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Vero artefice dell'indipendenza politica irlandese, ottenuta dopo serrati negoziati diplomatici nel 1921, Griffith ispirò la sua azione politica alla disobbedienza civile, caldeggiando una forma di autonomia simile a quella ottenuta dall'Ungheria in seno all'impero asburgico nel 1867.
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Arthur Griffith
e la "politica ungherese"
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| (Prima Parte) |
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Il 28 agosto 1996 venne presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia Michael Collins, nuovo lavoro cinematografico del regista e romanziere Neil Jordan (già autore dell'acclamato La moglie del soldato) dedicato al leggendario patriota irlandese ucciso da estremisti repubblicani nell'agosto 1922. Sostenuta finanziariamente dall'Irish Film Board, principale casa di produzione statale della repubblica gaelica, la pellicola ottenne presto il favore della critica internazionale, assicurandosi il prestigioso Leone d'Oro come miglior film; ma alla sua uscita ufficiale nelle Isole Britanniche, avvenuta circa un mese dopo l'anteprima veneziana, essa fu travolta da feroci attacchi giornalistici, che mettevano seriamente in discussione la ricostruzione storica proposta da Jordan nel suo film. Naturalmente tale campagna denigratoria assunse caratteri diversi da un lato all'altro del Mare d'Irlanda: a Londra l'opera venne infatti duramente criticata per la sua eccessiva partigianeria politica, volta interamente a favore della causa indipendentista irlandese, facendo passare il secolare governo inglese della vicina isola come una brutale occupazione di stampo quasi nazista; a Dublino invece Jordan fu contestato per il ritratto eccessivamente eroico di Collins, ottenuto a spese di altri padri della patria come Eamon de Valera e James Connolly.
Nonostante le forti polemiche, tuttavia, il film incassò oltre 300 milioni di dollari nell'arco di pochi mesi, lanciando definitivamente la stella del protagonista Liam Neeson nel firmamento hollywoodiano. Dubbi storici e passioni politiche continuarono comunque a impedire una sua corretta valutazione critica, anche se il campo di battaglia finì rapidamente per spostarsi dalla stampa anglosassone alle aule accademiche europee. Nel 2007, ad esempio, Raita Merivirta-Chakrabarti - ricercatrice letteraria presso l'Università di Turku, in Finlandia - ha parzialmente difeso Jordan dall'accusa di "eccessiva spettacolarizzazione" della storia contemporanea irlandese, dimostrando come le atmosfere del film restino fedeli a una tradizione narrativa autoctona, legata al dramma reale della lotta armata contro l'occupante straniero. Secondo la studiosa di origini indiane, quindi, la cinebiografia di Jordan - pur facendo diverse concessioni agli interessi commerciali dei suoi distributori americani - manterrebbe inalterata l'impronta originale dei fatti storici narrati, traducendola efficacemente a livello mondiale grazie alle particolari convenzioni linguistiche del cinema hollywoodiano.
E tuttavia l'intera operazione continua a far discutere storici e addetti ai lavori, accrescendo l'importanza culturale del film per il popolo irlandese. Per quanto lo stesso Jordan abbia spesso enfatizzato l'intento pedagogico della pellicola, volto a esplorare senza pregiudizi una parte essenziale del passato nazionale gaelico, Michael Collins distorce infatti quasi completamente la cruda realtà di quegli anni tormentati, segnati dalla sanguinosa Rivolta di Pasqua del 1916 e dalla successiva guerra civile post-indipendenza, sacrificando eventi e personaggi complessi a favore del classico semplicismo narrativo degli studios americani. Così, ad esempio, la contraddittoria politica di Eamon de Valera, fondatore del Fianna Fàil e primo presidente della libera repubblica irlandese, viene ridotta a una mera ripicca personale nei confronti di Collins, granitico eroe positivo della vicenda cinematografica, mentre i numerosi travagli interni all'IRA del biennio 1919-21 sono smussati o banalizzati per non incrinare l'immagine popolare degli "irlandesi uniti" contro il comune nemico britannico. Per non parlare, poi, dell'assenza di molti leader politici e militari dello Sinn Féin dalla ricostruzione degli eventi, tutti immancabilmente risolti dal perfetto patriottismo del protagonista o dei suoi collaboratori più fidati.
