DIVULGAZIONE STORICA - Un mensile nato da poco che, con rigore
scientifico e linguaggio chiaro, racconta ai lettori quei cent'anni terribili e belli
MILLENOVECENTO, UNA RIVISTA
PER CAPIRE IL SECOLO XX
di GIORGIO IACUZZO
Nei mesi scorsi il panorama dei periodici italiani si è arricchito di Millenovecento, una nuova rivista mensile dedicata agli argomenti di storia contemporanea. Novità molto gradita, dopo la scomparsa, negli scorsi anni, di prestigiose riviste dedicate ad argomenti analoghi, un fenomeno che faceva pensare al crollo dell'interesse per la storia da parte dei lettori. Millenovecento dimostra invece che i nostri timori non avevano ragion d'essere. Fin dal primo numero le copie sono andate esaurite e i numeri successivi hanno confermato la validità della formula editoriale.
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La copertina della rivista Millenovecento
Carta patinata, una grafica molto curata e dinamica, autori esperti e capaci di scrivere in modo scorrevole, sciolto e piacevole , ottimo livello iconografico e, finalmente, uno spazio importante dedicato ai libri, anche a quelli stranieri. Questa, in poche righe, l'immagine di una rivista che ha sorpreso per il suo rapido successo e ha dimostrato che esistono ancora tanti lettori, probabilmente anche delle giovani generazioni, interessati a quelle tematiche che in un modo o nell'altro hanno contribuito a mutare la geopolitica planetaria ed a creare le situazioni nelle quali viviamo attualmente. STORIA in network ha voluto incontrare il direttore di Millenovecento, Alessandro Secciani, per poter meglio capire la sua filosofia editoriale, per chiedergli, in prima battuta…

…come nasce Millenovecento?
Millenovecento nasce da un gruppo di amici che credono in questo progetto, non abbiamo nessun editore alle spalle, veniamo più o meno tutti da un'esperienza completamente diversa. Proveniamo quasi tutti dal settimanale Borsa e Finanza che abbiamo costruito dall'inizio fino a quando la testata è stata venduta ad un gruppo di giornalisti.
Quando sono andato via da lì altri amici mi hanno seguito e insieme abbiamo costruito questa casa editrice con i nostri risparmi famigliari. Ci siamo buttati all'avventura nella maniera più totale perché credevamo in questo progetto, ci sembrava che questo progetto potesse andare bene, avevamo tutti una grossa esperienza di piccola editoria, ci piaceva questa cosa e certamente c'era in tutti noi un grosso interesse per la Storia.
Vedevamo che, ad esempio, in televisione le trasmissioni dedicate alla storia contemporanea andavano tutte benissimo, sia quelle in prima serata che quelle in altre fasce e a nostro avviso c'era il mercato per una rivista del genere e in particolare per la storia contemporanea.
I periodici che in passato erano andati male erano molto generici, il grosso problema è che al giorno d'oggi non si può fare una testata che parli dalla preistoria al centro sinistra, perché oggi c'è la necessità di un'informazione si divulgativa ma approfondita, specializzata che racconti un preciso periodo storico che comunque è ancora quello che provoca le maggiori passioni e il maggior interesse e che è collegato in qualche modo ai fatti dei nostri giorni.
Mi stupisco che nessuno se ne sia occupato prima.
Volevamo fare un prodotto che prima di tutto piacesse a noi e poi al pubblico. Sembrava che il mercato fosse maturo anche se è vero che c'erano state
Storia Illustrata, Historia e Storia Dossier che avevano chiuso, però erano testate in qualche modo molto generiche, spesso con articoli affidati ai giornalisti. Avevano tutta una serie di problemi che secondo noi, anche se adesso è antipatico dirlo, rendevano logico il fatto che non funzionassero bene. Il loro generico contenuto era spesso affidato a persone che non avevano una specializzazione precisa e una pratica di ricerca, spesso erano testate di grandi case editrici dove se non si hanno grandi tirature non si viene considerati. Adesso noi abbiamo un punto di pareggio con ventimila copie senza una riga di pubblicità e nessun abbonamento, con la redazione in un appartamento in periferia, sei o sette persone che fanno tutto, escluso ovviamente scrivere gli articoli.
Le ricordo che qui non scriviamo una riga, ci teniamo molto che il giornale venga scritto da storici di ottimo livello. Abbiamo fatto questa scelta di evitare i giornalisti, autoescludendo noi per primi: vogliamo un giornale che seppur divulgativo sia assolutamente rigoroso, quindi con le date a posto, con i fatti narrati correttamente, non ci deve essere confusione, gli articoli devono essere scritti da persone di ottimo livello. Abbiamo anche docenti di
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Il direttore di Millenovecento
grande fama ma non è quello che ci interessa, abbiamo anche dei giovani di 30 e 40 anni, vogliamo persone che abbiano un metodo storico ben preciso e una capacità di lavoro da cui si veda il vero professionista della storia. Diciamo pure che questo è un giornale scritto dagli storici e riscritto dai giornalisti, dove gli storici persone molto capaci, brave ed esperte spesso sono di una noia mortale. Gli storici sono capaci di farti cinquantamila battute senza un punto a capo e allora noi dobbiamo rifare e riconfezionare. Lei vedrà sul giornale che praticamente non facciamo mai pezzi superiori alle sei pagine e spesso anche meno. Contengono aperture, rititolazioni e tanti box. Insomma il tutto va molto riconfezionato perché il povero lettore ha diritto di trovarsi un giornale che sia piacevole. Perché non è assolutamente detto che un giornale piacevole debba essere anche superficiale. Crediamo che si possa conciliare benissimo una serie di pezzi minimamente approfonditi assieme ad una presentazione piacevole, perché l'occuparsi di storia non deve essere una punizione. In un certo senso abbiamo imparato la lezione da
Medio Evo, una rivista che è in edicola ormai da alcuni anni: anche loro hanno individuato un periodo ben preciso e fanno il lavoro molto bene, in modo rigoroso, con una grafica molto gradevole. Direi che, in qualche modo, ci siamo ispirati a loro ma cambiando periodo. Mi risulta che Medio Evo dovrebbe avere una diffusione di circa trentamila copie, dunque va molto bene.
Con queste basi pensavamo di avere tutti i presupposti perché anche il nostro giornale potesse farcela.


