UNA STRAGE DI STATO pianificata ed eseguita agli inizi del 1900. “Soluzione
finale” che si concluse con lo sterminio di un milione e mezzo di persone
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QUEL GENOCIDIO DEGLI ARMENI
SULLA COSCIENZA DELLA TURCHIA
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PREMESSA – La repubblica turca entrerà, prima o dopo, a far parte dell’Unione Europea. Su questo prossimo futuro imperversano brucianti polemiche scatenate dal consueto schieramento dei favorevoli e contrari. Nei salotti televisivi e ed altri luoghi più o meno politico-mondani gridano e sussurrano i razzisti e quelli che vogliono la fusione e la compenetrazione delle identità. Favorevoli e contrari hanno le loro ragioni. I primi perché capiscono o sanno che il processo di globalizzazione (non sarebbe meglio parlare di avvicinamento funzionale fra i popoli?) è un meccanismo ineliminabile della dialettica storica; i secondi in quanto, non capendo e non sapendo, sono ancora nelle spire dell’ancestrale paura dell’altro, della “tribù” aliena che può sottrarre beni, cultura e libertà. Quanto hanno ragione questi ultimi?
Certamente un quantum è ammissibile. Per ciò che riguarda il caso specifico della Turchia lo vediamo dall’articolo di Gattuso (apparso nel numero 48 della nostra rivista), che ripubblichiamo per la sua attualità. Inoltre nella memoria storica degli Europei esistono ancora i ricordi delle invasioni turche caratterizzate da saccheggi di massa e da crudeltà senza limite. Riteniamo giusto riportare alla luce il ricordo di questo genocidio che è segno di una cultura feroce. Ancora oggi la repubblica turca è in parte portatrice di disvalori legati a questa cultura: quindi il processo di integrazione nell’Unione Europea deve avvenire in parallelo con l’abbandono di tali disvalori. E’ una mutazione che va pretesa con fermezza assoluta, totale. Ricordando che il libero processo di maturazione della Turchia non potrà essere veloce. Come non lo è stato quello dell’Europa, che di genocidi sulla coscienza ne ha in numero notevole. Consumati sul proprio territorio e sugli altri continenti.
Favorevoli e contrari abbiano dunque pazienza. E riflettano senza preconcetti su quanto sta accadendo oggi. Per capire come sia giusto, nella prospettiva e nella dialettica storica, che l’accadimento replichi se stesso e continui la strada verso la democrazia.
La Direzione
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Il genocidio degli armeni è stato giustamente definito il "prototipo dei genocidi del ventesimo secolo", l'esempio perfetto della distruzione il più possibile completa di un gruppo etnico da parte di uno Stato, il tragico capitolo primo di un secolo che si è chiuso con altri capitoli sanguinari, e altre pulizie etniche. L'importanza di questo genocidio, quindi, si impone non solo per un motivo cronologico. La distruzione "scientifica" del popolo armeno da parte dello stato turco si rivela un tragico paradigma sia per le tecniche impiegate che per l'elemento di ispirazione nei confronti di altri propositi genocidari. In ultimo, l'anno Duemila segna l'ottantacinquesimo anniversario del genocidio armeno.
Il caso armeno rivela anche una verità sulla quale raramente ci si ferma a riflettere: un popolo diventa possibile obbiettivo di un genocidio quando si realizzano contemporaneamente due fenomeni paradossalmente contrari, quando cioè al punto di maggiore debolezza e minoranza si somma un irrazionale atteggiamento ossessivo da parte di una maggioranza antagonista. Come nel caso degli ebrei, il genocidio si rivela possibile quando il bersaglio non è attrezzato a difendersi, non quando è potente o esercita un effettivo potere d'influenza nella società in cui vive. Anche da questi presupposti nasce la necessità storica della creazione dello stato d'Israele.
Seppure una serie di zelanti storici "negazionisti" si sia affannata a negare il genocidio armeno, esistono documenti inoppugnabili i quali dimostrano come il governo turco abbia pianificato e pianifichi freddamente l'eliminazione fisica del popolo armeno.
