Sconfisse Annibale nella leggendaria battaglia di Zama (202 a.C.) che
chiuse la II guerra punica e decretò il primato di Roma su Cartagine
SCIPIONE L'AFRICANO, NELLA STORIA
IL PIÙ GRANDE FRA I GENERALI
di FERRUCCIO GATTUSO
La diversità di Scipione "La sconfitta - amava dire il principe dei giornalisti Indro Montanelli - è il blasone delle anime ben nate". Senza dubbio, la sconfitta ha un suo fascino: rovinosa, quanto grande è stata la salita al successo. Le ombre del declino hanno una loro potenza immaginifica, la fine impensabile di un potere, di qualsiasi sorta, ha un potere ipnotico sulla gente. Sul pubblico, dovremmo anzi dire: dal momento che la vittoria e la sconfitta, nel loro alternarsi, sono in definitiva uno spettacolo.
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Una delle più belle biografie di Scipione l'Africano (edizioni Rizzoli)
Anche, e soprattutto, se si tratta di storia realmente accaduta. È così che, dal mito alla storia, la morte di Ettore per mano di Achille, così come le pugnalate "patricide" di Bruto a Cesare, l'esilio di Annibale, così come la fine di Napoleone a Sant'Elena o, per finire, la fine ingloriosa in una fossa comune di Wolfgang Amadeus Mozart, il più grande genio musicale della storia dell'umanità, sono "quadri" meravigliosi e crudeli dai quali non sappiamo distogliere lo sguardo.
Forse per questo, una figura grandiosa come quella di Scipione l'Africano non ha saputo conquistare l'immaginario collettivo con la stessa forza dei personaggi appena citati. Sebbene vada detto che anche per questo nobile e abilissimo stratega e combattente romano ci sia stato, al capolinea della propria esistenza, l'amarezza di un mancato riconoscimento del proprio operato a vantaggio della grandezza di Roma. La caduta non è stata - per Publio Cornelio Scipione, gemma della Gens Cornelia - fragorosa: la luce che illumina la sua persona, a più di duemila anni di distanza, non è quindi - paradossalmente - nitida quanto quella che copre Annibale, il grande rivale, sconfitto nella leggendaria battaglia di Zama nel 202 a.C., la battaglia che chiuse la Seconda guerra punica e che decretò il primato di Roma su Cartagine. Scipione l'Africano fu, senza dubbio, il più grande generale di tutti i tempi: astuto nella preparazione degli scontri, coraggioso negli stessi, geniale nel saper gestire gli imprevisti nel cuore del conflitto, magnanimo nella vittoria.
E infine: abile politico, fine tessitore di alleanze, fedele servitore di Roma, uomo immune da abbagli dittatoriali. Per tutto questo, più grande, militarmente, di Alessandro Magno (che combatté popolazioni militarmente inferiori in Asia, e avanzò senza costruire alcunché di solido alle spalle: il suo dominio scomparve altrettanto velocemente quanto si espanse), più grande eticamente di Giulio Cesare (che usò Roma e non se ne fece mai servitore). Senza dimenticare che Scipione si avvalse di un esercito - seppur fedele - stanco, impreparato e numericamente inferiore al nemico (il Senato non credeva, come spiegheremo, nella campagna d'Africa pensata dal condottiero, e non lo rifornì di tutto il necessario, inteso come uomini, armi e vettovaglie). Questa, in breve, è la storia del romano che più si avvicinò all'ideale che, per secoli, la cultura dell'Urbe sostenne di fronte al mondo conquistato. Un mondo che non avrebbe accettato per tanti secoli il dominio di Roma se esso si fosse fondato solo sulla punta delle lance e sulla compattezza delle legioni.

Il giovane Scipione, coraggio e carisma Publio Cornelio Scipione nasce a Roma nell'anno 517 dalla fondazione della città (235 a.C.), membro di una delle più antiche e nobili famiglie romane, la gens Cornelia. Non si conosce molto della sua infanzia, né del tipo di educazione ricevuta da colui che, comunque, era destinato a una carriera importante, anche solo per motivi di rango. Certo, Scipione non era un giovane come tutti gli altri, poteva sfoggiare eccezionali capacità di comando se - alla sola età di ventiquattro anni - si ritrovò a comandare l'esercito romano in Spagna. Prima di questa nomina, minimi sono gli accenni che lo riguardano: Scipione è segnalato a soli 17 anni tra i guerrieri più coraggiosi (e difatti venne insignito di un premio) nella battaglia del Ticino, la prima che vide romani e Cartaginesi scontrarsi su suolo italico.