Da questo punto di vista risulta particolarmente grave il trattamento riservato da Jordan ad Arthur Griffith, vero artefice dell'indipendenza politica irlandese ottenuta dopo serrati negoziati diplomatici negli ultimi mesi del 1921. Ridotto nel film a semplice macchietta incolore, Griffith meritava infatti maggior rispetto nella narrazione, in quanto figura assolutamente centrale di quel drammatico periodo storico. Senza i suoi vibranti articoli autonomisti non sarebbe stata possibile una sollevazione di massa come quella del 1916, ultima battuta d'arresto nella lenta autodeterminazione del popolo irlandese dal dominio britannico; allo stesso tempo, la sua personale moderazione giocò un ruolo fondamentale nelle trattative con il governo londinese di Lloyd George, sancendo di fatto il rapido passaggio dalla vecchia Home Rule - ormai screditata dalle recenti violenze interconfessionali nell'Ulster - alla completa indipendenza all'interno del Commonwealth imperiale. Ma questo importante successo diplomatico "portò male" al venerato padre della cosiddetta "politica ungherese", provocando lo scoppio di una feroce guerra civile all'interno delle forze repubblicane, risoltasi solo nei primi mesi del 1923 con la definitiva sconfitta di De Valera e del fronte contrario alla trattativa con gli Inglesi. Nel frattempo sia Griffith che Collins erano morti, vittime entrambi della torbida atmosfera post-indipendentista. Ma solo il secondo avrebbe avuto l'eterna gratitudine del popolo irlandese, come ampiamente testimoniato dal blockbuster hollywoodiano di Jordan; il primo venne invece dimenticato in fretta, ottenendo qualche misero riconoscimento pubblico solo negli ultimi decenni del Novecento.
Un destino davvero tragico e paradossale, che può essere compreso solo analizzando in dettaglio la lunga carriera politica di Griffith, svoltasi per oltre trent'anni sui maggiori quotidiani dublinesi del tardo Ottocento.
Nato nel marzo 1871, Griffith si trovò infatti a vivere una delle fasi più elettrizzanti della drammatica storia del suo paese, segnata dallo sviluppo di un autentico movimento nazionalista indipendente dagli interessi delle vecchie classi dirigenti locali, ormai succubi del sistema politico-economico inglese. Sino ad allora le sporadiche richieste di autonomia - aumentate di numero ed intensità dopo la terribile carestia del 1846 - erano state promosse dall'elite fondiaria dell'Ulster, che non aveva alcuna intenzione di interrompere la propria secolare fedeltà a Londra; non a caso i principali esponenti di questa corrente politica (Charles Stewart Parnell, Isaac Butt e John Mitchel) miravano a una semplice restaurazione della limitata costituzione del 1782, poi abrogata dal governo britannico durante le guerre napoleoniche. Questa moderazione risultava però intollerabile alle nuove generazioni irlandesi, specialmente cattoliche, che avevano conosciuto le amarezze della fame e dell'emigrazione nella seconda metà del XIX secolo; nonostante le significative aperture di Gladstone alle tradizionali rivendicazioni autonomiste, quindi, cominciò ad affermarsi una tendenza politico-culturale volta alla completa indipendenza dell'Isola di Smeraldo dai suoi antichi padroni, da ottenere anche tramite l'uso della forza se necessario.
Intorno al 1885 Griffith assorbì profondamente tale rinnovato fervore patriottico alla Christian Brothers di Dublino, severa scuola confessionale diretta da Padre Morrissey, acceso sostenitore del recupero della vecchia cultura gaelica in contrapposizione a quella britannica di più recente "importazione": il ragazzo finì dunque per entrare nelle fila del movimento nazionalista, pur temperando la propria scelta con una sana dose di realismo politico. Dietro questa singolare posizione, destinata ad avere serie ripercussioni sulla sua futura carriera professionale, vi erano anche motivi famigliari, poiché egli discendeva comunque da coloni protestanti di origine gallese, fatto che lo rendeva parte di quel mondo anglo-irlandese tanto vituperato da molti suoi compagni di lotta. Per quanto convinto della giustezza della causa irlandese, Griffith non poteva quindi rompere visceralmente con Londra, accettando persino la possibilità della lotta armata contro l'esercito inglese; influenzato anche dalla sua rigida educazione cattolica, egli optò per un indipendentismo "pacifista", quasi precursore di quello gandhiano del primo Novecento.
Tuttavia tale audace indirizzo politico - frutto di una sofferta evoluzione personale durata oltre trent'anni - non portò mai a una completa rinuncia della violenza come strumento di emancipazione nazionale. Diventato giornalista nel 1889, Griffith sostenne infatti con straordinario vigore la causa dei Boeri in Sud Africa, giustificando persino il brutale razzismo degli Afrikaaners nei confronti delle popolazioni indigene alleate degli Inglesi. Una triste macchia sulla sua tradizionale immagine di "cristiano devoto", per quanto le sue opinioni fossero ampiamente condivise da altri esponenti del movimento nazionalista irlandese, spesso più xenofobi e intolleranti di lui.
