| SCHEGGE DI STORIA - CENT'ANNI FA, NEL GENNAIO 1905 |
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RUSSIA IN RIVOLTA CONTRO LO ZAR
SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE
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Anno Nuovo, vita nuova; anche cent'anni fa, come oggi, è quasi doveroso salutare con ottimismo il Nuovo Anno e annaffiare questo saluto con qualche bicchierino in più del solito. Euforia ed allegria, seppur contenute, come vuole l'etichetta dei nostri amici del 1905, si attenuano però leggendo come il Corriere titola l'articolo di fondo del primo numero dell'anno: "Sintomi tristi".
Mettiamo qualche altro pezzo di legno nel caminetto - è questo un inverno particolarmente rigido - e leggiamo le considerazioni che il collega di cent'anni fa scrive sugli episodi di indisciplina, se non di aperta ribellione, avvenuti in diverse caserme, soprattutto tra le reclute. I cortei in libera uscita cantando canzoni "sovversive", sono ancora il male minore, né si possono tenere celati al pubblico, essendo avvenuti sulle pubbliche vie. Ben più preoccupanti sono gli episodi di rifiuto di obbedienza, accaduti all'interno delle caserme, di cui non si deve parlare e dei quali tutti sussurrano. Questo malessere che affligge l'esercito ha del resto una ragione chiara, che episodi recenti hanno di nuovo posto in evidenza: le forze armate sono stanche di essere impiegate in funzioni di ordine pubblico, e non a caso vedevamo che il mese scorso una delle prime proposte di legge della nuova legislatura era proprio quella che riguardava l'aumento degli organici di Polizia e Carabinieri.
Il soldato di leva sente spesso come un compito ingrato quello di dover contrastare, magari con le armi, quei dimostranti che il più delle volte sono figli del popolo come lui e che spesso non sono dei sovversivi, bensì solo persone che invocano una vita migliore. I violenti tumulti che hanno insanguinato le piazze italiane nei mesi precedenti, e la parte avuta dall'esercito, non hanno fatto che riaprire una vecchia ferita.
Tuttavia il Corriere fatica ad ammettere quello di cui tutti parlano e preferisce puntare il dito sui cattivi effetti della propaganda politica: "indubbiamente la propaganda socialista in Italia. ha prodotto effetti morali e politici deleteri, non essendo servita che a fomentare l'indisciplina e la ribellione in quasi tutte le classi sociali, in quasi tutti gli ordini dello Stato.". Insomma, non si riesce a fare il piccolo passo in avanti: è vero che la propaganda socialista, in particolare quella più estremista può aver indotto un'abitudine alla protesta, spesso violenta; ma è altrettanto vero che si protesta, in genere, se ci sono i motivi per farlo. e finché non si agisce sul serio sui motivi, si dà fiato a quanti predicano la violenza di piazza.
Per fortuna le cronache di casa nostra non sono solo preoccupanti e c'è una notizia che leggiamo con piacere: la tradizionale generosità meneghina anche quest'anno ha prodotto i suoi frutti. La raccolta di fondi organizzata dal Corriere per acquistare, in occasione dell'Epifania, giocattoli e cibarie ai bambini poveri ricoverati all'Ospedale Maggiore, all'Ospedale dei Bambini o affidati alla Fanciullezza Abbandonata, ha raggiunto la bella somma di lire 11.792,57. Poche? Tante?. Vi proponiamo, a scopo di raffronto facendo le debite proporzioni, le tariffe di abbonamento al giornale per l'anno 1905: per ricevere a casa il giornale per un anno, bisogna sborsare lire 20, se residenti a Milano, o lire 24 se residenti in altre città del Regno. Per un semestre, le cifre sono, rispettivamente, lire 10,50 e lire 12,50.
Se le pagine del nostro giornale non aprono l'anno solo con notizie belle e tali da indurre all'ottimismo, c'è chi all'estero sta indubbiamente molto peggio di noi: questa primissima parte dell'anno ha visto la definitiva caduta di Port Arthur, strenuamente ma invano difeso dai russi contro l'efficientissima macchina militare nipponica. Si potrebbe pensare che questa vera catastrofe militare (gran parte della flotta russa, tra l'altro, è stata affondata dai giapponesi) porti alla conclusione della guerra russo - giapponese, che ha visto un'affermazione sempre più schiacciante delle forze armate giapponesi. E invece, pochi giorni dopo, precisamente il 6 gennaio, leggiamo che lo Zar Nicola II ha riunito il Consiglio di Guerra e ha deciso la prosecuzione delle ostilità, disponendo il richiamo alle armi di 200.000 uomini, molti dei quali riservisti.
