Numero 153/154 - Luglio/Agosto 2009
Dopo mesi di prigionia nel porto scozzese, l'orgoglioso autoaffondamento della flotta tedesca nel giugno 1919 fu l'ultimo atto di "guerra" della potenza guglielmina contro la Gran Bretagna
Scapa Flow: l'epilogo
della Hochseeflotte
di ROBERTO POGGI
La notizia dell'abdicazione del Kaiser e della firma dell'armistizio sorpresero la Hochseeflotte, simbolo della Germania guglielmina, nei porti di Kiel e di Wilhelmshaven.
Il piano dell'ammiraglio Von Hipper - uno degli eroi della battaglia dello Jutland - di sfidare la flotta inglese era stato vanificato pochi giorni prima dalla rivolta dei marinai della base di Kiel che si erano rifiutati di eseguire l'ordine di salpare, giudicandolo un insensato atto di sabotaggio delle trattative di pace ormai in corso da alcune settimane. Anche se ardito, tale piano non voleva essere un romantico suicidio della flotta d'alto mare, ma un'operazione ben pianificata, volta ad alleggerire, proprio in vista dell'imminente fine del conflitto, la posizione dell'esercito sul fronte occidentale, nella speranza di ottenere condizioni più favorevoli al tavolo della pace. Il taglio delle comunicazioni tra l'Inghilterra e le Fiandre avrebbe dovuto attirare la Grand Fleet a sud, quindi i sottomarini tedeschi, insinuandosi negli angusti passaggi attraverso i campi minati, si sarebbero trovati in condizione di infliggere pesanti perdite, offrendo alla flotta tedesca l'occasione di dare battaglia in condizione di relativa superiorità, non lontano dai propri porti.

L'obiettivo di Von Hipper di riportare una significativa vittoria navale alla vigilia dell'armistizio era tatticamente a portata di mano: la flotta era intatta, ben armata, perfettamente addestrata, il corpo ufficiali era compatto e determinato. solo il morale degli equipaggi era ormai da tempo compromesso. Gli ammutinamenti verificatisi nel corso del 1917 e le pene severissime comminate per reprimerli avevano creato tra loro, soprattutto
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Franz Von Hipper
sulle unità più grandi, un sordo rancore verso gli ufficiali, su cui gravava il sospetto di voler continuare a combattere fino all'ultimo uomo pur di salvare la Germania da un armistizio disonorevole. Pertanto, il 31 ottobre 1918, l'ordine di fare vapore per andare incontro alla flotta nemica aveva suscitato la rivolta degli equipaggi. E i tentativi delle autorità di Kiel di ristabilire la disciplina con la forza non avevano fatto altro che esasperare la situazione. Il 4 novembre i marinai avevano preso d'assalto gli arsenali e avevano assunto il controllo del porto, issando la bandiera rossa delle rivoluzione. Il principe Enrico, fratello del Kaiser, che comandava la base navale, aveva ritenuto più prudente fuggire sotto mentite spoglie, seguendo l'esempio del generale Ludendroff al fronte. Il governo, guidato da Max Von Baden, aveva prontamente inviato a Kiel il socialdemocratico Gustav Noske in qualità di governatore. Dal momento che l'ammutinamento dei marinai di Kiel, presto imitato da quelli di Wilhelmshaven e di altri porti, non era stato diretto contro i partiti della maggioranza di governo, ma al contrario si era proposto di difendere la politica di pace del governo contro l'oltranzismo degli ufficiali, Noske era riuscito a ristabilire un certo ordine senza spargimenti di sangue. Ma si trattava di una calma apparente, gravida di aspettative per l'immediato futuro.

Come riferisce Friedrich Ruge, un giovane ufficiale imbarcato su di un cacciatorpediniere che si trovava nel porto di Kiel nel novembre 1918, prima di conoscere le condizioni armistiziali tra i marinai circolavano le notizie più improbabili: "Foch è stato assassinato, i francesi vanno a casa, al fronte tutti fraternizzano, gli inglesi hanno innalzato la bandiera rossa." La realtà fu ben diversa dalle fantasiose illusioni dei marinai di Kiel. Il caos della rivoluzione non si estese alla Francia e all'Inghilterra, che anzi imposero durissime condizioni per far tacere i cannoni.
