto qualcun altro che il solo modo per uscire dai guai e risanare l'economia è "liberalizzare" il mercato, e quindi ricorrere a quella "libera concorrenza" che ha assunto ormai i connotati di un mito.
Gli slogan vincenti di questa campagna di comunicazione sembrano essere "mercato libero" e "meno Stato e più mercato". Perche? O bella: perché la libertà della concorrenza e l'assenza dello Stato dal mercato sono garanzia di migliore soddisfazione dei bisogni di ciascuno di noi. Con questo in più: che attraverso la libera concorrenza, il libero mercato, si realizza finalmente quel "bene comune" che disegna il compito della Politica.
Il che è bello ed istruttivo. Se non che le argomentazioni di vendita citate sono utilizzate nei confronti di un "pubblico" che le legge a modo suo. E non può fare altrimenti, dal momento che gli strumenti culturali di cui è dotato sono quelli che sono e che sempre sono stati.
Questi (ancora una volta in estrema sintesi):
- l'individuo è al centro dell'universo e misura di tutte le cose. Corollario: quello che io penso e faccio è giusto e quello che gli altri pensano e fanno è giusto solo se coincide con il mio pensiero e la mia azione;
- la libertà è un diritto assoluto della persona. Corollario: io faccio quello che voglio e nessuno può impedirmelo. E soprattutto quando sono a casa mia;
- perseguire e massimizzare il profitto è anch'esso un diritto. Corollario: se voglio farmi strada nel mondo, devo attivarmi per guadagnare sempre di più;
- tutto è lecito e permesso quando non sia esplicitamente proibito. Corollario: dov'è la legge che mi impedisce di fare questa cosa in questo modo?
- le occasioni vanno colte e, se del caso, create. Corollario: se l'altro è debole, ne approfitto; se non lo è abbastanza, farò in modo che lo sia;
- la gerarchia è composta da me, innanzitutto; poi, dalla mia famiglia; quindi vengono i parenti stretti; poi gli affini; e di seguito il quartiere, il paesello natio, la nazione. (Il tutto è forse già noto come "sindrome del beduino": io contro mio fratello; mio fratello ed io contro nostro cugino; noi e nostro cugino contro."). Corollario: l'estraneo è sconosciuto e infido,e
più lontano mi è, più nemico mi appare;
- i Valori e l'etica e la morale sono astrazioni comunque dipendenti da ciascun individuo e diverse da persona a persona. Corollario: va tutto bene, ma quando sono in gioco fatti
concreti, nella pratica è tutt'altra cosa.
E allora, al di là di argomenti probabilmente molto più suggestivi e forse più importanti, per quanto riguarda questo amore che pare sviscerato per le liberalizzazioni, poche annotazioni possono forse aiutare a valutare meglio quanto sta accadendo e, forse, a cercare e trovare soluzioni alternative.
L'obbiettivo è il rilancio dell'economia. Ed a questo fine il Governo si muove. Un Governo, non dimentichiamolo, che anche perché composto da economisti di chiara fama e certamente preparati, non può non ragionare in termini di rivitalizzazione di un settore , (l'economia, appunto), che, tra le altre cose, appare e non da oggi preminente rispetto alla Politica. E al raggiungimento di questo obbiettivo è spinto ed incoraggiato anche dai così detti partner europei.
Il problema dei problemi è a mio parere costituito dalla non trascurabile circostanza che il sistema economico nel quale noi tutti abbiamo vissuto fin'ora e che vogliamo rilanciare sembra essere un prodotto molto complesso prossimo alla fine del suo ciclo di vita. Ora accade che quando un qualsiasi prodotto inizia a percorrere la parte discendente della parabola, l'impresa da una lato si preoccupa di prolungare il ciclo di vita mettendo in atto tutte le iniziative promozionali possibili. Dall'altro, però e sempre che sia una impresa consapevole, mette mano a quel "prodotto sostitutivo" con il quale sostituirà quello attuale e malato, e che, per inciso, è in corso di gestazione da ben prima che giungessero segnali di allarme per il prodotto attuale. Che non vuol dire che il prodotto "nuovo" sarà totalmente diverso da questo: in genere, significa che al prodotto attuale vanno apportate le modifiche necessarie affinché i profitti dell'impresa riprendano nel modo ed al livello migliore possibile.
