|
CAPITOLO III - Storia,
modernità, comunicazione
Scienza,
leggi, spiegazione… - … e narrazione – mitografia e storiografia –
storia, politica, potere – storia antica e moderna – storia moderna
e contemporanea - per concludere
| |
“La
storiografia (e cioè la “storia” e la “scrittura”) porta iscritto
nel suo nome il paradosso – e quasi l’ossimoro – del porre in
relazione due termini antinomici: il reale e il discorso. Ha per
compito quello di articolarli e, al dove questo legame non è
possibile, di fare come se li avesse collegati. Quale alleanza è
possibile tra storia e scrittura?”
Michel
De Certeau
“Nella
storia oggettiva il reale non è nulla più che un significato non
formulato, il quale si nasconde dietro un referente in apparenza
onnipotente. Questa situazione caratterizza quello che si potrebbe
chiamare l’effetto di realtà”
Roland
Barthes
“troppo mi
sono inoltrato in volo nel futuro, e ho provato orrore. E quando mi
sono voltato: ecco! mio unico contemporaneo era rimasto il tempo.
Allora mi voltai indietro, verso casa e sempre più veloce: così
giunsi a voi, voi attuali, e nel paese della
cultura”
Friedrich
Niestzsche
|
19. Scienza, leggi, spiegazione…
“L’estraneità degli
storici al dibattito sulla teoria della storia” (Rossi) ha abbandonato la
ricerca di una nuova identità della professione di storico alla filosofia
analitica, alla storia della storiografia, alla filosofia della storia,
alla linguistica e alla semiologia, il che non ha certo giovato al
superamento della crisi del sapere storico. L’aspetto forse più negativo,
che ha i tratti della censura, è stato sicuramente un basso livello di
dibattito interno alla corporazione la quale si è condannata
all’autocelebrazione; ciò ha comportato, a sua volta, una progressiva
esclusione dai processi di sviluppo e addirittura metamorfosi della
cultura nel corso degli ultimi decisivi decenni. E’ così venuto meno un
dialogo con le altre discipline umanistiche proprio nel momento in cui la
tradizionale opposizione tra scienze dalla natura e scienze umane sta
venendo meno e si aprono aree di ampia e originale collaborazione. Sul
piano del metodo il dialogo della storiografia (tecnica privilegiata di
comunicazione) con i nuovi media e dei loro linguaggi è stato freddo e, se
si esclude qualche nuovo approccio posto in essere dai quantitativisti,
inesistente; ne ha sofferto la professionalità dello storico e la ricerca
rimasta per lo più un esercizio individuale, se non un limitante compito
in classe accademico. Inoltre, forse proprio la presenza degli storici nel
dibattito sulla teoria della storiografia e sul significato e ruolo del
sapere storico, avrebbe evitato le sabbie mobili e il circolo vizioso nel
quale, dopo un secolo di dibattiti tra filosofi della storia e della
cultura, storici della storiografia e filosofi analitici ci si è, su
questa delicata materia, alla fine trovati. Il dibattito del XX secolo
in merito a quest’ordine di problemi è, infatti, su un binario morto. Più
che risolvere e superare lo stato di crisi della storiografia romantica,
dello storicismo di matrice idealistica e del positivismo e del
materialismo storico già evidente agli inizi del Novecento, la teoria
della storiografia ha finito per certificarlo. In linea generale si può
ragionevolmente affermare che nel corso della sua esperienza plurisecolare
il pensiero storico non è riuscito a darsi uno statuto scientifico (oggi
si direbbe epistemologico), se non definitivo, per lo meno abbastanza
stabile. Il problema, è ovvio, non riguarda solo questo ordine del sapere
umanistico, ma è un dato di fatto che ogni qual volta ci si interroga sul
significato e la funzione della storia, l’interrogativo ripropone tutte le
carte in gioco, i temi irrisolti e non mai definitivamente accantonati o
selezionati. Verità e veridicità degli eventi. Che la storia e lo
storico siano portatori della verità penso che neppure Tucidide, Valla,
Bodin e Bossuet lo abbiano mai neppure immaginato; che la storiografia
consenta di scoprire e conoscere la verità dei fatti del passato e come
essi siano realmente accaduti (il che per altro ridurrebbe la storia ad
una pura e semplice cronaca informativa), nessuno oserebbe più crederlo.
La possibile autenticità dei fatti storici, la loro veridicità, non
implica alcuna verità oggettiva perché la scelta e la costruzione degli
eventi è un’esperienza soggettiva e una esigenza individuale. Tuttavia lo
storico è stato sempre, e fino a non molto tempo fa, vissuto più come un
maitre de verité che non come un maitre- a-penser, e ancor oggi,
nell’intimo, il ricercatore e il lettore inseguono questa
prospettiva. Oggettività del discorso storico. Che poi la scoperta e la
conoscenza degli eventi del passato svelino allo storico automaticamente
la loro logica concatenazione, è una pura illusione e su ciò siamo ormai
tutti d’accordo: gli eventi sono azione umane uniche e irrepetibili,
ciascuna delle quali ha il suo corso temporale e costituisce una storia in
sé. Nel sapere storico la formulazione delle teorie interpretative precede
l’analisi dei fatti e gli storici costruiscono e scelgono gli eventi in
funzione (per molti aspetti inconsapevole) delle loro istanze o intuizioni
interpretative; le interrogazioni sul passato nascono dalle circostanze e
dalla cultura del presente ed è la vita ad essere maestra di storia, non
il contrario. Tuttavia il discorso storico è costruito e percepito come un
che di oracolare, compiuto, coerente pur in presenza delle più
contrastanti interpretazioni. Tempo storico. Per quanto ci si sia
lavorato a pieno ritmo da Sant’Agostino in poi, la storia non ha svelato
la natura del tempo e non ha riconciliato l’uomo con il suo destino. Il
tempo storico è un tempo umanizzato, un riflesso e uno specchio
dell’esperienza individuale, una promessa e una certificazione della
nostra possibilità di superare gli angusti confini del presente. Neppure
la più recente ondata di studi sulla struttura della temporalità,
l’intreccio dei tempi, il rapporto tra tempo e memoria, la percezione
degli eventi, ci ha mostrato il vero volto del nostro padrone e ci ha
spiegato l’intima materia di cui siamo fatti. Ma questo fascinoso mistero
irrisolto e irresolubile che attrae verso l’esperienza storica e,
inconsapevolmente, verso una illusione di longevità e immortalità, spinge
negli archivi e induce ad aprire dossier, libri, cantieri di ricerca nelle
nebbie del passato. Unitarietà della storia e linearità del tempo.
Quanto al fatto che la storia possa spiegare le leggi proprie al moto del
tempo saldando passato e futuro in unico processo conoscitivo, anche qui
il binario è morto. I molteplici modelli offerti dal pensiero
storiografico razionalista, meccanicista, idealista, storicista,
positivista, e dalle molteplici “scuole” o correnti storiografiche,
funzionano tutti, appagano, convincono, pur essendo in completa
contraddizione e in conflitto gli uni con gli altri. Continuiamo a
leggerli e rileggerli, farne glosse senza avvertire né vetustà, né opacità
di pensiero, i loro schemi e paradigmi interpretativi rimangono aperti e,
alla lettura, convincono. Centralità e “sovranità” del sapere storico.
La sensibilità romantica ha trasformato la storiografia in una grande
impresa patriottica e nazionale che oggi non avrebbe più senso alcuno.
Saldando passato remoto e futuro anteriore nella unitarietà di un tempo a
sviluppo predefinito, gli storici dell’epoca romantica hanno ripopolato il
passato di popoli, nazioni, culture, hanno insegnato l’identità
collettiva, le comuni radici, spiegato le ragioni dei conflitti e
dell’unità nel potere. Tempo, storia, potere si sono saldamente
intrecciati in una “sovranità popolare” del discorso storico che oggi non
sembra avere più fondamento. Ma poiché il sapere storico costruisce da sé
l’oggetto del suo studio, oggi riteniamo che lo sforzo romantico sia stato
il più grande servigio reso alla storia e alla cultura della modernità e
che le monumentali opere-epopea prodotte nella prima metà del XIX secolo
siano fonti autorevoli e il punto di partenza dal quale non è possibile
prescindere sia per la conoscenza del passato, sia per un corretto
approccio alla ricerca. Storia e ideologia. La riduzione di tutta la
realtà a esperienza storica e poi della storia a filosofia operata
dall’idealismo ottocentesco, ha ridotto la storiografia al ruolo di
ancella dell’ideologia, professionalizzato lo storico come intellettuale
organico al potere e limitato la ricerca a una sorta di adempimento
politico-ideologica della quale ha portato il segno anche lo storicismo
sub specie marxista. Si è forse toccato il culmine dell’espansione di
questo specifico ordine del sapere, ma la riduzione della storiografia a
propaganda ideologica ha suscitato revisioni che si sono trasformate in
rivolte e hanno generato la crisi profonda e forse insuperabile, alla
quale abbiamo assistito nel corso del XX secolo e della quale portiamo
ancor oggi i segni. E’ emerso infatti evidente il paradosso stesso del
termine storio-grafia. Esso intende conciliare l’inconciliabile: la realtà
(perché appunto tale si vuole la storia come realtà del passato) e il
discorso (la scrittura, che è una funzione immateriale del comunicare). Un
ossimoro sicuramente (De Certeau), ma anche un processo concettuale che
spinge il sapere storico verso la ideografia (Dilthey) e, in realtà,
l’ideologia. La crisi delle ideologie, smascherate come metaracconti
(Lyotard) e strutture mitiche dalla modernità (Horkheimer, Adorno,
Habermas) dovrebbe avere definitivamente archiviato questo modello di una
storia onnivora , ma anche dissimulatrice della realtà, ma ancor oggi la
deriva idealista, soprattutto nella sua versione “volgar-marxista”
(Popper), e l’uso ideologico-politico della storiografia sono vitali e
orientano l’impianto teorico di una pluralità di studi, ricerche, modelli
interpretativi. Nonché ovviamente di ritrite polemiche. Storia e
scienze umane. Il tentativo di superare la metafisica dell’idealismo non è
andato a buon fine e lo sforzo di “far rientrare la ribelle storiografia
nei quadri della scienza una volta riconosciuta la sua autonomia di fronte
alla scienze fisiche” (Dilthey) non ha lasciato tracce significative. Lo
storicismo ha intrapreso il cammino di una più sofistica definizione dello
statuto storiografico mediante una ricollocazione della storia nell’ambito
delle scienze sociali (il cui obbiettivo sarebbe quello di comprendere i
fatti sociali) in contrapposizione alla scienze della natura (alle quali
spetterebbe quello di spiegare le leggi naturali), non è andato a buon
fine e ha suscitato violente stroncature. Ma il tentativo di fondare il
sapere storico come scienza dello spirito del tutto autonoma e
autosufficiente rispetto a quelle della natura è stato un lungo travaglio
del quale oggi rimane ben poco. Riemerge però puntualmente a ogni
risveglio del dibattito sul senso e il significato della storia.
Scientificità del discorso storico. Sull’altro fronte, il positivismo
ottocentesco, perseguendo l’unità del sapere scientifico, aveva attribuito
alla storia il compito di determinare le leggi necessarie allo sviluppo
dell’umanità o della civiltà (storia universale) rubricandola come scienza
a tutti gli effetti in grado di scoprire funzioni esplicative degli eventi
storici. Un compito e un ruolo centrale allo sviluppo nell’edificio
complessivo del sapere enciclopedico che è venuto meno per effetto della
crisi della modernità nel corso del XX secolo. Il neopositivismo ha
ripreso, con maggiore prudenza, questo programma enciclopedico
trasferendolo però sul terreno delle scienze sociali, facendo cioè della
storiografia un procedimento esplicativo fondato sul ricorso a
generalizzazioni e quindi leggi costanti del comportamento umano. Ma il
confronto della teoria della storiografia “esplicativa” dei fatti storici
mediante le costruzioni di leggi generali (Hempel), con le neonate scienze
sociali è stato, diciamolo pure, impari e perdente nel corso della prima
metà del XX secolo; nella seconda metà, è il tema stesso della
scientificità della scienza che, come ho accennato in premessa, viene
messo in discussione dai nuovi orientamenti del pensiero scientifico e più
in generale dalle mutate condizioni di approccio alla conoscenza. Nel
corso del Novecento la storiografia, pur continuando ad affermare la sua
autonomia e la sua centralità in quanto “mercato comune delle scienze
umane”, è stata in realtà al trino dei nuovi saperi e delle metodologie
che essi hanno sviluppato. Metodologia e “teoria” delle fonti storiche.
Il tentativo ricorrente di fondare l’autonomia del sapere storico sulla
base di una rigorosa ed esclusiva metodologia, rappresenta per molti
aspetti l’ultimo baluardo degli storici a difesa di una grave crisi di
identità. L’uso corretto delle fonti e il rigore filologico che ne
accompagna l’interpretazione, appare oggi più un rito di passaggio alla
professionalità dello storico che non un carattere distintivo della
ricerca. In primo luogo perché la ricerca, essendo un fatto creativo
individuale, l’approccio metodologico si definisce in relazione alle
ipotesi di investigazione che vengono definite in corso d’opera (Popper).
