IL LIBRO RITROVATO - Dallo scandalo della Banca Romana (1887)
ai colossali imbrogli di un vicino passato. Rilettura di un testo di Sergio Turone
LUNGA STORIA DI MANI SPORCHE
NEI PALAZZI ITALIANI DEL POTERE
di PAOLO DEOTTO
Nel XIX secolo nessuno era così ipocrita da gridare allo scandalo se un Re aveva un'amante; i matrimoni delle teste coronate, la cosa è ed era risaputa, erano mere operazioni politiche, servivano a sanzionare alleanze, a creare o a rafforzare rapporti tra Stati o, più semplicemente, a garantire la nascita di un successore al trono.
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Umberto I di Savoia
Nulla di strano che il Re (e lo stesso discorso valeva, seppur con maggior pruderie, per la Regina) avesse poi una sua privata vita sentimentale. C'era chi, un tantino esuberante, di amanti non ne aveva una, bensì due. Era il caso di S.M. Umberto I, Re d'Italia, che intratteneva affettuosi rapporti con la duchessa Litta e la contessa di Santafiora. La Storia non ci dice se le due nobildonne vivessero sportivamente questo condominio o se tra loro ci fosse rivalità; di sicuro avevano in comune, oltre il regale amante, un'altra cosa: entrambe erano importanti azioniste della Banca Tiberina, un istituto di credito romano. Questa banca fu tra le prime a rischiare il crac in quella folle stagione di incontrollata espansione edilizia che Roma visse subito dopo la proclamazione a capitale d'Italia. I crediti concessi con troppa leggerezza, o concessi su sollecitazione politica, ad imprese spesso improvvisate sarebbero stati tra le principali cause del primo grave scandalo bancario italiano, quello della Banca Romana. Ma la Banca Tiberina non fallì, perché fu aiutata, con generose iniezioni di capitale, dalla Banca Nazionale e dalla già citata Banca Romana (allora ancora in auge), il cui governatore, Bernardo Tanlongo, poté così vantarsi, oltre che d'essere amico della Regina, di aver salvato le amanti del Re. Di lì a qualche anno (siamo nel 1887) Tanlongo sarebbe finito sotto processo per la sconcertante agilità con cui aveva diretto la Banca Romana, che tra l'altro era una delle cinque banche autorizzate ad emettere banconote e che, forte di questo privilegio, ne aveva emesso un quantitativo più che doppio rispetto al consentito, creando di fatto un'effimera ricchezza per coprire un bilancio disastrato.
Un'inchiesta svolta nel 1889 dal senatore Giacomo Alvisi, che stava portando alla luce le malefatte del banchiere, restò insabbiata per tre anni. Tanlongo non era in buoni rapporti solo con la casa regnante: Crispi, Giolitti, Luzzatti, Di Rudinì e diversi altri tra i politici più in vista non desideravano davvero che si facesse troppo chiasso sui sistemi di gestione dell'istituto di credito romano. Dulcis in fundo, Giolitti, che aveva sottratto alcuni documenti dell'inchiesta senatoriale, li riconsegnò al presidente della Camera ma, distrattamente, tra quei documenti finirono anche le lettere appassionate scritte dalla moglie di Crispi all'amante, il maggiordomo di casa, che, evidentemente sotto congruo compenso, le aveva casualmente consegnate a Giolitti. È quasi superfluo dire che al termine di questo groviglio finanziario - politico - erotico, Bernardo Tanlongo, che nel frattempo era stato anche nominato senatore, uscì con un'assoluzione.