Che cosa vi ha spinti ad uscire in edicola?
Nella nostra redazione veniamo tutti dall'editoria da edicola, è un mestiere che conosciamo ed era anche l'unico modo che vedevamo per recuperare gli investimenti, molto banalmente, diversamente da Internet dove le spese sono effettivamente molto basse ma poi è ben difficile realizzare delle entrate. Ora siamo al quarto numero e gli ultimi dati sulla sua diffusione ci confermano circa quarantamila copie vendute solo in edicola. Sono ancora dati provvisori perché quelli definitivi si hanno dopo circa sei mesi. Per il momento abbiamo cinquecento abbonamenti, ora abbiamo messo a punto un piano di espansione, abbiamo una concessionaria per la pubblicità che tra poco ci darà modo di vedere i primi risultati, stiamo espandendoci con la distribuzione anche alle librerie. Ora pensiamo di puntare molto anche all'incremento degli abbonamenti. Per il primo numero abbiamo diffuso centomila copie che sono andate presto esaurite, realisticamente penso che se ci attestiamo sulle cinquantamila copie è un buon successo.

Secondo lei che funzione devono avere le riviste di divulgazione storica?
Innanzi tutto quella di non dire sciocchezze, di fare un discorso serio e fatto da persone estremamente serie. Non credo che divulgazione si debba fare con cattiva qualità. Crediamo molto nell'informazione di stile anglosassone e non a caso abbiamo un corrispondente da Cambridge. Loro hanno questa grandissima tradizione di divulgazione dove anche gli storici di primo piano, quelli di Oxford e Cambridge appunto, si sentono normalmente impegnati a portare i risultati dei loro lavori anche a chi non è uno specialista. Penso che questo sia dovuto perché loro hanno tradizioni di democrazia da quasi un millennio, non come noi da pochi anni, chi lavora per l'università, di fatto per lo Stato, come cittadino inglese pensa di dovere qualcosa agli altri cittadini per farsi capire da tutti.
Da noi chi lavora per lo Stato è un barone e ha dei sudditi, così rimane un feudatario che non ha nessun interesse a farsi capire dai sudditi. A noi invece i cittadini piacciono molto e pensiamo di dovergli qualcosa. Bisogna anche dire che nel mondo anglosassone c'è molto rispetto per il lettore e anche per chi scrive. Anche se devo dire, forse perché sono stato molto fortunato, che nella mia carriera mi sono capitati ben pochi episodi di censura: per conto mio è la maggior parte dei giornalisti italiani che ha la paura di scrivere. Certamente si dice che anche la pubblicità può essere condizionante, questo può essere vero, ma è anche vero che se decidono di non fare più inserzioni dopo un po' ritornano.
Quando fai il giornalista serio le cose non basta saperle ma bisogna anche avere le prove e se il lavoro è fatto in modo serio non devi aver paura di niente.


