2 - L'Afrika Korps tedesco e truppe italiane contro i britannici in Libia (1940-42)
Qui si svolsero alcune delle battaglie più dure della 2° Guerra Mondiale
LA GRANDE STRATEGIA DI ROMMEL
UMILIATA DALLA POTENZA INGLESE
di FERRUCCIO GATTUSO
Ritirata dalla Cirenaica?
Tobruk stava diventando un'ossessione per Rommel: giunto alle porte dell'Egitto, ora l'Afrikakorps doveva limitarsi a mantenere posizioni di stallo? Le parole del generale Von Paulus, inviato appositamente da Berlino, erano state inequivocabili: non muoversi, fino all'arrivo di nuovi rifornimenti. L'assedio di Tobruk continuò, ma seguendo il rito delle perlustrazioni e delle scaramucce d'artiglieria. Lungo il confine egiziano, Rommel decise di erigere una serie di capisaldi,
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Il generale Montgomery
la fortificazione principale era presso il Passo di Halfaya, sanguinosamente conquistato agli inglesi: qui i tedeschi, dominando da una parte tutta la pianura costiera e dall'altra il deserto libico potevano avvalersi di una posizione strategica cruciale. Il comando di Halfaya venne affidato da Rommel al Capitano Bach, un energico ex pastore protestante, che era stato tra i protagonisti della conquista del passo nel maggio 1941. Il rivale, sul fronte avverso, era il Generale Wavell, pungolato dai superiori in seguito ai continui cedimenti di fronte alle truppe tedesche. Winston Churchill ordinò senza mezzi termini a Wavell di annientare le forze di Rommel: non solo una questione di principio, dal momento che vi erano motivi di importanza strategica. Londra aveva fretta: dall'inizio di giugno, i tedeschi avevano occupato Creta e, dall'isola nel cuore del Mediterraneo, potevano erigere una linea difensiva tra la Grecia e la Cirenaica. Il passo di Halfaya non avrebbe retto, e nel gennaio 1942, Erwin Rommel, dislocato in Libia, avrebbe guardato sconsolato la situazione: si era praticamente al punto di partenza. Solo nel marzo precedente l'Afrikakorps aveva iniziato, da quello stesso punto, un'avanzata memorabile.
Eppure, come scriveva ottimisticamente alla moglie "la situazione si sta evolvendo a nostro vantaggio e io ho in serbo diversi piani", di cui non oso far parola a nessuno. Mi prenderebbero per pazzo, ma non lo sono. Vedo solo un po' più in là di loro". La Volpe del deserto stava meditando una strategia su come ricacciare gli inglesi: i suoi agenti segreti intercettavano i rapporti nemici, molti dei quali lamentavano lo storno di forze preziose su un altro fronte. Il Giappone era infatti entrato in guerra il 7 dicembre 1941, con l'attacco a Pearl Harbor, e aerei, carri armati e due intere divisioni di fanteria avrebbero preso la via dell'Asia. Contemporaneamente, Berlino era sul punto di inviare rinforzi all'Afrikakorps: gli U-Boot, dagli abissi marini, controllavano il traffico del Mediterraneo, e l'aviazione tedesca si rivelava scru0polosa nella copertura dei convogli marini dell'Asse. Da Malta, gli inglesi, mordevano di meno, in definitiva. A Tripoli, il 5 gennaio 1941 un convoglio scaricò la bellezza di 55 panzer, vero e proprio ossigeno di metallo per Rommel, che in dieci mesi di scontri aveva perso il novanta per cento dei propri carri! L'offensiva andava sferrata entro la fine del mese di gennaio: senza ubbidire a Von Paulus, senza ubbidire a Berlino. Senza ubbidire a Hitler. In segreto, Rommel organizzò un piano: avrebbe finto di ritirarsi ulteriormente verso ovest (inviò convogli di autocarri in quella direzione) e, la notte prima dell'attacco, fece incendiare vecchie costruzioni, come per dare al nemico l'impressione di una smobilitazione. Alle 8.30 del 21 gennaio, l'Afrikakorps iniziava l'attacco: divisi in due colonne appoggiate dai micidiali aerei Stukas, i tedeschi (insieme agli italiani della divisione corazzata Ariete e della motorizzata Trieste) avanzò verso est lungo la costa, mentre l'altra colonna avanzò nel deserto. La prima colonna avrebbe cacciato in bocca alla seconda diverse unità nemiche, con un veloce accerchiamento.