Stiamo parlando di avvenimenti che si svolsero tra il 1887 e il 1904. Ma il libro di Sergio Turone, "Corrotti e corruttori", dal quale abbiamo riportato questi poco edificanti brandelli di Storia, parte molto più alla lontana, precisamente dall'Unità d'Italia, per arrivare alle ambigue vicende della loggia massonica "P2", e scrive la storia patria sotto un'angolatura particolare, espressa perfettamente dal titolo. Non è un libro nuovo, la prima edizione risalendo al 1984, ma è comunque un libro da conoscere perché "analizzare il fenomeno della corruzione politica, scriverne, discuterne, sottrarsi all'omertà cinica della rassegnazione, giova, se non a eliminare la piaga, a contenerne la pericolosità e a dimostrare che anche in politica l'onestà non è - o non sempre - una fatica inutile". In questi ultimi anni, lo abbiamo scritto più volte, si nota un allontanamento sempre più marcato del cittadino dalla politica: il libro di Turone torna allora ad essere prezioso, perché sollecita le nostre coscienze a renderci conto che il cancro della corruzione può tanto più prosperare
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Giovanni Giolitti
quanto più il cittadino si sente estraneo alla gestione della cosa pubblica, quanto più, come dice l'Autore concludendo il suo lavoro, cade nella "omertà cinica della rassegnazione".
Riprendiamo quindi la lettura di questo libro e percorriamo insieme all'Autore la storia italiana. Lo stile narrativo, di facile lettura, si accompagna ad una puntigliosa precisione nel riferire fatti e nel riportarne i retroscena. Bisogna riconoscere all'Autore il grande merito di aver saputo tradurre in una lettura gradevole avvenimenti che di gradevole hanno ben poco e che demoliscono buona parte della oleografia che, soprattutto per i non più giovani, era il metodo naturale di insegnamento scolastico della storia nazionale.
Un solo appunto ci sentiamo di muovere a Sergio Turone, quello di cadere, alcune volte, in un pessimismo totale che impedisce di applicare quel beneficio del dubbio che resta un diritto di ogni "imputato", anche in processi che non si svolgono davanti a una Corte, ma sulle pagine di un libro di Storia. In questo modo scaturiscono giudizi che ci appaiono forse troppo severi verso personaggi come De Gasperi o Spadolini; parimenti è, a nostro avviso, discutibile (e discussa da altri storici) la molla che realmente spinse Mussolini a lasciare il quotidiano socialista Avanti per fondare il Popolo d'Italia. Danaro? Bramosia di potere? Reale convinzione interventista? Quando si vogliono esaminare le intenzioni, la strada diviene pericolosa e i risultati saranno sempre discutibili.
D'altra parte questo atteggiamento dell'Autore, che abbiamo definito di "pessimismo totale", è anche ben comprensibile: se scoperchiamo quello che, con evangelica espressione, possiamo definire sepolcro imbiancato, non è davvero strano che il lezzo insopportabile di tanto putridume ci impedisca di scorgere, qua e là, qualche parte ancora sana.
Corrotti e corruttori: due categorie che si nutrono a vicenda per quello che possiamo chiamare un comune interesse, trarre il maggior utile dalle situazioni, dalle funzioni che si ricoprono, in barba alle leggi e alla morale. Quando il cancro della corruzione investe la politica, la malattia si allarga necessariamente a macchia d'olio, perché chi ricopre funzioni pubbliche deve apparire illibato e specchiato; ecco che allora uno dei principali obiettivi di corrotti e di corruttori è l'informazione, che deve trasmettere al pubblico non la realtà dei fatti, bensì la versione funzionale agli interessi in gioco; ecco che nella malattia deve cadere anche la Giustizia, che può sempre essere chiamata a risolvere quesiti imbarazzanti. Nel Prologo fra storiografia e autobiografia Turone ci conduce a Roma, nella casa di Pietro Sbarbaro, ex professore universitario e combattivo giornalista. È il 3 novembre 1884 e Sbarbaro riceve una visita inattesa: un signore distinto, che si è annunciato come "un conoscente", estrae la pistola con la dichiarata intenzione di uccidere. Fortunatamente il tempestivo intervento della moglie e della cognata, che fanno irruzione nella stanza, allarmate dalle grida di Sbarbaro, spaventa l'aggressore che fugge approfittando di una finestra non alta sulla strada. Verrà arrestato in pochi giorni e identificato per il marchese Vincenzo Pescia, cugino di Magliani, uno dei ministri del governo presieduto da Agostino Depretis. Cosa aveva fatto Sbarbaro per spingere il marchese Pescia all'aggressione armata? Si era reso inviso a molti. Il settimanale satirico Le forche caudine, da lui fondato e diretto, si era dato fin dal primo numero, pubblicato il 15 giugno 1884, un programma preciso: si proponeva di essere "la gogna, il patibolo, il supplizio estremo di tutte le menzogne politiche, di tutte le ipocrisie, di tutte le porcaggini, che ingombrano a noi italiani e ci contendono la via del futuro". Sbarbaro, che aveva perso il posto di professore universitario a Parma dopo aver preso posizione in difesa di due studenti dell'Università di Sassari, sospesi da quell'Ateneo perché rei di essersi iscritti ad una associazione repubblicana, dalle colonne del suo settimanale sparava senza pietà sui potenti.