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Famoso busto del generale romano

Nel 216 a.C. - un solo anno dopo l'impresa che lo rese celebre in Roma - Tito Livio ci racconta del giovane Scipione come uno dei tribuni militari a comando di una legione. In pratica, un capo di stato maggiore: è molto probabile, ance se non sicuro, che egli abbia partecipato alla rovinosa sconfitta di Canne, facendo parte di quei quattromila romani che, rifiutando di arrendersi, fuggirono nel cuore della notte a Canosa, sfidando i controlli della cavalleria cartaginese. Gli storici non hanno mai saputo spiegare il motivo per cui Annibale, trionfante sui romani, non abbia dato il colpo di grazia ai superstiti asserragliati in Canosa: tra essi, avrebbe potuto eliminare colui che, anni dopo, lo avrebbe sconfitto. Tra le mura della cittadina pugliese, Scipione viene eletto comandante insieme ad Appio Claudio, ed è questo un ulteriore prova di quali caratteristiche eccezionali di guida dovesse avere il giovanissimo nobile romano.
Un terzo scenario in cui emerge la figura di Scipione è quello nel quale il futuro trionfatore di Zama si schiera con il fratello maggiore Lucio nella corsa alla carica di edile: capendo che Lucio non aveva troppe possibilità di farcela, Publio decise di unirsi a lui, trascinandolo alla vittoria. La notorietà e il prestigio di cui godeva avrebbero spinto il fratello. E così, Scipione venne eletto alla carica di edile curule, pur non avendo l'età legale: i tribuni della plebe provarono ad opporsi alla nomina, ma questi ribatté che " se tutti i Quiriti mi vogliono edile, ho l'età che basta" (la fonte è Polibio). È, questa, la base del successo futuro di Scipione, ma anche quella della diffidenza del potere romano nei suoi confronti.

In Spagna Sono questi gli allori e i riconoscimenti che portano Publio Cornelio Scipione in Spagna: nel 210 a.C., nel momento più difficile per Roma, assediata dalle vittorie italiche di Annibale, il giovane condottiero viene spedito nella penisola iberica per contrastare i rifornimenti del nemico. È sua la grande intuizione: finché Cartagine avesse, come accadeva in quel periodo, dominato il Mediterraneo con le proprie navi, Roma sarebbe rimasta azzoppata nei commerci e nella propria sicurezza. Dopo la fine della Prima guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca - padre di Annibale e Asdrubale - era riuscito ad ottenere una posizione di forza sullo scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale di sempre.
In questo disegno, la Spagna era la zona di addestramento e rifornimento per le truppe cartaginesi. Proprio dalla Spagna, nel 218 a.C., Annibale aveva cominciato la sua marcia verso l'Italia. Una ragione di più spingeva Scipione a raggiungere il teatro iberico: su quel terreno il padre e lo zio - Publio il Vecchio e Cneo - avevano perso la vita combattendo.
Una volta giunto in terra spagnola, Scipione si mosse con assoluta perfezione: per prima cosa, rinfrancò le truppe stanziate, dal morale basso dopo le ultime sconfitte. Ad esse Scipione ricordò che i tracolli avevano una motivazione: il tradimento di importanti truppe mercenarie (i Celtiberi). Successivamente, si appellò alla memoria dei suoi predecessori e parenti: perché le loro morti non si rivelassero inutili, una reazione d'orgoglio si imponeva ("In breve io farò in modo che, come ora voi in me riconoscete simili il volto e lo sguardo e i lineamenti del corpo a quelli di mio padre e del mio zio, così io vi renda una immagine del loro genio, della loro fede e della loro virtù, così che ciascuno dica a sé stesso che rivive, o è rinato, il comandante Scipione").
In ultimo, il giovane comandante, dopo aver sollevato il morale dei suoi, si concentrò sul mortificare quello degli avversari: i romani avrebbero dovuto colpire, e duro, nel loro punto strategicamente più importante. La Spagna era il punto chiave, e una città, in Spagna, si rivelava fondamentale: Cartagena. Quando i generali nemici erano convinti che Scipione avrebbe chiamato battaglia, egli invece pensò a neutralizzare le arterie di comunicazione e di rifornimento.