Le condizioni armistiziali furono attuate disponendo le armate degli Alleati lungo il Reno e occupando solidamente le principali teste di ponte sulla riva destra del fiume. Il potenziale bellico tedesco fu neutralizzato mediante la requisizione di un gran numero di aeroplani, pezzi d'artiglieria, mitragliatrici e autocarri. Pochissimo tempo fu concesso per l'evacuazione dal Belgio e dalla riva sinistra del Reno, con l'evidente scopo di costringere il nemico a lasciare sul terreno ingenti quantità di materiali e di rifornimenti. Una clausola esigeva inoltre la liberazione incondizionata di tutti i prigionieri di guerra. Un'altra dichiarava invalidi i trattati di Brest-Litovsk e di Bucarest, vanificando la speranza dei nazionalisti tedeschi di preservare le conquiste ottenute ad est a spese della Russia e della Romania.
Le clausole navali, definite dagli inglesi, furono ancora più pesanti. Per evitare che rigurgiti di orgoglio nazionale potessero ostacolare la pacificazione, gli Alleati mantennero intatto il blocco navale. Anzi, lo resero ancora più rigoroso grazie all'accesso al Baltico ormai non più pattugliato dalla flotta tedesca. L'impegno a rifornire di derrate alimentari la Germania durante il periodo armistiziale rimase a lungo sulla carta. Solo alla fine di marzo del 1919 i bastimenti poterono sbarcare rifornimenti alimentari nei porti tedeschi.

Oltre alla consegna di tutti i sottomarini, l'articolo 23 dell'armistizio disponeva: "Le navi da guerra della flotta tedesca d'alto mare, indicate dagli Alleati e dagli Stati Uniti, devono essere immediatamente disarmate e quindi internate in porti neutrali o, in mancanza di essi, in porti delle potenze alleate. Tali porti saranno scelti dagli Alleati e dagli Stati Uniti. Le navi rimarranno nei porti sotto il controllo degli Alleati e degli Stati Uniti. A bordo devono restare soltanto gli uomini di sorveglianza. L'indicazione degli Alleati
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U-boot a Kiel nel 1914
riguarda: 6 incrociatori, 10 corazzate, 8 incrociatori leggeri (di cui 2 posamine), 50 cacciatorpediniere di ultimo tipo. Tutte le navi indicate per l'internamento devono essere pronte a lasciare i porti tedeschi entro sette giorni dalla firma del trattato di armistizio; la rotta sarò trasmessa tramite radiogramma".
Anche in campo navale gli alleati impiegarono il fattore tempo per stroncare qualsiasi ripensamento politico.
Rifornire le navi di combustibile e di viveri, distruggere i documenti segreti, sbarcare il munizionamento e i siluri, smontare gli otturatori dei cannoni, i congegni di mira, i puntatori di direzione in sette giorni, nelle condizioni di caos politico e organizzativo in cui si trovavano i porti tedeschi, era un'impresa ardua, se non disperata.
La minaccia alleata di occupare l'isola di Helgoland se il termine non fosse stato rispettato favorì la pronta mobilitazione degli equipaggi e del consiglio dei lavoratori e dei soldati di Kiel, che ritrovò toni patriottici per spronare tutti al lavoro: "Compagni! E' il momento di dire ancora una volta 'Tutti uniti!' Il lavoro è immane, il tempo è breve. Molto resta da fare. Con il normale orario di lavoro non riuscirete ad assolvere tale compito. Ma bisogna riuscirci, perché si tratta di conservare alla nuova repubblica tedesca le sue forze navali. (.) Compagni! Il dolore e l'onta dell'internamento della nostra flotta colpiscono tutto il popolo tedesco. Nessuno si disonora adesso a fare il proprio dovere per conservare alla patria le navi. (.) Applicate ogni muscolo al servizio della patria!".

Così spronati i marinai lavorarono alacremente, riuscendo a rispettare i termini armistiziali. Grazie agli appelli del governo centrale, guidato dai Commissari del popolo, il rancore verso gli ufficiali fu messo da parte e la disciplina ristabilita.
Anche l'atteggiamento inglese contribuì a ristabilire l'autorità delle gerarchie militari. L'ammiraglio Beatty, che comandava la Grand Fleet, rifiutò infatti ogni colloquio con i rappresentanti eletti dai consigli dei lavoratori e dei soldati e pretese che il comando della flotta tedesca destinata all'internamento fosse affidato a un ammiraglio.
