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GLI "ASSASSINI": STORIA
E LEGGENDA DI UNA SETTA ISLAMICA
di ALESSANDRO FRIGERIO
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W.B. Bartlett, Gli Assassini. Storia e leggenda della più temuta setta islamica - Corbaccio, 2004, pp. 300, euro 18,00
«E quando lo Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo più vigoroso, e fagli uccidere chi egli vuole. E coloro lo fanno volentieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso». Fu Marco Polo, nel Milione, a dare il via alla leggenda degli Assassini, la sanguinaria setta islamica che tra l'XI e il XIII secolo fece parlare di sé in Persia e in Siria. Una setta che viveva tra le montagne, composta da uomini che uccidevano senza farsi notare, compiendo assassini mirati nei confronti dei leader avversari. Il mito fu alimentato dalle cronache di altri autori cristiani, come Burcardo e Guglielmo di Tiro, che raccontarono del loro fanatismo, della loro dedizione assoluta alla causa, dell'uso smodato di stupefacenti e della vita promiscua condotta all'interno di castelli inespugnabili.
Anche nel mondo arabo erano temuti, tanto che per loro era stato coniato il termine di hashishiyyun, cioè "fumatori di hashish". Ma non perché ne facessero effettivamente uso, ma semplicemente perché la definizione era usata con una generica accezione dispregiativa. Per affinità fonetica i Crociati trasformarono poi hashishiyyun in "assassini". E il nome sarebbe arrivato in questa forma fino ai giorni nostri.
In realtà si trattava della setta dei Nizari, la cui origine risale alla fine del XI secolo, cioè ad uno dei tanti momenti di conflitto e scissione vissuti dall'Islam. Di ispirazione sciita ismailita, i Nizari si distinguevano dai sunniti in merito a chi dovesse essere i legittimo erede del profeta. Nel variegato e rissoso mondo islamico si opponevano tanto alla dinastia Ommayade quanto a quella Abbaside. Da qui rivalità, contrasti e lotte senza quartiere che dalle roccaforti della setta poste nel nord della Persia, sui monti Elburz, non lontano dalle coste meridionali del Mar Caspio, abbracciarono progressivamente gran parte del mondo arabo.
Il primo vero leader politico e religioso dei Nizari fu Hasan-i Sabbah, che nell'XI secolo diede vita a una serie di stati indipendenti ritagliati all'interno del territorio controllato dai Turchi selgiuchidi. Fu lui, dopo un lungo periodo di esistenza clandestina, a dare riconoscibilità politica alla setta, ponendo la sua capitale nell'imprendibile castello di Alamut. Personaggio scaltro e dotato di un forte magnetismo, Hasan dimostrò notevole abilità politica, miscelando abilmente due tattiche di "guerra": l'assassinio dei capi nemici e il proselitismo missionario. Strumenti semplici e facilmente praticabili da un setta di piccole dimensioni che non poteva competere militarmente con i più forti rivali.
Il suo sogno era quello di creare un'unità islamica sotto guida ismailita, sfruttando le divisioni tra i selgiuchidi e i musulmani. Ma non solo in Persia. I contrasti erano particolarmente forti anche in Siria, ed è qui che si diffuse il secondo ramo dei Nizari. Dopo Alamut, anche la città di Salamiyah divenne un loro centro propulsore. Per raggiungere l'obiettivo dell'unità islamica uccisero alcuni sultani selgiuchidi, dopodiché rivolsero le loro attenzioni verso i Crociati, talvolta stringendo spregiudicate alleanze con loro, in altri casi scontrandosi direttamente (assassinarono il conte Raimondo di Tripoli e Corrado di Monferrato). Al loro fanatismo non sfuggì nemmeno il mitico il Saladino, che scampò miracolosamente a un attentato.
Il tramonto della setta avvenne quasi contemporaneamente in Siria e in Persia. La sconfitta definitiva si deve alle orde mongole di Gengis Kahn, che sul finire del XIII secolo premevano ai confini nordorientali della Persia. I Nizari vi si opposero con la solita tecnica, infiltrandosi nella corte e riuscendo ad uccidere il figlio dello stesso Gengis Khan. Ma non bastò, e dopo un lungo assedio Alamut cadde sotto i colpi dei Mongoli. Nel 1270 la storia dei Nizari era ormai pronta per essere consegnata alla leggenda.
O. di Robilant, Nobiltà - Mursia, 2004, pp. 350, euro 19,00
Un diario, un'autobiografia, un romanzo: tutto questo è il libro di Olghina di Robilant, anticonformista figlia di una delle famiglie più illustri dell'aristocrazia italiana, che ha sempre vissuto avventurosamente e in libertà. Durante l'esilio dei Savoia in Portogallo ha diviso viaggi e divertimenti con re Umberto e con le principesse sue coetanee, davanti alle quali non voleva fare la riverenza... I suoi ricordi si intrecciano con la vita dell'alta società di allora, che racconta con occhi critici e indiscreti: le amicizie e i viaggi del re, le case che abitò, i dissapori con Maria José, il tormentato rapporto col figlio Vittorio Emanuele, i flirt delle principesse, l'amicizia del sovrano con Amalia Rodriguez, l'incontro con Hemingway e Dominguin. Ne esce un quadro inedito, privato, talvolta critico della corte e della famiglia reale, ma anche un affresco del Portogallo di allora, tra feste e corride, balli e fado.
