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Dalla rilettura di una fortunata antologia dello storico Rosario Villari, e dei principali contributi degli intellettuali che si occuparono della questione meridionale, nuovi spunti per interpretare l'azione politica nei confronti del Sud d'Italia.
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Il Mezzogiorno nella
storia d'Italia
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«Eravamo ancora, nel 1860, sul limitare del Medio Evo, quando, di botto, fummo cacciati nell'età moderna »: così Giustino Fortunato compendiava il nostro travaglio risorgimentale e, in esso, il manifestarsi di quella che, poi, fu definita la "questione meridionale".
Se la trasformazione della vecchia Italia, in gran parte del suo territorio senza apprezzabili industrie, senza un serio sistema stradale e ferroviario, senza porti commerciali attrezzati, con un altissimo analfabetismo e un ceto contadino in condizioni non dissimili da quelle servili del periodo feudale, in uno stato moderno, dotato di industrie, di una sufficiente rete ferroviaria e stradale, di porti adeguati, di una flotta mercantile degna del nome, ebbe - e non poteva non avere - un altissimo prezzo, tale prezzo non trovò per il Mezzogiorno un corrispettivo che lo ripagasse.
Se si aggiunge, poi, che la trasformazione fu presupposta dall'unificazione politica compiuta mediante fortunate imprese militari e che tali imprese finirono per costituire lo strumento della politica unitaria per il completamento della compagine nazionale e per il conseguimento di quegli obiettivi coloniali che i ceti industriali del Nord chiesero con l'appoggio dei ceti agrari del Sud, si vedrà a quale sforzo si sia dovuto sottoporre il Mezzogiorno che era decisamente la parte meno ricca, meno evoluta e meno favorita dalle nuove condizioni create dall'immissione dell'Italia nel concerto d'Europa.
Il quadro di un Mezzogiorno tradito, avvilito, frustrato da avvenimenti che ne disconoscevano la funzione nell'economia e nello stesso equilibrio dello Stato nazionale, se poteva servire egregiamente come strumento polemico e dialettico nella pubblicistica politica a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo, oggi non può esaurire l'interesse di chi voglia vedere le ragioni di fondo, che sono oltre le contingenze della storia, oltre le deformazioni inevitabili delle varie tesi politiche e delle varie dottrine economiche, dello scompenso e dello squilibrio fra le due parti estreme d'Italia.
La questione Meridionale, affonda le sue radici nella storiografia e nella scienza economica e sociale ma innalza i suoi rami nell'oggi, in un clima permeato di vivi fermenti polemici come fanno fede la più recente letteratura, da Scotellaro a Dolci a Bufalari, e la saggistica, da Campagna a Romano, da Salvadori a Romeo, che esprimono, tutti, un impegno critico e una ricerca di verità attraverso esperienze, diverse, ma ugualmente riconducibili nell'alveo di una cultura, non accademica, che ha saputo e sa fare giustizia dei luoghi comuni, delle prevenzioni, dei sofismi vari e indicare, invece, temi e problemi per un'indagine che costituisca per i politici e tecnici, chiamati a elaborare programmazioni e a operare scelte, l'indispensabile premessa a soluzioni concrete e non a effimere panacee.
È proprio per questo che è da rileggersi, con l'interesse che merita ogni contributo coscienzioso e mediato alla conoscenza di fatti e di opinioni che possano illuminare meglio la realtà storica, la ricca antologia della questione meridionale intitolata Il Sud nella storia d'Italia compilata con passione genuina, viscerale e con serio intento scientifico da Rosario Villari e pubblicata con eleganza dall'Editore Laterza.
Certo, la questione meridionale esplose dopo l'unificazione e lo stesso brigantaggio politico assumendo, nel 1861, l'aspetto e la forma di una vera guerra sociale, fu uno dei modi dell'esplosione, ma è anche vero che le sue cause meno remote vadano ricercate nelle condizioni pre-capitalistiche nelle quali il "Reame" era giunto alla crisi costituzionale del 1860 per effetto del prolungarsi, fuori del suo tempo storico, di un assetto civile prevalentemente fondato, in un difficile equilibrio di reciproci condizionamenti, sulla struttura feudale della società e sul potere assoluto del re.