La scelta delle autorità tedesche cadde su Ludwig Von Reuter che vantava un impeccabile stato di servizio: come comandante dell'incrociatore Derfflinger aveva preso parte alla battaglia di Dogger Bank nel 1915; nel 1916, durante la battaglia dello Jutland, aveva guidato il IV gruppo di esplorazione infliggendo gravi danni all'incrociatore inglese Southampton; nell'estate del 1918 aveva infine assunto il comando di tutte le forze d'esplorazione della Hochseeflotte.
Risolta, per imposizione inglese, la delicata questione del comando, il consiglio dei soldati si dovette accontentare dell'elezione di tre rappresentati incaricati di affiancare il comandante, il cui ruolo rimase puramente simbolico, come le fiamme rosse, emblema della rivoluzione, che furono issate alla partenza da Kiel sulla prua di alcune navi per poi essere subito dopo ammainate.
Il più fitto mistero rimase invece attorno al porto di internamento. L'ammiraglio Beatty si limitò a indicare May Island come il luogo di raduno della flotta tedesca per l'ispezione volta a verificare il rispetto delle clausole di Compiègne relative al disarmo delle navi.

Alle prime ore del 21 novembre 1918 la flotta tedesca, composta da 5 incrociatori da battaglia, 9 corazzate, 7 incrociatori leggeri e 49 torpediniere, incontrò quella inglese al largo del Firth of Forth, la profonda insenatura creata nella costa orientale della Scozia dall'estuario del fiume Forth. La commissione di controllo salì a bordo delle navi per verificare scrupolosamente che le disposizioni circa il disarmo fossero state eseguite alla lettera, poi l'ammiraglio Beatty ordinò che dall'indomani la bandiera di guerra tedesca non fosse più issata. A nulla valsero le proteste dell'ammiraglio Von Reuter contro questo ordine incompatibile con l'internamento.
Solo dai radiogrammi inglesi sulle disposizioni per il rimpatrio degli uomini non necessari a bordo i tedeschi intuirono finalmente che la destinazione finale della Hochseeflotte era Scapa Flow, la base navale inglese presso le isole Orcadi, al largo della Scozia.
La marina inglese non prese neppure in considerazione l'ipotesi di ricercare porti neutrali in grado di accogliere la flotta d'alto mare tedesca. Fin dall'inizio intese l'internamento come una requisizione: troppo forte era volontà di strappare alla Germania quell'arma che aveva minacciato il suo primato navale. Nel gennaio del 1919 il governo tedesco presentò una vibrata quanto inutile protesta contro la scelta inglese, dopo aver accertato presso Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca e Spagna che gli Alleati non avevano presentato nessuna richiesta di accogliere la flotta tedesca.
L'armistizio offrì all'ammiragliato inglese l'occasione di riportare quella vittoria completa sulla Hochseeflotte che gli era mancata sui mari.

Fin da quando l'ammiraglio Alfred Von Tirpitz, segretario di stato per la marina, aveva
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Alfred Von Tirpitz
convinto il Kaiser ad avviare la creazione di una moderna flotta d'alto mare, considerata uno strumento irrinunciabile per una politica di potenza su scala mondiale, l'Inghilterra si era sentita minacciata nel suo primato navale, nonostante disponesse delle attrezzature cantieristiche più sviluppate d'Europa e di enormi capacità di spesa, non dovendo mantenere un grande esercito terrestre. A inquietare Londra era la teoria del deterrente strategico, sostenuta da Von Tirpitz, secondo cui non era necessario che la flotta tedesca fosse superiore a quella inglese, e nemmeno equivalente, occorreva invece creare un rapporto di forze tale che da un eventuale conflitto gli inglesi, anche se vincitori, uscissero con perdite tali da non disporre più del primato navale mondiale. La teoria del deterrente strategico, benché contenesse alla fine dell'800 una parte di verità, perdette negli anni a ridosso della prima guerra mondiale gran parte della sua forza quando si delineò l'alleanza tra l'Inghilterra e le principali potenze navali, Francia e Russia. Va inoltre considerato che la Germania, priva di un punto d'appoggio nell'oceano, non poteva minacciare seriamente dallo stretto angolo della baia di Helgoland i collegamenti marittimi inglesi. Pertanto, come dimostrò poi il conflitto, la Grand Fleet poteva conservare la supremazia su tutti i mari senza essere costretta a ricercare uno scontro decisivo con la Hochseeflotte nel Mare del Nord.