In secondo luogo perché i nuovi media e i loro linguaggi hanno prodotto
una vera e propria esplosione del concetto stesso di fonte storica. Ciò
non di meno il richiamo alla teoria delle fonti scritte e al canone
interpretativo filologico costituiscono un rituale costante e un metro di
giudizio della produzione storiografica. Si potrebbe continuare, ma
questi, mi sembra, sono i temi più significativi e ricorrenti del
dibattito sulla teoria della storiografia. Il bilancio di questo
dibattito riapertosi negli anni sessanta/settanta del Novecento (Rossi,
Bianco) e ormai da tempo assopito, lascia dunque sostanzialmente irrisolti
il problema, aperto da secoli, sullo statuto del pensiero storico. In
realtà, alla luce di questo dibattito, occorre convenire che la storia non
è una scienza e la storiografia non offre una spiegazione razionale e
coerente degli eventi, non elabora leggi generali di spiegazione del corso
temporale delle vicende umane. La storia, nella sua comune accezione, è
in realtà costituita da quell’insieme degli eventi del passato che la
storiografia scopre, organizza e comunica: senza storiografia non
esisterebbe storia. Ne consegue che la storiografia è l’unica della storia
e che essa costruisce da se l’oggetto del suo studio: storia e
storiografia sono sinonimi. Ma la storiografia non è la realtà del
passato, è un processo comunicativo tra gli esseri umani che vivono nel
presente, un discorso, e il discorso storico esaurisce in se la storia.
Per quanto sofisticate le teorie della storiografia non risolvono questi
assunti evidenti. Che ne è allora di questo discorso praticato come un
ordine del sapere enciclopedico per così lungo tempo e che si vuole
autonomo, univoco e assoluto? Questo interrogativo ripropone la natura e
le dimensioni della crisi di cui ci stiamo occupando. Il complessivo
rimescolamento della gerarchia del sapere enciclopedico che caratterizza
il nostro tempo e l’emergere di nuovi intrecci e trame della conoscenza,
ha marginalizzato la centralità della storia rispetto alla cultura del
presente. Le nuove dimensioni antropologiche che si possono intravedere
oltre la crisi del soggetto (addirittura “morte” del soggetto. Lipovetsky,
Baumann) lasciano poco spazio alla fondazione storica dell’uomo moderno
che ha caratterizzato, nel corso dei secoli, lo sforzo e l’impegno della
storiografia. L’identità storica appare oggi fragile e, per certi aspetti,
di “retroguardia” rispetto alle forze di integrazione che agiscono a
livello planetario; e bisogna prendere atto che proprio l’unità della
futura Europa nasce contro la storia e la pluralità delle sue esperienze
in omaggio a un pensiero unico (quello della globalizzazione economica) il
quale prefigura un cittadino e un diritto di cittadinanza del tutto
sradicato rispetto alle direttive etico-politiche della Storia moderna.
Bisogna infine ammettere che, nell’attuale contesto del tempo e dello
spazio politico e sociale (geopolitico si usa dire), la storia e
l’insegnamento della storia, così come la costruzione e la manutenzione
della memoria storica, possono apparire di poca o nessuna attualità, prive
di valore pratico, ingombranti nell’analisi dei fenomeni del presente sui
quali agiscono più agevolmente sociologia, filosofia, semiologia
linguistica, antropologia, scienze cognitive e via così. E la scuola delle
Annales, il più significativo atto di vitalità del sapere storico del
secolo scorso, sembra oggi aver svolto azioni di rapina nei confronti
delle scienze sociali più che offerto un contributo alla elaborazione dei
modelli interpretativi del presente e del futuro. Marginale, appartata e
stanca, la storia può apparire persino un sapere inutile nel tempo
presente. Ma certo non è stato così in passato e forse neppure oggi è
così. Quel che infatti si evince da questa rapidissima, e quanto mai
lacunosa, sintesi di un’intera biblioteca ormai zeppa di ponderosi e
polverosi volumi, è il persistere della storia al di là della sua
instabilità, dell’incertezza del suo statuto epistemologico, della
contraddittorietà delle dottrine e delle teorie perennemente vive e in
conflitto ad ogni insorgere del dibattito sulla natura della storiografia.
Si direbbe anzi che proprio l’inafferrabilità del senso (o la continua
pluralità dei significati) che caratterizza quest’ordine del sapere, abbia
tenuto in vita, come un elisir, il discorso storico oltre ogni ragionevole
dubbio sulla sua funzione e sul suo fondamento. Come spiegare dunque
questa forza di attrazione, questa continua presenza e questo Convitato di
pietra nella cultura europea della modernità?
20. … e narrazione
In occasione
dell’ultimo ciclo del dibattito sulla teoria della storia, negli anni
sessanta/settanta del secolo scorso, si è proposto, con varia enfasi
polemica, un fermo richiamo sulla spiegazione narrativista della
storiografia da parte di alcuni autori (Veyne, Danto, With, De Certeau,
Foucault, Ricoeur). Su questo versante del dibattito la domanda alla quale
si tratta di rispondere è la seguente: “differisce la narrazione degli
eventi passati, che nella nostra cultura è stata, dal tempo dei Greci in
poi, generalmente sottoposta alla sanzione di “scienza” storica, legata al
criterio del “reale” e giustificata dai principi della spiegazione
“razionale”, differisce davvero questa forma di narrazione, in qualche
tratto specifico o in qualche carattere particolare, dalla narrazione
immaginaria che troviamo nell’epica, nel romanzo, nel dramma?” (Barthes).
Per tutti coloro che si pongono questo interrogativo, la scrittura
degli eventi storici si colloca in quell’universo comunicativo nel quale
la creatività e l’esperienza individuale prevalgono sulle preoccupazioni
scientifiche e metodologiche che hanno, da sempre, caratterizzato il
dibattito sul senso e il significato del sapere storico. Al di là e
oltre ogni legittima ipotesi di fondazione teorica, la storia, nella sua
forma più intima (nella sua struttura) altro non sarebbe, infatti, che una
particolare modalità narrativa, un genere specifico di racconto. Intreccio
narrativo fatto di documenti, monumenti, parole, suoni, immagini, segni,
la scrittura evocatrice degli eventi sarebbe un racconto che svela
l’ignoto di quella zona temporale (il passato) alla quale, senza
l’estensione del nostro presente, non potremmo mai approdare; un racconto
che parla a ciascuno di noi e suscita le nostre emozioni, le
cattura. Per il taglio di queste riflessioni e le anticipazioni già
fornite a più riprese nel testo, risultano evidenti le mie posizioni e
convinzioni: credo che una adeguata teoria della storia non possa
prescindere da questo modello interpretativo. Esso riporta al senso comune
e al comune buon senso. Alla luce del dibattito plurisecolare in merito
alle teorie storiografiche, un dibattito ricorrente e irrisolto nei suoi
temi centrali, mi sembra ragionevole prendere atto del fatto che “gli
eventi storici non esistono isolatamente, nel senso che il tessuto della
storia è ciò che noi chiameremmo intrigo, una mescolanza molto umana, e
assai poco scientifica, delle cause materiali, dei fini, della casualità;
in una parola un tranche de vie che lo storico taglia a suo piacimento e
nel quale i fatti hanno il loro collegamento oggettivo e la loro
importanza relativa” (Veyne). Un percorso di ricerca individuale e una
“attività intellettuale” dell’immaginazione di costruzione di significati
nel quale nulla è oggettivamente e “storicamente” fondato, se non l’evento
singolo che lo storico sceglie di raccontare e che, nel contesto narrativo
ed esplicativo, riflette più le emozioni dell’io narrante che non un
processo oggettivamente razionale. Al riguardo, mi pare, alcune
evidenze sono emerse nel corso di queste riflessioni, evidenze che, nel
loro insieme, fanno una massa critica difficile da censurare. La
storiografia ha per oggetto la costruzione di un “discorso” e quindi di un
insieme di proposizioni relative agli eventi. Questi eventi sono storici
solo perché datati cronologicamente, e la loro datazione (cioè il loro
inizio e la loro fine) è il risultato della libera scelta del ricercatore.
Per effetto della sua specifica datazione ogni evento è unico, esclusivo
ed è il prodotto di un programma di ricerca il cui obiettivo è comunicare
un significato e cioè convalidare l’ipotesi che il ricercatore ha
formulato sulla sequenza e coerenza del discorso. Ogni programma
costruttivo dell’evento convalida automaticamente l’ipotesi che lo ha
generato. La scelta dell’evento e la sua struttura esplicativa sono il
risultato delle circostanze del presente e dell’esigenza comunicativa del
soggetto. La storiografia è, al tempo stesso, un messaggio e un mezzo, un
particolare linguaggio e, per questo, una struttura narrativa: un
racconto. Principiare la storia della Rivoluzione francese nel 1787 o
nel 1789, o nel 1791, raccontarne il ciclo a partire dalla data di
apertura degli Stati generali o dalle giornate di ottobre, implica
automaticamente una trama narrativa dell’evento e un senso del tutto
diverso. Costruire il pensiero e la figura di Montesquieu a partire dalle
Lettere persiane, dallo Spirito delle leggi, dai Diari o dall’epistolario
comporta un giudizio sull’autore ed esiti della ricerca quanto mai
alternativi. Selezionare le fonti per la ricostruzione della II Crociata o
la conquista di Alessandro, crea itinerari di ricerca e prospettive
interpretative e narrative contrastanti. Scrivere la storia dell’economia
mediterranea nel XVI secolo ponendo l’accento sui commerci marittimi o sui
flussi migratori o sulle strutture demografiche, significa offrire scenari
politici e sociali tra loro alternativi. E così di seguito, le
esemplificazioni non finirebbero mai. Ogni evento, in quanto riflesso del
soggetto narrante, è una storia in se: un racconto dotato di piena
autonomia. E ancora la pluralità di questi racconti, degli approcci, delle
interpretazioni, che costituisce appunto l’inesauribile ricchezza e
flessibilità del discorso storico, non si annullano a vicenda, non si
selezionano, le une non cancellano le altre; vivono e sopravvivono
nell’archivio della storiografia riproponendosi sempre attuali al
ricercatore. Ciò che chiamiamo storia è in realtà un archivio complessivo
di racconti, un vocabolario di eventi, una inesauribile banca dati di
messaggi e in definitiva uno specifico linguaggio, un processo, un “agire”
comunicativo (Habermas).
21. Discorso storico ed epilogo della
modernità.
Bisogna ammettere che,
al di là delle possibili estremizzazioni, questa corrente narrativista fa
giustizia sommaria di tutto un insieme di ricerche del significato,
funzione, ragione del discorso storico: qui infatti la verità e la realtà
della storia (al singolare e cioè intesa come un ordine unitario e
monologico del sapere) risiede nella struttura stessa del discorso storico
e dei rapporti che esso intrattiene con le funzione del comunicare, della
memoria, dei rapporti tra cervello e mente, psicologia del profondo e
costruzione continua dei processi di apprendimento, identificazione,
immedesimazione, partecipazione propri dell’evento come racconto.