Dopo la Repubblica Partenopea, dopo Bonaparte e Murat, dopo Garibaldi e l'Unificazione, la situazione delle province meridionali non aveva subìto cambiamenti profondi.
Giustino Fortunato parlerà, negli stessi anni in cui dopo la Sicilia anche le Puglie e la Campania erano pervase da un quadro secolare di anarchia, di regime del favore come causa predisponente «a tutto ciò che è dissoluzione, non organizzazione sociale e politica». E Antonio Gramsci annoterà, tempo dopo, che il Mezzogiorno costituisce «una grande disgregazione sociale» riferendosi all'alienazione dei ceti popolari e contadini, costretti a una dura condicio dalla borghesia di estrazione o ispirazione rurale e per giunta conservatrice, spesso reazionaria. Gramsci denunciava nella borghesia rurale e nei ceti intellettuali che le si ispiravano, la causa del perdurare di sovrastrutture soffocanti e, dunque, la causa di quell'alienazione e indicava, parimenti, in Giustino Fortunato e in Benedetto Croce i massimi esponenti di quei ceti intellettuali, qualificandoli come i più «grandi reazionari del Mezzogiorno», ma tale giudizio risente molto dello schematismo ideologico di chi formulava l'accusa.
In realtà, nessuno più di Giustino Fortunato aveva anatomizzato l'ambiente geografico e fisico, morale e psicologico di quella «grande disgregazione» denunciandone i mali per quello che realmente costituivano nella vita dello Stato unitario, fino a celare nella denuncia il modo della soluzione quando individuava «la questione meridionale nei veri suoi limiti, nel suo vero aspetto della coesistenza di due civiltà, che la geografia e la storia hanno reso differenti in un sol corpo di nazione».
Quello del Fortunato era stato, quindi, un compito tremendo e coraggioso e i risultati delle sue indagini e delle sue intuizioni costituivano un contributo essenziale per la critica e per la stessa soluzione prospettata da Gramsci, così come, del resto, per l'analisi dei fenomeni condotta prima sul principio dello scorso secolo con rigore logico estremo da Salvemini, della appassionata battaglia federalistica e, successivamente, per la lucida e penetrante teoria di Guido Dorso in La rivoluzione meridionale ed ancora per le strutturazioni sociologiche e programmatiche di Sturzo della battaglia proporzionalistica, popolare e anticlericale.
La collocazione delle diverse situazioni storiche e le indicazioni dei fatti tipici di ciascuna, che risultano dai brani dei vari autori presentati nell'antologia di Villari, formano un quadro di grandissimo interesse nel quale il gioco delle varie prospettive propone, tuttavia, al lettore non superficiale, una serie di domande che possono sintetizzarsi nelle seguenti: che senso deve avere oggi un'azione meridionalistica? e con quali limiti? con quali possibilità di successo?
E ancora: si tratta di ristabilire un equilibrio offeso e turbato nella fase risorgimentale, ovvero di abbandonare vecchie posizioni, spesso interessate, di rinuncia e operare un rinnovamento del Mezzogiorno dall'interno della sua società stessa sicché l'intero stato nazionale risulti rinnovato e sanato dai suoi squilibri e contraddizioni?
Si lasciano al gentile lettore tali interrogativi proprio a fronte di una sua riflessione interna, con l'augurio che possa dirimere, anche solo singolarmente, tali dubbi, per poter conseguentemente operare sempre verso il suo bene e quello del nostro dilaniato Paese.
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BIBLIOGRAFIA
- R. Villari, Mezzogiorno e contadini nell'età moderna - Roma-Bari, Laterza, 1961
- R. Villari, Mezzogiorno e democrazia - Roma-Bari, Laterza, 1979
- R. Villari (a cura di), Il sud nella storia d'Italia, antologia storica sulla questione meridionale - Roma-Bari, Laterza, 1961
- A. Gramsci, Disgregazione sociale e rivoluzione. Scritti sul Mezzogiorno - Liguori, Napoli 1996
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