M. Candito (a cura di), Il braccio legato dietro la schiena. Storie dei giornalisti in guerra - , Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 446, euro 15,60
Diceva Kapuscinski che "un corrispondente di guerra non può essere un cinico, deve avere forte la capacità di sacrificio e il senso della solidarietà". Gli autori di queste testimonianze sono "le grandi firme" del giornalismo italiano, i reporter che sui giornali, alla radio, alla Tv, hanno raccontato le storie grandi e piccole che la guerra trascina via con sé, in Vietnam come in Iraq, nelle Malvine come in Israele, in Spagna come in Congo o nella Guinea-Bissau o in Afghanistan. Questo libro dà voce ai sentimenti, alle emozioni, alle riflessioni critiche, di chi la guerra la vive come un'amara esperienza di lavoro e da questa esperienza ricava la consapevolezza di quanto oggi davvero l'informazione sia l'arma più potente degli eserciti.
P. Schafer, Giudeofobia. L'antisemitismo nel mondo antico - Carocci, 2004, pp. 312, euro 12,40
Quale sorpresa sarebbe stata per le grandi civiltà imperiali dell'antichità constatare che un popolo numericamente irrilevante, che esse avevano tutte sconfitto, conquistato e governato, sarebbe sopravvissuto ben oltre la loro scomparsa, a dispetto di ogni tentativo di sterminio. Infatti il popolo ebraico, più volte soggiogato e disperso, continua ad animare il mondo contemporaneo con la sua complessa identità, nonostante la peculiare ancorché intermittente ostilità di cui è stato fatto oggetto nel corso dei secoli. «Scatena un uragano sulla città ed elimina dalla faccia della terra il popolo ebraico» suggerirono al monarca i consiglieri di Antioco VII, mentre cingeva d'assedio Gerusalemme intorno al135 a.C. Sono brani come questo a costituire la trama di Giudeofobia, il libro che Peter Schäfer ha dedicato alle testimonianze e alle manifestazioni dell'ostilità antisemita nell'antichità. Da Diodoro Siculo a Strabone, da Cicerone a Tacito, l'ostilità nei confronti del popolo ebraico - delle sue convinzioni religiose, delle sue pratiche culturali, del suo modo di vita - è studiata in maniera approfondita e ripercorsa in un racconto vivace, che non dimentica mai le ragioni del lettore non antichista.
R. Porter, Breve ma veridica storia della medicina occidentale - Carocci, 2004, pp. 232, euro 16,50
Da sempre, secondo un'infinità di modi e attraverso una miriade di precetti e pratiche, sia popolari sia colte, l'uomo ha cercato di combattere le malattie, di gestirle o razionalizzarle. In risposta alla domanda "perché proprio a me?", le malattie sono state spesso personificate, sentite come una condanna e investite di un significato morale. Così si è potuto parlare di malattie "cattive" -la lebbra o la sifilide, entrambe socialmente stigmatizzate - e di malattie "buone" -la tubercolosi, di frequente associata al genio romantico, o la gotta, sorta di segno di distinzione del gentiluomo -, arrivando perfino a vedere in esse una punizione divina: un'idea arcaica di recente riaffiorata con l'AIOS. Roy Porter, uno dei più grandi storici inglesi della medicina, di recente scomparso, ci racconta le fasi di questa battaglia condotta dall'uomo lungo l'arco della sua storia millenaria. Con il gusto per la narrazione del grande divulgatore, egli affronta il ruolo dei medici, l'investigazione del corpo, la scoperta dei farmaci, gli sviluppi della chirurgia, la creazione dei luoghi di cura fino agli aspetti sociopolitici e alle implicazioni della medicina moderna. Ne emerge un percorso illuminante - a tratti ricco di humour, a tratti commovente - attraverso la medicina occidentale e i suoi protagonisti.
A. Cocchia, Convogli. Un marinaio in guerra 1940-1942 - Mursia, 2004, pp. 412, euro 24,00
Questo libro, ricavato da un dattiloscritto del febbraio 1944, affronta avvenimenti di un conflitto che era ancora in corso quando fu redatto. L'argomento principale è l'analisi dettagliata della complessa serie di operazioni navali effettuata nelle acque del Mediterraneo per assicurare, con alterna fortuna, la difesa dei convogli che trasportavano dai porti italiani rifornimenti di uomini ed equipaggiamenti indispensabili per sostenere il fronte in Africa settentrionale. L'autore, che rimase gravemente ferito al comando del cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco il 2 dicembre 1942 durante un violento combattimento notturno con forze navali britanniche presso il Banco di Sherki, nel Canale di Sicilia, espone in maniera chiara fatti e circostanze non risparmiando critiche, ma mettendo anche in evidenza il coraggio e lo spirito di sacrificio dei marinai italiani, imbarcati sulle navi da trasporto e sulle unità di scorta impegnati in quel difficile compito.