Concepita come discorso-narrazione la storia non richiede spiegazioni
provenienti dal di fuori del discorso stesso, perché la stessa successione
delle azioni che concorrono a costituire l’evento ne fornisce la
spiegazione (Gallie). Ogni narrazione infatti è esplicativa in modo
implicito in quanto offre una successione coerente e chiusa degli eventi
che li rende intelleggibili, ovvi e perfetti nel loro naturale ciclo
temporale dall’inizio alla fine. E la storiografia, proprio per questo, è
tempo e produzione del tempo nel senso più puro del termine (cioè storico)
perché le proposizioni narrative non descrivono mai uno stato di cose, ma
un mutamento dovuto allo sviluppo delle azioni umane (Danto). La teoria
narrativista della storiografia trova oggi ulteriore sostegno proprio in
relazione all’emergere degli eventi, alla loro moltiplicazione e libera
circolazione per effetto della rivoluzione digitale e di quel progressivo
ridursi della realtà a rappresentazione e a forma linguistica del
comunicare che caratterizza l’ “era dell’accesso” (Rifkin). Con gli
strumenti di cui disponiamo, a partire dal nostro presente, possiamo
definire la storia come una particolare esperienza comunicativa, un
linguaggio e una sintassi di eventi specifica al sistema culturale della
modernità: la civiltà europea nel corso dei secoli XVI-XX ha parlato con
la storiografia e della sua storia. E dobbiamo ora chiederci se questo
linguaggio e il suo vocabolario, se questa modalità del comunicare possano
ancora esprimere un significato, svolgere un ruolo comunicativo dominante
e condiviso. Entrati nel XXI secolo, dobbiamo infatti confrontarci con
un mutato clima antropologico e con una profonda revisione delle strutture
culturali della modernità: l’uomo, nelle sue molteplici varianti di
progetto storico, di uomo “economico”, “politico”, “cristiano”,
“socialista”, è profondamente mutato e sembra persino scomparso a fronte
di un inatteso “individualismo narcisista” (Lasch); la rivoluzione
biologica si è trasformata in una radicale revisione antropologica e anche
il tempo e lo spazio dell’uomo sono mutati per effetto della densità e
della velocità nelle comunicazioni e dei nuovi strumenti mediatici. Il
racconto che l’uomo del presente può fare della sua storia è affatto
diverso da quello che ha caratterizzato il recente e remoto passato della
società europea. A fronte dei successi dei nuovi saperi e dei risultati,
in termini di approccio alla conoscenza, ai quali conduce la
collaborazione tra scienze umane e scienze della natura, dobbiamo
ammettere che “il metodo storico non ha fatto alcun progresso dai tempi di
Erodoto e Tucidide” (Veyne) e prendere in seria considerazione
l’affermazione in base alla quale “la storia nel senso in cui la maggior
parte della gente ne parla, semplicemente non esiste” (Popper). Che l’uso
e l’abuso dell’aggettivo “storico” per designare eventi e documenti del
presente e del recente passato non solo svalutano ogni contenuto della
storiografia, ma ingenerano un sospetto in merito alle “false evidenze del
discorso storico” (Chesneaux). Che infine sotto l’assalto congiunto dello
strutturalismo, della semiotica e della psicanalisi da un lato, delle
neuroscienze e delle discipline cognitive dall’altro, questo glorioso
utensile della modernità e questo linguaggio comune dei moderni necessita
forse di una nuova sintassi, di un nuovo vocabolario di eventi e di nuove
metodologie e tecniche investigative e narrative per riconquistare il suo
senso e la sua funzione di tessuto connettivo culturale delle esperienze
umane. Oggi sappiamo, infine, che la dimensione umana va oltre i confini
del tempo storico, si spiega in una rete ben più complessa di quella
cronologica, e che quindi la Storia, come pensiero unico e sovrano, non è
una rappresentazione fedele della realtà, non spiega il corso coerente del
tempo umano e non offre garanzie in merito alle sue vere origini né
prospettive circa il suo progressivo destino di emancipazione. E
questo anche per una evidente buona ragione, un evento certo,
incontrovertibile che dà scacco al sapere storico della modernità, che già
ho richiamato nel corso di queste riflessioni e incombe sulla crisi di
identità dello storico. Perché, parafrasando Primo Levi, se vi è stata
Auschwitz,non può esservi storia; se vi sono stati i campi di Verdun,
Guernica, le fosse di Katim, Dakau, le foibe, se vi sono le fosse comuni
in Kossovo, Cecenia e in metà del mondo, non può esservi un discorso
unitario delle vicende umane. Posso anche farla meno retorica, ma non meno
drammatica: si vi sono Nestlé, McDonald, Monsanto, se la criminalità
organizzata controlla il nuovo mercato degli schiavi, se vi è un fiorente
commercio di organi umani e il rischio incombente del terrorismo biologico
e così di seguito, non può esserci un processo di innalzamento della
storia, un corso lineare del tempo storico capace di superare sempre se
stesso e certificare il destino di affermazione dell’uomo. Se la storia di
questo secolo, già tutta scritta all’atto del suo apparire, è la lotta tra
le forze del bene e quelle del male e se la produzione e comunicazione
degli eventi deve guidare a un corso storico di conflitto globale e
planetario, allora la celebrazione della dignità dell’uomo, competenza
esclusiva della storia moderna, appare più un dovere morale e una
obbligazione professionale, che non l’affermazione di una verità
certificata da un metodo scientifico o da narrazioni esplicative o dalla
sistematica costruzioni di leggi generali a partire dall’analisi degli
specifici eventi. Né vale, allo scopo di spiegare la conturbante
vicenda umana del XX secolo, richiamare in vita il paradigma esplicativo
(in realtà una censura) del costante e misterioso alternarsi nel corso
delle vicende umane di civiltà e barbarie (in che risiederebbe allora la
fondazione stessa della modernità?), o l’idea di un corso declinante del
tempo storico (che ne sarebbe allora della linearità del tempo?) o il
ricorso a concetti alchemici come quelli di derapage/discontinuità che
aprono il corso del tempo a percorsi labirintici incompatibili con
l’unitarietà del sapere storico (dove sarebbe allora il principio di
concatenazione causale che ordina gli eventi e consente la loro
comprensione/interpretazione?). Del resto proprio contro questi codici
interpretativi ereditati da un tempo prestorico, si è costituita la
moderna storiografia e la cultura della modernità li ha respinti come
metastorici, ingannevoli, illusori e frutto delle emozioni irrazionali
giunte dalla profondità di tempi oscuri e, appunto, premoderni. Dopo il
1989 appare anche risibile ricercare una coerenza degli eventi facendo
appello al confronto storico tra capitalismo e socialismo per la
definitiva, irreversibile emancipazione dell’uomo moderno. Di fronte
all’avvio di un’era planetaria di conflitti tra aree geopolitiche
concorrenti o tra modelli di civiltà alternativi, lo storico rimane
perplesso, la storiografia perde la sua funzione di linguaggio
universalmente praticato e condiviso. Quello a cui oggi si assiste è
una frattura del ponte tra passato e futuro, costruito a partire dal
presente capaci di offrire coerenza agli eventi e una trama di senso al
discorso storico; a fronte degli epigoni della modernità, passato e futuro
appaiono dimensioni tra le quali si va interrompendo il flusso dilagante
delle comunicazioni istantanee a tal punto che l’estensione temporale
assicurata dalla storiografia (la “sovranità” del tempo storico,
Romitelli) ha cessato di esercitare quel ruolo magnetico e totalizzante in
grado di governare e fissare il moto degli eventi. Quel che si percepisce
è che, in realtà, il processo storico nella sua densità e coerenza non
spiega razionalmente nulla e il tempo su cui esso si fonda (antropomorfo
come è) si configura come un insieme disordinato di eventi, e gli eventi
come il prodotto casuale di innumerevoli narrazioni multiuso delle quali
gli storici, orfani di ogni presunzione di essere scienziati, non hanno
più né l’esclusiva, né il controllo. Giunto a questo capolinea, il
sapere storico e la tecnica storiografica, appaiono fragili per effetto
della loro caratteristica monologica, autoreferente, gerarchica, suscitano
addirittura sospetto nell’ambito della vita culturale e dei nuovi saperi
e, per sfuggire alla emarginazione, devono ricollocarsi oltre i confini
della modernità e della Storia. Si tratta allora innanzitutto di cogliere
quello che, a mio parere (e non ovviamente solo mio), è il significato e
il fine di questo ordine del sapere che non è scienza e non costruisce
leggi generali, non è spiegazione razionale degli eventi nella loro
instabile successione, neppure è una spiegazione della temporalità e tanto
meno suo controllo o dominio. A fronte di questi problemi e delle
revisioni che essi impongono, la storia, intesa come narrazione e dunque
come una tecnica comunicativa a forte valore sociale, può apparire
seducente e segnare una strada di approfondimento. Certo, l’idea di
una storia-racconto assimilabile a un genere letterario (With) o a un
libero esercizio della capacità creativa e immaginativa dello storico
(Veyne, Stone, De Certeau) o addirittura a una produzione artistica
(Burkard, Huitzinga), non convince nella sua estremizzazione e impoverisce
i contenuti e la funzione della storiografia sia polverizzandola in una
miriade di contenuti narrativi casuali, sia degradandola ad una elementare
tecnica di comunicazione dall’oggetto incerto. Altre strade però si
possono percorrere per cogliere la specificità del racconto storico
rispetto alle tipologie codificate dei generi
artistico-letterari.
21. Mitografia e storiografia.
Non esiste
storiografia senza storia e non esiste storia senza storiografia. E non è
un gioco di parole: i due termini sono sinonimi. Nell’ordine di tutti i
saperi quello storico è infatti, come si è visto, il solo che costruisce
da sé l’oggetto dei suoi studi. La storiografia “produce” storia. E’
questo il problema e il paradosso della storia. Ben diversamente dalle
discipline scientifiche, la storiografia si occupa di quel mondo che non
c’è che è il tempo passato. Ben diversamente dalle altre discipline
umanistiche, che lavorano sui prodotti vivi e spontanei della cultura
umana (lingua, arte, letteratura, sistemi di pensiero codificati nei
testi, comportamenti sociali, ecc.), la storiografia è chiamata a
materializzare quel regno dell’invisibile che non esiste più e che, senza
lo storico, non esisterebbe e non sarebbe mai esistito per l’esperienza
umana. La storia non è un prodotto spontaneo della cultura, è un
sofisticato processo di costruzione di eventi che, per effetto di un
artificiale metodo di datazione, si iscrivono in una dimensione virtuale:
e cioè il passato remoto, un tempo che ha perso ogni contatto con noi e
del quale, senza lo storico, avremmo perso memoria. Nulla di più
sofisticato, artificiale e artificioso. La storia e la storiografia
scelgono il loro oggetto, lo costruiscono dilatando il campo della
temporalità oltre i confini percepibili dall’esperienza e, per questo,
avere “senso storico” significa pensare espressamente a un orizzonte
temporale che è coestensivo alla vita che viviamo e che abbiamo vissuto
(Gadamer). La datazione degli eventi che materializzano il tempo storico
si fonda sulla certezza di un inizio (e di una fine) dell’oggetto
dell’indagine. Qualsiasi ricerca storica determina da se il punto di
partenza, l’origine e la misura temporale dell’evento indagato (il che
equivale a dire che lo crea); ogni evento è esclusivo in sé e riflette il
soggetto che lo racconta. La storia, si è detto, è un particolare
linguaggio per comunicare l’esperienza del conoscere. Resta ora da
chiedersi che genere di pensiero, quale tipologia di approccio alla
conoscenza regge il racconto storico e ne determina lo specifico
linguaggio. Sulla scorta di queste riflessioni e in relazione al percorso
del sapere storico nella moderna civiltà europea, mi sembra possibile
avanzare l’ipotesi che la storiografia sia una particolare forma o
manifestazione di pensiero mitico e la storia una mitografia della
modernità. Intendiamoci bene e facciamo, se necessario, chiarezza. La
storiografia moderna ha creato tra se e il mito un fossato invalicabile.
Per quanto assai tardiva sia stata nella cultura europea la morte degli
antichi déi, rinati nei secoli XIV-XV, venerati nel Rinascimento, e
celebrati nel Secolo classico, poi definitivamente sepolti nel XVIII
secolo con il trionfo dei moderni sugli antichi, il pensiero e il sapere
mitologico è stato confinato dagli storici in una zona estranea
all’esperienza del reale. Al pari delle manifestazioni dell’immaginario
popolare e delle spontanee produzioni della cultura non ufficiale e
codificata, la mitologia antica è stata, a partire dal XVII secolo, vista
come una preistoria ingannevole della storiografia, un insieme di
“pregiudizi del passato”, di superstizioni antecedenti al processo di
incivilimento e di quel cammino di innalzamento del tempo che proprio la
storiografia ha costruito evento su evento. Agli storici dei secoli XVIII
e XIX e forse fino a un tempo non molto lontano da noi, il mito è parso un
prodotto del pensiero selvaggio, primitivo e prelogico, insomma una
affabulazione al di sotto della soglia del pensiero umano (intendi:
moderno, razionale, scientifico) e alternativo a un pensiero storico
positivo, razionale e scientificamente fondato. E in questo senso, per
effetto del giudizio storico, le parole “mito”, “mitologia”, come
l’aggettivo “mitico” sono entrate nel linguaggio comune e nel comune
sentire. Sulla scorta degli studi filologici e di filosofia della
cultura, della linguistica, dell’antropologia, dell’etnografia e dei
rinnovati studi inter e multidisciplinari della civiltà classica, queste
semplificazioni oggi non reggono più. Oggi sappiamo che il pensiero mitico
è parte costitutiva di ogni sistema culturale; che i miti e l’ordine
mitologico, lungi dall’essere reperti fossili databili “storicamente”, ma
essenzialmente prestorici, svolgono (al pari delle credenze religiose) un
ruolo permanente, attivo ed essenziale nella fondazione di ogni sistema di
comunicazione umana, alimentano i sistemi culturali e, per certi aspetti,
li tengono in vita ben oltre i confini temporali che le circostanze
storiche loro assegnano (Kereny Cassirer, Frazer, Dumezil, Benveniste,
Eliade, Derrida, Vernant, Campbell, Girard tra quelli a me più familiari).