Né l'indebolimento delle basi teoriche della strategia navale tedesca, né le evidenza della geografia impedirono tuttavia a Von Tirpitz di procedere con ostinazione nei suoi progetti di costruzioni navali. Anzi, reagì al crescente isolamento politico tedesco con investimenti ancora più consistenti. Se la legge navale del 1898 si limitava disporre la costruzione di 7 corazzate e 9 incrociatori, 2 pesanti e 7 leggeri, quella del 1900, influenzata dalle tensioni anglo-tedesche in relazione alla guerra boera, raddoppiò il numero delle nuove costruzioni. Nel 1906, all'indomani della guerra russo-giapponese, il ritmo delle nuove costruzioni fu intensificato. Lo stesso avvenne nel 1908 e ancora nel 1912.

La politica tedesca volta a conseguire il Seegeltung, il prestigio sui mari, fece da volano allo sviluppo tecnologico della marina da guerra in Europa.
All'inizio dell'800 la nave da guerra per eccellenza era la cosiddetta 18 nodi. Si trattava di un'unità di meno di 20.000 tonnellate di dislocamento, con una batteria principale di quattro cannoni da 280 o 305 mm sistemati in due torri, una prodiera e una poppiera, e un armamento secondario molto differenziato, collocato sulle murate. La propulsione era affidata a macchine a vapore basate su cilindri e stantuffi, in tutto simili a quelle dei treni. Il carbone era l'unico combustibile impiegato.
La risposta inglese alla coraggiosa sfida lanciata dal neonato Reich guglielmino avvenne prima di tutto sul piano tecnologico. Il Primo Lord del Mare, l'ammiraglio Sir John Fisher, ispirandosi al progetto sviluppato da un italiano, il colonnello del Genio navale Vittorio Cuniberti, promosse la realizzazione a tempo di record di una corazzata, battezzata Dreadnought, "Senza paura", che al suo varo, nel febbraio 1906 rese immediatamente obsolete tutte le altre corazzate esistenti al mondo. Essa adottava un rivoluzionario motore a turbina Parsons, capace di portare le sue 22.000 tonnellate di stazza alla velocità di 21 nodi. Ben tre nodi in più rispetto alle più veloci unità corazzate delle altre marine, nonostante un dislocamento leggermente superiore. Innovativo era anche l'armamento monocalibro: 10 cannoni brandeggiabili da 305 mm.
Tre anni più tardi, nel 1909, l'ammiragliato inglese varò, con lievi modifiche rispetto al prototipo, altre 3 corazzate e poi ancora altre 6 nei due anni successivi. Tra il 1912 e il 1914 entrarono in servizio quattro corazzate della classe "Conqueror", quattro della classe "King George V" e quattro della classe "Iron Duke" che svilupparono ulteriormente i
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Nave da battaglia classe Dreadnougt
contenuti tecnologici delle "Dreadnought", tanto da meritare l'appellativo di "Super-Dreadnought". Imbarcavano 10 pezzi da 343 mm ciascuna, con una stazza a pieno carico che sfiorava le 30.000 tonnellate. Per mantenere un'elevata velocità, nonostante l'aumento del dislocamento, furono non solo potenziati i motori ma anche sostituito il carbone con la nafta. Il consolidamento degli interessi inglesi in Medio Oriente convinse l'ammiragliato a tale scelta innovativa.
Pochi mesi prima dell'inizio della prima guerra mondiale la marina inglese compì un ulteriore progresso tecnologico con il varo delle corazzate veloci della classe "Queen Elisabeth": 31.500 tonnellate di stazza a pieno carico, quasi 200 metri di lunghezza, un armamento costituito da otto pezzi da 343 mm e una velocità massima di 24 nodi.
Per garantire un'adeguata copertura a questi colossi del mare Sir Fischer ideò anche la creazione di un nuovo tipo di unità navale: l'incrociatore da battaglia, dotato di una corazzatura leggera e di un potente apparato motore, dai 40.000 cavalli della classe "Invincible" agli 85.000 della "Tiger", contro i 23.000 della "Dreadnought", capace di raggiungere una velocità massima dai 25 ai 28 nodi. L'armamento monocalibro era analogo a quello delle corazzate.