La mancanza di un'adeguata esposizione del genocidio armeno agli occhi dell'opinione pubblica la si deve a due fondamentali fattori: l'operazione di sterminio è stata condotta in pieno conflitto mondiale (1915), in una situazione in cui operazioni militari e perdite di vite umane potevano essere meglio mascherate e l'atteggiamento calcolatore delle Potenze occidentali, che hanno sempre riconosciuto alla Turchia un importante ruolo di baluardo e contenimento, prima verso l'integralismo islamico, poi verso l'imperialismo sovietico.
Armenia, una porta verso l'Oriente -
Gli armeni giunsero intorno al VII secolo a.C. in quel territorio situato a
sud del Caucaso e del mar Nero, a est dell'altopiano anatolico, a ovest del
mar Caspio, in una zona montuosa, fertile e strategica, dal momento che attraverso
essa passa una delle fondamentali vie per l'Oriente. Da sempre, quindi, l'Armenia
è una regione che fa gola a tutti i popoli dominatori adiacenti, dai persiani
ai greci, dai romani agli arabi. L'unico modo per sopravvivere è quello, tradizionale,
di giocarsi periodicamente le alleanze, sfruttando le rivalità tra Bisanzio
e la Persia. La sopravvivenza, però, passa anche per una propria precisa identificazione:
gli armeni diventano così, tra il IV e il VI secolo d.C., cristiani, ma appartenenti
ad una Chiesa nazionale, che li pone in contrasto con quella occidentale.
Periodiche
invasioni turche spingono gli armeni verso la Cilicia dove, tra le montagne
dell'Amano e del Tauro, prende forma la Nuova Armenia, che resisterà
fino alle porte del XVI secolo.
Si affaccia infatti sulla scena l'impero Ottomano
che occupa la parte occidentale dell'Armenia, mentre quella orientale finisce
alla Persia. Da questo momento gli armeni diventano cittadini ottomani, di un
impero plurinazionale che, benché di maggioranza musulmana, si dimostra tollerante
verso le minoranze cristiane, rispettandone lingua e cultura. È, tutto questo,
parte di un "contratto", che prevede comunque, per i non musulmani, una condizione
di inferiorità nel campo dei diritti civili: quella del Sultano è una teocrazia,
dove l'Umma (comunità credente) domina i dhimmis (i "protetti").
Questi ultimi sono cristiani ed ebrei, che non possiedono terre proprie, pagano
più imposte e, di fronte alla sharia - combinazione di legge civile e religiosa
basata sul Corano - si rivelano cittadini di classe inferiore. In un processo,
ad esempio, una testimonianza di un cristiano contro un musulmano non ha valore.
Gli armeni, quindi, non hanno il minimo accesso alla vita politica dell'Impero.
La disgregazione dell'Impero: il seme del genocidio
- Per quanto possa sembrare paradossale, in questa condizione di subalternità
all'interno di un solido regime imperiale gli armeni non corsero alcun rischio.
Questa situazione di debolezza risultò letale solo quando l'Impero ottomano
cominciò la sua lunga crisi, divenendo agli occhi dell'Occidente il "malato
d'Europa". Fu quindi l'inizio del declino dell'Impero sovranazionale, in contemporanea
al sorgere dei nazionalismi ispirati dagli irredentismi europei, quello armeno,
che cominciava ad avanzare qualche rivendicazione, e quello turco (i Giovani
Turchi), a creare la pericolosa miscela di ossessione e razzismo da cui
sarebbe sprigionato il genocidio. Dopo la proclamazione dell'indipendenza della
Grecia nel 1822, le popolazioni balcaniche si ribellano al sultanato e chiedono
autonomia.
La Russia, eterna rivale dell'Impero ottomano cerca di ottenere vantaggi
da questa crisi: da più di un secolo la Russia si propone come la protettrice
degli ortodossi in Medio Oriente, strategia che le permette una continua ingerenza
nell'area. I trattati di Londra del 1827 e di Parigi del 1856 si rivelano una
fastidiosa arma di intervento nella zona di pertinenza ottomana da parte delle
Potenze occidentali, per di più l'Europa chiede alla Sublime Porta (il
governo ottomano) continue riforme.
È una politica del tira e molla da parte
delle Potenze europee, perché l'Impero Ottomano è comunque alleato fondamentale
per il contenimento della Russia. Da parte loro, gli armeni, esercitano una
pressione autonomistica su un fronte legale (il patriarcato di Costantinopoli
porta la questione armena sulla scena internazionale) e illegale (dal 1890 nascono
partiti rivoluzionari che sostengono la lotta armata, come la Federazione
Rivoluzionaria Armena, il FRA).