Al ministro Magliani rimproverava il protagonismo intrigante della moglie; il ministro Mancini favoriva spudoratamente la carriera del genero, mentre il ministro Baccelli, quello che lo aveva sospeso dall'insegnamento (offrendogli peraltro un "sussidio" che Sbarbaro aveva sdegnosamente rifiutato) era un bersaglio costante per le modalità con cui favoriva, o bloccava, le carriere scolastiche. Ma il combattivo giornalista non aveva solo il difetto di denunciare le colpe dei potenti; aveva anche il vizio imperdonabile di essere incorruttibile, in una stagione in cui stava fiorendo un giornalismo di terz'ordine, scandalistico finché non arrivava la giusta bustarella. Arrivarono così per Sbarbaro gli inevitabili processi per diffamazione e dopo una condanna ad otto mesi il giornalista trovò fuori dal tribunale una piccola folla che lo aveva atteso per applaudirlo e per fischiare il querelante Augusto Pierantoni,
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Mario Scelba
genero del ministro Mancini. Ma le denuncie di queste, in fondo, piccole miserie come spiegavano il tentativo omicida del marchese Pescia? Pietro Sbarbaro aveva fatto ben di peggio (agli occhi dei potenti): aveva incominciato a raccogliere voci, e a pubblicarle, con grande anticipo, su quello che stava accadendo nell'ambiente bancario romano. Il vorticoso giro di soldi, legato a un boom edilizio senza controllo, stava coinvolgendo tanti, troppi personaggi. Come vedevamo in apertura, la stessa Casa Regnante aveva le mani tutt'altro che pulite. Si stava preparando il gravissimo scandalo della Banca Romana, che avrebbe coinvolto gli stessi vertici dello Stato. Sbarbaro aveva avuto l'imperdonabile torto di aver capito in anticipo ciò che stava accadendo.
Il direttore delle Forche Caudine si sarebbe amaramente accorto, di lì a poco, di quanto spazio c'era per un giornalismo libero che invocava la pubblica moralità senza secondi fini. Incarcerato, liberato per il voto degli elettori di Parma, che lo mandarono alla Camera nel dicembre 1885, conobbe nuovamente la prigione dopo che Destra e Sinistra trovarono momentanea concordia giusto per autorizzare la prosecuzione del procedimento giudiziario contro di lui.
Scontò quattro anni di prigione e ne uscì distrutto; morì a soli 55 anni, in miseria, alla fine del 1893. Poco prima di morire, Sbarbaro ebbe una piccola soddisfazione: l'arresto di Costanzo Chauvet, ossequiato direttore del Popolo Romano, giornale molto rispettoso dei potenti. Chauvet era stato uno dei più spietati accusatori di Sbarbaro; ora finiva in galera per truffa continuata ai danni dell'erario, nel quadro dell'inchiesta giudiziaria sulla gestione della Banca Romana.