La politica altalenante di Nicola II è oggetto di viva discussione tra i nostri amici lettori del 1905, ma nessuno, neanche i più accesi reazionari, riesce comunque a trovare argomenti a difesa di questo monarca che sembra vivere fuori dal tempo, incerto e impaurito, con timide aperture liberali, alle quali seguono subito chiusure ultra autoritarie. Se il mese scorso, con un ukase al Parlamento, lo Zar aveva dato indicazioni per una riforma della Giustizia in termini più equi ed egualitari, ora l'incapacità ad ammettere la sconfitta militare e soprattutto la pretesa di gettare nella fornace della guerra altre 200.000 vite dei suoi sudditi, va ad alimentare delle pericolose fiamme, che covavano già da lunga pezza. Non pochi riservisti, secondo le scarne notizie che filtrano dalla Russia (dove la mania della segretezza non nacque certo in periodo comunista, essendo piuttosto un vizio cronico dei russi) si rifiutano di rispondere alla chiamata alle armi; il capo della Polizia viene ucciso in un attentato e incominciano a venire proclamati scioperi, come sempre repressi con l'impiego della truppa.
Le aperture liberali dell'ukase sembrano ormai del tutto morte; e si arriva alla fatale giornata del 22 gennaio 1905. Di questa, nonostante la mania russa della segretezza, di cui dicevamo sopra, i giornali ci riportano ampie e dettagliate cronache, perché a Pietroburgo si trovavano numerosi giornalisti tedeschi e francesi, che già da giorni si erano portati nella capitale russa per seguire gli eventi. Gli operai delle officine Putilof sono scesi in sciopero: ormai gli argomenti per cui protestare si sprecano, dal salario, alle condizioni di lavoro, alle condizioni generali di vita delle classi più umili; il richiamo alle armi è stato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Gli operai della Putilof hanno convinto altre migliaia di operai ad incrociare le braccia e tutti hanno riconosciuto nel pope (sacerdote ortodosso) Gapon il loro leader.
Questi ha tentato invano di convincere lo Zar, tramite il ministro degli Interni, a ricevere una delegazione di operai presso il Palazzo d'Inverno. La risposta dello Zar è stato un dispiegamento eccezionale di truppe. I giornalisti presenti a Pietroburgo concordano sul fatto che non pochi reparti di fanteria iniziavano a fraternizzare con gli scioperanti, il cui numero si faceva sempre maggiore, calcolandosi che a un certo punto per le vie di Pietroburgo si trovassero non meno di centocinquantamila persone. Se la fanteria appariva non del tutto affidabile, a difendere le immediate vicinanze del Palazzo d'Inverno c'erano le truppe scelte e fedelissime: la cavalleria e i cosacchi. E quando la pressione della folla si fa eccessiva, partono le prime cariche di cavalleria alla sciabola: l'esito è agghiacciante, perché i cavalieri non si limitano a picchiare di piatto, ma caricano attaccando di taglio i dimostranti: la neve incomincia a rosseggiare. I cosacchi e la fanteria (spronata di continuo dai suoi ufficiali) fanno il resto; la tecnica è sempre la stessa: soldati e cosacchi hanno caricatori in cui la prima cartuccia è a salve.
Se i dimostranti non si sciolgono alla prima scarica fatta a scopo intimidatorio, i fucili vengono puntati contro di loro, e a quel punto i colpi che vengono sparati sono quelli veri. Un altro sacerdote, il pope Sergio, che si era posto alla testa di una colonna di dimostranti, recando un crocifisso e un ritratto dello Zar, a sottolineare le attitudini non sovversive della folla, viene ucciso da una scarica di fucileria. I dimostranti non riusciranno a raggiungere il Palazzo dello Zar, ma il bilancio della giornata di sangue è pesantissimo; i morti e i feriti si calcolano nell'ordine delle diverse centinaia, mentre il governo ha richiamato a Pietroburgo altri reparti di fanteria e di cavalleria che erano di stanza nelle città di Reval e Poskov. Circa cinquantamila uomini armati saranno così concentrati, opposti a circa centocinquantamila dimostranti. La rivolta sarà spenta nel sangue.