E qui un' annotazione di non secondo momento: le affermazioni secondo le quali quando si parla di "promozioni" si intende "promozioni di vendita" è un non senso che non di rado si è rivelato fatale per l'impresa. Ciò che una impresa deve promuovere è il margine di profitto, e non è sicuro che vendere quantitativi maggiori significhi in automatico "guadagnare" di più.
Il "profitto dello Stato" potendo esser descritto come "utilità sociale" o anche "bene comune", significa che qualsiasi intervento sulla economia dovrebbe porsi come obbiettivo il raggiungimento di questa "utilità sociale", "disegnando" una economia ed una strategia e identificando mezzi a questo coerenti.
Ed ecco una prima possibilità, che è evidentemente anche una necessità a mio avviso imprescindibile: sopperire alla mancanza di un progetto di rinnovamento del sistema economico provvedendo a pianificare quella nuova economia in grado di sostituire in tutto o in parte quella attuale.
Manca una pianificazione di gestione degli scambi economici anche perché manca una pianificazione di gestione della Politica, che a me pare condizione essenziale perché si possa pianificare il sistema economico, che dalla Politica dovrebbe dipendere e di questa dovrebbe essere strumento.
I concetti di "libertà" e di "concorrenza" da questo punto di vista dovrebbero forse esser riesaminati a fondo. Non tanto e non solo per quello che essi oggi significano, quanto a mio parere soprattutto per progettare e pianificare le funzioni dei soggetti che intervengono negli scambi economici. E questi non sono solo "i privati". In un regime di "libera concorrenza", occorre prendere atto che proprio perché "libera" e proprio perché "concorrenza" non si possono escludere le persone giuridiche pubbliche, le quali sono e non possono non essere dotate di capacità giuridica e di capacità di agire. Ed hanno anch'esse bisogni da soddisfare e interessi da tutelare.
E se tra i bisogni dello Stato ci fosse quello relativo alla regolamentazione della concorrenza - che è riconosciuta come opportuna e probabilmente anche urgente quanto difficile -, a mio parere piuttosto che fare ricorso ad una normazione che rischia non soltanto di essere quantitativamente eccessiva, ma anche di essere inefficace e fonte di ricerca e ricorso alle scappatoie più furbastre, anche con l'effetto di creare burocrazia e contenzioso; piuttosto che questo, dicevo, varrebbe la pena di riconoscere allo Stato ed agli altri enti pubblici (territoriali e non) di esercitare attività di impresa in concorrenza con le imprese "private". E dunque, ad esempio, editare i libri necessari per la scuola dell'obbligo (almeno), e di farlo perseguendo un giusto profitto, attraverso un prezzo giusto e una distribuzione coerente. Oppure (o anche) di esercitare l'attività di commercializzazione dei farmaci attraverso una rete efficiente ed efficace; oppure ancora, aprire studi legali e di consulenza fiscale in concorrenza con quelli privati. Per non parlare dell'acqua e della sua distribuzione o dei trasporti pubblici nelle città e di quelli delle merci.
A proposito di questo ultimo tema, il trasporto merci: una delle ragioni per le quali l'allora Istituto Nazionale Trasporti aveva difficoltà di non poco rilievo era data dal fatto che - mi dicevano - "noi dobbiamo viaggiare con due autisti e rispettare i turni e le ore di lavoro. La concorrenza, invece." Ecco: va da sé che se le leggi "di esercizio" sono rispettate solo da alcuni operatori e si tollera che rimangano lettera morta per altri, le conseguenze non possono che esser negative. E naturalmente lo sono per chi le rispetta, le leggi.
La concorrenza sembrerebbe dover trovare le norme dei propri comportamenti nel rispetto delle leggi, dell'etica, degli usi e delle consuetudini. Perché in quel grande gioco che è il mercato (come del resto è tutta l'economia) è così che si costruiscono le regole. Ed è quando le regole del gioco sono conosciute e rispettate che la professionalità è vincente. E la professionalità passa anche attraverso una formazione che è fatta di teoria, prima e oltre che di pratica. Accade però, almeno in Italia, troppo spesso che ad una pratica magari anche faticosa, annosa e svolta con successo non corrisponda una elaborazione teorica in grado di garantire una gestione "pensata" dello scambio, presupposto della quale sono conoscenze indispensabili e approfondite di tutti e di ciascuno gli elementi che concorrono a "costruire" lo scambio e che tutti e ciascuno vanno a loro volta correttamente gestiti ed amalgamati. Che è l'essenza del marketing.