Ci siamo soffermati un poco sulla vicenda di Pietro Sbarbaro perché è estremamente significativa: il Regno d'Italia era il nuovo soggetto politico che aveva scosso gli equilibri europei; Casa Savoia aveva saputo raccogliere attorno a sé tante passioni, di diverse sponde politiche, accattivandosi anche non pochi repubblicani, e aveva costruito uno Stato in cui, relativamente agli standard dell'epoca, esistevano democrazia e libertà. Tanto più cocente doveva essere la delusione per chi aveva creduto con sincero patriottismo alle nuove libere istituzioni e vedeva la gestione pubblica degenerare nel clima della corruzione; vedeva gli uomini che avrebbero dovuto avere come unico scopo il bene della Nazione anteporre a tutto i propri desideri di potere e di arricchimento.
Il rapporto tra potere e corruzione, ci ricorda Sergio Turone, è tipico di ogni società; tipico però non vuol dire inevitabile, perché nella società democratica i cittadini si organizzano, vedono, valutano, denunciano e possono sempre punire i disonesti togliendo loro la fiducia elettorale. Appare chiaro che per i corrotti e i corruttori è vitale il controllo delle fonti di informazione e all'epoca che finora abbiamo trattato i giornali erano l'unico mezzo per informare, con esattezza o con distorsione, o per omettere, se non addirittura per inventare. E se oggi la televisione esercita un potere eccezionale, senza dubbio la stampa conserva la sua importanza; ce lo testimonia l'autore, in questo prologo anche "autobiografico", narrandoci, dopo quelle di Sbarbaro, le sue personali vicissitudini.
Riportiamo le parole stesse di Turone: "La censura più sofisticata e invalicabile è quella che avvolge proprio il tema centrale del dibattito politico in quest'ultimo scorcio di secolo: la corruzione dei partiti. Oh, sì, puoi scriverne, puoi deprecarla, puoi dedicarle persino vistosi titoli. Basta osservare alcune regole fondamentali: 1) enfatizzare il caso di corruzione solo quando investe un partito ostile a quello che patrocina la testata del tuo giornale; 2) in caso diverso, raccontare freddamente il fatto di cronaca senza citare nomi né sigle di partiti; 3) se non puoi fare a meno di citare nomi, sigle e cifre, evitare di mettere in relazione il singolo uomo politico corrotto con i dirigenti del suo partito".
Un quadro alquanto deprimente, per una Nazione che si definisce democratica, che ha fatto anche l'esperienza della dittatura e ha saputo risorgere. Ma le radici sono lontane. Risalgono a pochi anni dopo l'Unità, quando scoppiò il primo scandalo: eravamo nel 1869, a Firenze, allora capitale provvisoria del Regno. Il deputato della sinistra, Cristiano Lobbia viene ferito a coltellate da uno sconosciuto. È la prima scena violenta di un dramma che fino a quel momento si era consumato in silenzio, in discreti uffici ministeriali e bancari: oggetto del dramma, la Regìa dei Tabacchi, ossia quello che in seguito avremmo chiamato il monopolio di Stato sui tabacchi. Il neonato Regno d'Italia era in pessime acque finanziarie; si era assunto il debito pubblico degli stati preunitari e poi la guerra del 1866 aveva dissanguato le casse già duramente provate dal conflitto del 1859. Il governo decise di appaltare
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Roberto Calvi
il monopolio dei tabacchi a finanzieri privati. L'affare era grosso e fece nascere il primo vorticoso giro di quelle che oggi chiamiamo tangenti e che allora si chiamavano zuccherini: i compensi dati alle persone "giuste" perché prendano le decisioni "giuste". Il dibattito alla Camera fu tutt'altro che pacifico, perché non pochi deputati volevano vederci più chiaro nel valore dell'appalto; in più, il deputato Lobbia, già combattente garibaldino, denunciò appunto il giro degli zuccherini, impegnandosi a fare nomi se e quando fosse stata nominata una commissione d'inchiesta.
