Fin dai tempi della setta dei Sicari, degli Assassini o delle orde mongole,
l’omicidio singolo o di massa continua ad essere mezzo di persuasione politica
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TERRORE E TERRORISMI.
LA STORIA “A MANO ARMATA”
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L’orgia di violenza a cui ogni giorno assistiamo ci ha sprofondato nella preistoria, dove l’unico dovere conosciuto era il diritto alla sopravvivenza. La politica del “fai da te” a cui abbiamo assistito in Iraq, ha delegittimato l’intero edificio eretto con l’istituzione dell’Onu ed ha portato alla regressione allo stato selvaggio delle relazioni internazionali. Ragionare non significa non sdegnarsi davanti agli attentati terroristici, all’opposto vuol dire ricercare dinamicamente soluzioni “giuste” che portano alla pace e non alla pacificazione, per scongiurare nuovi lutti e combattere efficacemente le organizzazioni criminali terroristiche sottraendolo loro il consenso e le adesioni.
Non esiste Paese al mondo che non abbia dovuto in qualche modo confrontarsi col terrorismo e con le sue logiche. Molti governi, addirittura, ne hanno (e ne fanno) uso per legittimare, conservare e accrescere il proprio potere. Il nuovo terrorismo può avere quindi mille e mille facce, ma in realtà due soli volti: quello del guerriero – che utilizza l’arma del terrore come lotta estrema dove la politica ha fallito – e quello dello stratega di Stato che pianifica il terrore per conservare e accrescere il potere personale e quello dello Stato che rappresenta.
L’origine del termine. Il sostantivo Terrorismo trae origine dal vocabolo madre Terrore, dal latino terrorem e, originariamente, dalla radice indoeuropea ter (tremare). Il termine ha acquisito una indicativa valenza durante la Rivoluzione francese.
Il termine terrorismo compare per la prima volta nel 1794 in un supplemento del dizionario dell’Académie Français, come neologismo per indicare un fenomeno e un periodo storico preciso, ossia quello della Terreur instaurato in Francia a partire dalla fine del 1793.
Già quasi tre secoli prima Macchiavelli, nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, ricordava che per «ripigliare lo Stato» [ossia per conservare il potere] fosse necessario periodicamente «mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo».
Nel corso della Rivoluzione francese, fra il 5 settembre 1793 e il 27 luglio 1794, l’ala più radicale del partito giacobino guidata da Maximiliene Robespierre, decise di instaurare un “Regime del Terrore” contro gli oppositori politici. Robespierre sosteneva che il principio fondamentale del governo popolare era la “virtù”. Questa, tuttavia, nella fase rivoluzionaria, doveva inevitabilmente accompagnarsi al “terrore”. Per Robespierre la virtù senza il terrore diveniva impotente. E il terrore, a sua volta, senza la virtù era funesto. In un discorso alla Convenzione Nazionale, nel 1794, Robespierre dichiarò chiaramente: «il terrore non è altro che la giustizia severa e inflessibile. Essa è dunque un’emanazione della virtù».
Il 5 settembre 1793 la Convenzione, per scoraggiare reazioni controrivoluzionarie e per combattere le rivolte già in atto (nella Vandea), decise, su richiesta della Comune di Parigi, di adottare il regime del terrore. Un gran numero di “traditori” fu condotto alla ghigliottina. I giustiziati furono 42.000 (testa più testa meno): 17.000 dopo un regolare processo ma altri 25.000 senza.
I termini terreur, terrorism, terrorist entrano quindi a far parte del linguaggio politico a partire da questo periodo. Detto questo, emerge subito una caratteristica interessante: contrariamente al significato in cui il termine terrorismo ricorre nel nostro tempo, alla sua nascita esso si manifesta come espressione dello Stato e non dell’antiStato. Il terrorismo nasce in definitiva come un’estrema degenerazione dell’idea stessa di rivoluzione, volto all’eliminazione fisica d’ogni fattore d’opposizione, reale o presunta, e all’instaurazione di un nuovo ordine politico e sociale. Gli stessi giacobini avevano usato il termine terrorismo in senso positivo, riferendolo a se stessi. Più tardi la definizione terrorista divenne termine disonorante, con l’approssimato significato di “criminale”. Ovviamente nessun “terrorista” si ritiene tale, ma rivendica a se il titolo di “combattente” per la libertà, per il popolo o la fede.
La classificazione del terrorismo. Si potrebbe suddividere il terrorismo, inteso come regime basato sul terrore, in diverse tipologie, secondo chi è ad utilizzarlo e dove è utilizzato.
Si parla di Terrorismo di Stato quando un’autorità costituita utilizza il terrore contro i propri sudditi o cittadini, al fine di mantenere e perpetuare il proprio potere su di essi (ad esempio la Spagna con l’Inquisizione, la Francia con i giacobini, la Germania nazista con la Gestapo, la Russia attraverso le “purghe staliniane”).
Il Terrorismo dal basso si ha invece, quando una parte dei cittadini utilizza il terrore per combattere una potenza che ha occupato il loro territorio (ad esempio i vari gruppi di liberazione nazionale).
Il Terrorismo della guerra civile è quello praticato da gruppi che vivono nella stessa comunità territoriale, divisi simbolicamente da divergenze religiose, sociali o politiche (è il caso della recente guerra civile tra serbi, croati e kossovari nell’ex Jugoslavia).
Il Terrorismo sovversivo si manifesta, invece, contro un sistema politico vigente per indebolirlo o rovesciarlo attraverso la rivoluzione armata (ad esempio i vari gruppi rivoluzionari armati interni, anarchici, di sinistra o di destra, come le Brigate Rosse o Avanguardia Nazionale in Italia). Scriveva Trotzkij: «La rivoluzione esige che la classe rivoluzionaria metta in opera tutti i mezzi per raggiungere i suoi fini, attraverso l’insurrezione armata, se occorre; attraverso il terrore se necessario».
Il Terrorismo internazionale, il più attuale, si ha quando il terrore si globalizza e porta le sue azioni al di là dei confini nazionali, colpendo chiunque e ovunque.
Se il terrorismo come termine nasce all’indomani della Rivoluzione francese, ben più antico è il concetto dell’azione in sé, che affonda le sue radici nell’antichità.
Il Terrore antico. Se delimitiamo il significato a quello di “terrorismo di Stato”, l’Antica Grecia ci offre molti esempi di governo attraverso il terrore. Basti ricordare, tra le altre azioni, l’istituzione della Kripteia che irrobustiva a Sparta una forma di governo in parte salvaguardata con il terrore pubblico. La Kripteia era, infatti, la polizia segreta con funzioni che andavano dal controllo della vita privata a quello della moralità dei cittadini, dalle ispezioni dirette a reprimere la detenzione – illegale a Sparta – d’oro e argento alla vigilanza notturna – con licenza di uccidere – degli Iloti (i servi) che non rispettavano il coprifuoco.
Anche Roma antica non restò immune a questo modo di governare. Esempi di regime di terrore ci sono forniti dalla dittatura di Silla che dimostrò l‘efficacia di questo modo di concepire il governo. Nel biennio 8281 a.C. Silla formò le famigerate “liste di proscrizione” (tabulae proscriptiones). Queste erano delle liste nelle quali lo stesso Silla elencava le persone da eliminare, dichiarandole fuori legge e passibili d’uccisione. Questi elenchi erano esposti in pubblico nel Foro e chi vi fosse incluso perdeva immediatamente ogni diritto pubblico e privato, sino all’uccisione nello stesso luogo dove era rintracciato. Trovarono la morte, con l’accusa fittizia o pretestuosa di essere un oppositore o di aver aiutato un nemico politico, 90 senatori, 15 ex consoli, 2.600 cavalieri.