Sappiamo che mythos (letteralmente: “azione del raccontare”) non precede
ma coesiste con logos (arte del pensare-ragionare) perché il racconto e la
narrazione fissano la misura del tempo nel suo stesso apparire (in certo
senso lo creano) e spiegano le azioni umane nella loro concreta esistenza
e cioè dal principio alla fine. Sappiamo che, al pari della storiografia,
anche il racconto mitico si sviluppa a partire da eventi e questi si
ricostruiscono in relazione a segni, piste, tracce e monumenti derivanti
dall’osservazione degli oggetti e degli eventi naturali (le anomalie del
paesaggio, il linguaggio delle pietre, il mistero delle grotte, dei suoni
e dei colori della natura animata e inanimata) che sono vere fonti per la
costruzione del pensiero mitico. Sappiamo soprattutto che, al pari
dell’immaginazione, il pensiero mitico è una specifica modalità della
conoscenza. Nella cultura classica, sulla quale la modernità ha
costruito le sue fondamenta, come del resto in tutte le culture umane, il
mito è per definizione il “racconto delle origini”, un racconto di forze
primordiali e del loro complesso intreccio che, continuamente ripetuto in
infinite varianti formali, spiega l’ordine del tempo e dello spazio,
l’equilibrio cosmico e le ragioni di gruppi, comunità, organizzazioni
sociali assicurando l’identità dei membri che ne fanno parte. Per questo,
e non per altro, il pensiero classico, consapevole della centralità del
racconto mitico e dell’importanza fondante della mitografia, aveva
adottato il termine “ricerca” e “indagine” (historien) per distinguere
l’arte della raccolta e dell’esposizione dei fatti umani rispetto a quella
del racconto rivelatore del mistero delle origini; e per questo la storia
era stata immedesimata con Clio, musa ispiratrice dei racconti relativi
alle azioni memorabili di individui, stirpi e popoli. Alla luce delle
ritrovate funzioni del pensiero mitico, una contrapposizione tra pensiero
mitico e moderna storiografia e quindi tra mito e storia non ha ragione di
essere: il mito fonda da sé il suo sapere e le regole che lo governano,
non ha tempo e non ha storia per la semplice ragione che il mito esso
stesso è il tempo ed è la storia nella sua forma più pura e cioè quella
della creazione spontanea e, al tempo stesso necessaria, del racconto di
ciò che non può essere indagato. Nessun sistema culturale può infatti
consapevolmente indagare sul perché, sul come e sul quando delle origini e
neppure rinunciare alle origini stesse che sono il fondamento della
coscienza di esistere; ogni cultura e ogni individuo (inteso come
espressione di un modello di cultura e come quella rete sistemica che
abbiamo definito evento) può semplicemente narrare le sue origini perché
il racconto, ordinando gli eventi in una trama di senso, le certifica, le
materializza e le rende vere. Questo è il senso e il significato e la
funzione del mito alla luce dei più recenti studi ed e in questo senso che
qui va accolto e usato. Che cosa è allora la storiografia europea dei
secoli XVII-XX se non una narrazione infinitamente ripetuta delle origini
e delle ragioni della modernità, dei suoi illimitati successi e delle
crisi che giustificano i successi? Che cosa, se non una continuata
celebrazione della centralità dell’uomo, della sua superiore dignità,
della faticosa, drammatica emergenza del soggetto fino alla sua critica
emancipazione-polverizzazione individuale? Che altro è la ricerca storica
se non una indagine sugli eventi e la loro necessaria concatenazione
causale (genealogica) verso un passato sempre più remoto che principia da
un presente in costante espansione temporale e che pertanto abbisogna di
continue ripetizioni, manutenzioni, interpretazioni, nonché di vere e
proprie creazioni? In questo senso la storiografia è una manifestazione
originale ed esclusiva del pensiero mitico: un racconto delle origini nel
quale l’uomo non è un oggetto della creazione, ma il soggetto di continui
processi creativi del tempo e del suo stesso tempo. Così nei secoli
XVI-XX, in Europa occidentale, la storia e la storiografia svolgono
l’essenziale funzione di fondazione permanente del sistema culturale della
modernità mediante la continua affermazione dell’uomo (europeo e
occidentale), del suo destino e del potere esclusivo di generare il suo
futuro per effetto del racconto delle sue “vere” origini. La storia
diviene allora un mito in costante azione, la storiografia diviene
mitografia dell’uomo moderno condannato dal suo stesso racconto a superare
se stesso, come un Sisifo che non conosce sconfitte e un Prometeo senza
censure. Un pensiero mitico e un mito delle origini, apparentemente
razionale, magari anche “scientifico”, ma che in realtà è una
manifestazione di volontà di potenza e di illimitata affermazione della
pulsione di vita, a fronte dello “spossessamento originario” realizzato
dal monoteismo (Gauchet). Ciò spiega il ruolo centrale e strategico del
sapere storico nel pensiero occidentale e, da questo punto di vista
interpretativo, storia, storiografia, modernità si intrecciano e divengono
una unica struttura concettuale.
20. Storia, politica,
potere.
Questo paradigma
interpretativo del ruolo e della funzione della storiografia (e quindi
della struttura del sapere storico) intesa come mitografia della
modernità, consente di chiarire un problema divenuto ormai centrale alla
teoria della storiografia e, a mio avviso, più declamato che indagato e
affrontato con il dovuto rigore: quello dei rapporti tra storia, politica,
potere. Il mito delle origini, infatti, è un mito di potere, così come
la mitologia è una storia del potere nella sua forma più pura. Essa spiega
quella scintilla e quel big bang cosmico dal quale tutto ha preso vita;
fissa l’ordine del tempo e degli eventi a venire, le leggi che li
determinano, le ragioni della convivenza, la gerarchia dei poteri che ne
assicurano il funzionamento. La storiografia dei secoli XVII-XX non spiega
però l’ordine cosmico, le forze contrastanti della natura e le leggi del
loro equilibrio, né svela l’energia complessiva della sfera del bios.
Racconta invece, in una feconda quantità di varianti interpretative, il
distanziamento dell’uomo dalla natura, la sua esclusiva vicenda, il suo
tempo e quel processo di dominio che è la conoscenza delle leggi della
natura stessa. Al pari di ogni mitologia, racconta degli dei, dei semidei
e degli eroi, tutti mortali, che hanno generato l’ordine del tempo e
costruito le leggi dell’organizzazione politica e sociale, racconta dei
loro conflitti, della pace e della guerra, della continuità e
discontinuità del cammino umano. E ciò spiega non solo il privilegiato
ordine enciclopedico della storia e il privilegio della professione dello
storico nella cultura della modernità, ma anche la sua funzione politica.
La progressiva colonizzazione del tempo, la complessiva umanizzazione
(quindi storicizzazione) del reale, non costituiscono solo una continua
rifondazione e giustificazione della modernità; questo originale e
permanente racconto delle origini che si sviluppa in un continuo
succedersi di eventi storici, fa del soggetto il centro del potere, fonda
l’homo politicus e lo tiene in vita. La storia, in quanto racconto delle
origini sempre rigenerato nel tempo, è dunque pubblica per definizione e
il suo uso privato non esiste perché ogni racconto mitico ha valore solo
nell’atto della sua comunicazione e del processo di
percezione-partecipazione-immedesimazione che essa comporta. Storia,
potere e politica costituiscono, anche qui, un intreccio e una unica
sequenza. Il che è tutt’altra cosa rispetto alle semplicistiche e
depistanti diatribe circa i rapporti tra storia e potere politico
positivo, asservimento della storia al potere o storia come antidoto al
potere e possibile contropotere; dibattiti e diatribe che hanno fatto e
fanno versare fiumi di parole. La storia e la storiografia vera (in quanto
libera, indipendente e generalmente non professionale) non sono mai state
asservite a questo o a quel potere, per la ovvia ragione che, celebrando
il mito della dignità dell’uomo e della sua vocazione al dominio
dell’ambiente (naturale e sociale), hanno materializzato il potere e lo
hanno fondato. Semmai, da sempre, il sapere storico è stato una
precondizione della politica e dell’agire politico: il pensiero e il
linguaggio politico si sono serviti della storia, non il contrario.
L’antropologia della modernità è un’antropologia politica e si è
costituita in forza del pensiero storico; e proprio in virtù del paradigma
interpretativo di una storiografia-mitografia si può affermare che l’uomo
moderno è, in quanto politico, un progetto storico e un prodotto della
storiografia, il che va ben oltre l’analisi di antropologia politica
offerta dai teorici della scienza politica e delle discipline
politologiche quantitative. In assenza di una riflessione sul senso e il
ruolo del sapere storico, le interpretazioni scientiste e positive del
potere, infatti, spiegano poco dell’emergenza del potere nella modernità e
delle sue radici profonde: in quanto mitografia della modernità, la storia
è stata un “un sentire comune e universalmente condiviso” (Hegel), una
fede nel potere dell’uomo, nei suoi illimitati confini temporali, nel
naturale dominio della conoscenza quale strumento vero e autentico del
potere. Che poi oggi questo modello antropologico costruito dalla
storiografia della modernità, a fronte dell’esperienza della
mondializzazione della cultura e degli epigoni della modernità, non appaia
più né nitido, né esclusivo o adeguato al mondo che lo circonda, è appunto
la riflessione dalla quale eravamo partiti in premessa e che ci riconduce
alla (e spiega la) crisi del sapere storico e la crisi di identità degli
storici. In un mondo che si è lasciato alle spalle la modernità, la
funzione mitografica della storiografia non appare più adeguata alle sfide
del presente e alla costruzione del futuro. Probabilmente si è spezzata
l’estensione temporale passato-presente-futuro elaborata dalla
storiografia e la storia appare vecchia, gli eventi che la compongono
residuali, non più fondanti e comunicabili, concorrenziati come sono dalle
galassie mediatiche degli eventi istantanei del nostro tempo. A tutti
coloro che, per effetto delle nuove tecnologie digitali, vivono la
assoluta contemporaneità degli eventi, e sono ormai la quasi totalità dei
viventi, la storiografia-mitografia della modernità può infatti sembrare,
al pari di quella di molte altre mitologie scomparse dagli orizzonti della
memoria, un utensile inadatto a fondare identità e conoscenza di sé, così
come il mestiere dello storico può apparire un cammino di retroguardia. La
storia ha perso potere e non genera più potere e l’uso della storia da
parte degli operatori politici, se ancora vi è, non è un uso pubblico
della storia, ma un insieme di metafore astruse e di aggettivazioni
improprie (tutti documenti, tutte le azioni del ceto politico si pregiano
di essere “storiche”), una procedura inflattiva di reminiscenze
scolastiche (le peggiori) e di proverbiali luoghi comuni. La critica alla
modernità è anche crisi del diritto di cittadinanza dell’uomo nel tempo e
segna un inabissamento della cultura politica. Il tentativo, da parte
degli storici professionisti, di contrastare questa deriva pare perlomeno
arduo. Ma l’assunto della storiografia come mitografia della modernità
consente anche una revisione e un chiarimento in merito ai tradizionali
settori o assi temporali nei quali la cronologia della modernità ha
organizzato la linea del tempo e che la professionalizzazione accademica
dello storico ha irrigidito sino alla frantumazione di innumerevoli
specializzazioni disciplinari: storia antica, moderna e contemporanea. Il
problema non è secondario perché la centralità del sapere storico e la sua
espansione onnivora, la sua funzione classificatoria, gerarchica e di
coordinamento di tutto il sapere ha ormai finito per conseguire una sorta
di implosione distanziando gli storici non solo rispetto al complessivo
delle altre discipline e dei nuovi saperi, ma anche all’interno stesso del
sapere storico con l’effetto di rendere meno praticabili i nuovi approcci
alla conoscenza e di rinnovare le procedure di comunicazione del racconto
storico. Qui, in particolare, l’interrogazione verte sul tema se sia
possibile, dato l’assunto storia uguale pensiero mitico della modernità,
un storiografia non moderna, se prima o dopo il modello culturale posto in
essere dalla civiltà europea sia stato o sia possibile fare
storia.
21. Storia antica e moderna.
Esiste una storia (e
conseguentemente una storiografia) che possa non dirsi moderna?