Nel giro vorticoso di soldi, si sarebbe visto in seguito, oltre al primo ministro Menabrea, un generale tutt'altro che insensibile al fascino del danaro, voci insistenti fecero anche il nome del Re. Vittorio Emanuele II, spendaccione e godereccio, quando morì nel 1878 lasciò debiti per 40 milioni, una somma enorme per l'epoca. Comunque sia, fin dai primi anni di vita del novello Regno, la gestione del danaro pubblico fu così agile che un uomo rigoroso come Quintino Sella, nel 1870, davanti a spese ingiustificate per centinaia di milioni, avvenute tra il 1862 e il 1868, si trovò costretto a chiedere alla Camera un voto di sanatoria pro bono arbitrio, ossia, per dirla in parole grezze, mettiamoci una pietra sopra.
Della Banca Romana dicevamo in apertura; e se qualcosa può venire di positivo da simili eventi, il clamore suscitato dallo scandalo obbligò le autorità di governo a mettere seriamente mano al riordino del sistema di emissione delle banconote, suddiviso tra cinque banche, sia come eredità degli stati preunitari, sia perché nessuno mollava con piacere l'enorme potere che derivava dal fatto di poter "battere moneta".
Ma la storia patria prosegue e ha già preso una sua impronta: la gestione della cosa pubblica è costellata di scandali e la classe politica appare sempre più come una categoria "a sé", specializzata e arrogante, che necessita però di esercitare i due controlli che dicevamo prima: sui mezzi di informazione e sulla magistratura. Sergio Turone passa ad esaminare proprio le manipolazioni della giustizia e le vicende legate all'assassino di Re Umberto rendono lecito qualsiasi sospetto, anche in considerazione delle strane indagini che furono svolte per poter dimostrare la tesi della cospirazione e coinvolgere così la figura di maggior spicco dell'anarchia, quell'Errico Malatesta, che peraltro risultò estraneo al delitto.
La morte in carcere di Bresci, che non aveva alcun motivo per suicidarsi, venne invece archiviata in tutta fretta, nonostante corressero voci insistenti che volevano la morte del regicida come mezzo sbrigativo per evitarne la progettata evasione, e come esecutori gli stessi secondini del carcere di Santo Stefano, la cui direzione sarebbe stata pronta ad eseguire un ordine di questo genere, dopo che un'improvvisa ispezione ministeriale aveva accertato enormi irregolarità nella conduzione della prigione.
Ma proprio a proposto di una magistratura sempre disponibile a "coprire" gli illeciti commessi dai detentori del potere, Turone ci fa notare che nel corso della Storia l'allargamento del suffragio e la promozione sociale che comunque è avvenuta hanno fatto sì che la magistratura non sia più, come in passato, un corpo assolutamente "omogeneo" alla classe dirigente, rappresentata agli inizi del secolo scorso dalle poche centinaia di migliaia di persone che godevano del diritto di voto. Se la classe dei giudici è tutt'altro che esente da vizi, e spesso anche colpevole di risse interne degradanti, tuttavia essa non è più necessariamente una "emanazione" delle stesse categorie che, in una gestione ristretta del potere, fornivano parlamentari e ministri. Siamo grati a Turone che, anziché ammannirci le consuete liturgiche affermazioni di "fiducia nella Giustizia", ci fornisce degli argomenti oggettivi per avere, quantomeno, meno sfiducia.
Chi vuole diventare ricco, non sceglie certo la carriera del maestro elementare, né la sceglieva agli inizi dello scorso secolo quando i Comuni (che allora avevano in carico le scuole elementari) passavano ai maestri stipendi così miseri che la Camera aveva votato la costituzione di un "fondo di sussidio" per integrare le paghe. Primo ministro era allora Giolitti, che improntò così tanto della sua personalità il periodo storico, da far coniare agli storici il termine giolittismo. Ministro dell'Istruzione era il siciliano Nunzio Nasi, che avocò a sé la distribuzione dei fondi, per poter meglio "garantire la corretta gestione".