Al contrario, se estendiamo il concetto anche al “terrorismo d’opposizione”, ossia quella “particolare forma di terrorismo che nasce dal basso”, gli esempi si moltiplicano.
Il terrorismo dal basso si è manifestato in molteplici forme e per differenti motivazioni: dai movimenti religiosi di protesta alle rivolte politiche, sino alle sollevazioni sociali.
Uno dei primi esempi conosciuti di movimento terrorista è la setta dei Sicari. Questa setta si costituisce nel I secolo d.C. in Giudea, per lottare contro la dominazione romana e in particolare contro l’amministrazione tributaria dell’Impero. I Sicari erano l’ala politica estrema del movimento religiosonazionalistico degli Zeloti (dal greco zelante, fanatico). Lo “zelo” per la legge ebraica li conduceva ad un acceso nazionalismo, spingendoli così alla ribellione. Pervasi dal delirio di un avvento religioso, i Sicari non temevano la morte, anzi consideravano il martirio come ultima azione valorosa sulla terra prima di entrare nel paradiso. I Sicari, uomini provenienti dalle classi inferiori, utilizzavano una spada corta (la sica), che celavano sotto il mantello, per colpire i loro avversari, tra cui anche i propri compatrioti ebrei accusati di collaborazionismo. Ai Sicari furono attribuiti la distruzione della casa di Anania, il Gran sacerdote del Tempio, e quella dei palazzi di Erode; a questi si può tranquillamente aggiungere l’incendio degli archivi pubblici per far scomparire le ricevute degli usurai e impedire così il recupero dei crediti.
Il Terrore nel Medioevo. Una simile mistura di fanatismo religioso e terrorismo politico è stata propria di un’altra setta, quella degli Assassini. Fondata nel 1090 dal persiano Hasani Sabbah, una singolare figura di religioso e rivoluzionario, la setta (detta anche degli Ismailiti o dei Nizari) era una deviazione dell’islamismo sciita. Il nome deriva da hashishiyyin, che allude all’uso dell’hashish (per alcuni studiosi il termine indicherebbe invece disprezzo per le “stravaganti usanze” della setta). La loro prima fortezza fu il castello di Alamut (ossia Nido dell’Aquila). Questa roccaforte si trovava tra le impervie montagne dell’Elburz in Persia, a 1.800 metri d’altezza dal livello del mare.
Qui risiedeva il loro capo supremo, lo SheikhelJebel, indicato dai crociati come il “Vecchio della Montagna”. Man mano che la setta s’ingrandiva, furono costruiti in Persia e in Siria altri “nidi d’aquila”, pressoché imprendibili con i mezzi bellici di quel periodo. Il fine ultimo degli Assassini era quello di diffondere la loro concezione dell’Islam, per questo i loro principali nemici erano i sovrani islamici sanniti e i loro apparati di potere, ovunque essi si trovassero e qualunque era la loro origine. La loro arma era il pugnale, mai veleno o altre armi, perché per loro l’assassinio era un atto sacramentale. Infatti, abili nel travestirsi, commettevano i loro omicidi sempre in pubblico. Questo serviva a dimostrare che i nemici erano sempre rintracciati e puniti, ma anche a garantire il martirio dell’assassino che di solito era ucciso dalle guardie delle loro vittime.
Molte e importanti furono le loro vittime: califfi, ministri, visir, ecc. Arrivarono ad uccidere anche Corrado di Monferrato, il re crociato di Gerusalemme; tentarono per ben due volte, e quasi ci riuscirono, di uccidere il grande Saladino. Gli Assassini parteciparono anche alla lotta tra mussulmani e crociati, parteggiando ora per questi ora per quelli. L’invasione mongola guidata dal gran Khan Hulagu, pose la parola fine all’attività del ramo persiano della setta; la loro fortezza di Alamut cadde nel 1256. Il ramo siriano della setta, invece, fu soffocato dai Mameluchi d’Egitto nel 1273.
L’uso del terrore come arma fu praticato anche dai Mongoli di Gengis Khan. La strategia utilizzata puntava ad affamare la popolazione nemica, attraverso la distruzione sistematica dei raccolti e delle colture. Non solo, anche i massacri sistematici furono un buon sistema per fiaccare la resistenza del nemico, sottrargli consenso e costringerlo ad abbandonare il campo. Grazie a questi metodi, i Mongoli conquistarono Pechino (1215).
Nella seconda metà del secolo XVI, in Europa troviamo altre figure di sette che utilizzarono il terrore come arma: i Monarcomachi. Questi fiorirono nel contesto delle guerre di religione in Francia, soprattutto negli anni seguenti alla strage di san Bartolomeo (1572). I Monarcomachi s’impegnarono nella legittimazione del diritto di resistenza da parte della minoranza ugonotta. Tra le varie correnti, la più decisa fu quella che intravedeva la rottura del contratto tra Dio, re e popolo da parte del monarca, come l’alterazione di un rapporto che legittimava la resistenza alla tirannide. In definitiva nelle teorizzazioni dei monarcomachi, si sostiene il diritto di combattere il re tiranno che non rispetta il patto (feudale) sancito dal diritto consuetudinario, e che tenta di imporre la propria autorità alle rappresentanze dei ceti. Questi quindi sostenevano la liceità non solo alla resistenza, ma anche al tirannicidio. Ad esempio gli assassini dei due re francesi Enrico III ed Enrico IV sono riconducibili alle teorie monarcomache. Dalla lezione politicoreligiosa dei monarcomachi subentrarono le successive lotte religiose e politiche nell’Europa nordoccidentale.
Categoria a parte è la società segreta dei Thugs, particolarmente attiva in India dal XVIII secolo. Le autorità coloniali inglesi, dapprima negarono l’esistenza, in seguito considerarono gli appartenenti a questa setta come banditi comuni. Seguaci della dea Kalì, i Thugs seminavano terrore per le loro convinzioni religiose. Le uccisioni consumate avevano lo scopo di ingraziarsi la loro divinità ispiratrice e protettrice, guadagnando così i meriti per sfuggire all’inevitabile ciclo eterno della reincarnazione. Questo non solo valeva per loro stessi, ma anche per le loro vittime. L’assassinio prevedeva un rituale, il Thagi, ben preciso: la morte per strangolamento con un fazzoletto di seta (il Ruhmal). Sfuggivano ai crudeli fazzoletti dei Thugs le donne, i bambini e alcune particolari categorie di lavoratori (fabbri, tagliatori di pietra, carpentieri) in quanto praticavano mestieri sacri a Kalì. In questo caso tuttavia, non c’erano obiettivi politici, poiché i Thugs non avevano intenzione di terrorizzare il governo, ma agivano unicamente per fanatismo religioso.
Il terrore moderno. Sebbene questi esempi potrebbero essere ricondotti in qualche modo al terrorismo (antico e medievale) quale strumento utilizzato per incutere terrore e raggiungere i traguardi altrimenti irraggiungibili, il termine ha assunto la forza con cui lo conosciamo, soltanto a partire dalla seconda metà del XIX secolo.