Nel 1897-98 un lungo soggiorno nel Transvaal portò a un ulteriore rafforzamento delle simpatie di Griffith per l'indipendentismo boero, fornendo utili indicazioni per la situazione irlandese. Il giovane collaboratore dell'Evening Herald si convinse infatti della bontà del modello repubblicano per la futura nazione irlandese, sottolineando nei suoi articoli il clima piacevole e disteso delle elezioni presidenziali boere, vinte dal candidato uscente Paul Kruger con una schiacciante maggioranza popolare. Inoltre egli intuì anche l'importanza della solidarietà etnico-confessionale per la sopravvivenza di un popolo in un ambiente ostile; rientrato in Irlanda nell'autunno 1898, concentrò quindi le proprie energie sull'Ulster, soggetto da secoli all'egemonia culturale britannica, promuovendo la creazione del settimanale The United Irishman, rivolto alle particolari esigenze della locale comunità cattolica. Realizzato in collaborazione con il sanguigno William Rooney, amico di Griffith sin dai tempi della scuola a Dublino, il giornale divenne presto un punto di riferimento imprescindibile per l'intero nazionalismo irlandese, grazie ad uno stile audace, pungente e piacevolmente iconoclasta. Nei suoi articoli, infatti, Griffith non attaccava solo la tradizionale oppressione inglese dell'Irlanda, ma anche la pigrizia intellettuale di molti suoi compatrioti, incapaci di vedere aldilà dei propri interessi di bottega: "Siamo troppo provinciali sotto molti punti di vista. L'Ulster conosce di meno riguardo al Sud che sulla Scozia; il Leinster si interessa poco di entrambe le parti del paese; e l'Ovest - nonostante le poco importanti linee ferroviarie ed i progetti turistici - è ancora un paese sconosciuto a tutti."
Per rimediare a questa grave ignoranza politico-culturale, lo United Irishman ospitò regolarmente interessanti rubriche dedicate al folklore e alla storia patria, presentando addirittura variazioni moderne di vecchi motivi popolari e pubblicizzando dettagliatamente ogni evento artistico legato alla tradizione gaelica. Inoltre Griffith diede ampio spazio all'attualità internazionale, mettendo spesso in relazione la situazione irlandese con quella di altre nazioni oppresse dal dominio straniero: il Transvaal minacciato dagli Inglesi, la Finlandia tiranneggiata dai Russi e l'Ungheria sottomessa dagli Austriaci. E fu soprattutto quest'ultimo caso, analizzato già in gioventù sui libri di scuola, a fornire spunti preziosi alla sua riflessione politica, portandolo presto ad elaborare una nuova, originale strategia d'azione per il movimento indipendentista irlandese.
Nel frattempo, comunque, lo United Irishman fu impegnato soprattutto in un'aspra campagna contro l'arruolamento della gioventù nazionale nell'esercito inglese, coinvolto allora nel sanguinoso conflitto con i Boeri in Africa meridionale: Griffith definì apertamente la partecipazione alla guerra nelle fila di Londra come un "tradimento nei confronti dell'Irlanda", e collaborò con altri separatisti radicali al boicottaggio della visita ufficiale della regina Vittoria a Dublino nella primavera 1900, volto a sottolineare il netto distacco del popolo irlandese dal tradizionale imperialismo anglosassone. All'iniziativa partecipò anche William Butler Yeats, compagno della battagliera attrice Maud Gonne, che scrisse numerose lettere di denuncia verso la politica inglese in Irlanda; tali documenti, redatti in uno stile piuttosto colorito e pubblicati senza censura, provocarono addirittura il breve sequestro della rivista di Griffith da parte delle locali autorità britanniche. Tuttavia l'Irishman tornò presto in azione caldeggiando la formazione di un nuovo soggetto politico nazionalista, ormai slegato dalla vecchia cricca parlamentare di Westminster: il suggerimento venne accolto da alcuni esponenti della Celtic Literary Society, che nell'autunno successivo fondarono l'organizzazione Cumann na nGaedheal (Confederazione dei Gaeli) secondo una vaga piattaforma di stampo socialista.
Era il primo nucleo del futuro Sinn Féinn, ma al momento esso poteva contare solo sull'impegno concreto di Rooney, Griffith, Maud Gonne e qualche acciaccato reduce del movimento feniano. Troppo poco per imbastire un'efficace campagna indipendentistica. Griffith dovette quindi mettersi subito al lavoro per definire meglio gli obiettivi della neonata organizzazione, in modo da ottenere l'adesione di altri gruppi nazionalisti come quelli di James Connolly e David Leavitt. La tragica scomparsa di Rooney nel maggio 1901 intensificò questa difficile riflessione intellettuale, volta a ridisegnare i confini politico-culturali dell'Irlanda secondo canoni originali, finalmente liberi dagli schemi oppressivi del governo britannico. Ma chi poteva fregiarsi davvero del termine "irlandese"? E qual era la strada migliore per ottenere la giusta autodeterminazione in ambito internazionale? Lanciati sulle colonne dello United Irishman, questi interrogativi crearono un vasto dibattito nazionale, che diede a Griffith parecchi spunti per ulteriori elaborazioni concettuali.