Se ne discusse alla Camera per quattro anni, per capire dove mai si fossero volatilizzati i fondi di sussidio. I maestri continuavano così a mal conciliare il pranzo con la cena, ma per fortuna altre categorie stavano meglio, perché vedevano alle porte un cospicuo aumento del giro d'affari. L'industria siderurgica, in particolare quella specializzata in armi e munizioni, in automezzi e in tutte quelle dotazioni di cui ha necessità una nazione in guerra, non potevano che vedere con simpatia tutti quei movimenti, nazionalisti, irredentisti e semplicemente bellicisti, che premevano perché l'Italia non restasse fuori da quel gigantesco redde rationem che sarebbe stata la prima guerra mondiale.
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Licio Gelli
Ecco che torniamo alla necessità di controllare i mezzi di informazione. Secondo l'Autore la conversione di Mussolini dal neutralismo all'interventismo sarebbe passata attraverso i cospicui finanziamenti che gli permisero di pubblicare il nuovo giornale Il Popolo d'Italia, dopo la sua rimozione dalla carica di direttore dell'Avanti e l'espulsione dal Partito Socialista, decise proprio in ragione del suo cambiamento di schieramento. Qui ci permettiamo di riportare l'opinione di uno storico che è stato un maestro per tutti, Indro Montanelli, che sosteneva che Mussolini era, di suo, impermeabile al danaro: non si convertì al bellicismo per danaro, piuttosto cercava fondi per il suo nuovo giornale, perché ormai aveva optato per una sua propria linea politica. Quale che sia la verità, sta di fatto che i fondi, in buona arte francesi, permisero la nascita della nuova testata, che si pose subito su posizioni di deciso interventismo.
Ben più grave e diffusa sarebbe stata la corruzione che minò il Paese quando il fascismo conquistò il potere e divenne dittatura. Si creò di fatto una nuova classe dirigente che sapeva di non dover più temere gli attacchi di una opposizione che semplicemente non esisteva più. E così i "predoni in orbace" poterono proliferare e arricchirsi, dando al più al duce la preoccupazione di sedare risse interne (storica quella tra Farinacci e Augusto Turati) nelle quali l'argomento dell'arricchimento era ricorrente come accusa o come scheletro da archiviare e da usarsi al momento giusto.
I livelli di vita di un Balbo o di un Ciano, uomini di indubbio valore intellettuale, ma anch'essi travolti da un potere che, assoluto, non può alla lunga non corrompere, non si giustificavano certo con le pur ricche prebende previste dalle loro cariche pubbliche. Ne usciva demolita l'immagine di un regime che voleva fare dell'Italia un popolo di eroi e soldati, poeti e navigatori. Ma, e qui ci permettiamo l'ultimo appunto all'ottimo collega Turone, erano gli anni del consenso (come sottolineò sagacemente De Felice) e l'uomo della strada era soddisfatto del regime, né più di tanto lo infastidivano i giri milionari di una Edda Mussolini maritata Ciano, o il fatto che il podestà di Milano fosse famoso per la sua vita lussuosa e libertina. Iniziava allora quella pericolosa indifferenza del cittadino verso la gestione del potere, considerata magari con disprezzo, ma non combattuta, che resta a tutt'oggi una delle tare della nostra società.