In un primo momento momento il varo delle "Dreadnought" e degli incrociatori da battaglia colse i tedeschi impreparati, sia dal punto di vista ingegneristico che da quello cantieristico. Pochi anni dopo aver iniziato la realizzazione di navi di un tipo conosciuto, furono costretti a costruirne di completamente diverse e molto più avanzate. L'ingegno tedesco non tardò comunque a dare i suoi frutti. Nel 1907 le prime quattro corazzate monocalibro tedesche ispirate al modello "Dreadnought" furono progettate, e tre anni più tardi entrarono in servizio. Si trattava di unità per molti aspetti sperimentali, con caratteristiche complessivamente inferiori alle corazzate inglesi. Non erano tuttavia prive di importanti punti di forza come la qualità della corazzatura, l'efficacia del sistema di compartimenti stagni e l'estrema precisione degli apparati di tiro delle artiglierie. I dodici cannoni da 280 mm che costituivano il loro armamento, pur avendo una gittata nettamente inferiore a quella inglese, erano di ottima qualità, valorizzata da un munizionamento davvero eccellente, capace di rendere devastante ogni colpo andato a segno. Al contrario il munizionamento inglese era spesso soggetto a difettosità.
La velocità delle unità inglesi rimase comunque ineguagliabile, dal momento che la Germania, non potendo fare affidamento su di un flusso costante di petrolio in caso di guerra, aveva scelto di alimentare i motori della propria flotta quasi esclusivamente con il carbone del bacino della Ruhr, un combustibile certamente abbondante e a buon mercato, ma non particolarmente efficiente.
Nel corso degli anni la stazza e l'armamento delle corazzate tedesche crebbero senza tuttavia raggiungere mai il primato inglese. Alle 21.000 tonnellate delle unità della classe "Nassau" del 1910 seguirono nel 1911-12 le 25.000 tonnellate della quattro "Helgoland", dotate di cannoni da 305 mm. Pochi mesi dopo l'inizio della guerra alla flotta del Kaiser si aggiunsero quattro unità della classe "König", il cui dislocamento sfiorava le 30.000 tonnellate, con una velocità massima di 21 nodi.
Anche la sfida lanciata dall'ammiraglio Fischer nel campo della costruzione degli incrociatori da battaglia fu raccolta dalla Germania guglielmina, mettendo a frutto il meglio delle sue considerevoli capacità tecnologiche. La prima unità tedesca destinata a compiti di avanscoperta e di aggiramento della flotta avversaria fu il Von der Tan, varato nel 1911. Con una stazza di 22.000 tonnellate, una corazzatura leggera ma sapientemente distribuita, superava i 25 nodi di velocità e aveva un armamento costituito da 8 cannoni da 280 mm. L'anno successivo entrarono in servizio le unità gemelle Moltke e Göben, in tutto simili al Von der Tann. Il Seydlitz, varato nel 1912 e completato nel 1913, costituì invece, con i suoi 27 nodi di velocità, una evoluzione rispetto alle unità precedenti. Ancora più spinte furono le caratteristiche degli incrociatori da battaglia Derfflinger e Lützow: 30.000 tonnellate, 26 nodi di velocità e 8 pezzi da 305 mm. La migliore unità costruita sotto la direzione di Von Tirpitz fu probabilmente l'ultima, anche se non ebbe l'opportunità di essere impegnata in battaglia. Nell'estate del 1917 fu infatti completato l'incrociatore Hindemburg, ultima evoluzione della classe "Derfflinger". Le sue macchine producevano una potenza di 72.000 cavalli, in grado di spingerlo a quasi 28 nodi di velocità.

Oltre sedici anni di esasperata corsa agli armamenti navali, caratterizzati da continue tensioni politiche, da un enorme dispendio di risorse finanziarie e dalla sperimentazione di innovative soluzioni tecnologiche sfociarono nella prima guerra mondiale, in cui la flotta inglese, nonostante la sua netta supremazia numerica, non riuscì ad annientare la rivale flotta tedesca. Neppure la battaglia dello Jutland fu decisiva. Le perdite subite dalla Grand Fleet furono di gran lunga superiori a quelle sofferte dalla Hochseeflotte, ma il controllo dei mari
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Ludwig Von Reuter
rimase saldamente in mano inglese. Solo l'armistizio offrì agli inglesi l'insperata opportunità di schiacciare una volta per tutte la temibile flotta rivale. Almeno così si illuse l'ammiragliato inglese.
