I grotteschi retroscena della "rivoluzione fascista" che condusse l’Italia nel baratro del secondo conflitto mondiale (4)
TUTTI VOLEVANO
LA GUERRA, SALVO
IL CAMERATA MUSSOLINI
di Gian Piero Piazza
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Mussolini e Hitler in uno "storico" incontro nel 1934 |
Nella storiografia dell'era contemporanea il 28 ottobre 1922 rappresenta la data fatidica che impresse all'Italia la grande svolta politica con l'avvento del fascismo di Mussolini al potere. La "Marcia su Roma", al di là dei significati densi di retorica di cui fu ammantata dai nuovi conquistatori, è stata l'impresa più plateale e al contempo più aleatoria e sofferta da parte degli esponenti "moderati" e legalitari del partito fascista, a cominciare dal suo capo. Una vittoria maturata nel rapido volgere di pochi mesi sull'onda di incalzanti e molto spesso imprevedibili avvenimenti e orchestrata sempre all'insegna di improvvisate manovre sotterranee in un clima di confusione pressochè totale. Proviamo ad analizzarle, queste premesse, che tramutarono in tangibile concretezza fumose velleità di potere cullate da una minoranza della popolazione composta in gran parte da squadristi intemperanti, violenti e istintivi. La dimostrazione di forza che i "manganellatori" fascisti diedero nel maggio 1922 ebbe conseguenze sul piano psicologico e politico ben più consistenti di quelle che gli stessi organizzatori avevano preconizzato.
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Il Duce s'intrattiene con Vittorio Emanuele III alle manovre militari del 1939 nella campagna di Roma |
In una lettera al direttore pubblicata da "un gruppo di ufficiali" i cui nomi non comparivano e che si dichiaravano "simpatizzanti del fascismo antibolscevico" essi esprimevano la loro esitazione ad aderire apertamente al partito fascista nel timore di dover rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla Corona. E precisavano che, pur essendo ideologicamente schierati con i fascisti, nel malaugurato caso che si fosse arrivati a un conflitto tra il fascismo e la monarchia non avrebbero indietreggiato di fronte all'eventualità di ordinare ai loro soldati di aprire il fuoco contro i nemici di Casa Savoia. Per quanto la faccenda sfiori il grottesco e possa apparire come una montatura di stampo goliardico, l'originale della lettera è stato ripescato negli archivi del "Giornale d'Italia" e la calligrafia di chi l'ha redatta è risultata essere quella del senatore Bergamini. Mussolini si affrettò fin troppo prontamente a rispondere ai sedicenti ufficiali che "il fascismo ha accantonato la sua tendenzialità repubblicana e ha adottato nei confronti della monarchia la legge del do ut des". In parole povere, il fascismo non avrebbe mosso un dito in favore della monarchia se la monarchia a sua volta non avesse fatto nulla per il fascismo. Ma se avesse avuto buoni motivi per esprimere riconoscenza si sarebbe adoperato in tal senso. Mussolini concludeva inequivocabilmente dichiarando che "La Corona, dunque, non è in gioco purchè in gioco non voglia mettersi".
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Umberto di Savoia durante la sua visita al neoeletto Papa Pacelli il 14 marzo 1939 |
Liquidato Mussolini, l'Italia avrebbe denunciato il Patto d'acciaio e rinsaldato i legami con la Francia e l'Inghilterra. Il Principe Umberto, vero protagonista del complotto, si sarebbe adoperato per mandare in porto l'operazione e avrebbe avuto tre incontri con il neoeletto Papa Pacelli, al quale avrebbe chiesto consiglio e sostegno. Ecco al proposito quanto scrisse Stevens: "Umberto si è recato in tutta segretezza dal Pontefice. Il cardinale Maglione lo ha introdotto nelle stanze private di Pio XII. Il Principe ha uno sguardo triste, preoccupato. E' latore di una proposta audace. L'Imperatore e Re suo padre è disposto a rinunciare al trono in favore del figlio se questo gesto e le sue ripercussioni possono permettere al nuovo sovrano di liberare l'Italia dalla degradante obbedienza agli ordini di Berlino. Il Papa chiede due giorni per riflettere e allo scadere del secondo giorno Umberto riattraversa il cortile di San Damaso in Vaticano per conoscere il responso del capo della Chiesa. Pio XII parla a lungo, tristemente. Il Principe ascolta in silenzio. Quando Umberto lascia la biblioteca sa che il Papa teme, non per lui ma per il Paese, che un così radicale mutamento sconvolga la situazione interna, conduca a una guerra civile e favorisca l'avvento di un razzismo pagano".