IL LIBRO DEL MESE - "È più umano strappare alle loro case donne anziane
e bimbi per farli morire lontani dalla patria, che uccidere ebrei nei lager?".
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LA SPIETATA VENDETTA DELL'URSS
CONTRO LA GERMANIA SCONFITTA
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Furono tra 13 e 15 milioni i tedeschi cacciati dai territori orientali del Reich negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Quel drammatico esodo, e le migliaia di crimini contro le popolazioni civili di cui si macchiò l'Armata Rossa, sono l'oggetto di un'appassionata ricerca dello storico Guido Knopp.
Nell'ottobre 1945 il filosofo Bertrand Russell scriveva sul Times: "In Europa orientale i nostri alleati stanno procedendo a deportazioni di massa nell'ambito di una situazione senza precedenti. Siamo evidentemente in presenza di un deliberato tentativo di sterminare milioni di tedeschi, non con il gas, ma sottraendo loro gli alloggi e il vitto, per farli morire della lenta e tormentosa morte d'inedia. [...] È forse più umano strappare alle loro case donne anziane e bambini per farli morire lontani dai loro luoghi di origine, che soffocare ebrei nelle camere a gas?".
Il grido d'allarme giungeva tardivo, perché a quella data l'espulsione delle popolazioni tedesche che abitavano i territori orientali della Germania anteguerra era praticamente giunta a conclusione. Sotto i colpi dell'Armata Rossa, nel breve volgere di pochi mesi i tedeschi da oppressori erano diventati oppressi. Vittime sacrificali di un'assurda pena del contrappasso, di una legge del taglione che trasformò i soldati russi (ma anche i partigiani cechi e polacchi) in spietati "vendicatori" di quanto avevano dovuto subire durante l'occupazione nazista del loro Paese.
Le cifre sono ancora oggi contrastanti, ma a volerle sintetizzare raccontano di 13-15 milioni di cittadini del Reich strappati dalle terre della Slesia, della Prussia Orientale e dei Sudeti fra l'autunno del 1944 e i primi mesi del 1945, due milioni dei quali uccisi nel corso delle tragiche fasi dell'espulsione. A questi dati va poi aggiunto un milione circa di deportati nelle estreme periferie dell'Urss.
Di questa immensa odissea se ne sapeva poco o quasi nulla. Mentre innumerevoli libri ogni anno indagano le vicende del Terzo Reich nelle sue pieghe più recondite, dalla figure della classe dirigente, alla politica del consenso, allo sterminio degli ebrei, le voci di questa espulsione sono state tenute a lungo in silenzio.
Colma finalmente questa lacuna un volume di Guido Knopp (Tedeschi in fuga. L'odissea di milioni di civili cacciati dai territori occupati dall'Armata Rossa alla fine della Seconda guerra mondiale, Corbaccio 2004, pp. 356, euro 19,00) storico tedesco tra i massimi conoscitori delle vicende del nazismo. E lo fa in polemica con chi ancora oggi ritiene l'argomento scottante o provocatorio. "Qui e là - spiega nell'introduzione - si levano ancora voci che vorrebbero contestare ai tedeschi il diritto di evocare le loro sofferenze: perché è stato Hitler a dare il via alla guerra, perché l'olocausto è stato un crimine commesso da tedeschi. Io ritengo tuttavia che un simile atteggiamento mentale sia arrogante e ingiusto. Ripensare con tristezza a coloro che morirono nell'inverno del '45 lungo le strade gelate della Prussia orientale o che affondarono con le loro imbarcazioni nel Mar Baltico, ricordare coloro che furono deportati in Siberia come lavoratori forzati e i tanti che si spensero durante l'esodo forzato non ha niente a che vedere con il revisionismo, la relativizzazione o addirittura con la compensazione. La capacità di ripensare con tristezza procede di pari passo con il coraggio di ricordare. [...] l'Europa che sta crescendo non può e non deve permettersi di rimuovere e di dimenticare le ombre buie del passato senza adeguatamente elaborarle. Le colpe non si compensano, questo è vero, ma vanno apertamente discusse. Perché la conciliazione ha bisogno soprattutto di franchezza".