Il movimento nichilista russo Narodnaya Volya (Volontà del Popolo) formulò il programma terroristico negli anni ’80 dell’Ottocento, creando una sua gerarchia rivoluzionaria. Il programma d’azione era fondato sulla distruzione dell’aristocrazia zarista, da sostituire con una federazione di comunità autogestite, basate su regole di tipo comunitario. Questo programma prevedeva, dopo una prima fase d’indottrinamento fatto al popolo, l’insurrezione popolare. Il totale insuccesso della prima fase, assieme alla lunga attesa necessaria per formare una vera coscienza collettiva e creare un movimento di massa, convinse i più impazienti dell’utilità di passare alla “propaganda dei fatti” attraverso azioni clamorose che poterono in qualche modo affrettare i tempi. Il pretesto per la lotta armata si ebbe quando, nel 1878, un loro membro – Kovalskij – si oppose all’arresto da parte dei soldati dello zar. La lotta continuò con l’attentato al governatore di Pietroburgo, il generale Trepov, e arrivò al suo primo culmine con l’assassinio del generale Mezentsev, capo della polizia politica del regime zarista. La lotta terminò con l’uccisione dello zar Alessandro II, il 1° marzo del 1881.
Dopo questo omicidio, lo Stato seppe reagire, intensificando la repressione; al contempo il movimento perse l’appoggio (in ogni caso passivo) del popolo che, anzi, si dimostrò apertamente ostile. Questa prima fase rivoluzionaria russa terminò nel 1887 con il fallito attentato allo zar Alessandro III. Uno degli autori si chiamava Alexander Uljanov. Fu condannato a morte. Suo fratello minore, Vladimir Uljanov, più tardi famoso con il nome Lenin, giurò vendetta. Trent'anni dopo, nel 1917, il giuramento fu mantenuto. Da allora in Russia iniziò la stagione del “terrore dall’alto”.
Altrove la propaganda anarchica, tra gli anni 1880 e il primo decennio del 1900, fece molte vittime illustri. Fra i numerosi attentati contro la vita di capi di Stato in Europa e in America, vanno ricordati quelli che uccisero i presidenti USA Garfield e McKinley, i diversi tentativi falliti di uccidere il Kaiser e Bismark, l’assassinio del presidente francese Carnet (1894), del primo ministro spagnolo Antonio Canova (1897), dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, moglie di Francesco Giuseppe I d’Asburgo (1898), del re di Savoia Umberto I(1900). Tutti gli attentatori di questi personaggi aderivano a gruppi anarchici, ma agirono per iniziativa propria senza che i gruppi a cui appartenevano ne fossero a conoscenza o li appoggiassero.
Nel frattempo nei Balcani, la presenza di un mosaico di etnie, assieme al miscuglio di religioni, stava appesantendo la crisi dell’impero turco. In Macedonia nel 1893 si formò un’organizzazione interna rivoluzionaria (ORIM), che iniziò a prefiggersi obiettivi di carattere indipendentista, senza avvalorare un’immediata insurrezione popolare. Tuttavia la severa reazione delle autorità statali determinò, da parte dei militanti dell’ORIM, la scelta della rivoluzione armata. Questa, secondo le direttive del gruppo, doveva in ogni modo essere preceduta da una serie di singoli attentati, che avrebbero dovuto fiaccare lo Stato e ingraziarsi la popolazione. Dal 1903 si succedettero sabotaggi e attentati contro navi e locali pubblici frequentati dagli occidentali e da personaggi d’elite locale, omicidi contro personalità di rilievo dell’esercito e del governo. I turchi, forti del mancato appoggio popolare all’ ORIM e dell’indifferenza delle potenze europee, scatenarono un vero e proprio terrorismo di Stato. La Macedonia non ottenne ovviamente l’indipendenza, ma fu annessa alla Serbia.
Agli inizi del Novecento operava in Russia un’organizzazione terroristica di estrema destra, i Cento Neri. Questa organizzazione si caratterizzò per la sua violenza politica e per il feroce antisemitismo. Il simbolo che adottò dà già l’idea delle intenzioni del gruppo: uno stendardo nero con impresso un teschio. L’obiettivo principale era quello di combattere la rivoluzione russa, scatenare pogrom contro gli ebrei.
L’organizzazione Cento Neri fu fondata con l’aiuto della polizia come movimento politico per sopprimere i leader dell’opposizione liberaldemocratica contro lo zarismo. In seguito l’organizzazione prese una strada tutta sua, optando per la lotta armata.
Dal dicembre 1911 all’aprile dell’anno dopo, un gruppo di anarchici terrorizzò Parigi. Jules Bonnot, legato al movimento anarchico francese, creò una banda di uomini tristemente conosciuta per la loro spietatezza. Dietro alle rapine, ai furti e ai colpi di pistola si celavano un insieme di motivazioni sull’anarchia. La banda Bonnot decise di colpire la società borghese nella sua massima istituzione: la banca. Infatti, la filosofia della banda parigina era quella di depredare alla borghesia la cosa a loro più cara: il denaro.
Anche se la banda poggiava le sue azioni nella motivazione anarchica, versava per la causa politica solo il 10% dei proventi delle azioni criminali. Bonnot e compari dichiararono guerra ad una società costruita sull’ingiustizia e l’ineguaglianza, provocando così una durissima reazione attraverso una repressione senza precedenti da parte delle autorità francesi.
Per completezza ricordiamo che un’azione terrorista, l’attentato a Francesco Ferdinando a Sarajevo da parte di una matrice nazionalista serba, portò allo scoppio del Primo conflitto mondiale.
Negli anni successivi alla prima grande guerra mondiale, le operazioni terroristiche erano maggiormente promosse da gruppi della destra e gruppi nazionalseparatisti. Qualche volta questi gruppi erano sia di destra che separatisti, come gli Ustascia croati che lottavano per l’indipendenza, o il Gruppo Stern o LEHI (acronimo di “Loamei Herut Israel”, ossia “Combattenti per la libertà d’Israele) nella Palestina mandataria.
Il LEHII nacque dalla scissione di un altro movimento intriso d’idee rivoluzionarie e di simpatie fasciste, l’Irgun Zvai Leumi. Guidati inizialmente da Avraham Stern (ucciso dalla polizia britannica nel 1942), il gruppo lottava contro gli inglesi per liberare la Palestina dal dominio coloniale. Questo gruppo è ricordato per l’assassinio di lord Moyne, ministro residente britannico al Cairo (6 novembre 1944), e per quello del conte Folke von Bernadotte, mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, “colpevole” – secondo il LEHI – di aver proposto una spartizione della Palestina sfavorevole agli ebrei.
L’immediato secondo dopoguerra portò principalmente due filoni terroristici: quello legato alle ispirazioni indipendentiste e quello estremista.
La reazione indipendentista assunse la denominazione di “lotta di liberazione nazionale”. La potenza coloniale è percepita come occupante, da qui le reazioni anticolonialiste. Un buon esempio può essere il terrorismo nell’area magrebina, nei territori conquistati dalla Francia (in particolare l’Algeria), dove i gruppi fondamentalisti trovarono terreno fertile per le loro azioni grazie all’appoggio della popolazione. Un caso a parte è la situazione in Medio Oriente (specie il contesto israelianopalestinese), dove i guasti creati dalle potenze occidentali ancora oggi rendono la regione una grossa polveriera.
Anche in Europa si sviluppano movimenti indipendentisti: i più importanti furono o sono, secondo i casi, in Irlanda del Sud (dove l’azione terroristica ha permesso la creazione di uno Stato indipendente dal Regno Unito), in Irlanda del Nord (dove l’IRA, l’Irish Republican Army, sta ancora combattendo per l’autonomia del Paese), nelle regioni basche in conflitto con lo Stato spagnolo (con l’ETA, Euskadi ta Askatasuna).