R. Hughes, Barcellona. Duemila anni di arte, cultura e autonomia - Mondadori, 2004, pp. 520, euro 32,00
Duemila anni di storia e arte di Barcellona, capoluogo della regione catalana, dalla origini romane a oggi. Città fra le più amate d'Europa, Barcellona è vitale, culturalmente vivacissima, dotata di un patrimonio artistico tra i più monumentali e di una tradizione di pensiero interessante e poco nota. Non le manca nemmeno l'alone romantico dello spirito separatista che sin dalla fine del Trecento, quando la Catalogna fu annessa dalla Spagna, l'ha opposta al governo centrale: oggi, dopo secoli di resistenza, a volte violenta, contro l'assimilazione al governo e alla lingua spagnoli, nella regione si è fieri di parlare il catalano e si gode di una forte autonomia amministrativa. Del resto le radici profonde, e il suo strumento tradizionale di governo, il Consell de Cent, fu l'organismo protodemocratico più antico della Spagna. Di Barcellona Robert Hughes fornisce una storia "totale" che è a un tempo politica, culturale, economica. Critico d'arte brillante e anticonformista, si concentra innanzitutto sulle vicende urbanistiche della città attraverso i secoli e dall'austera solidità del gotico catalano conduce alle bizzarrie surreali del modernisme di Gaudí, passando per le viuzze tortuose del Barrio gotico, i colori dei mercati, la prospettiva delle ramblas. Ma analizza anche lo sviluppo sociale della città e della regione. Un ricco corredo iconografico illustra inoltre tutta la complessa mescolanza di amore del passato e di fuga nel futuro che caratterizza lo spirito di Barcellona e il suo simbolo, la chiesa della Sagrada Familia di Gaudí, eccentrica, incompiuta, fieramente indipendentemente da ogni giudizio.
F. Quilici, Tobruk 1940. La vera storia della fine di Italo Balbo - Mondadori, 2004, pp. 272, euro 19,00
Il 28 giugno 1940 il trimotore su cui volava Italo Balbo con altre otto persone venne abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruk, in Libia. Benché ufficialmente archiviato come deplorevole errore, sin dal primo momento, su quell' "incidente" circolò il sospetto di un complotto suggerito da Mussolini per colpire il Maresciallo dell'Aria e gli uomini a lui vicini, avversi a una guerra a fianco della Germania nazista. A bordo di quell'aereo era anche Nello Quilici, giornalista e storico chiamato in Libia per redigere il diario di una guerra impossibile; e padre di Folco Quilici, che nel libro ripercorre la vicenda che ha segnato la sua vita. Ma la rivisitazione dei luoghi che furono teatro della tragedia. Per tentare di rispondere, Folco Quilici non si limita a ricostruire gli eventi di quei giorni di guerra e quanto era accaduto. Ma propone interpretazioni e scoperte che gettano una nuova luce sui fatti, come una testimonianza del clamoroso contrasto che Balbo tenne rispetto alla delibera delle leggi razziali. In Tobruk 1940 Folco Quilici riesce a comunicare il senso di una tragedia alla quale l'Italia non era preparata. Importante complemento è il saggio dello storico dell'Aeronautica Gregory Alegi e il DVD, "Balbo aviatore", film-documentario che Alegi e Quilici propongono come contributo alla comprensione dei fatti.
G. E. Rothenberg, L'esercito di Francesco Giuseppe - Editrice Goriziana, 2004, pp. 468, euro 26,00
Goethe ed Engels, due figure tanto rappresentative del mondo germanico quanto distanti per interessi e scopi, sostanzialmente condivisero la veduta secondo cui l'istituzione militare di uno stato ne riflette in modo fedele l'intima "essenza" e le caratteristiche politiche e sociali. Ciò è particolarmente vero dell'esercito asburgico (austriaco prima e austro-ungarico dopo l'Ausgleich del 1867), che nei suoi quattro secoli di storia accompagnò le fortune e il declino della dinastia che esso serviva e di cui fu il più solido pilastro istituzionale. L'apparato militare della monarchia non fu solo uno strumento che la preservò dalle minacce esterne ma si rivelò - soprattutto negli anni 1848 e 1849 - cruciale per la salvaguardia dell'impero quando questo rischiò di soccombere alle potenti pressioni disgregatrici provenienti dal suo interno. Nonostante il suo status preminente, l'esercito, alieno da spinte dirigistiche, non fece mai dell'impero un Militärstaat alla prussiana: esso conservò da un lato la propria lealtà dinastica e dall'altro una straordinaria coesione, tanto che, alla dissoluzione della monarchia e dunque dell'esercito, l'ultimo vessillo asburgico non fu fatto sventolare dall'imperatore a Vienna, ma da un comandante militare nella remota Albania. Disamina approfondita ed esaustiva, il libro narra - come sottolinea l'Autore - l'ultimo secolo di vita di una delle più antiche organizzazioni militari europee, in special modo la lunga fase in cui Francesco Giuseppe improntò di sé - nell'attitudine, nelle scelte e negli errori - quell'esercito che come nessun'altra istituzione sentì suo.