Questa particolare combinazione di pressioni
esterne ed interne all'Impero si rivelerà fatale per gli armeni. "Nessuno stato
-scrive inconfutabilmente Claude Mutafian - è più crudele di un grande impero
in agonia".
1894-1986: i primi massacri - Quasi a
voler saggiare la capacità di reazione delle Potenze europee, il sultano Abdul
Hamid pianifica nel 1894 il primo massacro di massa contro gli armeni. Il piano
criminale scatta nella regione di Sassun, a ovest del lago Van. Una campagna
di disinformazione, che accusava gli armeni di tradimento e complottismo, servì
ad accendere gli animi della maggioranza musulmana. In nemmeno due anni i primi
pogrom anti-armeni causano la morte di più di 200.000 persone, la conversione
forzata all'Islam di decine di migliaia di persone, e un esodo di massa fuori
dai confini dell'Impero. L'eccidio viene perpetrato davanti agli osservatori
europei, che non mancano di informare (in documenti perfettamente reperibili)
i propri governi, i quali decidono comunque di non intervenire. È il segnale
che il sultanato attende: la scintilla era scoccata, e negli anni seguenti avrebbe
incendiato tutta l'Armenia.
La fine dell'Impero Ottomano - L'eccidio
era stato però l'ultimo atto disperato di un potere destinato al crollo. Per
quanto possa sembrare paradossale, considerando gli eventi successivi, i rivoluzionari
armeni si alleano ai nazionalisti turchi in chiave anti-ottomana e, nel luglio
1908 un putsch condotto dal partito Unione e Progresso chiude l'era ottomana
e stabilisce un regime costituzionale. Sono i Giovani Turchi, nome col
quale l'Europa definisce, ottimisticamente, i rappresentanti di una Turchia
che si immagina finalmente europea a tutti gli effetti. I Giovani turchi,
in realtà, sono divisi al loro interno, e finisce per vincere l'ala più oltranzista,
decisamente anti-ottomana e di conseguenza più nazionalista. L'indipendenza
della Bulgaria, il passaggio della Bosnia-Erzegovina all'Impero austro-ungarico,
quello della Tripolitania all'Italia nel 1911, i conflitti balcanici nel 1912
e nel 1913 smembrano progressivamente l'ex-Impero Ottomano, e questo non può
che radicalizzare il nuovo governo turco.
Il misto di sconfitte e nazionalismo
crea quindi le basi per il genocidio armeno agli albori del XX secolo. Nell'aprile
1909 una seconda ondata di massacri colpisce gli armeni, nella zona della Cilicia,
prima ad Adana, la città maggiore, poi in tutta la provincia. In due ondate
violentissime il partito Unione e Progresso (Ittihad) pianificano il
massacro di 30.000 persone, nel silenzio generale da parte delle Potenze europee.
Intanto il governo si trasformava in una dittatura oligarchica affidata a tre
"uomini forti", Djemal, Enver e Talaat, che avrebbero ottenuto i ministeri della
Marina, della Guerra e dell'Interno.
La Grande Guerra e il genocidio armeno
- La Grande Guerra offre al governo turco l'opportunità di "chiudere i conti"
con gli armeni. La Turchia entra in guerra a fianco delle Potenze centrali.
Da parte loro, gli armeni si dividono in più fazioni: chi è per la neutralità,
chi si propone di combattere per la Turchia "da cittadino ottomano" e chi si
schiera con i Russi. Sul confine fra Turchia e Russia, infatti, avvengono gli
scontri più duri, a tutto favore di quest'ultima. Nella loro ritirata attraverso
la regione armena, i soldati turchi si convincono che buona parte della responsabilità
della sconfitta risiede nei "traditori" armeni. In realtà, nelle file russe
ci sono anche armeni, ma sono quelli da sempre appartenenti alla Russia, non
quelli "ottomani".