Da Roma, frattanto, era piombato in Africa il Maresciallo Ugo Cavallero, determinato a fermare Rommel. Nelle mani dell'alto ufficiale italiano una direttiva di Mussolini, che intimava di arrestare l'attacco. La Volpe del deserto rispose semplicemente che ubbidiva a Hitler, e a lui soltanto. Inevitabilmente, l'Afrikakorps venne privato del supporto di due corpi d'armata italiani, un "dispetto" di Cavallero che non impensierì il generale tedesco. Il 25 gennaio i panzer tedeschi continuarono l'inseguimento degli inglesi, in ritirata a seguito di continui attacchi nel deserto. Le battaglie di questi giorni furono altamente spettacolari: i carri armati si colpivano in corsa, alla velocità di 25 chilometri orari. Solo il 25 gennaio l'Afrikakorps avrebbe distrutto 96 carri nemici, 38 cannoni e 190 autocarri.
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Una formazione di aerei
inglesi in missione
La prossima meta era il porto di Bengasi: con marce forzate impressionanti, sotto la pioggia battente e le tempeste di sabbia l'Afrikakorps raggiunse Regima, una fortezza turca a 25 chilometri da Bengasi. Nella città portuale rimasero così bloccati migliaia di soldati britannici che, tra le fortificazioni, avevano cercato rifugio dopo la fuga nel deserto. Lasciando - particolare non indifferente - la bellezza di milletrecento veicoli alle spalle, che i tedeschi avrebbero riadattato a proprio vantaggio. Il 29 gennaio Rommel entrava a Bengasi: nel momento in cui il suo berretto con visiera e occhialoni da carrista entrava in città, una missiva di Mussolini lo…autorizzava a prendere Bengasi! Hitler, dal canto suo, sebbene sapesse che il generale aveva disubbidito agli ordini, non esitò a nominarlo Generale di Corpo d'Armata. Il 6 febbraio, si era ad una nuova situazione di stallo, e Rommel ne approfittò per prendersi una pausa, se così la si può definire. La Volpe del deserto abbandonava la sabbia e tornava in Germania, per importanti questioni "diplomatiche".
Rommel pressò, in quelle settimane "pacifiche", su Hitler: l'Afrikakorps necessitava di uomini e armi. Ma i venti di Russia erano ormai troppo forti, l'Operazione Barbarossa era la chimera del Führer. E così le sei divisioni motorizzate richieste dal generale non arrivarono mai in Africa. Servivano rinforzi, in ogni caso, per prendere Tobruk, la via per l'Egitto. Quando Rommel tornò nel deserto, aveva avuto la certezza che il fronte africano era ormai considerato di second'ordine rispetto a quello russo.
Per realizzare l'attacco all'Egitto ci volevano rifornimenti, per avere questi bisognava neutralizzare la base britannica di Malta, dalla quale partivano aerei in continuazione, a piegare le navi dell'Asse. L'Operazione Ercole avrebbe dovuto scatenarsi su Malta: un attacco dal cielo, orchestrato dal generale Kurt Student, lo stesso che aveva conquistato Creta. Due divisioni di paracadutisti avrebbero dovuto occupare i tre aeroporti nemici sull'isola. L'operazione sarebbe dovuta scattare nel giugno del 1942: già da aprile Malta veniva martellata dal cielo e dal mare, dalla Luftwaffe e dalla Luftflotte (7000 tonnellate di esplosivi al mese!). Malta non fu presa, ma i rifornimenti cominciarono a giungere in Nordafrica.

L'attacco a Tobruk
Poteva così cominciare l'attacco a Tobruk, dove peraltro gli inglesi erano in vantaggio numerico, sia per uomini sia per mezzi: 125.000 soldati per gli Alleati, 113.000 per Rommel, 859 carri per i primi, 560 per il generale tedesco. L'asso nella manica , nella battaglia, si sarebbero rivelati i cannoni 88 millimetri: quattro dozzine di pezzi che, concentrati in massa d'urto, avrebbero spazzato i carri nemici. L'offensiva partì il pomeriggio del 26 maggio, sotto il nome di Operazione Venezia. Dopo un'avanzata notturna nel deserto, stremante e teoricamente impossibile, l'Afrikakorps raggiunse il nemico. Come diversi testimoni, ufficiali e soldati, avrebbero detto in seguito, la presenza di Rommel in questa operazione fu determinante. Il generale non si mosse dalla prima linea dei combattimenti, incessante nelle ispezioni e nel rimproverare e rinfrancare i soldati. Mentre i comandanti inglesi studiavano a tavolino, nelle retrovie, come e dove spostare le forze, Rommel era sul posto e… improvvisava. L'11 giugno sarebbe scattato l'attacco definitivo a Tobruk ("Tobruk, qualunque cosa per Tobruk"): dopo due settimane di combattimento i soldati dei due fronti erano sfiancati, esausti. La battaglia decisiva si sarebbe svolta il 12 giugno, ma solo dopo l'impressionante bombardamento del 20 giugno Tobruk avrebbe cominciato a vacillare. La mattina seguente, i panzer di Rommel rombavano fra le strade della città in rovina: il Generale di Divisione H.B. Klopper, un sudafricano, accettava la resa, consegnando ai tedeschi 33.000 prigionieri. Da Berlino, Hitler assisteva esterrefatto: Rommel venne promosso Feldmaresciallo. Aveva cinquant'anni, ed era l'ufficiale più giovane a venire insignito di questo grado.