Il metodo di Knopp è poco accademico, nel senso che la sua indagine non è rivolta a un pubblico di studiosi specialisti ma a un lettore che vuole capire e che vuole ascoltare le testimonianze di chi visse quegli eventi in prima persona. È così che, dopo aver consultato archivi pubblici e privati e raccolto una documentazione impeccabile, ha scelto di dare ampio spazio al lavoro "sul terreno", intervistando i protagonisti, i testimoni, i loro familiari ed eredi.
Le preziose testimonianze raccolte da Knopp forniscono un drammatico contributo supplementare allo sviluppo della narrazione. Come il ricordo di una ragazzina: "Mia madre e io siamo state buttate giù dalle scale, frustate e violentate sino a perdere conoscenza [...]. La sorella di un'amica, malata di tifo e costretta a letto, è stata uccisa con sette colpi di pistola. Solo perché non si è alzata quando quelli le hanno urlato "Davaj, davaj!" Volevano che si alzasse in fretta, ma lei non poteva farlo".
Come già detto, furono la Prussia orientale, la Slesia e i Sudeti i teatri di quei crimini. Nel giugno 1944 il Gruppo Centro della Wehrmacht era collassato sotto la pressione sovietica. Ne avevano fatto le spese 25 divisioni. L'enorme falla prodotta aveva lasciato ai russi la strada libera verso il cuore della Prussia. Macinando quasi mille chilometri in poco più di 45 giorni i T-34 varcarono i confini del Reich nell'ottobre 1944, dove trovarono città e paesi ancora abitati. Il Gauleiter Erich Koch, responsabile della difesa della regione aveva applicato alla lettera l'ordine di Hitler di resistere sul posto fino all'ultimo uomo. E in un esercito ormai allo stremo, gli "ultimi uomini" erano quelli inquadrati nelle file della Volkssturm, la milizia popolare composta da vecchi inabili alla guerra e da ragazzini ancora troppo giovani per la essere inquadrati nella Wehrmacht. "Si pretese insomma - spiega Knopp - che un esercito di uomini dai capelli bianchi e di ragazzi in scarpe da passeggio respingesse l'attacco del più grande esercito della storia".
Lo sfondamento definitivo in Prussia orientale avvenne nel gennaio 1945. Hitler però non diede mai ascolto ai numeri relativi alla superiorità dell'esercito sovietico. I dati che parlavano di un rapporto di forze di 20 cannoni russi ogni uno tedesco, di sette carri armati a uno, di 20 uomini a uno e di una spaventosa superiorità aerea erano per lui "il più grande bluff dai tempi di Gengis Khan".
Si sbagliava. Tra il Baltico e i Carpazi i russi avevano schierato una media di 230 pezzi d'artiglieria ogni chilometro di fronte. Le armate dei marescialli Žukov e Konjev contavano più di 2 milioni di uomini, circa 6 mila carri armati e 5 mila aerei: neanche mettendo assieme tutto quel che restava del suo esercito Hitler avrebbe potuto eguagliare quella smisurata potenza di fuoco.
Le popolazioni tedesche, alle quali era stato imposto, pena la morte, di non abbandonare le città (mentre si attuarono in tutta fretta i piani per lo sgombero dei campi di concentramento!), si trovarono improvvisamente in prima linea. Solo quando ormai gli scontri avvenivano casa per casa, immense colonne di profughi poterono riversarsi sulle strade dirette in occidente, incalzate dai carri russi che si avventavano su di loro schiacciandole sotto i cingoli.
Alla pesante responsabilità delle autorità civili e militari tedesche si assommò l'incitazione al saccheggio impartita da Stalin ai suoi uomini. Traditi dai loro Gauleiter, le popolazioni si congedarono dalla loro secolare Heimat prussiana incalzate da ogni singolo uomo dell'Armata Rossa. Nella cui mente echeggiava l'ordine di Iosif Stalin: libertà di violenza sulle donne tedesche e diritto di spedire a casa, una volta al mese, otto chili di merce "espropriata". Sui fogli propagandistici destinati alle truppe lo scrittore Ijlia Ehrenburg, incitava a uccidere almeno un tedesco al giorno, senza indugiare in distinzioni tra militari e civili.