Il terreno è fertile per far fiorire il genocidio. Tra il
dicembre 1914 e il febbraio 1915 il Comitato centrale del partito Unione
e Progresso, guidato da due medici - i dottori Nazim e Behaddine Chakir
- pianifica la totale soppressione degli armeni come popolo. Viene creata la
famigerata Organizzazione Speciale, una struttura paramilitare dipendente dal
ministero della Guerra, ufficialmente incaricata di operazioni spionistiche
oltre confine, ma segretamente incaricata di sterminare gli armeni (ai messaggi
ufficiali di non toccare la popolazione armena durante le operazioni militari
seguivano contrordini in codice di segno opposto). Oltre a ciò, detenuti comuni
vennero scarcerati e addestrati per far parte di squadre irregolari (i tchété),
adibiti ai lavori più sporchi. Il piano scatta tra il gennaio e l'aprile 1915:
i soldati armeni, che avevano combattuto per il governo turco, vengono disarmati,
raggruppati con la scusa di eseguire lavori specifici di ricostruzione ed eliminati
lontano dai centri abitati.
Alla fine di aprile, con il pretesto di una rivolta
armena scoppiata a Van, 2345 notabili armeni di Costantinopoli vengono arrestati,
nei mesi successivi tutta l'élite intellettuale (scrittori, giornalisti, poeti
come Daniel Varujan, parlamentari come Krikor Zohrab) vengono deportati verso
l'interno dell'Anatolia e massacrati lungo il percorso. Tra il mese di maggio
e il mese di luglio dello stesso anno gli armeni di 7 provincie orientali -
Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput - vengono uccisi
o deportati. Gli uomini in salute vengono uccisi sul posto, donne, bambini e
vecchi vengono deportati, obbligati a sostenere lunghe marce verso il deserto,
all'unico scopo di farli morire di fatica. I convogli vengono fatti attaccare
da nomadi curdi al servizio del governo.
Nel mese di agosto, per quanto possa sembrare incredibile, il governo turco
è riuscito a sradicare completamente gli armeni da una regione nella quale avevano
vissuto per secoli.
Tra l'agosto 1915 e il luglio 1916 scatta la seconda fase del genocidio: l'eliminazione
degli armeni nella altre zone della Turchia, in particolare quelle dell'Ovest,
lontane dal fronte di guerra, come la Cilicia. I pochi sopravvissuti vengono
raccolti in campi di concentramento in Siria, nel Sud del paese, alcuni condotti
verso la Mesopotamia, per la precisione a Deir es-Zor, il cui carnaio del luglio
1916 passerà alla storia come il simbolo del genocidio armeno. In un anno solamente
- queste le agghiaccianti cifre - un milione e mezzo di armeni vengono uccisi,
100.000 bambini vengono presi da turchi e curdi e cresciuti sotto l'Islam e
sotto un'altra lingua.
La fine della guerra e il completamento del genocidio
- La sconfitta della Turchia nella Prima guerra mondiale sembrò portare ad un
riscatto dei 600.00 armeni sopravvissuti al genocidio, ma paradossalmente le
pressioni dei vincitori per processare i responsabili dell'immenso massacro,
unite alla forzata nascita (Conferenza di Pace, Trattato di Sèvres, agosto 1920)
di una Repubblica d'Armenia e di un Kurdistan indipendenti, servì solo a completare
lo sterminio. Dopo la caduta di Abdul Hamid e dei Giovani Turchi il potere
finisce a Mustafà Kemal, deciso ad imporre il nazionalismo turco e a completare
l'opera dei predecessori nei confronti degli armeni. Kemal seppe sfruttare con
astuzia la diffidenza tra la nuova Russia bolscevica e gli Alleati occidentali.
Nell'indifferenza generale, e con assoluto disprezzo delle disposizioni del
Trattato di Sèvres, Kemal ordinò alle proprie truppe, agli ordini del generale
Karabekir, di invadere l'Armenia e, con l'aiuto della rediviva Organizzazione
speciale, attuò la fase finale del genocidio. L'incendio di Smirne (settembre
1922) può essere considerato l'epilogo del genocidio. La Conferenza di Losanna
del 1923 si premurò di annullare gli accordi di Sèvres, e nei protocolli sono
addirittura assenti le espressioni "Armenia" e "armeno". L'Europa dava il suo
avallo al massacro.