Il 23 novembre 1918, allo spuntare dell'alba le navi del Kaiser entrarono nella rada di Scapa Flow. Davanti agli occhi dei marinai tedeschi apparvero sotto un cielo grigio isole rocciose e brulle, soltanto qua e là coperte da sterpi e da erica, popolate da greggi di pecore e stormi di gabbiani e di cormorani che volteggiavano sopra l'oceano.
Fin dai primi giorni l'ammiraglio Beatty diede una interpretazione estremamente restrittiva delle norme internazionali che disciplinavano l'internamento. Sottopose a censura la posta dei marinai, negò alla flotta ogni aiuto alimentare, e si limitò ad autorizzare la fornitura di nafta e di carbone minima indispensabile. Vietò categoricamente agli equipaggi, ufficiali compresi, sia di mettere piede a terra anche solo per qualche ora ogni tanto, sia di spostarsi da un'unità all'altra. Ordinò persino la requisizione di tutte le lance, tranne quelle destinate alle emergenze, trasformando l'internamento in una forma neppure troppo velata di prigionia.
Gli equipaggi tedeschi, ispirati dalle direttive e dall'esempio dell'ammiraglio Von Reuter, reagirono a questo duro regime imposto dai vincitori mostrando disciplina e senso del dovere, condividendo in pieno l'obiettivo di non fornire agli inglesi pretesti per salire a bordo ed operare anche di fatto una requisizione delle navi. Certo non mancarono momenti di grande tensione, in cui fu sfiorato l'ammutinamento, come quando si diffuse a bordo delle navi la notizia dell'assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. Ma il rimpatrio dei marinai più attivi nei consigli favorì il ristabilimento della disciplina e del ruolo direttivo degli ufficiali, che si impegnarono ad organizzare meticolosamente il lavoro quotidiano per sconfiggere la noia e l'apatia.

Il servizio giornaliero fu stabilito dalle 9 alle 14, al sabato dalle 9 alle 12. La domenica era libera, salvo il servizio di sorveglianza nelle sale delle caldaie e, in seguito, sulle imbarcazioni senza equipaggio.
L'addestramento all'uso delle armi era impossibile, le esercitazioni sulle comunicazioni e sull'impiego dell'alfabeto Morse erano giudicate superflue; quindi non restavano che i servizi di manutenzione. Le 5 ore giornaliere bastavano appena per mantenere con i pochi uomini a disposizione le imbarcazioni, e soprattutto gli impianti delle macchine in condizione di prendere la navigazione in qualsiasi momento. Questi quotidiani sforzi degli equipaggi erano animati dalla speranza di poter un giorno riportare le navi in patria. Tale speranza era anche un potente antidoto contro la depressione e la nostalgia.
Nelle ore non dedicate alla manutenzione i marinai organizzavano conferenze e lezioni. Le materie principali erano l'inglese, la geografia, l'aritmetica, la storia tedesca e la chimica. Il numero dei partecipanti variava molto da materia a materia. Ciò che mancava soprattutto era la continuità nell'applicazione.
L'ammiragliato inglese inviava a bordo gratuitamente, anche se con molti giorni di ritardo, i giornali inglesi. Degli articoli più importanti gli ufficiali facevano una approssimativa traduzione per i marinai.
Tra una conferenza e una rassegna stampa, la caccia ai topi e le lettere provenienti dai famigliari distraevano gli equipaggi dalle miserie dell'internamento.
L'ammiragliato inglese rifiutò di fornire viveri alle navi internate anche dietro pagamento. I viveri dovevano giungere dalla Germania. Ovviamente, a causa del caos organizzativo della marina dopo la rivoluzione di novembre e del blocco navale che ancora attanagliava la Germania, i rifornimenti erano rari.