Fra le tante storie di quei giorni una spicca in particolare: la tragedia dell'affondamento della Gustloff, la motonave un tempo vanto della marina da crociera tedesca.
Per numero di vittime fu probabilmente la maggiore catastrofe di tutti i tempi nella storia della navigazione (all'episodio si è ispirato anche l'ultimo romanzo di Gunter Grass, Il passo del gambero, Einaudi, 2002).
Anche il dramma della Gustloff si inserisce nella vicenda delle popolazioni civili fuggite dalla Prussia. Gigantesche fiumane di vecchi, donne e bambini si erano dirette verso le coste del Mar Baltico, dove l'ammiraglio Doenitz aveva allestito un gigantesco ponte navale verso i porti sicuri di Rostock e Lubecca. Tra il gennaio e l'aprile del 1945 centinaia di imbarcazioni militari, mercantili e da pesca fecero la spola tra la costa della Curlandia, dove aspettavano i profughi, e i porti ancora non controllati dai russi, in una delle più imponenti operazione di salvataggio via mare della storia, più ancora di quella allestita dagli inglesi a Dunkerque nel 1940. Complessivamente furono evacuate due milioni e mezzo di persone. Nelle operazioni morirono in 33000, tra soldati e civili. Di questi, 9000 perirono nell'affondamento della Gustloff, stipata di circa 10000 profughi. La notte del 30 gennaio 1945 tre siluri lanciati da un sommergibile sovietico la colarono a picco. Questo il ricordo del capomacchinista: "Quelli che finivano in acqua ne erano immediatamente intorpiditi e morivano quasi subito. Sulla superficie del mare c'erano ovunque cadaveri sorretti da giubbotti di salvataggio. Non sono riuscito a cogliere movimenti o grida. Non c'era più niente da sentire". Un'ausiliaria descrisse così le scene per salire sulle scialuppe di salvataggio: "A un certo punto mi sono trovata finalmente seduta in una barca. Alla mia destra c'era una ragazzina che piangeva invocando la madre. A sinistra era ranicchiato un giovanotto che mi vomitava addosso. Tutt'attorno, gente che voleva salire. Ma la risposta per tutti era: "La barca è piena". Picchiavamo loro i remi sulle mani fino a quando mollavano la presa".
Dalle acque ghiacciate si salvarono in poco meno di un migliaio. Morirono quasi cinquemila bambini.
Mentre tutto ciò accadeva nei territori settentrionali, sul fronte slesiano si compivano altre tragedie. La Slesia, che prima della guerra con i suoi 5 milioni di abitanti era la regione orientale più popolata della Germania, negli ultimi periodi del conflitto, e cioè dopo la distruzione delle centri produttivi della Ruhr, era assurta a motore industriale del Reich. Per la sua lontananza dal fronte, la capitale Breslavia (oggi Wroclaw), era considerata praticamente inattaccabile dai bombardamenti aerei. Ed è per questo motivo che vi avevano trovato rifugio numerosi profughi. I quali, tuttavia, non sapevano che Hitler aveva disposto che la città dovesse trasformarsi in una vera e propria fortezza per sbarrare la marcia sovietica verso Berlino. Il Gauleiter Karl Hanke si rifiutò di evacuare tempestivamente la popolazione e quando i russi chiusero la città in una sacca era ormai troppo tardi. Il destino per chi si trovò al suo interno fu il martirio. Solo in pochi riuscirono a fuggire. In un sussulto di lucidità Hanke acconsentì infatti all'allontanamento di donne e bambini. Ma si era ormai in pieno inverno e non era disponibile alcun supporto logistico. La "marcia della morte delle madri di Breslavia", incamminatesi verso occidente mentre imperversava una bufera di neve e la temperatura rasentava i venti gradi sotto zero costò la vita a 18 mila civili, morti di freddo o massacrati dai russi che impedivano a chiunque di uscire dalla sacca. I vecchi e i ragazzini rimasti nella "fortezza" vennero inquadrati nella Volkssturm. E per lunghi mesi l'Armata Rossa faticò ad avere ragione dell'avversario. Un ragazzo di allora ha ricordato:
"Di tutti i miei compagni di classe, dopo la guerra eravamo rimasti vivi solo in due: uno che lavorava in campagna e io. Gli altri sono stati tutti mandati a morire sulle barricate". Ma più delle artiglierie russe, che rasero al suolo tutta la città, fatta eccezione per l'antico Municipio, fu la fanatica resistenza di Hanke a mandare in macerie Breslavia. La resa degli assediati si ebbe solo una settimana dopo la morte di Hitler. I comandanti russi entrati in città dissero ai loro uomini che per tre giorni potevano considerare i tedeschi "selvaggina" a loro disposizione.