Ovviamente, la mia risposta è no. E’ il sapere storico dei secoli XVII-XX
che ha organizzato la cronologia universale e fissato i termini, le
caratteristiche e i confini delle ere storiche (e delle aree geografiche)
della civiltà. Sotto il profilo storiografico sono i moderni che hanno
inventato gli antichi e la loro storia, ed è del tutto evidente che gli
antichi non hanno compiuto la loro esperienza umana e scritto le loro
storie in funzione dei moderni. E’ vero che Tucidide (Polibio,
Sallustio, Plinio, Tacito e tutti coloro che ne hanno seguito la lezione)
scrivendo la sua opera intendeva comunicare eventi perché fossero “una
acquisizione perpetua”, ma è altrettanto vero che Tucidide aveva una
percezione del tempo ben diversa da quella lineare e progressiva (cioè
innalzamento) inaugurata dalla storiografia che fa la nostra sensibilità
di “moderni”. L’ “acquisizione perpetua” non riguardava noi, anzi è
proprio la consapevolezza classica di un tempo caduco, incerto, debole,
ricorrente perché soggetto all’alea del fato e dell’oblio a spingere
l’autore de La guerra del Peloponneso a far opera di cronista attento e
puntiglioso. Inoltre, al di là delle formule interpretative che lo hanno
fatto apparire “moderno” (applicazione critica del principio di causalità,
raccolta diretta e personale delle fonti) la sua narrazione (assai più
citata che letta) non comporta la ricerca storica come noi oggi la
intendiamo. Come la maggior parte degli “storici” classici, Tucidide,
militare e politico, scrive di fatti che gli sono contemporanei, dei quali
è stato diretto attore e testimone: scrivendo sapeva di rivolgersi a un
pubblico di poche centinaia di lettori come lui del tutto coinvolti con le
specifiche ed esclusive vicende di un gruppo etnico senza alcuna pretesa
di appartenere e rappresentare l’umanità tutta intera ò certificare
l’universalità dell’evento. Vista alla luce del nostro osservatorio del
XXI secolo e alla luce delle più recenti acquisizioni sulla cultura
classica, l’ipotesi di una paternità tucididea della moderna storiografia
(leggi anche scienza storica) più che una semplificazione di maniera mi
pare illegittima. Anche questa ricerca delle origini da parte della
storiografia moderna, in realtà, ha un tratto mitologico. E lo stesso
può dirsi di Erodoto, padre riconosciuto della storia. Anche il
viaggiatore di Alicarnasso scriveva di eventi che gli erano noti e
contemporanei e dei quali era stato diretto osservatore; anche lui, da
buon narratore, raccoglieva testimonianze dirette, orali e documentarie:
indagava i monumenti non per ricostruire il passato, ma per certificare il
presente, per informare. Il titolo originale della sua opera, del resto,
restituisce intatto il senso del suo impegno: le Storie sono in realtà
“l’esperienza di ciò che ho imparato” ed è per questo che le traduzioni
più attente titolano l’opera erodotea La ricerca. Qui storia (historien) è
inteso nel significato letterale del termine come usa nella lingua greca
classica: indagare, ricercare, fare esperienza. Più che l’ordine del
sapere storico, Erodoto inaugura il metodo dell’osservazione diretta nelle
scienze umane e quel particolare modo di comunicare e informare che
caratterizzerà tutta la tecnica narrativa classica: la periegesi e cioè
“condurre intorno spiegando”. Scritta per essere letta in pubblico come
canovaccio di racconti, esperienze dirette e raccolta di testimonianze, La
ricerca (anch’essa ormai più citata che nota) si rivolge a un pubblico ben
definito: i cittadini delle polis ioniche, piccole comunità urbane
radicate nel mondo rurale circostante. Ma, come Tucidide, Erodoto parla,
scrive, ricerca e argomenta di fatti del suo tempo della sua
contemporaneità (le guerre persiane, il conflitto geopolitco tra oriente e
occidente) e la sua è un’esperienza di vita, una testimonianza di impegno
umano e letterario più che una ricostruzione del passato. E di questa
ricostruzione, del resto, gli storici e il mondo greco non avevano bisogno
perché non vi era ragione alcuna, da parte loro, di avviare una ricerca
delle origini. Queste erano svelate dai miti, dalle teogonie, dalle
teogamie e insomma dalla genealogia cosmica, completa, esaustiva e, nelle
sue mille varianti locali, universalmente condivisa. Lo stesso si può
dire per la letteratura storica latina i cui autori, nella quasi totalità,
raccontano di fatti a loro contemporanei incuranti di ricerche
storico-interpretative del passato perché, anche qui, anche nella cultura
del mondo romano, le origini erano certe e universalmente condivise: esse
risalivano al mito della fondazione di Roma che risolve con piena
razionalità e coerenza il problema della datazione ab urbe condita. Anche
la percezione della temporalità degli storici latini, così come quella dei
greci è del tutto dissimile rispetto a quella dei moderni e decisamente
asimmetrica: mentre il principio di causalità trova nel pensiero greco un
limite invalicabile nella imprevedibilità della fortuna e nell’impari
confronto tra virtù umana e destino cosmico, nel mondo romano il ritmo del
tempo è segnato dal destino che la Repubblica reca in se perché la deriva
temporale corre verso una corruzione dei tempi e dei costumi che segna
l’inevitabile declino-distanziamento delle istituzioni e delle virtù
civiche dei majores il cui esempio viene infinitamente proposto e ripetuto
fino alla fondazione di una mitologia (propaganda) politica
dell’imperialismo romano. Così anche per gli storici latini si può
agevolmente affermare quanto si è detto per quelli greci: che l’attenzione
al succedersi degli eventi e la loro narrazione altro non fu se non
l’autobiografia della loro stessa generazione ovvero non fu che il
racconto della contemporaneità (Collingwood) e, più che narrazione di
fatti controllati, fu sfogo di pensieri tormentosi, di problemi non
risolti, di ansie o compiacimenti in merito ai conflitti intestini di una
intera classe politica nel suo dibattito con il presente. “Solo un
politico” scriveva Polibio “si vale della storia ed è in grado di scrivere
storia; non perché in possesso di documenti segreti, ma perché
l’esperienza vissuta lo rende atto a comprendere le leve profonde degli
eventi, i moventi delle azioni”. Polibio, orfano della patria greca e
delle sue radici, avrebbe raccontato l’espansione dell’impero mondiale
Roma che segnò la sua generazione; Sallustio la disgregazione della
Repubblica sulla quale poteva investigare per via di interrogazioni
dirette; Tacito l’affermarsi del dispotismo assolutista che direttamente
coinvolgeva le azioni, le emozioni e i giudizi dei suoi
interlocutori. Greci e latini, che parlassero delle vicende umane e di
quelle della natura, non si sarebbero mai comunque posti in competizione
con il pensiero mitico del quale condividevano le strutture profonde,
accettavano le rivelazioni e praticavano le liturgie. In realtà il
mondo antico, non solo aveva una diversa sensibilità della temporalità
rispetto ai moderni, ma, osservato dal nostro punto di vista, non aveva
senso storico o passione per la storia (non aveva una fede storica). Nella
cultura classica, a fronte dell’indubbio privilegio accordato alla
filosofia, la narrazione storica veniva ricondotta all’arte di comunicare
gli eventi umani. Né Platone, né Aristotele sono disposti a dare
legittimità di sapere alla storia. Nel mondo latino l’assunto ciceroniano
che fa della storia la “magistra vitae” si spiega con la riduzione
dell’arte storiografica alla retorica. E più in generale va ricordato che
il mondo antico non aveva passione antiquaria e ha sempre cancellato con
cura le tracce del suo passato. Dalla Mesopotamia, all’Egitto al mondo
greco ed ellenistico fino a Roma, il potere ha sempre rigenerato il tempo
collegandosi in via diretta con le origini e per questo la città antica è
un luogo sacro, celebrativo dell’istantaneità tra il potere e le origini
che lo legittimano. Il che, a mio parere, non significa che gli antichi
per primi hanno intuito la connessione diretta tra discorso storico e
discorso politico (Finley), è vero semmai il contrario: e cioè che la
sfera del politico e della socialità assumono forme rituali di tipo
liturgico e sacrale. Il potere nel mondo antico non si fonda sulla storia
e l’uomo classico non è un prodotto della storia, ma delle leggi della
natura offerte dal pensiero mitico. E dunque a me non sembra possibile
riconoscere negli autori classici un precedente della storiografia come
noi la intendiamo e pratichiamo, né tanto meno intravedere nel mondo
classico una “storia” precedente a quella moderna perché l’essenziale
differenza tra tempo storico e contemporaneità risiede proprio nel fatto
che il “tempo storico” comporta ed è indisgiungibile dalla ricerca e
fondazione delle origini, mentre la contemporaneità esclude questa
ricerca. In quanto coesiste con gli eventi che deve narrare, ne porta
esperienza diretta, li percepisce come attuali e vi partecipa senza
mediazioni, automaticamente condivide le rivelazioni del pensiero mitico
sulle origini, la struttura e la funzione della temporalità. L’idea di
una storia “antica”, e la percezione di una dimensione del tempo che
precede il presente e gli conferisca il carattere specifico della novità
(rispetto al passato) è, insomma, un’invenzione della modernità
perennemente alla ricerca della sue irraggiungibili origini e di un mito
fondatore. Anche qui è un gioco di specchi sul filo della temporalità
perché non esiste altra storia se non quella dell’uomo moderno che celebra
le sue origini e consente alla storiografia di costruire da se l’oggetto
del suo studio. E la “storia contemporanea”?
22. Storia moderna e
contemporaneità.
A tutta prima si
tratta di un ossimoro che solo gli storici, blindati e trincerati nelle
loro guerre di confine, non riescono nemmeno a cogliere: dove vi è storia,
infatti, non vi è contemporaneità e dove vi è contemporaneità non può
esservi storia. Da un certo punto in poi del XX secolo (dai suoi esordi,
direi) la storiografia ha deciso comunque una sorta di divorzio tra
passato storico e presente; si direbbe che la modernità si è posta da se
dei limiti e abbia fissato il finis historiae. Mentre la “storia antica” e
la storiografia classica nascono, si è visto, come una preistoria della
modernità e ne fissano le origini, la “storia contemporanea” nasce per
differenza e, se non in polemica, certo su un territorio temporale
ultramoderno o postmoderno: il tempo “storico” presente. Nel quadro
generale della cultura accademica europea, contrariamente al panorama
nazionale, la storia moderna è stata riluttante a questa sorta di
autolimitazione: là dove se ne parla, si parla in genere di “storia
dell’età contemporanea”. Non mi è del tutto chiara la mappa e la genesi
nazionale della Storia contemporanea come disciplina accademica e forse
uno studio per matrici sociometriche e relazionali dei docenti e delle
“scuole” offrirebbe materia di dibattito oltre le abituali procedure
celebrative. Per quel che ne so, la prima cattedra della disciplina è
stata istituita sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso e
affidata a un brillante giornalista e polemista (Giovanni Spadolini);
negli stessi anni la monumentale Storia del pensiero politico e sociale
affidava ad un altro giornalista di grido la trattazione della storia
dell’età contemporanea. La disciplina è ormai dilagata, ha messo radici,
conquistato territori di ricerca e impegnato un confronto con le scienze
sociali. Attrae e fa tendenza. Problemi di bottega, di politica e di
sopravvivenza accademica che con la teoria della storiografia, l’analisi
della struttura del sapere storico, del ruolo degli storici e della crisi
di cui ci occupiamo non hanno nulla a che fare. Il problema qui è quello,
ancora una volta, di rispondere all’interrogativo se sia possibile una
estensione temporale della storia e della sua funzione mitografica al
tempo presente. L’argomento semmai è quello dei rapporti tra storia e
contemporaneità. In effetti, l’età contemporanea e la sensibilità (il
clima culturale) del XX secolo, che appunto “contemporaneo” si definì per
opposizione a “moderno”, nascono contro la storia e oltre il muro della
storia. Le “avanguardie”, che fanno la novità culturale del Novecento
rispetto ai secoli precedenti, lo testimoniano. Le avanguardie (il termine
è del lessico militare) hanno, infatti, condotto, con spirito davvero
bellicista, una battaglia campale contro il tempo storico e la
storicizzazione della realtà: il Futurismo con la negazione di tutto il
passato, il Dadaismo con la cancellazione del futuro, il ’68 con la
contestazione radicale delle ideologie a base storica ed eurocentrica. Il
dibattito sul declinismo e la crisi dello storicismo come del positivismo
storico, che ho richiamato nelle prime pagine, intrecciandosi con
l’aggressione delle avanguardie, sottolineano il clima critico della
cultura del XX secolo nei confronti del sapere storiografico e della sua
egemonia. Più in generale, storia ed età contemporanea non hanno mai
avuto buoni rapporti. E per ovvie ragioni. Il tempo storico è generato dal
presente e per certi aspetti è una fuga dal presente, mentre la
sensibilità di ciò che è contemporaneo non può generare tempo storico. La
storia si occupa di una ricostruzione degli eventi in quella zona del
tempo di cui abbiamo perso memoria e della quale non abbiamo mai avuto
esperienza diretta; la contemporaneità coesiste con gli stessi eventi che
deve rappresentare. La storia, per costruire le sue cronologie e gli
eventi che le popolano ha bisogno di un “passato” storico non inquinato
dalle emozioni che agitano il presente e fanno il senso critico
dell’identità dei contemporanei; l’età contemporanea, per contro, si
afferma come nuova rispetto al passato e indifferente ai suoi gravami. Il
tempo che corre parallelo e con-corre al passato è un impiccio per chi,
mediante la costruzione del tempo storico ricerca le radici e le origini
dei fatti storici nella loro continua concatenazione; l’età contemporanea
percepisce il tempo come un flusso reale che non abbisogna di fondazioni
perché esiste nel suo stesso scorrere. La ricerca storica è volta a
ricostruire eventi per fondare la memoria storica come funzione
dell’identità personale; la storia contemporanea (per la sua stessa
definizione) non abbisogna di questa realtà virtuale, è meno libera nella
sua creatività e interviene nella interpretazione degli eventi. La storia
estende il tempo oltre i confini dell’esperienza individuale, la
contemporaneità lo restringe alla segmentazione dei singoli fatti e alla
loro collocazione sincronica. Si potrebbe continuare, ma quel che più
conta è che, nella dimensione della contemporaneità, la storiografia perde
il suo privilegio di giudicare gli eventi se non facendo ricorso ai canoni
interpretativi (alle strutture mitografiche) poste in essere dalla
modernità: il “giudizio della storia” si può esercitare solo sui fatti che
non appartengono alla memoria e alla esperienza individuale. Se mai serve,
la “lezione della storia” è perché la costruzione o ricostruzione virtuale
degli eventi può fare da guida la presente. La riscoperta dei genocidi
della Vandea non muta il giudizio storico sulla Rivoluzione; così come
l’attenta analisi della figura di Mussolini non cambia il giudizio sul
fascismo; né la riabilitazione dei “martiri di Salò incide sul ruolo
storico della Resistenza, così come l’apologetica dell’olocausto russo
durante il secondo conflitto non assolve Stalin e il Partito comunista
sovietico dalle purghe e dai gulag, e così via. La Storia, lo si è detto,
non spiega, insegna. La celebrazione della dignità dell’uomo è la funzione
della storia moderna e questa storiografia è stata scritta nel suo
necessario (anche se illusorio e mitografico) sviluppo una volta per
tutte. Sono proprio queste caratteristiche di alterità del sentire
contemporaneo, rispetto al discorso storico della modernità e alle sue
funzioni mitografiche, a riproporre il paradosso dal quale siamo partiti:
al pari del pensiero classico la contemporaneità non necessita di
ritrovare le sue radici (non ha bisogno di ricerca storica) perché, in
virtù della moderna storiografia, dispone dei suoi miti di fondazione,
delle sue genealogie (di eventi concatenati nella rete cronologica
causale), di teogonie e teogamie, di una cronosofia definita una volta per
tutte (i sistemi di datazione) e di un ponte che salda passato e futuro.