Nessuno si aspettava un attacco alla città portuale, e infatti le truppe dei tre principali avversari, Magone, Asdrubale e Asdrubale Barca erano tutte dislocate ad almeno dieci giorni di marcia da essa. Scipione era invece molto più vicino, e ben sapeva che, una volta attaccata Cartagena, prima che la notizia si spargesse e potesse arrivare ai tre comandanti, i giochi sarebbero stati fatti. Cartagena, città d'artigianato e per così dire industriale, possedeva mezzi e risorse fondamentali, la rocca era paradossalmente difesa da poche migliaia di soldati, la popolazione non sapeva combattere.
Mantenendo segrete le sue intenzioni anche ai suoi sottoposti, Scipione diresse le proprie legioni verso Cartagena.
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Annibale, il generale cartaginese nemico irriducibile di Scipione

L'assedio a Cartagena cominciò esattamente quando, dal mare, giungeva la flotta romana: un attacco da due fronti aveva il compito di accelerare i tempi, non potendosi prendere la città per fame. Le truppe cartaginesi sarebbero giunte infatti, come detto, nel giro di dieci giorni a marce forzate. Una volta sotto le mura, venne eretto un bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili. L'attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati.
Non solo: informato su un particolare fenomeno di alta e bassa marea, preparò delle truppe nei pressi di una laguna nelle vicinanze della città. Quando la laguna, per la bassa marea, si abbassò velocemente, e le truppe poterono attraversarla diretti verso un altro lato della città, i romani pensarono ad un prodigio divino (Nettuno, naturalmente, tifava per l'Urbe!). Cinquecento soldati superarono la laguna, giunsero alle mura e le scalarono senza troppo opposizione, poiché la maggior parte delle forze era impegnata sugli altri lati.
Cartagena cadde, ma il suo sacco non fu di proporzioni tradizionali per i tempi: Scipione fece sfogare le truppe, lasciò che si procurassero un certo bottino, poi però impedì un massacro vero e proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi dall'uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi, con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di Cartagine.
Con la conquista di Cartagena, Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega: conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa. Infine, magnanimità dopo aver vinto. Non solo: ottenuta alle porte dell'inverno, stagione in cui le operazioni militari subivano uno stallo, Scipione poté godere di un indubbio vantaggio psicologico. Molti capi iberici passarono dalla parte di Roma: Indibile, Edecone e Mandonio furono quelli tra i più importanti. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord del fiume Baetis, l'attuale Guadalquivir, ndr), rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Altra mossa vincente del comandante romano fu lasciare fuggire Asdrubale, senza lanciarsi all'inseguimento: mossa che si sarebbe rivelata rischiosa. Tutto a suo tempo: lo sguardo di Scipione si stagliava sempre all'orizzonte politico e strategico. Anche quell'inaspettata vittoria, inaspettata perché non preventivata, poteva portare i suoi vantaggi, materiali e psicologici. Nella vittoria di Becula (208 a.C.) Scipione, ancora una volta, mostrò la propria indole: acclamato "re" dagli alleati spagnoli, egli rifiutò il titolo con discrezione, ben sapendo come questo titolo fosse inviso a Roma. Nel momento più fulgido della propria carriera, questo giovane romano sapeva mantenere la mente e il cuore freddi al punto da rinunciare a un trionfo.
Oltre a ciò, un altro atto lo rese stimabile tra alleati e nemici: catturato il giovanissimo nipote del nemico Massinissa, Massiva, e avendo riconosciuto il suo valore in battaglia (era partito di nascosto dalla propria famiglia per andare alla pugna), Scipione lo lasciò libero di tornare a casa. Due anni più tardi, i Cartaginesi cercarono per l'ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni giorno Scipione schierò, ben visibili, al centro dello schieramento i propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli.
Al momento dello scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il nemico: i romani distrussero i fianchi dei Cartaginesi, mentre le ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e stanchezza. L'esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio accampamento. Asrudbale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Gades (Cadice). "La storia militare - scrive Basill Liddel Hart - non offre in tema di conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori". Scipione aveva concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le ali), mentre il centro restava immobilizzato.
Ultimo vantaggio - che si rivelerà fondamentale per la vittoria finale di Roma - fu il passaggio di Massinissa dalla parte dei romani.
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Il giovane Annibale giura eterno
odio nei confronti di Roma
La missione del re doveva essere quella di convincere anche i Numidi a passare dalla parte di Scipione. Andava conquistato alla causa romana Siface, re dei Masesili: per quanto possa sembrare assurdo, Scipione si recò personalmente da re, e proprio nei giorni in cui, alla sua corte c'era anche il fuggiasco Asdrubale. I tre si incontrarono alla stessa tavola (!). In territorio neutro, i due avversari si giocarono l'alleanza con Siface. La missione cartaginese rimase letteralmente affascinata dal carisma di Scipione, e così lo stesso Siface. Che aveva scelto.