L’altro filone terroristico è invece legato a reazioni estremiste di destra e di sinistra, ma pur sempre di carattere ideale. L’obiettivo è analogo, ossia distruggere lo Stato democratico, ma con diverse prospettive: la costruzione di una società comunista al posto di un sistema definito “autoritario” per la variante “rossa”; la costruzione di uno Stato autoritario d’ispirazione fascista per la variante “nera”.
Il terrorismo in Italia. La storia del terrorismo italiano parte da una data ben precisa: il 12 dicembre 1969. Quel giorno, alle 16.30, una bomba ad alto potenziale esplose all’interno della sede della Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Si contano 27 morti e 88 feriti. La strage di Piazza Fontana rappresenta l’inizio della “strategia della tensione” operata dal “terrorismo nero”. Di pochi mesi successivi è la data che contraddistingue simbolicamente l’inizio del “terrorismo rosso”: nell’autunno del 1970 comparvero in alcune fabbriche milanesi i primi volantini a firma Brigate Rosse (BR).
Il tratto distintivo del “terrorismo nero” è stato il ricorso alla guerriglia urbana, ma soprattutto allo stragismo. I gruppi maggiormente rappresentativi sono Ordine Nuovo, staccatosi dal partito di destra “Movimento Sociale Italiano” nel 1956, e Avanguardia Nazionale, staccatosi dal primo nel 1960. A questi si aggiungono Ordine Nero, Nuclei armati rivoluzionari, Terza Posizione. Tristemente famosi sono le stragi messe in atto per uccidere il numero più alto possibile di persone: dalla strage di Piazza Fontana a Milano (1969) a quella di piazza della Loggia a Brescia (1974), dall’attentato al treno Italicus (1974) alle stragi alla stazione di Bologna (1980) e sul treno NapoliMilano (1984). Il progetto del terrorismo di destra è stato quello di portare il Paese ad un livello di nongovernabilità dell’ordine pubblico, per comprovare l’inettitudine dello Stato democratico e favorire quindi una svolta autoritaria.
Tra il 1975 e il 1980 il terrorismo nero è stato responsabile di 115 assassini (85 furono le vittime della “strage di Bologna”); tra il 1977 e il 1979, ben tremila attentati sono stati attribuiti ai neofascisti. Nella storia italiana del “terrorismo nero”, il capitolo più inquietante riguarda gli appoggi che esso ha avuto da una parte dei servizi segreti italiani e l’intreccio con le manovre preparatorie golpiste. Negli anni 19691974 uomini dei servizi segreti deviati erano, infatti, in contatto sia con i gruppi eversivi responsabili delle stragi sia con quelli che stavano progettando colpi di Stato.
Al terrorismo di destra, già operante, si aggiunse il terrorismo praticato da organizzazioni clandestine che si proclamavano “comuniste”. A differenza del terrorismo dei neri, quello rosso assunse il volto dell’omicidio politico e del sequestro di persona. Tra i gruppi maggiormente rappresentativi, ricordiamo le Brigate Rosse, che tentarono di trovare un consenso tra la categoria degli operai, Prima Linea, che tentò di radicare la lotta armata nel ceto studentesco universitario e nella borghesia impiegatizia.
I grandi nemici per il terrorismo rosso furono la Democrazia Cristiana, con Aldo Moro fautore della politica del “compromesso storico”, il Partito Comunista Italiano, con Enrico Berlinguer considerato un traditore perché aveva ingannato la base rivoluzionaria.
La nascita del terrorismo di sinistra si fa risalire alla decisione di alcuni militanti del “Collettivo Politico Metropolitano” (CPM) di Milano di incalzare il processo che avrebbe dovuto portare alla rivoluzione, portando lo scontro sul terreno della lotta armata. Le battaglie operaie e studentesche del biennio 19681969 avevano difatti deluso le aspettative dei militanti del CPM, per questo si decise di darsi un’organizzazione clandestina avente lo scopo di eversione rivoluzionaria delle istituzioni ed orientata verso la lotta armata.
In un convegno tenutosi nella tarda estate del 1970, il CPM decise il passaggio dalla propaganda politica alla lotta armata: con gesti eclatanti, ma non sanguinari (attentati incendiari, devastazioni e sequestri lampo). Il vertice di quelle che poi saranno le BR era formato da esponenti del movimento studentesco dell’Università di Trento (Curcio, Cagol, Semeria, Besuschio), militanti della FGCI emiliana (Franceschini, Gallinari, Ognibene, Paroli, Pelli), operai provenienti soprattutto dalla SitSiemens (Moretti, Alunni, Bonavita).
A partire dal 1974 la strategia della tensione adottata dai terroristi passò alla vera e propria lotta “al cuore dello Stato”: furono uccisi tra gli altri il giudice Coco e la sua scorta, il giornalista Casalegno, Fulvio Croce (l’incaricato dell’assegnazione degli avvocati difensori di Curcio e Casalegno, nel frattempo arrestati), il sindacalista Guido Rossa, il vicepresidente del CSM Bachelet, il giornalista Walter Tobagi; il giornalista Indro Montanelli fu risparmiato e solo gambizzato.
Tra i sequestri compiuti il più eclatante è quello dell’onorevole Aldo Moro. La nascita del governo Andreotti, con l’appoggio esterno del PCI, inaugurò la politica del “compromesso storico”, ma il battesimo al nuovo governo fu bagnato con il sangue: il 16 marzo del 1978, in via Fani a Roma, le BR sequestrarono Aldo Moro uccidendo la sua scorta. Dopo 55 giorni, il 9 maggio, i terroristi restituirono il cadavere di Moro, ammazzato dopo un “processo da parte del tribunale del popolo”. L’onorevole fu fatto ritrovare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, tra le sedi della DC e del PCI.
Nonostante altri attentati contro intellettuali (Tarantelli nel 1985), militari (il generale Giorgieri nel 1987) e uomini politici (Ruffilli nel 1988), le BR sempre più isolate sul piano politico, si avviarono verso il declino. A partire dal 1999 il terrorismo di sinistra, sotto la sigla BR Partito Comunista Combattente, sono tornate però a colpire uccidendo il consulente del governo D’Alema, Massimo D’Antona, e nel 2002 il consulente del governo Berlusconi, Marco Biagi.
Il terrorismo in Europa. In Germania agli inizi del secolo scorso, elementi radicali di destra e sinistra si opposero apertamente alla nuova democrazia della Repubblica di Weimar. L’apice di questo terrorismo fu raggiunto nel 1921 e 1922 con l’assassinio di Matthia Erzberger e Walter Rathenau, ad opera dell’organizzazione di estrema destra Consul. Questi omicidi politici maturarono in seguito alla firma del “Trattato di pace di Versailles” nel 1918. Infatti questa pattuizione era stata sottoscritta proprio da Erberger, con l’incarico di segretario di Stato, e per questo egli fu ucciso. Rathenau, invece, fu assassinato perché considerato dalla Consul il rappresentante della cosiddetta “politica di liquidazione” della Germania, in più era anche ebreo. Lo Stato seppe reagire, adottando nuove leggi, tra cui la pena di morte.
Nel 1933 la Repubblica di Weimar crollò e in Germania iniziò il “terrorismo dall’alto” con i nazisti di Hitler.