Una conseguenza immediata (ovviamente non la sola, ma forse la più appariscente) riguarda la corretta conoscenza del prezzo quale prodotto accessorio a quello principale, il suo significato e il suo uso sul mercato. A parte ogni altra considerazione (per approfondire l'argomento occorrerebbe un'intera enciclopedia e molto più spazio di quanto ne abbiamo qui a disposizione), una cosa è certa: dal punto di vista del produttore e del distributore, l'utilizzo del prezzo quale elemento primario o addirittura esclusivo di concorrenza è una tattica assolutamente perdente. Salvo una eccezione: quando, conoscendo le tecniche per l'identificazione e la gestione del "prezzo psicologico" (o, se si vuole, della psicologia del prezzo), il "venditore" riesce a portare la valutazione del cliente e il prezzo di vendita proposto sugli stessi livelli. Che è, poi, il reale e concreto significato di "prezzo giusto": un prezzo è considerato giusto dal potenziale acquirente quando coincide con quello che esso acquirente reputa essere il valore della cosa. Il che apre al venditore due vie, sostanzialmente: dimensionare la propria proposta di prezzo alla valutazione del cliente, la prima; fornire al cliente elementi perché la sua valutazione si modifichi e si avvicini e tenda a coincidere con il prezzo proposto.
Rilevante ai fini di questa "cattedra" è, comunque, che quanto detto significa che non è vero in assoluto che l'aumento della concorrenza garantisca prezzi più bassi, e neppure in genere prezzi migliori. Come non è vero che una concorrenza maggiore sia certezza di prodotti migliori.
Mentre è vero - sempre a mio parere - che il miglioramento del rapporto tra venditore e cliente è perseguibile attraverso un livello culturale da parte di entrambi maggiore di quello attuale. Non dimentichiamo che in molti, troppi settori merceologici il commercio al dettaglio è realizzato da negozianti che a mala pena hanno coscienza di quello che fanno e che proprio per questo alle prime difficoltà scatenano quella guerra dei prezzi che li porterà al fallimento. Cosa che avviene pressoché regolarmente, ma non prima che il candidato al fallimento abbia esperito tutte le vie a suo parere idonee a portargli profitto o almeno ad allontanare la chiusura. Compresa, ovviamente, la via del peggioramento della qualità dei prodotti e dei servizi accessori, quella dei pagamenti ai fornitori ritardati oppure omessi, e via dicendo fino a quella della frode al fisco. E non è detto che queste strade non vengano percorse in contemporanea.
E qui si apre, probabilmente, un'altra strada che andrebbe esplorata di nuovo (poiché già è stata percorsa e, pare, talmente senza successo da essere ormai rigettata per "dimostrata inaffidabilità"): quella del controllo dei prezzi di vendita. E non soltanto, ovviamente, dei prezzi al dettaglio. E neppure soltanto di quelli relativi ai beni di consumo. Materie prime, intermedi, beni durevoli e semi durevoli, servizi, prestazioni d'opera (.) tutto quanto passa da un soggetto all'altro a titolo oneroso dovrebbe esser tenuto attentamente senza controllo. E non soltanto ai fini fiscali, che sarebbe di per sé un'ottima cosa, ma anche e soprattutto per evitare le speculazioni che tutti noi conosciamo e alle quali pare non si riesca a porre rimedio.
Il blocco di stipendi e salari, in altre parole, sembra non aver mai veramente abbassato i prezzi di vendita lungo la via della distribuzione. Al massimo, è riuscito ad abbassare (di poco!) quella parte delle voci relative ai costi di produzione che registra il costo del personale. E l'eventuale diminuzione si è sempre e solo tradotta in un aumento (o in un minore decremento) dei profitti. Che è cosa sacrosanta, ma solo se inquadrata in un progetto equo di distribuzione della ricchezza. E forse non a caso almeno in Italia accade che un qualsiasi consulente richiesto di intervento gestionale propone e procede ad una riduzione del personale, con questo dimostrando la positività di un intervento che, in genere, nel medio periodo si dimostra disastroso. E nel lungo, per più di una impresa, esiziale.
Ed è forse anche da ricordare che la distribuzione (prodotto complesso ed elemento essenziale dello scambio) nell'attuale sistema economico ha un potere a mio parere assolutamente incontrollato e prevaricatorio. E ancora una volta non è un caso che sia proprio sul terreno della distribuzione che le mafie di ogni tipo trovano occasioni di guadagni comunque interessanti, spesso di notevolissimo livello.