La conquista definitiva della Spagna sarebbe arrivata con le vittorie e le conquiste delle città di Iliturgi, Castulone e Gades, e con la sconfitta di Indibile e Mandonio. Il pugno di ferro di Scipione si scatenò sui ribelli e sui traditori, ma fu magnanimo con gli avversari leali e a viso aperto. La politica del comandante romano in Spagna fu talmente oculata che questa parte di mondo diverrà per secoli territorio sicuro per Roma. Cartagine aveva perso su una scacchiera importantissima. E ora Roma poteva sbarcare in Africa.

Intrighi a Roma Ora che aveva stabilizzato la Spagna, Scipione doveva tornare a Roma per perorare la propria causa: le operazioni militari dovevano essere spostate sullo scenario africano, sfruttando la stessa arma di Annibale. Combattere sul terreno nemico avrebbe creato panico, e avrebbe obbligato Annibale a lasciare l'Italia e a tornare in Africa. Nel tempio di Bellona, fuori dell'Urbe come chiedevano le leggi romane per un generale armato e con truppe, Scipione portò le proprie idee davanti al Senato, incontrando una dura opposizione da parte di avversari interessati. I suoi trionfi, a un'età così giovane, avevano scatenato, prevedibilmente, invidie. E non solo di romani giovani come lui, ma di vecchi condottieri, come Quinto Fabio Massimo, il celebre "Temporeggiatore".
Le centurie acclamarono comunque console il giovane Scipione: il popolo stava con il guerriero, mentre i conservatori della Roma diffidente verso qualsiasi ipotesi "golpista" si mantenevano prudenti e distaccati. Fabio Massimo sostenne che l'operazione in Africa non aveva senso, se non quello originato da una sete di gloria e dominio di Scipione. Il dovere di Publio Cornelio era quello di affrontare Annibale in Italia, dove il pericolo permaneva. In Africa, Scipione avrebbe trovato contro di sé un intero paese, e anche qualora Annibale fosse tornato in patria, le sorti delle legioni romane sarebbero state segnate.
Scipione si difese abilmente: nessuno era disposto ad andare in Spagna se non lui, e i risultati gli portavano conforto. Se la sua giovane età non era un problema allora, non lo poteva essere in quel momento, nel quale ci si doveva muovere definitivamente contro Cartagine. Il pericolo che Annibale muovesse contro Roma era minimo, a meno che non si considerasse l'altro console in Italia, Crasso, un imbelle. E poi se Fabio Massimo era riuscito a contenere Annibale al massimo della sua potenza, ora che era fiaccato e isolato dagli ozi di Capua, a maggior ragione non sarebbe stato un problema ingabbiarlo o spingerlo a tornare in patria.
La sfida ebbe un solo vincitore: il Senato, che decise per un classico compromesso. Il console Scipione avrebbe governato la Sicilia, e da lì, se fosse stato strategicamente utile, sarebbe potuto sbarcare in Africa. Gli vennero concessi, però solo settemila uomini, e per di più inesperti e da addestrare. In Sicilia, Scipione profuse ogni energia per l'allestimento di trenta navi da guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto, nelle motivazioni così come tecnicamente. Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria, Scipione comprese l'importanza di preparare una cavalleria efficace, da affiancare a quella di un alleato imprescindibile: Massinissa. Nel frattempo, l'alleato Siface tentennava: i Cartaginesi gli avevano offerto in moglie la bellissima Sofonisba, figlia di Asdrubale di Giscone, e quello che non poté il timore di Roma, poté la passione. Il re passò armi e bagagli con gli africani.

La campagna d'Africa. Cominciò con l'invio immediato sulla costa nemica di Lelio, sbarcato a Ippona Regia (l'attuale Bona) a circa duecento chilometri scarsi da Cartagine: la notizia gettò nel panico i Cartaginesi, che per un certo periodo pensarono fosse giunto lo stesso Scipione alla testa delle sue truppe. Molti criticarono la mossa di Scipione: inviando Lelio, si pensa, i romani scoprirono le proprie carte, permisero a Cartagine di prepararsi.
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Dall'alto delle Alpi Annibale indica
ai suoi soldati la ricca terra italiana
Invece, i movimenti di Lelio e le sue prime scaramucce col nemico servirono a testare posizioni e preparazione dei Cartaginesi. E soprattutto l'affidabilità degli alleati: Massinissa infatti restò fedele e pronto a sostenere Roma, mentre Siface, come detto, saltò sul carro del supposto vincitore africano.