Nella primavera del 1970 nasce in Germania il corrispondente tedesco delle BR italiane, la RAF, Rote Armèe Fraktion (Frazione Armata Rossa). Rifacendosi al marxismoleninismo e su una linea internazionalistica che la portò a cooperare con le organizzazioni armate palestinesi e la francese Action Directe, la RAF si definì “collegamento tra lotta illegale e lotta legale, tra lotta nazionale e internazionale, tra lotta politica e lotta armata”. Inizialmente eseguì una serie di attentati, senza però atti contro specifici individui, contro le sedi delle Forze Armate americane in Germania, considerate “occupanti”.
Eclatante fu la distruzione del centro informatico del quartier generale americano a Heidelberg, attraverso il quale si coordinavano i voli degli aerei che bombardavano il Vietnam. In seguito divenne attiva anche contro il potere politico ed economico tedesco: furono così sequestrati o uccisi magistrati, direttori di banca ed imprenditori. Tra le 43 persone assassinate dalla RAF, rilevante per la procedura utilizzata è l’omicidio di Hans Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, rapito e giustiziato nel settembre 1977, proprio come succederà l’anno dopo ad Aldo Moro in Italia. Dal 1979 l’organizzazione rivolse di nuovo le sue attenzioni alla Nato, questa volta con una serie di attentati contro uomini americani. La RAF esaurì le sue azioni terroristiche nel 1992, quando, dopo il crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo, è stata costretta ad ammettere che non aveva più senso continuare la lotta armata. In un comunicato del 10 aprile, infatti, la RAF fece autocritica: “dobbiamo prendere atto che l’idea di creare una breccia per la liberazione nella lotta comune internazionale non ha preso piede”, per questo è necessario “riflettere sugli errori” e cercare “nuove definizioni politiche”. La RAF in definitiva comunicava di voler sospendere “gli attacchi contro i rappresentanti di spicco dell’economia e dello Stato”, per favorire un compromesso politico con il governo tedesco.
Anche la Francia non fu esente dal fenomeno terroristico. Anzi questo Stato ha subito attentati terroristici di svariate matrici: da quella islamica a quella indipendentista dei corsi, sino a quella estremista di destra e di sinistra. Rappresentanti del terrorismo nero sono stati la Oas, mentre rappresentanti del terrorismo rosso sono stati Gauche Prolétarienne e Action Directe.
La OAS, Organisation de l'armée secrete (Organizzazione dell'Esercito Segreto), fu un’organizzazione segreta fascista e razzista capeggiata da altissimi ufficiali dell'esercito francese che tentò, a partire dal 1961, di annientare il movimento d’indipendenza algerino utilizzando qualunque mezzo (attentati, sequestri, omicidi). Fu comandata dai generali Salan e Jouhaud fino al loro arresto, avvenuto nel 1962.
Particolarmente attiva e pericolosa è stata l’organizzazione Action Directe. Creata nel 1979 da JeanMarc Rouillan, dalla fusione del Groupe d’Action Révolutionnaire Internationale con la Noyaux Armés Pour l’Autonomie des Peuples, l’Action Directe fu attiva solamente otto anni. Al suo interno esistevano due sottogruppi: uno nazionale e uno internazionale. Quest’ultimo caldeggiava per la fusione dei movimenti terroristici europei, avviando di fatto una collaborazione attiva con la RAF tedesca e le Cellules Communistes Combattantes belghe. Con la RAF la fusione fu più evidente, creando il 5 gennaio 1985 il “Fronte PoliticoMilitare per l’Europa Occidentale”.
La fazione nazionale invece, tra il 1982 e il 1985, effettuò numerosi attentati dinamitardi e attacchi a mano armata nella regione parigina. Questa fazione si esaurì il 28 marzo 1986 con l’arresto di uno dei suoi capi, André Olivier. Il 21 febbraio 1987 l’arresto di altri capi storici (JeanMarc Rouillan, Nathalie Mènigon, Régis Schleicher, Joëlle Aubron e Georges Cipriani) segnò la fine definitiva di Action Directe.
Un’ulteriore manifestazione del terrorismo, questa volta di matrice indipendentista, ha investito i rapporti fra la Francia Metropolitana e le colonie, i DOM – TOM (Départements d’Outre Mer e Territoires d’Outre Mer) dagli anni ’80 in poi. In particolare, si segnalano il caso della Nuova Caledonia nel 1984, in cui frequenti furono gli attentati del movimento FLNKS che puntava ad una redistribuzione delle terre e all’indipendenza dell’arcipelago e della Guadeloupe in cui si registrano di frequente episodi di violenza causati da movimenti indipendentisti vicini al mondo sindacale.
Una lotta indipendentista e antifrancese è condotta dal 1975 dal FLNC. Il Frontu di Liberazione Nazionalista Corsu è il movimento che lotta per l'indipendenza della Corsica, sorto nel 1975 dalla fusione del FPCL (Frontu Paesanu Corsu di Liberazione) e di Ghustizia Paolina" (GP) . La sua prima azione fu la "nuit bleue" (notte azzurra), tra il 4 e il 5 maggio del 1975, quando 22 ordigni esplosero in numerose località corse e in alcuni quartieri di Nizza e di Marsiglia.
Nella conferenza stampa clandestina di rivendicazione degli attentati, vennero esplicati gli obiettivi principali dell'organizzazione, tra cui, oltre all'indipendenza della Corsica, la realizzazione della riforma agraria, il raggruppamento degli indipendentisti corsi arrestati nel corso degli anni in una prigione sull’isola e non sul continente.
La maggior parte degli attacchi del FLNC sono perpetrati in Corsica, mentre soltanto un numero secondario avviene in Francia continentale. Gli attacchi del FLNC sono principalmente rivolti ad infrastrutture, da quelle turistiche a quelle istituzionali (caserme di gendarmi, municipi, ecc.). Lo sviluppo del terrorismo corso è culminato nel 1998 con l’assassinio del prefetto Claude Erignac, il più alto rappresentante della Repubblica francese sull'isola (anche se il FLNC ha negato ogni responsabilità). Gli ultimi anni sono stati caratterizzati però anche da una riapertura del dialogo fra lo Stato e i movimenti autonomisti dell’isola, che hanno raggiunto un importante risultato nel giugno 2000, con la predisposizione di riforme volte a concedere una sorta di statuto speciale per la Corsica, sull’esempio italiano della Sardegna.
Il terrorismo irlandese dell’IRA (Irish Republican Army) e quello spagnolo dell’ETA (Euzkadi Ta Azkatasuna – Terra Basca e Libertà) presentano affinità, in quanto movimenti locali di sinistra, con caratteristiche sia indipendentistiche che rivoluzionarie. In più entrambe hanno conosciuto una rilevante adesione della popolazione.
Nel 1958, nella Spagna del generale Franco, iniziò ad operare un’organizzazione separatista clandestina, sorta dal movimento nazionalista basco, dalla quale impersonò le istanze più radicali. Inizialmente l’ETA adottò, tra le sue motivazioni politiche, la lotta al franchismo, opponendogli una durissima attività armata culminata nel 1973 nell’attentato al capo del governo Carrero Blanco. Conclusa la dittatura di Franco, e nonostante la restaurazione dell’autonomia nelle province basche, l’organizzazione dell’ ETA decise di continuare la lotta per l’indipendenza totale dei baschi. L’obiettivo fu perseguito sia attraverso la lotta armata sia intervenendo nella vita politica con il partito Herri Batasuna. Negli anni Novanta del 1900, il governo socialista, anche con metodi illegali, attuò una durissima repressione per combattere il fenomeno terrorista. L’ ETA rispose uccidendo militanti politici, giornalisti, intellettuali, imprenditori e politici, tutte figure ritenute complici del potere centrale. Nel settembre del 1998 l’ ETA dichiarò una tregua unilaterale, per consentire alla nuova formazione politica nata dal “Patto di Lizarra” (nazionalisti moderati baschi e Partito Nazionalista – PNV) di operare diplomaticamente. Nell’ottobre dello stesso anno la formazione politica Euskal Herritarrok, erede politica del partito Herri Batasuna, ottenne nelle elezioni regionali un significativo risultato. La tregua durò poco per l’inconciliabilità delle posizioni separatiste e governative. Così, a partire dal 1999, l’ ETA riprese la lotta armata con una serie di sanguinosi attentati.