La caduta del fascismo fece sperare, ad alcuni, che avvenisse un grande repulisti e il governo Parri sembrò avviato verso la via di una moralizzazione decisa. Ma non durò; non durò perché Parri era un galantuomo che non aveva la stoffa del politico e perché la stessa opposizione al fascismo si era frammentata, oltre che nei due grandi filoni, cattolico e social-comunista, in una miriade di altri gruppi. De Gasperi, succeduto a Parri, era un galantuomo, che doveva però fare anche i conti con la politica, intesa anche come arte del compromesso. L'ampia base dei primi governi degasperiani, che vedevano la presenza anche di ministri socialisti e comunisti, fece sì che le prime vicende "poco chiare" della neonata repubblica avessero una copertura generale, basata a priori sulla solidarietà antifascista. Anticipatore dei primi scandali del dopoguerra sarebbe stata la fosca vicenda dell'Oro di Dongo, il tesoro della repubblica Sociale, sequestrato a Mussolini a Dongo e smarrito in vie sconosciute, dopo alcuni tortuosi giri che consentirono di recuperare solo settecentomila lire su un valore di alcuni miliardi (dell'epoca).
Il lettore potrà così percorrere gli anni dal 1945 al 1953, che Turone battezza, con felice neologismo, gli anni della cinismocrazia, fino agli anni del miracolo economico; la presidenza di Giovanni Leone e la tragedia del sequestro di Aldo Moro, fino ad arrivare alle vicende della loggia massonica P2, sulla quale ci intratterremo un attimo in chiusura. Se su questi periodi ci soffermiamo di meno, è solo perché appartengono a quella storia recente, più cronaca che storia, che il lettore di certo già conosce nelle sue linee generali. Ci preme solo ricordare alcune figure di spicco, nel bene come nel male (e ognuno giudichi da sé).
Enrico Mattei: definito il grande corruttore, non nascose mai di "usare i partiti politici come taxi", per arrivare dove voleva lui. Di suo, fu un galantuomo, né lavorò per interessi personali. La sua direzione dell'ENI, Ente Nazionale Idrocarburi, fu caratterizzata da un disprezzo totale di leggi e regolamenti, ma da un'efficacia eccezionale nel far fare al paese enormi passi avanti sulla strada dello sfruttamento delle fonti energetiche. Il mistero sulla sua morte, rimane. Nulla autorizza a dire che il suo aeroplano fu sabotato, ma è un fatto che la morte di Mattei non poteva essere che gradita ai potentati del petrolio, che mal vedevano il dinamismo dell'ex partigiano democristiano.
Mario Scelba: figura tutt'altro che limpida. Se lo stile discutibile con cui fu eliminato
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Enrico Mattei
Salvatore Giuliano poteva trovare giustificazione nello stato di necessità, la morte di Gaspare Pisciotta, avvelenato nel carcere dell''Ucciardone, getta gravi ombre sul politico e sull'uomo, rappresentante di quella che venne appunto definita come "cinismocrazia". Pisciotta avrebbe potuto raccontare molte cose sugli intrecci imbarazzanti tra potere e mafia in Sicilia, e il potere in Sicilia era soprattutto la Democrazia Cristiana.
Michele Sindona e Roberto Calvi: ciò che distingue i due banchieri fu senza dubbio il tratto decisamente delinquenziale di Sindona, ammanigliato con la mafia e mandante anche dell'omicidio dell'avvocato Ambrosoli, liquidatore del suo effimero impero bancario. Peraltro, entrambi furono dispensatori di danaro a tutto il sistema politico, in una forma di embrassons nous che ricorda che le rivalità politiche svaniscono, fatte le dovute ma, ahimè, limitate eccezioni, di fronte al banchetto imbandito. Entrambi i banchieri furono attori di quel dramma, con aspetti anche farseschi, che fu la vicenda della loggia massonica segreta denominata "P2", fondata e diretta dal grande maneggione Licio Gelli.