Gli storici contemporanei possono fare memorialistica, cronaca, indagini
ispettive di accertamento dei fatti, possono fare politica e polemica, ma
non possono fare storia nel senso pieno del termine. Non possono trovare
spiegazioni agli eventi del XX secolo a cominciare dall’olocausto di
Verdun, passando attraverso Auschivitz e ai genocidi che caratterizzano il
secolo per arrivare alle Torri gemelle, senza ricorrere alle categorie
metastoriche respinte dalla storiografia moderna di una continua
alternanza nella dimensione del tempo tra civiltà e barbarie, progresso e
declino, vita e morte delle culture, malattia morale, ecc. Rovesciando le
procedure di scrittura della storia totalitaria immaginate da Orwell
(l’adeguamento del passato al presente mediante la falsificazione
istituzionale degli archivi), la storia contemporanea deve necessariamente
adeguare gli eventi del presente alle direttive del passato e ai “giudizi”
emessi dal canone narrativo della storiografia moderna. Con buona pace
dei contemporaneisti, cronisti del declino più che analisti del dibattito
sulla teoria e sulla crisi della storiografia e della modernità, è proprio
al sorgere dell’età contemporanea che prende il via la crisi della
modernità e del sapere storico, crisi che ci riporta alla riflessione di
Marrou dalla quale sono partito nella premessa: a fronte degli eventi del
XX secolo la storia è “stanca”, gli “storici marciano in retroguardia” e
“partoriscono vento”. “Bisogna avere il coraggio di guardare le cose in
faccia: quando la crisi si è abbattuta sulla cultura (della modernità),
noi siamo stati i primi ad essere travolti, spazzati via come sabbia e
polvere… Occorre prenderne atto, miei poveri amici; facciamo ancora storia
e teniamo in movimento il nostro piccolo mulino; pubblichiamo documenti e
vagliamo fatti. Ma il mondo intorno a noi si fa disperatamente beffe di
tutto ciò che possiamo prenderci la pena di raccontare. Se non state
attenti, mentre continuate i vostri giochi accademici, sarete
completamente liquidati da una cultura nella quale non vi sarà riserbato
alcun posto: tra breve nessuno crederà più alla nostra utilità” (Marrou).
Si era nel 1939; gli eventi del Novecento che sono seguiti e la storia
contemporanea se così la vogliamo chiamare, il corso degli ultimi
cinquant’anni dei quali siamo stati tutti direttamente attori e testimoni,
non hanno semplicemente fatto di questa diagnosi una profezia, hanno fatto
di più, hanno mutato il tessuto stesso della storia, quel mito delle
origini di autoaffermazione e celebrazione della dignità dell’uomo sul
quale la cultura europea dei secolo XVII-XIX ha fondato le ragioni della
sua sfida. Oggi lo storico sembra destinato, anche a rischio della sua
tradizionale e consolidata professionalità, a ricercare la sua identità
oltre il tempo storico e i confini della storia stessa. E forse proprio
per effetto di questa alterità la dimensione della contemporaneità come
luogo di ambientazione del racconto storico potrebbe costituire un
interessante laboratorio della teoria e della filosofia della storia e, a
mio parere, un cartina di tornasole delle riflessioni interpretative
offerte sin qui. Nuove fonti, nuovi archivi, disordine-complessità e
concorrenza nella proliferazione degli eventi, formale costituirsi di reti
multimediali su scala planetaria, dilatazione del mercato degli eventi a
una pluralità mai vista di soggetti e di culture, costituiscono nell’era
dell’accesso (Rifkin) un nuovo bacino di cultura della temporalità e un
territorio privilegiato per la narrazione, comunicazione, insegnamento
degli eventi del passato e del presente. Storia e contemporaneità si
fronteggiano e intrecciano in modo nuovo rispetto al passato e proprio la
storia contemporanea del tempo postmoderno potrebbe scoprire e aprire il
passaggio a nord-ovest del sapere storico verso le scienze cognitive, le
neuroscienze, gli universi digitali e virtuali e tutti quei laboratori nei
quali si sta riprogettando l’antropologia della modernità. Il che ci
riporta alle prime pagine di questo testo e ci consente di concludere
l’insieme un po’ labirintico di queste riflessioni.
Per
concludere.
Si tratta dunque di concludere e ripercorrere a ritroso l’insieme
di queste riflessioni un po’ disorganiche perché disperse su un territorio
troppo ampio e per molti aspetti ancora misterioso, certo assai poco
esplorato dagli storici. Il filo rosso, del resto, è stato
quell’incertezza comunicativa, quel senso del progressivo abbandono e
lontananza dall’oggetto dei nostri studi (il tempo storico e la narrazione
degli eventi che lo popolano) al quale si connette la crisi di identità,
del ruolo professionale e dell’impegno sociale dello storico. La
modernità, intesa come sistema culturale e antropologico, si costituisce
in Europa occidentale tra il XIV e il XVI secolo a partire dalla piena
consapevolezza di un evento “storico” e questo evento è tragico: la morte
del mondo antico. E’ questo il mito delle origini della cultura e
dell’antropologia moderna: un racconto nel quale l’uomo non è un oggetto
della creazione, ma il soggetto di continui processi creativi del tempo e
del suo stesso tempo. A intercettarlo, ricostruirlo, datarlo e
raccontarlo sono gli umanisti antiquari dotati di innovative tecnologie
del sapere e comunicative (la conoscenza linguistica, l’arte
dell’interpretazione filologica, la scrittura e la stampa) e archeologi
dell’antichità/attualità classica. La percezione-partecipazione a questo
evento implica automaticamente la ri-nascita del mondo antico che avrà una
funzione essenziale di fondazione sulle strutture culturali dei secoli
XVI-XVII. Si tratta di una innovazione rivoluzionaria del pensiero e del
racconto mitico il quale non è più strutturato sul racconto cosmico delle
origini, ma fondato su quella rappresentazione scenica delle azioni umane
che chiamiamo “storia”. Nessun altro sistema culturale, nessun altro
modello di civiltà a noi noto, ha precorso questo originale cammino e
assunto la ricostruzione virtuale (narrativa) del passato umano come
strumento per la rifondazione dell’uomo e del suo presente. Storia e
modernità si intrecciano sino a divenire sinonimi in un unico progetto
antropologico e l’uomo moderno è un prodotto della storiografia. La
storiografia-mitografia, o se si preferisce la mitografia a fondazione
storica, ha consentito nei secoli XV-XVI la messa a profitto
dell’immaginazione e della creatività umana oltre i confini del presente
rendendo possibile un dialogo infra e ultra temporale con il passato. Ma
il mito è un racconto e ciò ha prodotto, a sua volta, un vero sisma
comunicativo nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, nel costume
quotidiano: la rinascita del mondo antico e la scoperta di quel misterioso
laboratorio della temporalità che è l’evento storico. Si tratta della
costruzione di un insieme sistemico di fatti (o subeventi) che
interagiscono tra loro (si muovono) a un certo livello di velocità e di
energia, di un prodotto comunicativo, un racconto di vicende umane sul
filo del tempo lineare e irreversibile di cui gli esseri umani sono fatti.
La plasticità di questo processo comunicativo è sorprendente: ogni secolo,
ogni generazione ricostruisce, su un unico canovaccio, tutto il passato
dell’uomo in modo da poter fondare e aggiornare alle circostanze del
presente la propria identità individuale e collettiva, e da questo momento
“il passato è una sorta di schermo sul quale ogni generazione proietta la
sua visione del futuro”. La ricostruzione e costruzione degli eventi
storici, la loro produzione e comunicazione ha poi generato quel
meccanismo di partecipazione-immedesimazione agli eventi stessi in virtù
del quale si è realizzata la “presenzialità del passato” nella percezione
del presente. Nella cultura del Rinascimento e del secolo Classico
l’identità europea è un processo di immedesimazione e imitazione del
passato remoto restituito dalla narrazione storica alla memoria. Gli
storici hanno fatto la storia e la storiografia è divenuta una tecnica di
manipolazione-espansione del tempo umano che ha certificato e confermato
la centralità dell’uomo al mondo e al tempo. La modernità è tutta qui, e
proprio questa asimmetria-delocalizzazione dell’uomo e del suo tempo
rispetto alle dimensioni ignote dell’universo, proprio questo mito delle
origini nel tempo tutto umano, fragile e caduco, ha generato nell’uomo
europeo la consapevolezza di un destino di continua autoffarmazione
attraverso il suo tempo e la sua storia. Nessun altro sistema di pensiero
ha percorso un cammino tanto rischioso. Nessuna cultura ha conferito alla
creatività e all’immaginazione del pensiero mitico il compito di
umanizzare il tempo e di certificare e promuovere, nel tempo, l’espansione
della conoscenza dell’uomo e del mondo. Per questo “il pensiero storico è
un’attività dell’immaginazione. Nella storia nessun dato è definitivo. Una
testimonianza, valida in un certo momento, cessa di esserlo quando si
modificano i metodi e le competenze degli storici” (Collingwood). Per
effetto di questa permanente instabilità, che è elasticità e plasticità,
la storia è materia viva della cultura, è un linguaggio iscritto nel tempo
i cui vocaboli sono gli eventi. Forte di questa tecnologia comunicativa
fornita dal sapere storico, e del potere che ne consegue di
manipolazione-governo del tempo, il mito delle origini della modernità,
sul finire del XVII secolo, ha inavvertitamente ma radicalmente mutato
struttura. La disputa circa il primato della civiltà e della cultura tra
gli antichi e i moderni si è conclusa con un inatteso rovesciamento a
favore dei moderni. La modernità prende le distanze dalla contemporaneità
con il passato classico che diviene remoto. Ora la linearità del tempo è
innalzamento qualitativo degli eventi che si succedono sull’asse
cronologico; passato, presente, futuro si intrecciano e il mito delle
origini si trasforma in un programma e un progetto del corso temporale a
fondazione umana. La fine delle grandi crisi demografiche nei primi
decenni del XVIII secolo segna il trionfo della vita sulla morte, del
presente sul passato, del futuro sul presente e la modernità abbandona il
senso del tragico; la svolta, pur maturata in un corso plurisecolare, è
radicale e profonda (lo certifica l’inesauribile lettura de I sepolcri),
ma l’uomo moderno si emancipa definitivamente dall’imitazione di quello
antico e si propone come signore del tempo, attore centrale del suo stesso
sviluppo senza mediazione alcuna. La storia ora unifica tutto il tempo e
diviene il criterio di integrazione non solo tra passato e presente, ma
tra passato e futuro, diviene il Grande racconto dell’uomo e dell’umanità,
un racconto sacro e universale. Poi, alla fine del XVIII secolo, questo
racconto sembra superare i suoi stessi confini: la Rivoluzione, madre di
tutti gli eventi, certifica, e per certi aspetti realizza, il destino
dell’uomo moderno: gli uomini dell’89 e del ’93 si collocano già oltre la