Il terrorismo irlandese è stato un vero e proprio movimento urbano su larga scala. Il suo obiettivo indipendentistico si unì alle motivazioni di carattere religioso e culturale. Infatti, oltre a denunciare e lottare il colonialismo economico di cui l’Irlanda era vittima da parte dell’Inghilterra fin dal XVI secolo, gli irlandesi a maggioranza cattolica sopportavano mal volentieri un governo centrale protestante.
Le frange estremiste del movimento nazionalista Sinn Fein organizzarono un piano insurrezionale che, attraverso anche l’appoggio della popolazione, avrebbe conquistato i luoghi chiave di Dublino, proclamando la nascita di uno Stato irlandese indipendente con un governo rivoluzionario provvisorio. Il piano fu attuato il mercoledì della settimana santa della Pasqua del 1916, ma fu subito represso dall’esercito inglese. Nel 1919 nacque una vera e propria organizzazione paramilitare, l’Irish Republican Army (IRA) guidata da Eamon De Valera (leader del Sinn Fein) e da Michael Collins (un sopravvissuto alla “Pasqua di sangue” del 1919).
Da allora si portò il terrore sul suolo inglese. Il 6 dicembre del 1921, dopo una serie di sanguinosi attentati, fu stipulato il “Trattato di Londra”, che concedeva l’autonomia alle contee cattoliche riunite nello Stato Libero d’Irlanda (riconosciuto “dominion” nel dicembre 1922). Le contee protestanti, invece, furono riunite nell’Ulster (o Irlanda del Nord) rimanendo legate giuridicamente al Regno Unito.
Michael Collins sottoscrisse l’accordo di Londra, ma in seguito fu assassinato dai suoi stessi compagni di lotta nel 1932, perché giudicato un traditore della causa dell’Irlanda. Dopo questa piccola vittoria, il partito Sinn Fein si spaccò tra chi accettava come definitivo e accettabile l’accordo, e chi avrebbe voluto che l’Irlanda tutta divenisse indipendente. Eamon De Valera faceva parte di quest’ultima fazione e per questo fondò il nuovo partito Fianna Fail. Nel 1949 nacque la Repubblica di Irlanda (EIRE) che comprendeva unicamente il sud dell’isola. Dopo questa indipendenza, l’ IRA proseguì la sua lotta con l’obiettivo di liberare anche l’Ulster dalla sudditanza inglese. Lo scontro armato iniziò un’altra fase cruenta della storia dell’Irlanda, con azioni sanguinose da parte dell’IRA e risposte altrettanto sanguinose (e a volte illegali) da parte degli inglesi. Il 20 luglio 1997, grazie ai cambiamenti apportati dal primo ministro Tony Blair, sfociati nel “Good Friday Agreement” (Accordo del Venerdì Santo), con cui si stabiliva un compromesso sull’autonomia dell’Ulster, l’IRA ha deposto le armi. Nell’estate del 2001 ha anche avviato la distruzione degli arsenali clandestini.
Di un certo rilievo sono le azioni della Epanastatiki Organosi 17 noemvri (Organizzazione Rivoluzionaria 17 novembre), un gruppo di estrema sinistra operante in Grecia sin dal 1975. Il gruppo si è reso responsabile di decine di attentati e di 23 omicidi. Tra le sue azioni più eclatanti ricordiamo il lancio di alcuni missili contro l’ambasciata tedesca ad Atene e l’assassinio, nel giugno 2000, dell’addetto militare dell’ambasciata britannica Stephen Saunders. L’Organizzazione rivoluzionaria 17 Novembre deve il proprio nome al giorno della violenta repressione della rivolta degli studenti del Politecnico d’Atene, il 17 novembre 1973, durante la dittatura dei colonnelli (19671974). Sorto nel 1975, il gruppo “17 novembre” ha avuto come obiettivi principali gli interessi americani in Grecia ed alcuni imprenditori. Si avevano ben poche notizie su questo gruppo fino al 2002 quando, in seguito ad un attentato in cui veniva ferito dallo scoppio dell'ordigno che intendeva piazzare al Pireo, il 29 giugno fu arrestato il primo, presunto, membro dell'organizzazione. Dopo 27 anni d’indagini, finalmente la polizia greca iniziò ad arrestare altri membri dell’organizzazione clandestina, tra cui un professore di matematica che ne è considerato il leader. L'organizzazione "17 novembre" è inserita nelle liste del dipartimento di stato americano come organizzazione pericolosa, per questo la Grecia è ancora considerato un paese a rischio terrorismo, soprattutto in vista delle olimpiadi del 2004.
Il terrorismo fuori dall’Europa. Nella complessa realtà dell’America Latina, le formazioni terroristiche e di guerriglia si sono caratterizzate come espediente per la rivoluzione. A questo “terrorismo dal basso” si devono aggiungere i vari “terrorismi dall’alto” che spesso hanno scritto drammatiche pagine di storia dell’America Latina. Un esempio su tutti di “terrorismo dall’alto” è quello praticato dal Cile di Augusto Pinochet.
L’11 settembre 1973 il generale Pinochet, nominato da poco capo delle Forze Armate, guidò, sostenuto anche dalla CIA, un golpe nel quale lo stesso presidente in carica Salvador Allende perse la vita. Pinochet si autoproclamò capo dello Stato, sospendendo la Costituzione cilena, sciogliendo il Congresso democraticamente eletto e instaurando una feroce dittatura militare. Tutti gli oppositori furono perseguitati, arrestati, assassinati. Iniziò anche il triste fenomeno dei desaparecidos, ossia di quelle persone che il regime fece sparire per sempre. Tutti i leader dell’opposizione furono perseguitati, ovunque si trovassero: l’ex vice presidente Carlos Prats fu ucciso assieme alla moglie a Buenos Aires, lo stesso accadde all’ex ministro Orlando Letelier a Washington, il politico Bernardo Leighton fu invece raggiunto a Roma dove fu ferito in maniera grave. La terribile persecuzione, con torture, sparizioni ed esecuzioni in massa, riguardò non solo i politici, ma chiunque potesse opporsi al regime di Pinochet: intellettuali, giornalisti, scrittori, attori, poeti.
Per guadagnarsi la non ingerenza dei Paesi occidentali (vergognosamente impassibili), Pinochet revocò i provvedimenti di nazionalizzazione di tutte le industrie, delle banche e dei trasporti voluti dal socialista Salvador Allende. Per questo il Cile è stato indubbiamente un esempio di Stato in cui si è sviluppato “il regime del terrore dall’alto”. Altri Stati del sottocontinente americano, comunque, hanno praticato il “terrorismo dall’alto”.