Fondamentalmente la loggia segreta fu un'associazione di affaristi di ogni genere, tutti di alto livello, tutti tesi a trarre il maggior vantaggio possibile dalla fratellanza massonica. Che questo comportasse anche progetti sovversivi, è da dimostrare, e lo valuterà il lettore che, come vivamente gli consigliamo, leggerà con attenzione il libro di Sergio Turone. È un fatto che attraverso le mene di Licio Gelli passarono l'assalto alla proprietà del più prestigioso quotidiano italiano, il Corriere della Sera; che la scarcerazione di Roberto Calvi, dopo la prima condanna a quattro anni per illeciti valutari fu tutt'altro che chiara, come fu tutt'altro che chiaro che il banchiere potesse continuare a presiedere il Banco Ambrosiano; che la morte di Calvi a Londra fu un maldestro tentativo di simulare un suicidio per coprire un omicidio; che ministri e politici inseriti negli elenchi degli iscritti alla loggia segreta poterono continuare indisturbati per anni la loro attività. E potremmo continuare per molti altri interrogativi, destinati a restare ormai senza risposte soddisfacenti. Ci sembra più utile leggere l'incredibile vicenda che coinvolse lo stesso Autore, perché emblematica di un clima di complicità diffuse, anche se soffuse.
Umberto Ortolani, finanziere e banchiere dall'attività così limpida e specchiata da trovarsi a un certo punto colpito, nel quadro della vicenda P2, da mandato di cattura per bancarotta fraudolenta e altri reati finanziari, si ricorda di disporre tra l'altro della cittadinanza brasiliana e si affretta a trasferirsi nella sua seconda patria perché nella prima, l'Italia, vogliono metterlo in prigione.
Possiamo dargli torto? Chi non avrebbe fatto lo stesso? Ma il bello deve ancora venire. Dal Brasile Ortolani, tramite l'avvocato romano Mario Savoldi, cita in giudizio gli autori di quattro libri nei quali si parla di lui in termini non elogiativi. Uno dei quattro libri sgraditi all'Ortolani è appunto il "Corrotti e corruttori" di Sergio Turone. La citazione è fatta, chissà perché, al Presidente del Tribunale di Varese. Ma il "chissà perché" si chiarisce subito. Il presidente del tribunale di Varese, dottor Dini, con rapidità travolgente, ancor prima di entrare nel merito della citazione, decide il sequestro cautelativo, su tutto il territorio nazionale, dei quattro libri "cattivi". Il provvedimento non solo suscita le ovvie proteste della Federazione della Stampa, ma è anche illegittimo, perché, come chiarito in passato dalla Cassazione, il sequestro di scritti non si può mai operare in sede di semplice giudizio civile per danni, quale era quello intentato dall'Ortolani, che si era ben guardato dallo sporgere querela, un tipo di iter giudiziario che dà all'accusato la possibilità di dimostrare davanti al giudice la fondatezza delle proprie affermazioni. Il dissequestro fu disposto di lì a poco e infatti l'ottimo libro di Turone continuò e continua ad essere letto e venduto. Ma la vicenda resta emblematica, anche perché non ci risulta (se qualcuno lo sa, ce lo dica), che il giudice Dini, autore di un provvedimento sfacciatamente partigiano e illegale, abbia subito alcuna conseguenza di tipo disciplinare.
Certo, il lettore potrà dire: si tratta di cose vecchie, ormai sono passati vent'anni, i vecchi partiti politici non ci sono più. Già, ma avere notato come, sotto sotto e in silenzio, si siano riciclati politici dati per bruciati dopo Tangentopoli (che non fu davvero un esempio di ottima amministrazione della Giustizia, ma qualcosa comunque smosse)? Dubitiamo fortemente di vivere in una nuova Italia fatta di Vergini e di Santi.
E allora invitiamo i nostri lettori a voler prendere in mano il libro di Sergio Turone e a leggerlo con attenzione; non vi annoierà di certo, perché lo stile è gradevole e agile. Quando si va nel campo delle opinioni, potrete trovarvi anche in disaccordo. Ma Turone, da storico serio, ha lavorato soprattutto sui fatti: e di questo tutti dobbiamo essergli grati.

Il libro di Sergio Turone, Corrotti e Corruttori, è edito da Giuseppe Laterza & Figli Spa, 1984; 286 pagine di testo e un'appendice molto interessante sul sequestro sopra accennato, intitolata Dossier Libri al rogo