L'Egitto, El Alamein, la fine di Rommel
Rommel non si sarebbe seduto sugli allori: il 21 giugno 1942 il generale annunciò l'intenzione di puntare verso l'Egitto, finalmente. Puntare a Suez, anche contro le direttive dei superiori che - immancabilmente - consigliavano un arresto. La Luftwaffe avrebbe potuto puntare su malta. Rommel, invece, necessitava di forze dal cielo per puntare verso il canale strategicamente fondamentale.
Fortunatamente per le sorti della guerra e per gli Alleati, una tantum Rommel l'ebbe vinta presso Hitler e non dovette…disubbidire! La sera del 23 giugno, i panzer e gli autocarri attraversavano il confine con l'Egitto. Rommel cominciava, sulle ali dell'entusiasmo, il proprio declino: incapace nella guerra di stallo, un uomo come lui poteva solo avanzare e avanzare ancora. I tedeschi si muovevano così' velocemente, da superare gli stessi rifornimenti.
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Carri armati inglesi in marcia
contro i tedeschi
Rapidità e velocità, solo così - anche con uomini e mezzi in meno - la Volpe del deserto sperava di cogliere di sorpresa gli inglesi. Dopo Tobruk, il 29 giugno, cadeva anche Marsa Matruh, per la seconda spettacolare vittoria nel giro di due settimane scarse. Da qui Rommel chiedeva ai propri soldati, sfiniti, di raggiungere i sobborghi di Alessandria! "Domani, quando arriverò, proseguiremo fino al Cairo per un caffè", così disse a un ufficiale suo collaboratore. La ritirata degli inglesi, comandati dal generale Auchinleck terminò a El Alamein, l'estremità settentrionale di una linea fortificata lunga sessanta chilometri, ricca di capisaldi, campi minati e fortini di cemento, oltre a trincee dove, per giorni, tedeschi, italiani da una parte e forze britanniche dall'altro, si sarebbero fronteggiate. Maestro nell'accerchiamento, Rommel si trovava di fronte a una linea che non poteva in alcun modo essere accerchiata, andando dal Mediterraneo alla Depressione di Qattara. La linea andava attraversata. Sfondata.
L'attacco ebbe inizio il 1 luglio, prima dell'alba, ma i tedeschi furono costretti a trincerarsi. Il 3 luglio era chiaro che l'aviazione britannica teneva sotto controllo tutto dal cielo. Prendere l'Egitto, appariva chiaro per la prima volta a Rommel, era un'impresa impossibile. Le forze tedesche erano esaurite, stremate all'inverosimile, trascinate dal carisma, dalla sete di gloria e dalla febbre irrazionale e, indubbiamente, eroica di un novello Icaro, pronto a spingersi oltre le proprie capacità reali. Se ai primi di luglio gli inglesi avessero contrattaccato, probabilmente avrebbero avuto la meglio. Ma non lo fecero. L'Afrikakorps poté quindi riposarsi e rifocillarsi: nacque così lo stallo.
Attacchi e contrattacchi si susseguirono fino a metà luglio, ma il contrattacco britannico decisivo sembrò svilupparsi il 21 dello stesso mese: nella notte, migliaia di soldati neozelandesi e indiani (gli australiani, invece, avevano retto con straordinario coraggio ed eroismo ne giorni precedenti, il primo impatto con l'Afrikakorps) sfondarono la linea centrale del fronte tedesco. Perdite pesanti vi furono su entrambi i fronti. Nonostante queste avvisaglie positive, da Londra Churchill impose la sostituzione di Auchinleck con un nuovo comandante di talento, il generale Sir Harold Alexander. Il comando dell'Ottava Armata, che svolgeva un ruolo chiave nelle operazioni, venne affidato ad un giovane generale quasi sconosciuto ma di belle promesse: Bernard Law Montgomery, che in quei giorni era un semplice comandante di un centro di addestramento in Inghilterra (!).