Per quanto riguarda le formazioni terroristiche e di guerriglia che hanno operato e in parte ancora attive in America Latina, l’elenco è particolarmente nutrito. Tra queste si devono
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almeno ricordare il Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, sorto nel 1983 come frangia armata del Partito Comunista Cileno; le Forze Ribelli Popolari Lautaro, attive in Cile verso la fine degli anni Ottanta del 1900; l’Esercito di Liberazione Nazionale della Bolivia e i guerriglieri Tupac Katari sempre in Bolivia; i Montoneros, formazione guerrigliera della sinistra peronista argentina che favorirono il ritorno al potere di Peron; le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, braccio militare del Partito Comunista Colombiano, spesso in connessione con i narcotrafficanti, e l’Esercito di Liberazione Nazionale Colombiano, gruppo ispirato a Che Guevara e a Fidel Castro; dal 1986 l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), lotta nella regione del Sud Est messicano del Chiapas per l'autodeterminazione del popolo indios e per l'autogestione; in Perù Sendero Luminoso, uno dei più agguerriti gruppi terroristi latinoamericani, e i Tupamaros.
Quest’ultimo gruppo, fondato nel 1962 dall’avvocato socialista Sendic, prende il nome da “Tupac Amaru”, il leggendario ultimo capo indio ribellatosi nel secolo XVIII agli spagnoli e da questi ucciso. I Tupamaros salirono alla ribalta delle cronache nel dicembre 1996 per il clamoroso assalto alla residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima, dove per ben quattro mesi i terroristi tennero in ostaggio 72 persone, fino all’aprile del 1997, quando le forze antiterrorismo peruviane fecero irruzione liberando gli ostaggi e uccidendo tutto il comando terrorista.
Il terrorismo in Asia ha assunto una grande molteplicità di volti. In Turchia, nelle regioni sudorientali a maggioranza curda, troviamo il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), d’ispirazione marxistaleninista e che combatte per la creazione di uno Stato curdo; sempre in Turchia particolarmente attivo negli anni Novanta del 1900 è stato il Fronte Rivoluzionario per la Libertà del Popolo, dichiaratamente ostile agli USA e alla NATO.
In India il terrore è spesso legato al terrorismo Sikh, responsabile tra l’altro dell’assassinio di Indira Ghandi. Nello Sri Lanka troviamo le Tigri della liberazione del Tamil Eelam (LTTE). La guerriglia delle Tigri del Tamil in Sri Lanka si protrae dal 1972. A questo gruppo vanno addebitati anche l’attentato dinamitardo al primo ministro indiano Rajiv Gandhi, il 21 maggio 1991, che rimase ucciso, e l’attentato dinamitardo del 1 maggio 1993 che colpì, uccidendolo, il presidente del Sri Lanka Ranasinghe Premadasa.
Nelle Filippine, a parte il terrorismo islamico, particolarmente attivo è stato il Nuovo Esercito del Popolo, gruppo d’ispirazione maoista sorto nel dicembre del 1969 per combattere soprattutto la presenza americana.
Anche il Giappone ha una lunga tradizione nel campo del terrorismo, legata prevalentemente a formazioni d’estrema sinistra, fortemente antiamericane. L’organizzazione più nota è certamente l’Armata Rossa Giapponese, fondata intorno al 1970 con il preciso obiettivo di rovesciare il governo e le istituzioni imperiali giapponesi, ma soprattutto infiammare la rivoluzione mondiale. Legata a gruppi terroristici palestinesi è divenuta drammaticamente nota per aver compiuto il primo attacco kamikaze (nel 1972 all’aeroporto di Tel Aviv in Israele). L’arresto in Giappone nel 2000 della sua leader storica Fusako Shigenobu, ha fatto registrare l’esaurimento quasi totale del gruppo. Di più recente formazione, sempre in Giappone, è invece l’Esercito Rivoluzionario Kansai, braccio armato dello schieramento estremista di sinistra nato dalla frammentazione del Partito Comunista Giapponese.
La formazione più pericolosa, anche se non eversiva, è l’Aum Shinrikyo. Più che un’organizzazione terrorista, questa è una setta religiosa il cui credo finale, marchiato al più assoluto fanatismo, è che occorra “distruggere per rigenerare”. Aum è una parola sanscritta che significa “essenza dell’Universo”, mentre Shinrikyo vuol dire “insegnamento della verità”. Suo è il tentativo di avvelenare con il gas nervino (sarin) i passeggeri della metropolitana di Tokyo il 20 marzo 1995, provocando 12 morti e 5000 feriti. L’ Aum Shinrikyo continua ad esistere, anche se il suo fondatore Shoko Asahara si trova nelle prigioni giapponesi. Il culto si è radicato oltre che in Giappone, anche in Australia, Taiwan, Sri Lanka, Russia, Ucraina, Germania e Stati Uniti d’America.
Il terrorismo islamico. Il terrorismo mediorientale nacque nel 1967 in seguito alla “guerra dei 6 giorni”, mossa da Israele contro Siria, Giordania ed Egitto. La Lega araba decise di sostenere i nascenti movimenti palestinesi per osteggiare la crescente potenza dello Stato d’Israele. Per questo favorì la formazione di un’organizzazione palestinese: l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Nell’ OLP confluirono vari gruppi di lotta armata, quali Al Fatah di Yasser Arafat, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Tutti questi gruppi coinvolsero nelle loro azioni armate tutti quegli Stati considerati “alleati” d’Israele.
Nel 1974 nacque dalla scissione dell’OLP l’organizzazione Abu Nidal, responsabile tra l’altro di due gravissimi attentati negli aeroporti di Roma e Vienna (1985). Tra questi
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gruppi palestinesi, il Fronte per la Liberazione della Palestina compì il tristemente famoso sequestro della nave Achille Lauro nel 1985. Tra le altre azioni più eclatanti ricordiamo il dirottamento di quattro aerei, tra cui uno delle linee israeliane El Al (settembre 1960); l’uccisione durante le Olimpiadi a Monaco di 11 atleti israeliani (in questo caso i palestinesi furono appoggiati dalla RAF); la prima azione kamikaze nel 1972 all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv a causa dell’Armata Rossa Giapponese (che agì a nome dei palestinesi). La collaborazione con la tedesca RAF fu essenziale per i palestinesi al sequestro degli 11 ministri del petrolio dei Paesi appartenenti all’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) nel 1975.
Il terrorismo palestinese si è saldato così ad altre organizzazioni armate clandestine, al contempo quest’ultime sono state ospitate e istruite alla lotta armata nei campi d’addestramento palestinesi. Nel contesto della lotta per la liberazione della Palestina, ruolo rilevante ha l’organizzazione sunnita Hamas, fondata nel 1987 dallo sceicco Yassin come ramo palestinese della “Fratellanza Musulmana”. Il gruppo ha i suoi punti di forza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dove operano le Brigate Ezzedin al Qassam, responsabili della maggior parte degli attentati suicidi in Israele e nei Territori occupati. Israele, da parte sua, non ha esitato a rispondere con mezzi altrettanto terroristici, rendendo la regione mediorientale una vera e propria minaccia alla pace internazionale.
Lo Stato d’Israele ha anche al suo interno due gruppi terroristici di matrice religiosa: il Kach e il Kahane Chai. Entrambi lottano per restaurare lo Stato biblico nel Paese. Dai primi anni Settanta il partito Kach del rabbino Meir Kahane (e, dopo l'assassinio di questi nel 1990, di Kahane Chai) è stato utilizzato per attaccare i luoghi sacri dei palestinesi e dell'Islam in Israele e nei Territori occupati con lo scopo di suscitare scontri violenti. Il premier israeliano Yitzhak Rabin mise di conseguenza fuorilegge i due gruppi di estrema destra, per tutta risposta il 4 novembre 1995 un aderente del Kach, Yigal Amir, assassinò Rabin.