Anche se, da re saggio, cercò in tutti i modi di evitare lo scontro tra i due contendenti. Eppure, l'approdo di Scipione in Africa rischiò di non avverarsi, a causa di un classico scandalo politico. A Locri, l'uomo preposto dal comandante al governo della città era Pleminio. Nonostante i locresi avessero collaborato con i romani per farsi conquistare a discapito degli occupanti cartaginesi, Pleminio si dimostrò un governatore prepotente, vessatore e ingiusto.
Una rivolta dei locresi portò a scontri tra diverse fazioni in città, e alla curiosa mutilazione di Pleminio alle orecchie e al naso. Il caso finì al senato di Roma: Scipione, caso strano, aveva difeso Pleminio, nonostante molte prove fossero contro di lui (il generale aveva fretta di sbarcare in Africa e questi casi lo interessavano ben poco) e per questo, il senato subodorò il crimine di vessazione ordito dallo stesso giovane comandante, in combutta con Pleminio. Tutto falso, ma questa difesa portò via tempo a Scipione. Una commissione d'inchiesta proposta da Metello giunse vicina a privare Scipione del comando delle truppe in Sicilia: fortunatamente, gli stessi locresi difesero Scipione, affermando che questi aveva preso le difese di Pleminio senza conoscere bene i motivi della disputa.
Mesi preziosi, persi per questa difesa, si sarebbero potuti rivelare fatali, Scipione tornò in Sicilia, alla testa della Quinta e della Sesta legione, che avevano combattuto a Canne, e per questa sconfitta apparivano demoralizzati. Veterani e giovani vennero invece fusi con abilità da Scipione, che preparò un esercito fortemente motivato. Prima della partenza per l'Africa, le stime più plausibili parlano di sedicimila fanti e milleseicento cavalieri.
Forze minime per un'impresa titanica: quella di mettere in ginocchio Cartagine. Nella primavera del 204 a.C. Scipione si imbarca con il proprio esercito e parte per l'Africa. Sbarcato sulla costa di quella che oggi è la Tunisia, il comandante non si diresse immediatamente verso la città nemica. Fedele al principio sommo della sicurezza, decise di conquistare Utica e qui preparare una base di rifornimento. Intanto, la sua cavalleria compiva scorrerie nelle campagne, saccheggiandole a fini di vettovagliamento. A Utica Scipione avrebbe passato molti mesi, nei quali avrebbe anche avuto scambi di emissari col nemico.
Gli emissari, opportunamente edotti, avrebbero dovuto controllare la disposizione strategica degli accampamenti cartaginesi e la loro consistenza e formazione (erano tutti in legno).Il primo attacco avvenne in piena notte, scatenando un incendio che seminò il panico tra i Cartaginesi: chi riuscì a fuggire venne eliminato dalla cavalleria numida di Massinissa.
Ad Asdrubale e Siface non restò, per l'ennesima volta, che la fuga. In questo primo attacco, Scipione catturò cinquemila omini, tra cui molti nobili, Un successo pieno. A Cartagine la notizia di questa vittoria nei pressi di Utica scatenò ulteriore panico. Un'altra piazza di combattimento, nella primavera che seguì, fu quella dei campi Magni, ma anche in questa occasione i romani ebbero la meglio: Asdrubale si chiuse in Cartagine, Siface cercò di tornarsene, umiliato, nel proprio regno. Ma la cavalleria di Massinissa lo inseguì e lo catturò: Siface fu portato sotto le mura di Cirta, la capitale del suo regno, in catene.
A quel punto la città si arrese, Massinissa entrò e, alla vista di Sofonisba, capì subito quale sarebbe stato il suo "bottino" personale: lei. Non che Sofonisba si ribellasse poi molto. La pelle val bene un talamo. Siface però ebbe modo di tornare, benché prigioniero, alla corte di Scipione, e a lui confidò il pericolo impersonato dalla bella Sofonisba. La donna aveva già stregato lui, allontanandolo da Roma, lo stesso avrebbe potuto fare con Massinissa. Vista la situazione, Scipione sistemò le cose "all'antica": convocò Massinissa, gli espose sinceramente i suoi timori e gli "consigliò" di risolvere il problema alla radice. Se voleva restare fedele a Roma, e soprattutto vivo, Sofonisba andava, come dire, archiviata. A malincuore, Massinissa fece portare del veleno alla nuova moglie.