storia, fissano il moto dei tempi a venire, ne definiscono le leggi, ne
programmano le scadenze. La modernità sembra completare il suo ciclo e
forse il muro della storia si supera qui. Siamo giunti al finis historiae:
Hegel annuncia la fine della storia e Michelet inaugura la storia del
futuro. Mitologia, ideologia, storiografia si intrecciano e creano quel
gioco di specchi nella percezione e rappresentazione del tempo individuale
e collettivo che fonda il significato e il senso del moderno. Sulla
scorta della mia esperienza culturale e alla luce del dibattito tra gli
autori qui richiamati, a me sembra che le cose siano andate e stiano
così. Come concludere? Tentare una definizione univoca del sapere
storico, al di là dei luoghi comuni e dei canoni disciplinare consolidati,
pare un’impresa difficile. Arrendersi di fronte a questo disagio
affermando che “la storia non ha senso” (Popper), o chiedendosi se non sia
il caso “di eliminare dal vocabolario la parola stessa di storia”
(Romitelli) o proclamando che l’epilogo della modernità e la perdita del
tempo storico che l’accompagna riduce questo utensile del pensiero
occidentale a un semplice simulacro del potere perduto, va oltre il senso
critico e il comune buon senso. Storia e modernità essendo sinonimi, ogni
processo di modernizzazione appare, infatti, indisgiungibile da un
corretto uso dell’esperienza storico. Instabile perché vivo e di
continuo insorgente, misterioso perché profondo e intrecciato alla genesi
dell’uomo moderno e alla sua conturbante vicenda, il sentire storico è
un’esperienza culturale interiore, uno scambio, un mito fondativo, un
linguaggio, un racconto, un diritto di cittadinanza nel tempo e tutte
queste cose insieme. Per concludere possiamo dunque ritornare là da dove
eravamo partiti. “La Storia si costituisce nell’atto della sua
narrazione, che ordina l’accadere degli eventi in una trama di senso. Il
reperimento di un senso traduce il tempo in storia, così come il suo
smarrimento dissolve la storia nel fluire insignificante del tempo”
(Galimberti). La storia è un racconto delle origini scritto dal presente e
come tale è una particolare forma del pensiero mitico, un linguaggio, un
processo comunicativo e una ragione del comunicare (Barthes); questa
struttura narrativa si fonda sugli eventi e gli eventi sono
rappresentazioni (simboliche e virtuali) delle azioni umane nel loro
complessivo corso temporale, sono i segni e le parole di questo
linguaggio. Gli eventi dei quali si occupa la storiografia sono compiuti e
appartengono al passato, ma, pur basandosi su fatti cronologicamente
accertati, non sono reali, sono prodotti della cultura umana e si
materializzano nei processi della percezione, della memoria, del ricordo
attraverso l’immaginario e le emozioni; sono modelli di simulazione, reti
sistemiche di immagini e simboli che agiscono e interagiscono con le
funzioni emozionali e razionali dell’esperienza. La storia non ci
restituisce il passato e non risolve il problema della temporalità (non
spiega, né svela il significato del tempo), semplicemente costruisce gli
eventi, li data ed estende il tempo umano oltre i confini dell’esperienza
individuale e al di là dell’istantaneo fluire del tempo; la storiografia
umanizza il tempo facendone il dominio privilegiato dell’uomo perché il
tempo storico (antropocentrico e antropomorfo) ha per contenuto esclusivo
il racconto delle esperienze umane. Per questo gli eventi storici sono
laboratori narrativi e prodotti comunicativi, cantieri di scavo sempre
aperti; e per questo la cronosofia della cultura moderna è una struttura
(un grafo, si è detto) lineare, capace di ordinare la pluralità dei
racconti in una trama o rete a dimensione potenzialmente infinita il cui
insieme certifica la capacità umana di domesticazione, appropriazione,
creazione della temporalità. Questa attitudine intellettuale non ha nulla
di spontaneo, ma è una tecnica o tecnologia del sapere e del potere posta
in essere dagli storici che intercettano, costruiscono, selezionano gli
eventi e li inseriscono nel corso della cronologia. Mediante processi di
acculturazione di massa, la storiografia genera e presidia la “memoria
storica” che è una “memoria obbligata” (Ricoeur). Invenzione e
strumento della cultura europea, la Storia è divenuta il “grande”
racconto, il tempo “sacro” dell’umanità tutta intera e un terreno
obbligato nel confronto con le culture altre. Questo racconto pubblico,
pazientemente costruito dagli storici e infinitamente ripetuto in
innumerevoli varianti, relativo alla fondazione storica dell’uomo, ha
costruito l’antropologia politica europea; e la storiografia è stata il
pensiero unico della modernità, una mitologia tutta umana che è anche un
progetto e un programma dello sviluppo temporale. Esso riconduce al
soggetto, lo autoriflette e lo tiene in vita rendendolo perciò stesso vero
e onnipotente. Come ogni racconto mitico, la storia vive se è
universalmente condivisa e non offre nessuna verità se non a chi vi crede,
non fonda scientificamente nulla, non spiega razionalmente nulla, non
costruisce leggi generali a partire dai singoli eventi, non svolge un
ruolo di organizzazione del sapere, né offre direttive per il suo
programmato sviluppo. La storia “insegna”. Come ogni storia, racconto,
narrazione, infatti, anche la Storia ha “la sua morale” e in questo senso
è un racconto a tema obbligato. Arte comunicativa per eccellenza, la
storia celebra, nel continuo presente, l’epopea dell’humanitas dalle sue
origini remote al suo misterioso futuro, il che è come dire che altro non
è se non un’esperienza interiore di costruzione e riflessione continua dei
valori, un viaggio dell’anima alla faticosa ricerca dell’io riflesso
nell’altro. Come utensile della modernità la storiografia dei secoli
XVI-XX insegna la dignità dell’uomo, la sua centralità al tempo e al mondo
e le responsabilità che ne conseguono. Nessun sistema di pensiero, nessun
altra cultura ha accettato una sfida così audace, così
generosa. Naturalmente questo Grande racconto della cultura moderna va
ben oltre i confini dell’Europa e della modernità stessa perché la storia
è innanzitutto una fede nell’uomo (Marrou), un visibile segno
dell’amicizia (Chaunu) e una continua ricerca dell’ “altro” per costruire,
nel tempo e nel mondo, l’identità di gruppi, società, civiltà (Braudel);
la sensibilità storica consiste nel saper leggere la dignità dell’uomo
nella complessità degli eventi che lo hanno costruito nel tempo e nei
luoghi, e insegnarla è il mestiere dello storico. Nulla di più
appassionante e coinvolgente; a condizione, è ovvio, di saper
comunicare.
“probabilmente si
verificherà assai presto nel modo di scrivere la storia ciò che si è
verificato nel campo della fisica. Le nuove scoperte hanno portato a
proscrivere i vecchi sistemi. Si vorrà conoscere il genere umano sotto
quel particolare aspetto interessante che è oggi la base della filosofia
della natura”, Voltaire.
Nota conclusiva come introduzione al
testo
La lettura di questo
testo presuppone una riflessione sui concetti di moderno e modernità e sul
possibile superamento del tempo storico. Un’ampia letteratura si è andata
costituendo sul tema della postmodernità intesa, appunto, come rottura del
ciclo storico del pensiero occidentale e come fase nuova del corso
temporale caratterizzato dalla scomparsa del soggetto, dalla fine della
storia, dall’emergere della tecnologia e dai processi di
modernizzazione-globalizzazione che caratterizzano il XXI secolo. Ritengo
utile, al rigurdo, richiamare i termini generali di questo dibattito e
proporre il mio punto di vista sull’argomento. Questo è il testo della
lezione introduttiva al mio corso di Storia delle dottrine politiche
dell’anno accademico 2001-2002.
Definizione, caratteristiche e limiti della
modernità
All’avvio del Terzo
millennio il discorso sulla modernità è ineludibile, coinvolge tutti gli
ambiti della cultura, confonde le discipline, sovverte le genealogie sino
a fare della molteplicità dei dibattiti e degli innumerevoli problemi che
essi suscitano, il problema. È innanzi tutto un discorso interiore, una
tensione quotidiana della coscienza e dell'esperienza sempre presente e
ovunque diffusa, cosicché queste riflessioni sono destinate a confluire, e
rischiano di perdersi, in una vasta biblioteca il cui titolo potrebbe
essere la “crisi” o, per evitare ogni drammatizzazione, “il disagio della
modernità” (1). Una crisi che investe innanzi tutto l’attore centrale di
ciò che definiamo moderno e cioè il sapere storico, il suo ruolo di
pensiero mitico, di linguaggio fondatore del pensiero e dell’agire
politico nel sistema culturale europeo dei secoli XVI- XX. Ridotto
all'osso, e facendo giustizia sommaria di tutti i testi raccolti in questa
ideale biblioteca da qualche decennio, questo disagio della modernità ci è
noto e si riassume in facile paradigma. In termini di storia della cultura
la modernità può essere definita come quel punto di fuga del pensiero
occidentale che, a partire dal XVI secolo, segna l'avvio di un processo di
disincanto del mondo, di distanziamento della società dalla natura e
dell'uomo dal cosmo (2). Un processo che sarebbe riduttivo definire di
laicizzazione e che si traduce in tre fondamentali assunti. In primo
luogo la modernità si caratterizza per affermare la centralità dell'uomo
rispetto al mondo e il suo divenire misura di tutte le cose; ciò comporta
una continua osservazione da parte dell'uomo della sua stessa natura e la
conseguente obbligazione di conoscere il mondo per conseguire la posizione
di dominio che gli compete. Il secondo assunto è costituito dal privilegio
accordato alla razionalità nel processo della conoscenza e, di
conseguenza, dalla pratica di una fiducia profonda nel sapere come
strumento di appropriazione (ma anche di invenzione) della realtà. Infine
(terzo assunto) il marchio più visibile della modernità è la fede nella
possibilità di realizzare, per effetto della centralità dell'uomo e del
privilegio del sapere, un ordine definitivo del mondo attraverso
l'indefinito sviluppo della convivenza umana, il suo incessante progredire
nel processo di emancipazione della persona, di dominio e trasformazione
(si potrebbe anche dire creazione) del mondo. Sul piano del rapporto
con la temporalità questi essenziali assunti implicano un processo di
progressiva laicizzazione del tempo, una sua reinvenzione in chiave tutta
umana per far trionfare l'uomo e le sue opere su ogni rischio di
discontinuità e di oblio. Proprio per questo la modernità nella sua
struttura più profonda è un programma operativo di costruzione della città
terrena nel continuo fluire di un tempo umanamente governabile e
prevedibile, il che fa del sapere storico una passione civile e del tempo
della storia un tempo tutto politico. La struttura stessa del moderno e
della cultura della modernità si vede così collegata da un rapporto di
specularità alla sfera del politico rispetto a tutta l'età medievale che
la ha preceduta e che traeva invece la sua identità dalla sfera del sacro.