A bordo delle navi il cibo non era comunque scarso, ma molto uniforme. Patate scadenti, marmellata di rape, lardo e pane con una forte aggiunta di farina di patate costituivano gli alimenti principali. Le scorte alimentari di sicurezza contribuivano a integrare la dieta con burro, carne in scatola e pane duro. Come ricorda Ruge, giovane ufficiale di un incrociatore: «Il pane duro aveva un sapore eccellente, ma non tutti i denti furono all'altezza del compito». Mancavano, tra il personale medico di bordo, i dentisti e gli inglesi si rifiutarono di prestare cure.
L'alcol, imbarcato in grandi quantità al momento della partenza dalla Germania per volontà del consiglio rivoluzionario, si rivelò una preziosa merce di scambio con gli equipaggi dei pescherecci che rifornivano la flotta tedesca di acqua e carbone. Durante la guerra l'ammiragliato inglese aveva vietato per ragioni di sicurezza la vendita di alcool nelle basi navali, perciò tutti gli uomini di mare britannici avevano da tempo la gola secca ed erano pronti a scambiare sapone, tabacco, tè, pane bianco e quotidiani con i distillati, o almeno con qualcosa che ci assomigliasse. Quando la scorta di alcool minacciava di finire il personale di sanità provvedeva a preparare intrugli che potessero soddisfare i palati inglesi, tutt'altro che esigenti. L'alcol denaturato delle bussole, mischiato con pepe ed altre spezie divenne un surrogato molto apprezzato.

Anche la pesca contribuiva a integrare il vitto. La baia brulicava di pesci simili alle
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L'affondamento della Derfflinger
aringhe. Con ami di fortuna e carne in scatola come esca, i mariani tedeschi pescavano in abbondanza, anche se le prede non erano molto saporite. Quando poi il mare non offriva nulla, lo sguardo affamato dei marinai si rivolgeva verso il cielo, ai gabbiani e ai cormorani. Le uniche armi a bordo erano però le pistole di segnalazione Very, non molto adatte a centrare un bersaglio in movimento
Il problema più grave a bordo era il freddo. Mentre le navi inglesi quando erano all'ancora potevano spegnere le caldaie e riscaldare agevolmente gli alloggi con stufe a carbone, quelle tedesche, concepite per ricevere da terra luce e riscaldamento, erano sprovviste di apposite caldaie per i periodi di permanenza in porto. Per non diventare gelide e buie le navi tedesche dovevano tenere in funzione le caldaie che alimentavano i motori durante la navigazione con un consumo di combustibile che ben presto si rivelò insostenibile, dato il rifiuto inglese di fornire tutto il carbone necessario. Pertanto, molti incrociatori dovettero essere abbandonati e gli equipaggi radunati su poche unità, sulle quali era possibile garantire riscaldamento e illuminazione per buona parte della giornata. Sulle navi abbandonate furono organizzati dei turni di guardia notturni al fine di impedire depredazioni e colpi di mano da parte inglese.
Mentre a bordo della flotta ancorata a Scapa Flow la vita degli equipaggi trascorreva nella più monotona routine, le diplomazie erano intente a trovare un accordo di pace. Fin dall'esordio delle trattative i sentimenti punitivi nei confronti della Germania si erano imposti su ogni altra considerazione. La Germania, prostrata economicamente, fragilissima sul piano politico, dilaniata dalla contrapposizione tra le spinte rivoluzionarie e quelle ultranazionaliste, non era in grado di opporsi alle pretese dei vincitori, che ambivano a spartirsi la Hochseeflotte.
Benché da Berlino non ricevesse né istruzioni, né informazioni, Von Reuter non tardò a rendersi conto dai giornali inglesi che il destino della sua flotta era segnato. Decise pertanto, con il pieno appoggio dei suoi ufficiali e degli equipaggi, di seguire i dettami imposti dal senso dell'onore: strappare la flotta tedesca dalle mani del nemico, affondandola.

Il 17 giugno Von Reuter diramò ai suoi ufficiali l'ordine 39, che conteneva le indicazioni dettagliate per l'autoaffondamento di tutta la flotta. Il segnale per l'esecuzione dell'ordine fu indicato nel guidone Z, che nel codice di combattimento dava ai cacciatorpedinieri l'ordine di attacco.
Le procedure per l'autoaffondamento furono laboriose e richiesero sulle unità più grandi alcuni giorni di intensa, ma discreta, attività degli equipaggi. Infatti per ottenere il risultato sperato occorreva aprire tutti portelli dei corridoi, di quelli trasversali e longitudinali dei locali inferiori, degli sportelli di comunicazione con le stive e di tutte le aperture di ventilazione.