A questo punto, i Cartaginesi chiesero una pace, che Scipione accettò con dure richieste di riparazione: la restituzione di tutti i prigionieri, il ritiro delle truppe cartaginesi dall'Italia, dalla Gallia e dalle isole del Mediterraneo, e la consegna di quasi tutte le navi da guerra, oltre a tasse e indennità di grano. Essendo condizioni onerose ma non umilianti, il senato cartaginese pensò a una certa debolezza di Scipione: mal gliene incolse.
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Legionari romani

Cartagine richiamò in patria Annibale e Magone e pensò a una rivincita. L'armistizio si ruppe con una mossa traditrice degli africani, che attaccarono e affondarono la nave dei delegati romani mandati nella città nemica. La speranza dei cartaginesi era un'immediata reazione di Scipione, un conseguente assedio di Cartagine e l'arrivo alle spalle di Annibale, che avrebbe sistemato le cose, sconfitto i romani e rotto l'assedio. Scipione invece richiamò in servizio il fedele Massinissa e la sua cavalleria: Cartagine andava isolata, conquistando e saccheggiando le terre circostanti, in una lenta marcia di avvicinamento alla capitale nemica.
Le forze romane restavano, comunque, isolate in terra straniera, con ben pochi aiuti dall'Urbe. In questo frangente critico, a Roma non si parteggiava chiaramente per le sorti di Scipione, anzi si pensò a sostituirlo con un altro console Tiberio Claudio che, salpando per l'Africa, non la raggiunse mai a causa di una tempesta che gli permise di raggiungere le coste della Sardegna. Scipione doveva agire subito, senza indugio. Annibale era tornato a casa, e si apprestava allo scontro finale. Finalmente, inesorabilmente, Scipione Annibale si sarebbero sfidati in campo aperto.

La battaglia di Zama La mossa preparatoria vincente di Scipione fu quella di muovere le sue truppe intorno, ma a debita distanza da Cartagine, indebolendone gli approvvigionamenti, e dunque il retroterra, ma obbligando Annibale allo scontro lontano dalla città. Il senato cartaginese cadde nella trappola: obbligò Annibale a inseguire i romani e a sfidarli nel luogo dove questi ultimi avessero voluto. Prima della leggendaria sfida tra i due più grandi generali della storia dell'umanità, però, ci fu, tra loro, un incontro.
Esso nacque da un'ennesima mossa da grande giocatore da parte di Scipione: avendo i romani catturato delle spie il cui compito era osservare la disposizione del campo nemico, queste furono portate al cospetto del giovane comandante. Questi, dopo averli interrogati sui loro propositi, li condusse ad osservare nei minimi particolari il campo romano e poi, incredibilmente, li lasciò liberi di tornare dal loro generale. Una mossa coraggiosa e allo stesso tempo insolente: con essa Scipione dimostrava al nemico un'eccezionale fiducia in sé e nelle proprie legioni, e sfidava psicologicamente i Cartaginesi. Annibale sentì di dover incontrare un uomo di tal fatta prima della battaglia che avrebbe provocato, con ogni probabilità, la fine di uno dei due.
Nei pressi di Zama, ognuno sul proprio cavallo, con a debita distanza le proprie guardie del corpo, i due condottieri parlarono. Nel colloquio, del quale esistono poche testimonianze (oltre a Scipione e Annibale vi erano solo i traduttori), pare che sia risultato dialetticamente vincitore il romano. Annibale chiese una sorta di armistizio, ricordando gli alterni rovesci della sorte: "Quello che io fui al Trasimeno e a Canne, quello sei tu oggi". Ma Scipione replicò che a quel punto si era arrivati per colpa dei Cartaginesi, che avevano rotto l'armistizio. Il "punto" cui si era arrivati era chiaro, agli occhi della storia: i Cartaginesi lottavano per la propria sopravvivenza, i Romani per il dominio del Mediterraneo, e cioè del mondo.
Terminato l'approccio non restava che lo scontro. Scipione arringò, nelle parole riportate da Polibio, i propri uomini: "memori delle vecchie battaglie, voi dovete mostrarvi soldati degni del vostro antico valore e degni del nome di romani. Tenete ben presente che se in questa battaglia vincerete il nemico, non raggiungerete soltanto il sicuro possesso dell'Africa, ma anche il dominio di tutto il resto del mondo, che rimarrà soggetto a voi e alla vostra patria senza contrasti. Se invece l'esito della battaglia fosse diverso, quelli di voi che morranno in combattimento pensino che nella morte per la patria troveranno il loro più bel sepolcro, mentre quelli che si salveranno fuggendo vivranno il resto della loro esistenza in grande vergogna e in indicibile miseria. Nessun luogo dell'Africa potrà assicurare la salvezza e quelli che cadranno in mano dei cartaginesi sapranno bene ciò che accadrà loro: nessuno di voi vorrà farne l'esperienza. […] Perciò due cose dovrete mettervi in mente quando muoverete contro il nemico, vincere o morire. Solo quelli che partono da tale premessa riescono sempre a vincere l'avversario: quando vanno in battaglia senza sperare di aver salva la vita".