A parte le organizzazioni di lotta palestinesi, in Medio Oriente, Asia e Africa settentrionale hanno operato (o ancora agiscono) altri gruppi islamici.
In Egitto rintracciamo la Jihad Islamica e Al Gama’a AlIslamiya. Il primo gruppo nato per rovesciare il governo egiziano e sostituirlo con uno islamico (il gruppo è responsabile tra l’altro dell’assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat nel 1981); il secondo è stato responsabile della strage di Luxor del 1997, costata la vita a 58 turisti stranieri.
Altro gruppo che va ricordato è quello degli Ezbollah (Partito di Dio), nato in Libano e sostenuto da Siria e Iran, responsabile tra l’altro dell’attentato contro la caserma americana di Beirut nel 1983 (200 morti) e dell’attacco all’ambasciata americana a Beirut nel 1984 (14 morti).
Combinando Islam e marxismo, i Mujahidin del Popolo, un gruppo di dissidenti iraniano, ha all’attivo numerosi attentati in Iran.
In Pakistan si sono radicati il gruppo Narakat UlMujahidin, che ha condotto numerosi attentati contro civili e militari indiani specialmente nella regione del Kashmir, e il gruppo Jamaat UlFuqra con alcune cellule nel Nordamerica.Nelle Filippine il piccolo gruppo Abu Sayyaf, il più radicale dei gruppi filippini, ha come obiettivo quello di creare uno Stato islamico nelle province meridionali del Paese. Si distinse per il sequestro di venti turisti occidentali in un’isola della Malaysia nel 2000, tenendoli in ostaggio per mesi sino al rilascio ottenuto grazie alla mediazione del leader libico Muammhar Gheddafi. In Asia ricordiamo anche il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, una coalizione di militanti islamici che si oppone al regime secolare del presidente Islom Karimov.
Per quanto riguarda l’Africa settentrionale, ricordiamo tra gli altri gruppi il temibile Gruppo Islamico Armato (GIA). Il gruppo è nato in Algeria, dopo l’annullamento delle elezioni politiche del 1992 vinte dal Fronte Islamico di Salvezza (FIS). Il GIA è stato responsabile di una catena impressionante d’omicidi e attentati. Particolarmente attivo in Algeria è anche l’Armata Islamica di Salvezza, braccio armato del FIS.
Il terrorismo globale. La scomparsa della bipolarità ha messo in risalto i guasti e il mancato equilibrio determinato dalla presenza di una sola superpotenza. Grazie al processo di globalizzazione, il nuovo terrorismo ha avuto l’opportunità di “fare rete transnazionale”,
Grazie al processo
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internazionalizzandosi. Paradossalmente ha poi impostato le sue ragioni di lotta sullo stesso processo di globalizzazione, inteso come espressione dell’ingiusto dominio sul mondo del capitalismo occidentale e in particolare del suo Paese leader, gli Stati Uniti d’America.
A questo punto è necessario introdurre la figura dello sceicco saudita Osama bin Laden. Da questo misterioso sceicco è nata negli anni Novanta del 1900 l’organizzazione Al Qaeda. Tra gli obiettivi principali del gruppo vi sono la liberazione della presenza americana dai luoghi santi all’Islam, primi fra tutti l’Arabia Saudita e Gerusalemme; scacciare gli israeliani che hanno occupato abusivamente la Palestina; destabilizzare l’Occidente con il suo capitalismo selvaggio e colpire gli Stati musulmani “amici” degli infedeli (USA e Israele). A questo scopo, Bin Laden ha dato vita nel giugno 1998 al Fronte Internazionale Islamico, a cui hanno aderito tutti i principali gruppi radicali aderenti alla Jihad islamica.
Ad Al Qaeda sono stati attribuiti un'infinita serie d’azioni terroristiche violentissime: tra le più sanguinose ricordiamo l’attentato del 25 giugno 1996 al quartier generale dell’aeronautica statunitense a Khobar, in Arabia Saudita, con 19 soldati uccisi e 300 feriti; gli attentati contro le ambasciate americane di Nairobi (Kenya) e Dar esSalaam (Tanzania) del 7 agosto 1998, con 258 morti e 4000 feriti; l’attentato suicida ad un cacciatorpediniere americano nel porto di Aden (Yemen) il 12 ottobre 2000, con 17 morti e 40 feriti; l’attacco kamikaze simultaneo a New York e Washington dell’11 settembre 2001, con circa 6000 morti e un numero elevatissimo di feriti, oltre all’abbattimento di tre aerei e dei due grattacieli gemelli di Manhattan.
Il nuovo terrorismo è una risposta sbagliata ai non pochi problemi reali del pianeta. In più, la condizione mentale di un individuo disposto a suicidarsi per ammazzare, non è influenzata minimamente da una durissima reazione militare, che, anzi, aumenterà il delirio criminale dei terroristi.
Dobbiamo quindi conservare – lo dico per me, prima di tutto – il nostro spirito critico di fronte a questa orgia di violenza. La politica estera occidentale ha prodotto nel mondo abbastanza miserie, amarezze e risentimento per essere facilmente sfruttata dall’islamismo radicale. A tutt’oggi siamo sottoposti alla più raffinata manifestazione d’inganno, che consiste nella rimozione dei propri crimini e nella sottolineatura esclusiva di quelli altrui. Allora dobbiamo guardarci dietro per necessità. Dobbiamo capire quali sono state le vicende che hanno portato a scrivere queste drammatiche pagine di storia.
Il terrorismo internazionale ha mostrato purtroppo di avere a sua disposizione moderne tecnologie, supportate da risorse finanziarie straordinarie e da risorse umane inimmaginabili. Questo non ha fatto altro che aumentare la sua capacità di offendere e spargere terrore. L’imprevedibilità delle azioni di questa centrale del terrore, il potenziale distruttivo che ha a sua disposizione e la fortissima forza di volontà dei suoi aderenti, rendono questo terrorismo un’emergenza. Ma l’emergenza ha anche altri nomi. Mi riferisco alle ignobili e crudeli ingiustizie e oppressioni a cui una parte del pianeta deve sottostare. Sono queste che alimentano il terrorismo. Se la lotta al terrore si riduce a una sommatoria indefinita d’uccisioni, la differenza con il terrorismo allora non si potrà più notare.
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BIBLIOGRAFIA- Cornelio Silla, il condottiero che sognava di diventare re, di F. Gattuso, in Storia in Network, numero 88, Milano, febbraio 2004
- Gli “Heyssessin”, gli antenati dei moderni killers politici, di E. Bellomo, in Storia in Network, numero 15, Milano, gennaio 1998
- I “Thug”: i veri “misteri della giungla nera”, in Cristianità, anno XXV, n. 267-268, Piacenza, luglio-agosto 1997, pp. 16-18
- Il terrorismo. Storia, concetti, metodi, di Roberto Massari - Massari Edito-re, Roma, 1998
- Terrorismo. Dall’antichità all’undici settembre 2001, di Carr Caleb - Mondadori, 2001
- Storia del terrorismo
, di Andrei Sinclar - Newton & Compton, 2003 - Terrorismo internazionale, di L. Bonanate - Giunti Editore, 2001
- L’Italia degli anni di fango (1978-1993), di Mario Cervi e Indro Montanelli - Rizzoli, Milano, 2001
- Ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al “Manife-sto”,
- di Daniele Biachessi - Mursia, Milano, 2002
- Mi dichiaro prigioniero politico. Storia delle Brigate Rosse, di Giovanni Bianconi - Einaudi, Torino, 2003.
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