Terminati i preparativi, Von Reuter attese con pazienza il 21 giugno, data che i giornali indicavano come scadenza per l'armistizio. Non poteva sapere che le improvvise dimissioni del governo Scheidemann, per protesta contro le condizioni di pace imposte dai vincitori, avevano determinato uno spostamento di due giorni dell'ultimatum.
La fortuna favorì i piani tedeschi. La mattina del 21 giungo 1919 le navi della flotta inglese lasciarono il porto di Scapa Flow per effettuare un'esercitazione in alto mare. L'ammiraglio tedesco non si lasciò sfuggire l'occasione propizia: intorno alle 11 fece issare sull'albero di segnalazione dell'incrociatore Emden il guidone Z. Una dopo l'altra tutte le navi issarono la bandiera di combattimento e iniziarono a imbarcare acqua da ogni portello.
Intorno a mezzogiorno il Friedrich der Grosse si inclinò su di un fianco. Gli equipaggi calarono in mare le scialuppe per mettersi in salvo. Pochi istanti più tardi l'imponente unità si capovolse e sparì tra i gorghi. L'aria uscendo dai fumaioli fece innalzare due enormi colonne d'acqua, poi il mare si fece di nuovo calmo.
Le navi inglesi di sorveglianza, dopo l'iniziale stupore per il simultaneo affondamento di tante unità, reagirono aprendo il fuoco sulle scialuppe tedesche che issavano la bandiera bianca. Il moltiplicarsi delle lance in mare dopo l'affondamento del König Albert, del Moltke e del Brummer disorientò i mitraglieri inglesi che non sapevano più su quale bersaglio concentrare il fuoco. Otto marinai tedeschi furono uccisi e una ventina feriti prima del cessate il fuoco.

Mentre crepitavano le mitragliatrici e le navi tedesche si inabissavano tra il clangore delle catene di ormeggio che si spezzavano e le colonne d'acqua che si levavano verso il cielo, a bordo del rimorchiatore Flying Krestel un gruppo di scolaretti scozzesi in gita assisteva attonito a quel grandioso e terrificante spettacolo.
Il vice ammiraglio Fremantle, che si trovava al largo a dirigere le manovre di addestramento della squadra inglese, non appena fu avvertito di quanto stava accadendo inviò i suoi cacciatorpediniere nella speranza di salvare dall'affondamento qualche unità, trainandola verso le secche. Tra tutte le navi della Hochseeflotte solo la corazzata Baden, insieme a tre incrociatori e alcuni cacciatorpediniere, fu trainata ad affondare in acque basse. Tra le 12 e le 17 del 21 giugno tutta la flotta tedesca si inabissò. L'ultimo a scomparire fu l'incrociatore da battaglia Hindemburg che affondò senza capovolgersi, mostrando così sino all'ultimo istante la bandiera di combattimento. Un estremo omaggio all'orgoglio navale tedesco.
L'ammiraglio Von Reuter fu tratto in arresto e considerato alla stregua di un prigioniero di guerra, come il resto degli equipaggi. Le minacce inglesi di processarlo si esaurirono ben presto. Al rientro in patria i marinai e gli ufficiali della Hochseeflotte furono acclamati come eroi.
In fondo alla baia di Scapa Flow oggi giacciono ancora il Kronprinz Wilhelm, il Markgraf, il König Albert, insieme agli incrociatori leggeri Köln, Karlsruhe e Brummer. Tutte le altre unità inabissate furono riportate a galla da imprese private nel corso degli anni Venti e Trenta per recuperarne il prezioso acciaio.
BIBLIOGRAFIA
  • Scapa Flow 1919. La fine della flotta tedesca, di F. Ruge - Milano, Mursia, 1980.
  • Jutland. 31 maggio 1916: la più grande battaglia navale della storia, di S. Valzania - Milano, Mondadori, 2005.
  • Storia della Germania moderna (1840-1945), di H. Holborn - Milano, Rizzoli, 1973
  • La grande storia della prima guerra mondiale, di M. Gilbert - Milano, Mondadori, 1998.
  • Storia della Marina. Dalla prima alla seconda guerra mondiale: 1918-1939, di AA.VV. - Milano, Fabbri Editore, 1978.