Dalle cronache relative all'altro campo, quello di Annibale, si sa come questi ordinò ai comandanti mercenari di dire ai propri uomini come avrebbero, in caso di vittoria, spartito il bottino. Ai suoi soldati cartaginesi, invece, Annibale avanzò la prospettiva inquietante di cosa i Romani avrebbero fatto alle loro donne e ai loro figli. Ai veterani, ricordò le glorie in Italia, Trebbia, Trasimeno, Canne:
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Vari tipi di divise usate
dai soldati romani
questa di Zama, per importanza, continuò, le superava tutte. I Romani, fu la considerazione finale, erano in numero inferiore. Tra di loro, però, e i soldati cartaginesi lo sapevano senza dirlo apertamente a sé stessi, c'era Publio Cornelio Scipione.
La battaglia di Zama cominciò il 19 ottobre 202 a.C.: da una parte i Cartaginesi, forti di ottanta elefanti e un grosso numero di mercenari, in totale centocinquantamila uomini; dall'altra i Romani e la cavalleria di Massinissa, più o meno trentaseimila uomini.
Lo storico Liddell Hart divide la battaglia in tre fasi principali: nella prima il ruolo principe fu svolto dagli elefanti, che caricarono. Scipione neutralizzò questa mossa di impatto letale ricorrendo a un immenso frastuono di trombe e percussioni, che terrorizzò le bestie.
Gli elefanti si voltarono e caricarono gli stessi Cartaginesi e, sull'ala sinistra, sulla cavalleria numida mercenaria. Massinissa approfittò del momento di sbandamento e attaccò proprio questi rivali a cavallo, inseguendoli e trucidandoli. L'ala sinistra restava così clamorosamente scoperta. Prevedendo che alcuni elefanti sarebbero comunque corsi verso i Romani, Scipione aveva preparato tra una fila e l'altra dei legionari dei corridoi: le bestie, istintivamente, sceglievano questi spazi per fuggire, e quindi attraversavano le linee romane, bersagliati successivamente dai veliti.
La seconda fase vede protagoniste le fanterie: da una parte la compattezza, anche se lenta, delle legioni, dall'altra gli agili mercenari galli e liguri. In un primo momento sembrò che il fronte cartaginese avesse la meglio, ma in fondo l'ordine dei Romani spingeva a ritardare un esito definitivo. Il tempo lavorava quindi per i Romani, e indeboliva i Cartaginesi e i loro mercenari. Un elemento fondamentale fu, poi, che Annibale mandò al primo attacco i mercenari, e dietro di essi tenne compatti i propri soldati cartaginesi, che non andarono in aiuto dei primi. La prima linea romana era invece formata da legionari, così come quella retrostante.
Il cameratismo in queste file era dunque maggiore. Esasperati, molti galli e liguri si diedero alla fuga, sparpagliandosi e liberando il campo verso i Cartaginesi. Per di più, Scipione dispose una linea di combattimento più esile ma più lunga, in modo che le ali potessero chiudersi fagocitando ai lati il nemico.
La terza fase vide lo scontro diretto tra Romani e Cartaginesi: i primi avevano il vantaggio psicologico di aver fatto fuggire i mercenari, ma lo svantaggio di avere di fronte, ora, veterani cartaginesi abbastanza freschi, in quanto erano rimasti immobili ad aspettare lo scontro dopo lo sterminio dei mercenari. È a questo punto che Scipione, forte, anzi debole, di soli ventimila uomini di fronte a una muraglia impressionante di Cartaginesi, fa suonare la ritirata alle sue truppe di punta, anche se solo per una distanza di "un tiro di freccia". A velocità incredibile, prova del perfetto addestramento dei legionari, il comandante riordinò le fila e rese più compatto lo schieramento.