Nel maggio 1945, a guerra appena conclusa, il regime di terrore imposto dalle truppe sovietiche in Slesia non accennò a placarsi. Anzi, da strumento di guerra si trasformò in elemento di pressione politica per cacciare il maggior numero di tedeschi dalla loro Heimat. E la conferenza di Potsdam, conclusasi nell'agosto del 1945, avallò il fatto compiuto. A nulla servirono le poco convinte obiezioni britanniche. La nota conclusiva della conferenza recitava così: "I tre governi riconoscono che occorre procedere al trasferimento della popolazione tedesca o di parti della stessa che sono rimaste in Polonia verso la Germania. Concordano inoltre sul fatto che ognuno di questi trasferimenti dovrà avvenire in forma ordinata e umana". Si trattava in sostanza di completare il lavoro di espulsione già avviato negli ultimi mesi di guerra. E la polizia polacca, spalleggiata dai vincitori russi, si sentì legittimata a continuare nella caccia al tedesco. I campi di concentramento prima occupati dagli ebrei furono riempiti di civili "ariani". Si procedette a sgomberi forzati: i profughi dovettero predisporsi allo sfollamento nell'arco di 24 ore portando con sé una sola valigia. E lungo il tragitto verso occidente, a piedi o in treno sui carri bestiame, le schiere di profughi venivano sistematicamente depredati da partigiani polacchi o da milizie raccogliticce. Testimoniò in quei giorni un quotidiano svizzero:
"Al di là della linea Oder-Neisse comincia la terra senza sicurezza, la terra senza legge, la terra delle persone cui si dà la caccia come a della selvaggina". A quasi un anno dalla fine della guerra, nel marzo 1946, Winston Churchill, non più primo ministro e ormai consapevole di essere stato raggirato da Stalin, scriveva: "Il governo polacco, istigato dai russi, è stato incoraggiato a compiere violazioni e illegalità molto estese ai danni della Germania, e attualmente si stanno verificando, in proporzioni inimmaginabili, espulsioni in massa di tedeschi".
Anche la regione dei Sudeti, annessa al Reich con gli accordi di Monaco del 1938, fu toccata da un'epurazione su vasta scala. "Quando i cechi, il 5 maggio del 1945, si sollevarono a Praga contro le forze di occupazione germaniche - spiega Knopp - non fecero distinzioni fra militari, funzionari e pacifici cittadini. Chi fu riconosciuto come tedesco dagli insorti, fu trascinato via, caricato a bastonate sugli autocarri e internato in scuole, cinematografi o caserme. Di lì a poco i tedeschi furono mandati nelle campagne ai lavori forzati, oppure rinchiusi nei lager che erano stati nel frattempo evacuati da quanti vi erano stati imprigionati dalle autorità germaniche, dove non poterono far altro che aspettare l'espulsione. Che si trattasse di funzionari del partito nazista, di profughi della Slesia o di persone le cui famiglie vivevano a Praga già da diverse generazioni risultò alla fin fine del tutto ininfluente". In Cecoslovacchia ai tedeschi fu imposto di portare un bracciale bianco o un pezzo di stoffa cucito sul petto con la N di Nemec, "tedesco". Praga, e con essa innumerevoli altre località, furono teatro di isterie e vendette: donne violentate, vecchi bastonati, bambini gettati nella Moldava. A dimostrazione di quanto odio si fossero attirati gli ex occupanti, valga l'esempio della cittadina di Aussig.