Montgomery promise: nessuna ulteriore ritirata. E così andò. El Alamein non sarebbe caduta. Gli scontri, con alterne fortune, durarono settimane, finché il 30 agosto Rommel si decise per l'attacco decisivo. "La decisione di attaccare è la più difficile che io abbia mai preso - disse Rommel al suo medico, che lo curava in seguito a frequenti disturbi (l'Africa si faceva sentire…) - O l'armata in Russia riesce ad arrivare a Grozny e noi in Africa a raggiungere il canale di Suez, oppure sarà la disfatta".
Alle 23 del 30 agosto, le forze dell'Asse cominciarono a muoversi: ma entro il 2 settembre - sotto il fuoco dei velivoli della RAF e dell'artiglieria britannica - tutto appariva chiaro: Rommel diede l'ordine di ritirarsi, con un lento disimpegno. Il 6 settembre la Volpe del deserto, in fuga dai mastini inglesi, si leccava le ferite: tremila uomini persi in battaglia, 50 panzer distrutti, 50 cannoni perduti, 400 veicoli in mano al nemico. La difesa di Montgomery si era rivelata eccellente, anche se aveva mancato di sferrare l'ultimo decisivo contrattacco, intimorito dal dal prestigio di Rommel. Rommel avrebbe addotto tre motivi per la sconfitta: la forza aerea della RAF, la forza numerica del nemico e la mancanza di carburante. A metà settembre Rommel cedette alle pressioni del proprio medico e tornò in Germania. Il 23 settembre si recò in Italia per un colloquio con Mussolini, il quale non ascoltò più di tanto il preoccupato quadro della situazione che gli dipinse lo stratega. Poi, alla corte di Hitler, nuove promesse che non sarebbero state mantenute. In assenza del loro generale, i tedeschi rimanevano in stallo, logorati dalle incursioni della RAF. Nessun rifornimento da Berlino all'Afrikakorps, e di contro, da Londra, enorme quantità di vettovaglie e armi per le forze britanniche.
La fine era vicina. A metà ottobre gli Alleati schieravano 194mila soldati contro i centomila e poco più dell'Asse, mille carri armati contro cinquecento, 908 cannoni da campagna contro 2999. Il 23 ottobre Montgomery sferrò l'attacco decisivo, in una notte di luna piena. Il 27 ottobre, Rommel, tornato sul fronte nordafricano, scriveva alla moglie: "E' chiaro che da questo momento gli inglesi ci distruggeranno a poco a poco". L'attacco frontale, imponente, denominato Operazione Supercharge, avvenne il 2 novembre, dopo un impressionante bombardamento d'artiglieria. Le unità tedesche furono decimate: i carri Sherman e Grant fecero strage di Panzer. Il 4 novembre era tutto chiaro: nonostante gli ordini insensati di Hitler ("Quanto ai tuoi soldati, non puoi offrir loro altra scelta che vincere o morire"), Rommel, su autorizzazione del superiore Kesserling, ordinò la ritirata completa.
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Un carico di mezzi militari inglesi
La Volpe del deserto, con ventiduemila superstiti riprendeva la strada verso occidente, ricacciato dagli inglesi.
Il grande condottiero aveva cominciato a scendere la china della propria sorte: tutto sarebbe finito in Germania, due anni più tardi, all'interno dell'abitacolo di un'automobile, dopo che il generale era stato prelevato dalla propria casa. Dove, a mezz'ora dal commiato dall'adorata moglie, il telefono sarebbe squillato: il Feldmaresciallo Erwin Rommell aveva avuto "un'emorragia, un grave malore, mentre era in macchina". Rommel, accusato di aver preso parte al famoso complotto contro il Führer, non aveva scampo. Difendersi in un tribunale, trascinando la propria famiglia nel fango e nel disprezzo, o accettare la fine in silenzio. Da morto, la Volpe del deserto avrebbe ricevuto tutti gli onori. La Germania che si avvicinava alla sconfitta aveva ancora bisogno di eroi da spendere.
(2 - Fine)
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BIBLIOGRAFIA
  • La guerra nel deserto, di Correlli Barnett - Collana 'Il Ventesimo Secolo', Vol. IV, pp, 533-540, Mondandori, Milano 1977
  • Rommel - La Volpe del deserto, di Desmond Young - pp.296, Longanesi, Milano 1965
  • Afrikakorps - Collana 'Il terzo Reich', Hobby & Work, Milano 1990-2001
  • Rommel, di David Fraser - il Giornale, biblioteca storica, pp. 576, per concessione di Mondadori Editore, 1994