Lo sdegno per la repressione brutale delle autorità russe è grande e una volta tanto accomuna i nostri amici di destra e sinistra, liberali e reazionari, clericali e radicali. Io, da inviato speciale nel passato, non posso certo parlare del futuro che già conosco; ma in me non posso non notare come nella giornata di sangue a Pietroburgo ci siano già tutti i semi della caduta del regime zarista: la truppa che tentenna a sparare contro i propri fratelli, l'autorità esercitata in modo spietato e feroce, la cecità politica, la difesa di anacronistici privilegi, a costo della vita dei più umili. Per ben iniziare questo 1905 conviene, tutto sommato, restare in casa nostra. Avremo mille difetti, ma anche il pregio di essere un Paese libero, secondo le medie dell'epoca uno dei più liberi. E rinfranchiamoci un po' lo spirito leggendo gli scampoli delle ultime iniziative benefiche con cui si chiudono le festività natalizie.
Emergono i nomi di due sacerdoti, che diverranno quasi sinonimi di altruismo, di aiuto generoso e disinteressato ai più diseredati. Padre Gerardo Beccaro, priore dei Carmelitani, ha aperto un nuovo ospizio per dare una casa ai "giovani derelitti", ossia a quegli orfanelli che nessun'altra istituzione riusciva ad assistere. Monsignor Geremia Bonomelli ha lanciato una nuova sottoscrizione per aiuti agli emigrati, sottolineando come "l'unico criterio con cui la sua opera aiuta qualcuno è il bisogno; e nel bisogno possono esserci cattolici, atei, protestanti, ebrei, chiunque". Di fronte a queste belle notizie, sfumano un poco le prime cronache parlamentari del 1905, anche se qualche discussione appassionata nasce per stabilire se i Comuni, in base alla legge del 5 luglio 1877 sull'istruzione elementare obbligatoria siano tenuti o meno a fornire anche l'istruzione religiosa. Il Ministro per la Pubblica Istruzione, Orlando, nel dubbio ha rimesso il problema al giudizio del consiglio di Stato.
L'opinione pubblica si appassiona molto meno alla discussione sull'unificazione e la statalizzazione delle diverse compagnie ferroviarie. E sbaglia, perché sarà questo il vero nodo politico - affaristico che di lì a pochi mesi provocherà la caduta del Governo. Insomma, sulle questioni spirituali (come l'insegnamento della religione) si può sempre trovare un accordo politico; ma quando invece ballano grossi interessi economici, allora cadono anche i Governi.
Chiudiamo quindi questo viaggio nel freddissimo gennaio 1905 (così freddo da spingere il comune di Pontecchio degli Abruzzi a reclutare un buon numero di cacciatori per contrastare le invasioni di lupi) segnalando ai nostri lettori del 2005 un altro prodigio della scienza medica di cent'anni fa. Questa volta merita gli onori della cronaca il cav. Onorato Battista, titolare della Farmacia Inglese del Cervo di Napoli, che tra le altre meraviglie produce anche la "Antilepsi", rimedio specifico che guarisce, nientemeno, l'epilessia. Infatti, come si assicura dalle pagine del Corriere, la Antilepsi, "preparata secondo la teoria tossica del Ferè (chi è?? Mah.N.d.R.) ammessa da tutti gli scienziati, dai Primari Clinici e Specialisti, è stata dichiarata il rimedio più razionale, più efficace e più sicuro nel guarire l'epilessia, l'istero-epilessia, gli attacchi convulsivi in genere, la corea, l'isterismo volgare, ecc.". Il prezzo? Una bottiglia costa lire 4, ma se si vuole risparmiare, basta comprare 5 bottiglie, vendute al prezzo di lire 19.
Purtroppo una tale meraviglia non è più disponibile; è passato troppo tempo, cent'anni sono tanti. E infatti mi affretto a tornare nel mio secolo legittimo; arrivederci a tutti nel mese di febbraio. Di cent'anni fa, ovviamente.
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