Qui, nel luglio del 1945 scoppiò un deposito di munizioni. Si sospettò fosse un sabotaggio di una fantomatica resistenza nazista. Nel giro di un'ora una folla inferocita si avventò su una colonna di cittadini tedeschi che tornavano dal lavoro obbligato. Ne uccisero più di duecento.
Di fronte alla pulizia etnica i sovietici decisero di farsi da parte. Non c'era infatti bisogno di impartire ulteriori disposizioni. L'obiettivo era di spostare quanto più possibile i confini orientali della Germania verso occidente. E il governo provvisorio cecoslovacco, presieduto da Edvard Beneš, non aveva bisogno di suggeritori. Praga era decisa a impedire alla Germania "di abusare anche in avvenire delle sue minoranze nazionali per scopi pangermanici". Beneš fu quindi autorizzato dal governo russo e da quello americano a ridurre nella massima misura possibile il numero dei tedeschi in Cecoslovacchia. "Neanche un solo contadino tedesco dovrà più avere un metro quadrato di terra nostra sotto i piedi", dichiarò in un infuocato discorso ai suoi concittadini. Nei Sudeti si giunse a radere al suolo alcuni villaggi, mentre l'esproprio indiscriminato (naturalmente, senza indennizzo) di tutti i beni dei tedeschi della Cecoslovacchia indusse anche i più testardi ad abbandonare il Paese.
Un capitolo a se meriterebbe il discorso sulle principali vittime di questa tragedia, i bambini e le donne. Knopp ricorda più volte il barbaro furore suscitato dalle parole di Ijlia Ehrenburg: "Uccidete! Non vi è nessun innocente fra i tedeschi, né fra quelli che ancora vivono, né fra quelli che non sono ancora nati! [...] Spezzate con la violenza la presunzione delle donne germaniche! Prendetele come vostra legittima preda!". E ancora: "Le donne tedesche malediranno l'ora in cui hanno messo al mondo i loro figli sanguinari. Noi non violenteremo, noi non malediremo. Noi uccideremo".
Migliaia di bambini tedeschi, separati dalla madri, presero a vagare verso la Lituania, vagabondando o nascondendosi nei boschi. Li chiamarono i "figli dei lupi", disimpararono il tedesco e alcuni di loro oggi stanno cercando di ricostruire le vicende delle proprie famiglie. Altri furono deportati nelle steppe del Kazakistan o in Siberia. Sono i bambini perduti del XX secolo.
Oltre ai militari catturati, anche molti civili furono deportati in regime di schiavitù in Unione Sovietica. All'origine della decisione un famigerato ordine di Stalin, il n. 7161 del dicembre 1944, che incaricava l'NKVD di rastrellare "tutti i tedeschi validi - gli uomini dai 17 ai 45 anni, le donne dai 18 ai 30 - da adibire al lavoro in URSS". Nei mesi confusi dopo la fine del conflitto i russi obbligavano uomini e donne a sottoscrivere verbali in cui, per riparare i crimini commessi da Hitler, accettavano la deportazione. Di loro solo il 5% fece ritorno.
Un ultimo dato. Quasi nessuna famiglia tedesco-orientale sopravvisse integra alla furia devastante degli ultimi mesi di guerra e a quelli, altrettanto oscuri, della vendetta. E oggi, i superstiti, ormai rassegnati alla perdita della Heimat, chiedono una sola cosa: "che gli si dia retta, che gli si presti ascolto quando raccontano le loro traversie. Vogliono poter dire di sentirsi anche loro vittime di quella guerra maledetta".
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BIBLIOGRAFIA- Tedeschi in fuga. L'odissea di milioni di civili cacciati dai territori occupati dall'Armata Rossa alla fine della seconda guerra mondiale, di Guido Knopp - Corbaccio 2004
- Il passo del gambero, di Gunter Grass - Einaudi 2002
- E malediranno l'ora in cui partorirono, di Marco Picone Chiodo - Mursia 1987
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