Ora le legioni avrebbero dovuto sferrare il colpo più duro possibile, frontalmente, in attesa che la cavalleria di Massinissa, lanciatasi all'inseguimento degli sparuti cavalieri numidi e dei galli e liguri in fuga, tornasse alle spalle dei cartaginesi, per prenderli tra due fuochi. Scipione sapeva quindi bene che sarebbe contata maggiormente la forza d'urto più che la sua durata: il tempo andava impiegato per riordinare lo schieramento più che nel combattimento vero e proprio. La cavalleria di Massinissa tornò, e fu la vittoria.
La battaglia di Zama causò la morte di ventimila cartaginesi (e ventimila prigionieri), e la perdita di soli millecinquecento romani (!). E tutto grazie al genio di Scipione. Annibale riuscì a riparare ad Adrumeto.

La vittoria Scipione preferì non inseguire i fuggiaschi e i dispersi: fintanto che la vittoria era calda le legioni dovevano dirigersi in gran fretta sotto Cartagine. Prevedibilmente, la città si arrese subito. Una capitolazione incruenta, dopo otto anni di guerre: il capolavoro di Scipione, da quel giorno detto "l'Africano", era stato completo. I messi cartaginesi raggiunsero il comandate romano, il quale li tenne per un giorno - ennesima mossa psicologica - in attesa. Quando lo ritenne opportuno, li incontrò e avanzò le proprie richieste e condizioni di pace: i cartaginesi avrebbero conservato le proprie leggi e i propri costumi, avrebbe tenuto i propri possedimenti e i propri schiavi, ma avrebbero dovuto pagare salate riparazioni di guerra (e per la rottura della tregua), avrebbero dovuto consegnare tutte le navi da guerra, tranne dieci triremi, non avrebbero potuto muovere guerra contro alcuno senza prima aver sentito il parere di Roma. E poi, tasse e tasse ancora: per cinquant'anni.
"Se si mettono a confronto le due date 202 a.C. e 1919 - scrive Liddell Hart -non si può far a meno di apprezzare la grande moderazione di Scipione a confronto delle condizioni imposte a Versailles. A Zama era all'opera la strategia veramente più grande, quella che si pone come scopo una pace migliore, una pace di sicurezza e prosperità". Il vinto non veniva, quindi, umiliato.
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Elmo e arma bianca
dei combattenti romani

A Roma, gli avversari di Scipione non avrebbero capito: primo tra tutti, quel Catone che, per anni, avrebbe scritto, in fondo ad ogni suo discorso pubblico, la frase "Delenda est Carthago", Cartagine va distrutta. La pace sarebbe durata, Cartagine lentamente stava infatti riprendendosi, pur rimanendo subordinata, e non avrebbe mai combattuto la Terza guerra punica, se la paura romana di una sua ripresa non avesse spinto a un'umiliazione (l'ordine ai cartaginesi di distruggere con le proprie mani la propria città!) impossibile da accogliere.
Dopo questa epica battaglia, un mesto destino attendeva entrambi i gradi avversari: per Annibale, l'esilio prima, il suicidio poi; per Scipione un volontario esilio, le spalle rivolta a una Roma irriconoscente verso colui che le aveva consegnato il mondo.
Quando l'intera flotta cartaginese - cinquecento navi - venne data alla fiamme al largo della costa nordafricana, il terrificante spettacolo assurse a metafora del crollo di un impero. Scipione assicurò onori al fido Massinissa, tra cui vi erano tutti i possedimenti dello sfortunato Siface. Giunto a Roma, il condottiero ebbe il suo trionfo, e subito dopo diede ai suoi soldati ciò che meritavano: bottino e terre. In quel giorno leggendario, Scipione l'Africano aveva solo trentacinque anni.
"Ritrovare un tale comportamento in un giovane che ha appena scalato la vetta più alta della fama è davvero un miracolo dell'umana natura - scrive Liddell Hart - Non c'è quindi da meravigliarsi se i suoi concittadini passarono gradualmente dall'adulazione alle critiche meschine, e neppure se gli storici lo hanno dimenticato; una simile nobiltà d'animo supera la comprensione degli uomini ordinari: e gli uomini ordinari odiano ciò che non sanno comprendere".
BIBLIOGRAFIA
  • Scipione Africano, di Basil Liddell Hart - pp.278, BUR, Milano, 2002
  • Storia di Roma, di Teodoro Mommsen - vol.3, pp320, Dall'Oglio Editore, Milano, 1977
  • Annibale di G.P. Baker - Dall'Oglio Editore, Milano, 1968
  • 'Storie' di Polibio - Rizzoli, Milano, 1961
  • 'Storia di Roma' di Tito Livio- Zanichelli, Bologna, 1973