E neppure sembra un caso che gli agricoltori non riescano a spuntare prezzi remunerativi, mentre il risultato del loro lavoro arricchisce più di un operatore lungo la via che la merce percorre per giungere al consumatore finale.
Una progettazione dei redditi sembra sinonimo di irrealismo e di impossibilità, oltre che di pura utopia, da qualcuno probabilmente ritenuta distruttiva. E forse nell'attuale sistema economico si tratta veramente un muro insuperabile, e come tale abbandonato anche come pura ipotesi di lavoro e in nome del buonsenso, almeno. Ma stiamo qui esaminando "pensieri" diretti ad identificare come modificare un sistema economico in affanno, e non è detto che quanto appare ancor oggi impossibile divenga invece possibile nel futuro.
A puro titolo di esempio, quella che segue è una sintetica traccia di un (forse folle) piano delle retribuzioni: fatto eguale a cento il salario più basso (sempre e comunque dignitoso e in grado di assicurare la vita del percipiente), si potrebbe prevedere una scala di retribuzioni crescenti con il crescere della "materia" (della importanza relativa, della qualità, di quello che si ritiene più opportuno) di lavoro, fino a giungere ad una retribuzione del massimo responsabile d'impresa che non superi un livello pari a (poniamo, ed è ancora una volta pura provocazione) cinque volte quella presa come base.
Soggetti interessati sarebbero tutti coloro che svolgono una attività in qualsiasi modo e per qualsiasi ragione retribuita, persone fisiche o giuridiche che siano. E qui, già un'altra "pazza idea": l'impresa, qualsiasi impresa, di qualsiasi dimensione, è "persona attiva", e su questo non mi pare possano sussistere dubbi. Se è vero, perché non la si può considerare soggetto la cui attività viene retribuita, esattamente come accade per tutti coloro che "lavorano"? E sempre perché non vi siano equivoci: le banche sarebbero comprese negli elenchi di coloro che svolgono attività, esattamente come accadrebbe per le imprese.
Materia sarebbero tutte le forme conosciute di retribuzione ed anche quelle che ad oggi sembrano non esser considerate tali, almeno non in senso proprio. Tanto per intenderci e, naturalmente, con tutte le cautele che questa estrema sintesi impone: se il profitto è la concreta la retribuzione dell'impiego del capitale, cosa impedisce di prevedere il suo inserimento in un piano delle retribuzioni che preveda un più equo rapporto tra queste?
E un livello (intermedio? eguale? maggiore?) di retribuzione potrebbe esser previsto per il capitalista imprenditore (o solo imprenditore che sia). Se l'impresa realizza profitti ulteriori, questi potrebbero essere reimpiegati nel sistema, ovviamente dopo che siano stati assolti i doveri fiscali. Oppure o anche in tutto o in parte potrebbero ulteriormente remunerare il capitale, se questo dovesse essere utile ad impedirne la fuga verso mercati più compiacenti oppure se fattori diversi, in questa sede per ovvie ragioni trascurati, dovessero richiederlo.
Non si può pensare che tra i vantaggi che un eventuale sistema di pianificazione dei guadagni avrebbe possa iscriversi quello di offrire al sistema fiscale una piattaforma certa almeno quanto quella oggi costituita dai redditi fissi? E non si può immaginare che l'evasione diverrebbe molto più difficile? E non potrebbe avvenire che le tensioni sociali si ammorbidirebbero? E non sarebbe anche più facile di quanto oggi non sia il perseguire i furbetti che in ogni caso non mancherebbero e che certamente farebbero di tutto pur di guadagnare di più? E non si toglierebbe qualcosa alle mafie?
Non possiamo fare da soli immagino sia una delle centomila obbiezioni a questa "ombra di proposta", e lo sarebbe a qualsiasi altra che non prendesse in considerazione la realtà della coesistenza di individui negli Stati, degli Stati nella Unioni di Stati, delle Unioni nel mondo.
E' probabilmente vero: almeno oltre certi livelli, se non proprio impossibile il fare da soli appare molto ma molto difficile.
Ma, intanto, non impossibile. Se si fa riferimento all'individuo ed al suo essere homo oeconomicus, ci si accorge, credo, che proprio nel sistema economico che noi conosciamo il "fare da soli" ha sempre goduto di un certo credito. Non a caso la saggezza popolare recita che chi fa da sé fa per tre. E dunque non escluderei per principio che uno Stato non possa "fare da sé". Sono però convinto che l'unione faccia la forza, e che sia più facile ed efficace lavorare assieme. E soprattutto a mio parere la storia insegna che l'umanità va verso una maggiore consapevolezza del suo essere "insieme". Consapevolezza che è anche di tipo economico e che sembra procedere indipendentemente da movimenti e pressioni che operano in senso contrario.