Nel 1904, dopo circa tre anni di lunghe ricerche, il giornalista dublinese presentò finalmente i risultati del proprio lavoro in una serie di dettagliati articoli poi raccolti in volume col titolo di The Resurrection of Hungary, subito al centro di vivaci discussioni sia politiche che letterarie. Mai dimenticato sin dai tempi dell'infanzia, il caso ungherese era infatti tornato a ispirare il pensiero nazionalista di Griffith, ormai avviato dal separatismo armato alla coesistenza pacifica con l'Impero Britannico: modello dichiarato di questo radicale cambiamento fu il leader magiaro Ferenc Déak, artefice della complessa riforma costituzionale che aveva trasformato il vecchio dispotismo asburgico in una Duplice Monarchia costituzionale nella primavera 1867. In realtà, l'Ausgleich austro-ungarico aveva già acceso la fantasia di alcuni intellettuali irlandesi, mostrando le grandi potenzialità di un indipendentismo pacifico e liberale, ma solo Griffith lo rese un autentico cardine della lotta per l'indipendenza nazionale.
A suo avviso, infatti, l'esempio di Déak mostrava perfettamente come si potesse conquistare la libertà senza spargimenti di sangue, rivendicando soltanto la legittimità storico-giuridica della propria patria attraverso l'uso massiccio della resistenza passiva: un ideale pacifista che coincideva assai bene con la profonda religiosità di molti nazionalisti irlandesi, formatisi secondo i rigidi dettami della fede cattolica. Inoltre, con la loro semplice fermezza morale, gli ungheresi avevano ottenuto molto di più dei vanitosi deputati dell'Ulster, capaci di svendere la propria dignità politica per qualche vaga concessione parziale. Paragonata al vuoto cicaleccio di Westminster, dunque, l'esperienza magiara sottolineava la profonda differenza tra disobbedienza civile e prassi parlamentare, aprendo così una valida alternativa al mito rigenerativo della rivolta armata ancora caro a leader popolari come Connolly e Davitt. Anche perché l'ostinazione non violenta di Déak - basata esclusivamente su boicottaggi e campagne di stampa - aveva infine garantito un'indipendenza duratura al proprio paese, rafforzata dalla riconciliazione con gli ex oppressori nella comune figura del sovrano asburgico, ora anche monarca autonomo della nazione ungherese.
L'idea di Griffith mirava quindi a coniugare il perseguimento della libertà politica con la conservazione dell'Irlanda all'interno della cornice imperiale britannica, aperta allo sviluppo socio-economico della patria gaelica. Era certamente una grossa novità per il nazionalismo irlandese dell'epoca, spingendolo ad un'importante maturazione politica ed intellettuale; dopotutto i precedenti ricorsi alla lotta armata, come le brevi insurrezioni del 1848 e del 1867, non avevano conseguito nulla sul piano politico, lasciando l'isola saldamente in mano degli Inglesi. E l'acceso separatismo degli ultimi anni non prometteva nulla di meglio, anche per via dell'esilio forzato di molti suoi protagonisti in terra americana. Tuttavia l'ardita comparazione storico-politica del giornalista irlandese non teneva conto delle differenze profonde tra nazionalismo ungherese ed irredentismo celtico, sottovalutando addirittura il fatto che le conquiste di Déak erano prodotto del declino militare austriaco, sancito dalla catastrofica disfatta di Sadowa del 1866. Solo a causa di tale situazione, infatti, Francesco Giuseppe aveva concesso la semi-indipendenza ai magiari, accettando un pesante ridimensionamento delle proprie prerogative regie; al contrario, l'Inghilterra di Edoardo VII non sembrava mostrare particolari debolezze in ambito internazionale, e stava già facilmente contenendo la resistenza passiva del neonato Partito del Congresso in India, ben mostrando i limiti di tale complessa tattica politica. Inoltre il metodo della disobbedienza civile continuava a risultare estraneo a molti membri del nazionalismo gaelico, letteralmente assetati di vendetta per i soprusi subiti nei decenni precedenti.
Tutte questi elementi cospiravano dunque al fallimento dell'audace "politica ungherese" di Griffith, condannando il popolo irlandese all'orrore di un'indipendenza bagnata col sangue, come quello dei tanti martiri della Pasqua 1916.
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