Il negazionismo turco - Esistono importanti
testimonianze sul genocidio armeno. Nel luglio 1915 Johannes Lepsius- un pastore
tedesco che aveva già assistito ai massacri del 1894-96 - torna a Costantinopoli
e assiste al nuovo eccidio. Nel 1916 il pastore pubblica il Rapporto segreto
sui massacri d'Armenia, e nel 1919 una raccolta di documenti diplomatici
dal titolo La Germania e l'Armenia, 1914.1918, entrambe schiaccianti
testimonianze di ciò che era avvenuto. Dalle Memorie dell'ambasciatore
americano Morgenthau è invece possibile raccogliere le confidenze ottenute dallo
stesso ministro Talaat (del quale vergognosamente esiste un mausoleo sulla "collina
dei martiri" a Costantinopoli) il quale affermava che le deportazioni erano
il "risultato di lunghe e serie riflessioni".
Non solo: "Ci hanno rimproverato di non aver fatto distinzione, in mezzo agli
armeni, tra gli innocenti e i colpevoli: è assolutamente impossibile, perché
gli innocenti di oggi saranno forse i colpevoli di domani". O, infine: "Noi
abbiamo già liquidato la posizione di tre quarti degli armeni […] bisogna che
la finiamo con loro, altrimenti dovremo temere la loro vendetta".
Sempre da parte americana, e per di più filo-turca, The Slaughterhouse Province
(La provincia mattatoio)", del console americano a Khapurt, Leslie Davis, dove,
datato luglio 1915 si può leggere in una lettera a Morgenthau :"Li hanno semplicemente
arrestati e uccisi nell'ambito di un piano generale di sterminio della razza
armena". Di grande importanza è anche il Libro Blu britannico redatto
dal diplomatico James Bryce. In un discorso alla Camera dei Lords, il 6 ottobre
1915, Bryce documentò l'uccisione premeditata di almeno 800.000 armeni.
Il Libro Blu, edito l'anno successivo, contiene più di 150 documenti
provenienti da testimoni neutrali, con contributi anche fotografici. Il negazionismo
turco del genocidio armeno poggia su tre argomenti. Il primo, sostenuto sin
dal 1915, cerca di ribaltare le responsabilità, accusando gli armeni di aver
tradito la Turchia, di avere attuato un genocidio contro i Turchi (il riferimento
è ad alcuni attacchi a villaggi turchi da parte di bande armene venute dalla
Russia). Il secondo argomento - che cerca di smontare l'intera esistenza del
genocidio - nega che da parte del governo turco ci sia stata l'intenzione e
la premeditazione dello sterminio.
La Turchia ammetterebbe la deportazione e i massacri, ma non la pianificazione
scientifica del genocidio. Nel 1988 la pubblicizzata apertura degli archivi
ottomani (trattati con cura nei settant'anni precedenti) rivelerà solo la clamorosa
falsificazione di documenti che, nell'intenzione di Ankara, attesterebbero l'innocenza
turca. Il terzo argomento è quello della sfida delle statistiche. Quanti erano
gli armeni nell'Impero Ottomano prima del genocidio? Il sopravvissuto patriarcato
armeno di Costantinopoli dice 2.100.000 persone, i turchi 1.290.000, mentre
la cifra delle vittime sarebbe, per gli armeni, 1.500.000, per i turchi da 200.000
a 800.000.
Anche seguendo l'indicazione turca, non si potrebbe fare a meno di constatare
che più della metà degli armeni sono stati eliminati. Dal 1973 al 1987 il riconoscimento
del genocidio armeno subisce un percorso incerto, soprattutto a causa del governo
turco, il quale fa pesare sulla bilancia il proprio fondamentale ruolo atlantico
nella Guerra Fredda. Il 18 giugno 1987 il Parlamento europeo ammonisce che il
rifiuto di riconoscere il genocidio armeno costituisce un ostacolo all'ingresso
della Turchia nella Comunità Europea.
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BIBLIOGRAFIA- Lo stato criminale di Yves Ternon, pp.227426, Edizioni Corbaccio, 1997
- Metz Yeghérn - Breve storia del genocidio degli armeni, di Claude Mutafian, pp. 76, Edizioni Angelo Guerini e associati, 1995
- Il secolo del martirio di Andrea Riccardi, pp. 522, Arnoldo Mondadori Editore, 2000
- Armeni - Un popolo in esilio, di David Marshall Lang, pp.204, Edizioni Calderini, 1989
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