"Nel loro piccolo" (ma non tanto) le unioni volontarie, i gruppi di acquisto, le cooperative, i trust, i famigerati club di imprese e quant'altro a mio avviso sono manifestazioni di consapevolezza che almeno per gli interessi di maggiore guadagno di qualche categoria essere insieme è quasi una garanzia. Come le lobby e gli altri soggetti in grado di esercitare forme di pressione fanno parte del fenomeno, seppure siano manifestazione di una cultura forse più sofisticata, che mette da parte almeno di fronte ai terzi gli individualismi, i personalismi, le rivalità, al fine di acquisire la forza necessaria perché vengano emanate leggi che difendano le posizioni raggiunte e che consentano magari anche di realizzare guadagni più consistenti.
E allora, intanto questo: gli Stati che dovrebbero, assieme a noi, costruire quell'Europa di cui da anni si favoleggia e che si avvale di qualche elemento positivo non trascurabile, ma insufficiente, sono ciascuno nella stessa situazione nella quale si trova ogni singolo componente di una qualsiasi collettività. E grosso modo utilizzano le stese modalità di comportamento. Ciascuno pensa ai propri interessi e li persegue conscio che se per propria utilità occorre sacrificare o quanto meno non aiutare gli altri Stati, questo bisognerà fare. E bisognerà farlo senza guardare troppo per il sottile. Germania e Gran Bretagna insegnano. Si ripete, cioè, a livello Stati quanto accade a livello gruppi minori e singoli individui. E se così è, perché non immaginare che si possa cambiare il sistema economico "pensando e lavorando insieme"?
Certamente, esattamente come accade per ogni e qualsiasi forma di unione che abbia un qualche successo, occorre una cultura di base che migliori la formazione attuale degli operatori in una con quella cultura della gestione che è linfa vitale delle impresa, di ogni impresa. E allora, così come ad un imprenditore si insegna a divenir tale, ai cittadini occorre insegnare ad essere parte di uno Stato ed agli Stati ad essere parte di una comunità. E dunque a riconoscere che almeno una parte della sovranità di cui hanno fin qui goduto va delegata (se non ceduta) ad una entità superiore che tutti li rappresenti; e che occorre che gli individui si abituino a considerarsi "cittadini del mondo" o, almeno, della Comunità di Stati.
E questo forse comporta che ciascuno Stato insegni ai propri cittadini che non ha senso il continuo ricorso al concetto di Paese e di Patria, poiché uno è il Paese - l'Europa - ed una la Patria. L'Europa, appunto.
Almeno per il momento, nell'attesa che si riconosca il mondo e il genere umano come unica patria comune e come punto di riferimento per ogni e qualsiasi attività.
Che ha tutta l'aria di un pistolotto, che però risponde a quel tanto o poco di retorica che ancora oggi suggestiona le persone ed ancora oggi è motivo di contrasto.
Si, vabbe', ma intanto? Mi par di sentire il murmure crescente fino a diventare assordante: fosse anche tutto giusto, intanto che facciamo?
Possiamo fare, e non poco. E soprattutto, possiamo farlo anche a mo' di test per quella "nuova economia" di cui ho favoleggiato.
Il settore agricolo nel suo complesso, con annessi settori lattiero caseario e vitivinicolo, se ristrutturato e riorganizzato darebbe più di una opportunità a quel rilancio del quale tutti si occupano guardandosi bene dal suggerire una qualsiasi soluzione. I prodotti della nostra agricoltura e degli allevamenti italiani sono una parte da non trascurare delle materie prime di cui disponiamo. E soprattutto devono confrontarsi con una concorrenza che non di rado è molto più debole.
E per il turismo è la stessa cosa. Se è vero che l'Italia possiede il settanta per cento circa delle opere d'arte mondiali (cosa della quale personalmente dubito, ma solo per scarsa conoscenza dei metodi di rilevazione) e, in una con queste, ha mari e coste, aree montane e collinari che il mondo ci invidia, e una gastronomia "da urlo", qualcuno sa dirmi perché questa altra fonte di materie prime non viene acconciamente strutturata per richiamare turismo culturale e turismo di vacanza in grado di portare ricchezza?
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