L'homo politicus, la vita politica e la produzione di modelli e ideologie
politiche conseguono direttamente all'arretramento della sfera del tempo
sacro e al confinamento della sfera della religiosità in un luogo del
soprannaturale estraneo alla polis a tutto vantaggio di un tempo
umanizzato e storico nel quale si possono liberamente fondare le mitologie
dell'origine della società e del potere che le governa. Così, immersa
nel suo tempo lineare caratterizzato da un fluire sempre più rapido, la
modernità ha progressivamente lavorato, nel corso di quattro, cinque
secoli, questi assunti sino a trasformare quelli che erano i punti di
forza e i fattori di successo di un'età e di una cultura (quella
dell'Occidente e dell'Europa occidentale) in altrettanti indicatori di
crisi e di disagio. La centralità dell'uomo e il progressivo disincanto
del mondo hanno finito per generare una desacralizzazione dell' humanitas,
poi una polverizzazione individualistica (“un individualismo estremista”
(3) o un “egoismo possessivo” (4) o un “individualismo repressivo” (5)
sino a realizzare una soggettività che “minaccia di imprigionare
l'individuo tutt'intero nella solitudine del suo cuore” (6); cosicché
quella che Kierkegaard volle definire “l'età del presente”, ha perso ogni
dimensione nobile ed eroica della vita. Il lato oscuro del percorso
dall'individualità all'individualismo, che caratterizza il ciclo del tempo
moderno, è infatti un progressivo incentrarsi dell'uomo sull'io che
appiattisce e restringe le nostre vite e ne impoverisce il significato in
un miserevole narcisismo. Il privilegio accordato alla razionalità come
strumento della conoscenza ha realizzato, a sua volta, un processo di
autolegittimazione della conoscenza scientifica e favorito la presunzione
di una totale coincidenza tra verità ed emancipazione in virtù della
sequenza ricerca scientifica - ricerca applicata - tecnologia - produzione
di beni materiali - benessere - libertà. Si è assistito così all'insorgere
di un primato della ragione strumentale, intendendo con ciò “il tipo di
razionalità cui ci rifacciamo quando calcoliamo l'applicazione più
economica dei mezzi disponibili a un fine dato” (7). Si tratta di un uso
della razionalità che intreccia potere e sapere in una esaltazione della
tecnologia e in base al quale la misura del successo è costituita dal
massimo dell'efficienza e dal miglior rapporto costi-benefici. Ciò è
apparso a tutta prima un processo di liberazione definitiva dell'uomo dai
suoi limiti e dai suoi essenziali bisogni, ma il rovescio tragico di
questa mutazione della razionalità in ragione strumentale sta nella
diffusa preoccupazione (divenuta ormai esperienza quotidiana) che il
dominio della tecnica, in luogo di rimodellare il mondo a beneficio
dell'uomo, riduca la nostra esperienza al puro scialo e alla sterile
dinamica di produzione e consumo di beni materiali. Con il che l'intreccio
sempre più stretto tra potere e sapere, in luogo di fondare la nostra
emancipazione, rischierebbe di soggiogare la mente e di ridurre a zero il
grado della nostra libertà. Oggi la centralità dell'uomo ridotta a
celebrazione dell'individualismo e il privilegio della razionalità ridotto
a mitologia della ragione strumentale rischiano infine di dare scacco alla
speranza-programma propria dell'età moderna di realizzare uno stabile
ordine del mondo in vista dell'emancipazione della persona umana. E
così il terzo assunto della modernità, la fede nella possibilità di un
progressivo sviluppo della socialità a misura umana e di un potere dal
volto umano che la governi, minaccia ormai di trasformarsi in una sfiducia
profonda, se non radicale, nei confronti della razionalità della città
terrena. Detentore del sapere tecnologico e del potere della tecnologia,
lo stato totalitario è divenuto, nel XX secolo, organizzatore di apparati
repressivi formidabili che, ancor oggi, minacciano l'esistenza dei diritti
del cittadino. Cosicché si registra ormai, se non il declino, certo la
pericolosa mutazione della ragione e degli scopi della socialità
politicamente organizzata. La forma Stato inventata dal pensiero politico
della modernità nel corso del XVI secolo per assicurare giustizia e pace
ai conviventi, sembra aver fatto luogo a un formidabile Leviatano che si
autolegittima e persegue finalità alternative agli obbiettivi della
società civile. E la messa in disarmo di questo attore centrale della
modernità o semplicemente l'ansia per la sua revisione lasciano
intravedere all'orizzonte misteriosi poteri “ultranazionali” (ancor più
che “multinazionali” o “sovranazionali”) che non si curano più della
cellula sulla quale, e per la quale, la modernità ha fondato il suo
immenso potere. Nel sentire politico il disagio della modernità
coincide allora con il ripiegamento di ogni certezza in merito alla reale
natura del rapporto stato-cittadino. Nelle nostre società industriali e
tecnologiche, divenute ormai una sorta di villaggio globale altamente
centralizzato nel sistema di comunicazioni, sta forse avvenendo qualcosa
che assomiglia a una alienazione della sfera pubblica e alla conseguente
perdita del controllo politico, e ciò fa emergere il pericolo di una nuova
forma di dispotismo che non si limita ad opprimere i sudditi, ma li
modella, li costruisce a suo piacimento per perseguire i suoi fini di
dominio. Ciò che oggi rischiamo di perdere è il controllo del nostro
destino, ossia di perdere proprio quella centralità rispetto al mondo e
quella facoltà di dominio e programmazione del tempo sulla quale la
modernità ha fondato e costruito la sua stessa identità. Si assiste
così al deperimento della specularità tra modernità e politica e a un
processo rovesciato di disincanto verso la possibilità di emancipazione
della città terrena, un pericoloso processo che apre la strada alla
spoliticizzazione o alla disumanizzazione della politica. “Questa
contraddizione della modernità (la modernità è contraddizione in senso
costitutivo, strutturale), il fatto cioè che la sua tendenza
spoliticizzante inerisca intrinsecamente alla propria forma politica,
derivi da un eccesso di politica, dalla formalizzazione e dalla
sottrazione alla natura di tutti i rapporti umani” (8), è il più
inquietante disagio del tempo in cui viviamo, il segno più evidente della
sua crisi. La modernità sembra darsi scacco, sul terreno che le è più
famigliare e la giustifica, mediante il vistoso paradosso di una politica
della spoliticizzazione e del disimpegno. Nei paesi che han dato vita
al ciclo della modernità si va diffondendo, nelle convinzioni e nei
comportamenti, una crescente sfiducia circa la reale possibilità di
conseguire nuovi livelli di emancipazione per effetto dell'arte politica e
di governo. Il ritrarsi della sfera pubblica a favore della libertà
individuale non sembra in grado di offrire adeguate garanzie alla
promozione della persona umana. Un solco sempre più profondo separa
l'individuo dalla società civile e questa dalle istituzioni politiche.
Soprattutto appare difficile trovare ragioni di convergenza tra i
molteplici tempi (quello individuale e quello collettivo, quello privato e
quello pubblico, quello delle istituzioni e quello dello sviluppo, e così
via) che la complessità di continuo accresciuta dei sistemi pone in
essere. Infine pare ormai difficile “fare politica” e dunque “fare storia”
perché il programma ordinatore del tempo posto in essere dalla modernità
(la storia appunto) sembra davvero aver fatto “il suo tempo”. Un
tentativo di approfondire quest'ordine di problemi può essere allora
fornito da una riflessione sul sentire politico della modernità (secoli
XVI-XIX) e su quel misterioso lavorio che porta la cultura dell'Occidente
europeo a materializzare il tempo in un enigmatico utensile del
quotidiano, uno “specchio” dai riflessi sempre deformati per effetto della
mutevole consistenza dell'atmosfera che li trasmette. Uno specchio
indispensabile però alla nostra identità perché, come vedremo, la materia
di cui si compone è il potere, uno specchio che ora, o forse solo da che
tentiamo di disvelarne i segreti, come per sortilegio è andato in
frantumi.
(1) C. Taylor, Il
disagio della modernità, Bari 1994.
(2) M. Gauchet, Il
disincanto del mondo. Una storia politica della religione, Torino
1992.
(3) R. Bellah, The
Good Society, Berkeley 1991.
(4) C.B. Macpherson,
Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese: la teoria
dell'individualismo possessivo da Hobbes a Locke, Milano 1982.
(5) D. Losurdo,
Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale,
Torino 1993.
(6) A. de Tocqueville,
La democrazia in America, Milano 1992, pag. 718.
(7) C. Taylor, op.
cit., pag. 7 e segg.
(8) R. Esposito, La
modernità tra politico e impolitico in Logica e crisi della modernità a
cura di C. Galli, Bologna 1991, pag. 160.
Autori citati e testi di
riferimento
Aron R., Introduction
à la philosophie de l’histoire: essei sur les limites de l’objectivité
historique, Parigi 1938 Aron R., Lezioni sulla storia, Bologna
1997 Badieu A., L’etre et l’évenement, Parigi 1988 Barthes R.,
Mythologies, Paris 1957 Baudrillard J., L’illusione della fine o lo
sciopero degli eventi, Milano 1993 Baudrillard J., Per una critica
dell’economia politica del segno, Milano 1974 Bénichou P., Il tempo dei
profeti, Bologna 1997 Benveniste E., Problemi di linguistica generale,
Milano 1971 Bianco F. (a cura di), Il dibattito sullo storicismo,
Bologna 1978 Bloch M., Apologia della storia, Torino 1969 Bodei R.,
La geometria delle passioni, ....... Bodei R., Multiversum. Tempo e
storia in Renst Bloch, Napoli 1802 Braudel F., Scritti sulla storia,
Milano.... Bourdé G. – Martin H., Les écoles historiques, Paris
1989 Burckhard J., Considerazioni sulla storia universale, Firenze
1959 Campbell J., Le maschere di Dio, Milano 1992 Ciampa F.
– Di Stefano F. (a cura di), Sulla fine della storia, Torino
1991 Changeux J. P., L’uomo neuronale, Milano 1983 Chesneaux J., Du
passé fiasons table rase, Paris 1976 Chatelet F. (a cura di) Histoire
des Idéologies, Paris … Collingwood Croce B., Teoria e storia della
storiografia, Bari 1966 Danto A., Filosofia analitica della storia,
Bologna 1971 De Certeau M., L’ecriture de l’Histoire, Paris
1975 Dilthey W., Critica della ragione storica, Torino 1982 Droysen
J. G., Sommario de Istorica, Firenze 1967 Dumond L., Saggi
sull’individualismo, Milano 1993 Febvre L., La terre et l’evolution
humaine, Parigi 1970 Finley M. I., La politica nel mondo antico, Bari
1985 Finley M. I., Uso e abuso della storia. Il significato, lo studio
e la comprensione del passato,Torino 1981 Foucault M., L’archeologia
del sapere, Milano 1980 Foucault M., Le parole e le cose, Milano
1967 Faucault M., L’archologia del sapere, Milano 1980 Gadamer H.
G., Verità e metodo, Milano 1983 Gadaner H. G., Il problema della
coscienza storica, Napoli 1988 Gardner H., La nuova scienza della
mente, Milano 1987 Gauchet M., Il disincanto, Torino Ginzburg C., Il
giudice e la storia, Torino 1993 Giovagnoli A., Storia e
globalizzazione, Roma-Bari 2003 Gurevic A. J., Contadini e santi,
Torino 1986 Habermas J., Il discorso della modernità, Bari Habermas
J., L’uso pubblico della storia, in Aa. Vv., Germania, un passato che non
passa, Torino 1987 Halbwachs M., La momoria collettiva, Milano
1987 Heidegegger M., Il concetto di tempo, Milano 2002 Hempel C.G., Come
lavora lo storico, Roma 1977 Hobsbawm E.,
L’invenzione della tradizione, Torino 1987 Kosellck R., Futuro e
passato, Genova 1986 Landes D. S., Prometeo
liberato, Torino 1978 Le Goff J., Storia e
memoria, Torino 1982 Le Goff J.(a cura di),
La nuova storia, Milano 1980 Leroi Gourhan A.,
L’uomo e la materia, Torino 1978 Levy Struss C., Il
pensiero selvaggio, Milano 1964 Lipovetsky G., L’ere
du vide, Paris 1983 Lowith K., “Storia e
storicismo”, in Il dibattito sullo storicismo (a cura di Bianco F.)
Bologna 1978 Marrou H.-I., Tristezza dello storico, Brescia 1999 Morin E., I sette
saperi necessari per l’educazione del futuro, Milano 2001 Moro R. ,Definizione,
caratteristiche e limiti della modernità, estratto da: Lo specchio in
frantumi. Miti e mitologie del sentire politico della modernità. In corso
di pubblicazione presso Giappichelli editore, Torino - Edizione in
www.lastoria.org Moro R. Il
terrore del futuro, estratto da: Lo specchio in frantumi. Miti e
mitologie del sentire politico della modernità. In corso di pubblicazione
presso Giappichelli editore, Torino - Edizione in
www.lastoria.org Moro R. Il tempo dei
signori, Roma 1981 Moro R., La
macchina del tempo e il mito della sovranità, estratto da: Lo specchio
in frantumi. Miti e mitologie del sentire politico della modernità In
corso di pubblicazione presso Giappichelli editore, Torino - Edizione in
www.lastoria.org Moro R., La
nascita della politica tra Umanesimo e Rinascimento, estratto da: Lo
specchio in frantumi. Miti e mitologie del sentire politico della
modernità .In corso di pubblicazione presso Giappichelli editore, Torino -
Edizione in www.lastoria.org Moro R., Novecento, il
trionfo della contemporaneità e la possibilità dell’oblio, Torino
1997 Moro R., Petrarca
e la fondazione del presente,estratto da: Lo specchio in frantumi.
Miti e mitologie del sentire politico della modernità. In corso di
pubblicazione presso Giappichelli editore, Torino - Edizione in
www.lastoria.org Nietzscha F.,
Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Roma
1978 Oliviero A. A., Nei labirinti della mente, Bari
1998 Pomian K., L’ordine del tempo, Torino … Prigogine I., La
nascita del tempo, Milano 1998 Ricoeur P., Il tempo e
il racconto, Milano 1968 Ricoeur P., La
memoire, l’historie, l’oubli, Paris 2000 Ricoeur P., Tradizione
e alternativa, Brescia 1980 Rifkin J., L’era
dell’accesso. La rivoluzione della new economy. Mialno
2000 Rifkin J., Le guerre del tempo, Milano 1989 Romitelli V.,
Storiografia, cronologia e politica, Napoli 1993 Roseinfield I.,
L’invenzione della memoria, Milano 1989 Simiand F., “Méthode
historique et science sociale”, Revue de synthèse historique, 1903
pp.129-157 Simili R., Laspiegazione storica, Porspettive recenti nella
filosofia analkitica, Brescia 1984 Steiner G.,
Grammatiche della creazione, Milano 2003 Troeltsch E., “La
crisi dello storicismo”, in Il dibattito sullo storicismo (a cura di
Bianco F.) Bologna 1978 Veyne P., Comment on
écrit l’hisotire, Paris 1971 Virilio P.,
L’incidente del futuro, Milano 2002 Weinrich H., Tempus.
La finzione dei tempi nel testo, Bologna 1978 White H., Retorica e
storia, Napoli 1978 Taylor C., Il disagio
della modernità, Bari 1994. Gauchet M., Il
disincanto del mondo. Una storia politica della religione, Torino
1992. Bellah R., The Good Society, Berkeley 1991. Macpherson C.
B. Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese: la teoria
dell'individualismo possessivo da Hobbes a Locke, Milano
1982. Losurdo D., Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del
suffragio universale, Torino 1993. Tocqueville A. de, La
democrazia in America, Milano 1992 Esposito R., La
modernità tra politico e impolitico in Logica e crisi della modernità a
cura di C. Galli, Bologna 1991, pag. 160.
(Fine - 3)
|