A suo avviso quali sono le maggiori difficoltà nella ricerca storica contemporanea?
La difficoltà maggiore è quella di trovare degli storici che siano capaci ed equilibrati, dopo c'è il lato ideologico che, come sappiamo, rende spesso difficile la cosa. Ma non è un problema di impossibile soluzione: nel nostro piccolo pensiamo di averlo risolto scegliendo storici con alle spalle anni di lavoro, studi e pubblicazioni. Personalmente non ho mai chiesto a un mio collaboratore quale sia la sua ideologia. Ad esempio, sul numero tre di Millenovecento la copertina su Papa Giovanni XXIII è stata scritta da Riccardi e Alberigo, due cattolici, che sono il meglio per quanto riguarda la storia contemporanea della Chiesa, c'è poi un pezzo sui crimini di guerra italiani scritto da Mimmo Franzinelli,un uomo certamente schierato a sinistra e c'è un pezzo sugli intellettuali della Repubblica Sociale con una lunga intervista a Giano Accame, personaggio dell'estrema destra. Forse i lettori li abbiamo scontentati tutti ma questo è il nostro modo di procedere. A mio avviso, l'unica formula è questa: avere gente seria indipendentemente delle idee che professano. Quando abbiamo fatto il numero sulla storia della Fiat abbiamo intervistato Amatori che insegna Storia dell'Industria all'università Bocconi, più interessato agli aspetti imprenditoriali, e Revelli che è più interessato agli aspetti sociali, abbiamo fatto le stesse domande e pubblicato le due posizioni che, chiaramente, erano molto diverse. Credo che uno sforzo di obiettività, o meglio di non faziosità si possa tranquillamente fare. Poi, come dicevo, la competenza risolve molti problemi. Il prossimo numero sarà quasi una monografia sul problema delle Foibe, sempre affrontato con queste modalità. In un altro dei prossimi numeri affronteremo il tema dei rapporti tra Papa Pio XII e il nazismo.

E' possibile scrivere di storia con obiettività?
Nel mio primo editoriale ho scritto che l'obiettività non esiste ma la faziosità certamente sì, anche se si può evitare. Perché l'obiettività è un limite che tende all'infinito ed è difficilmente realizzabile. Ma la faziosità è facilmente individuabile ed evitabile. Scegliendo le persone competenti, come le dicevo prima (o non chiedendo la tessera di partito ad un autore per farlo lavorare), che devono avere delle buone curiosità intellettuali e non devono avere argomenti tabù. Direi che così si pongono delle buone basi per poter fare un ottimo lavoro.

Quant'è difficile raccontare bene?
Mah, diciamo che la Storia è molto complicata e obiettivamente difficile. Ogni volta che si pensa di avere risolto un nodo ne vengono fuori altri sei. Per fortuna speriamo di avere molti numeri davanti a noi. Ma è difficile perché, appunto, si pensa di aver affrontato un argomento in maniera completa e magari si sono trascurati elementi collaterali che sono altrettanto importanti e che danno una visione molto diversa. Occorre molta curiosità e molta onestà intellettuale, molta competenza, spero che ci riusciremo ma non è per niente facile.

La storia è maestra di vita, dicono. Lei ci crede?
Ma no, la Storia non ha mai insegnato niente a nessuno, gli errori sono sempre stati allegramente rifatti. Secondo me se c'è una cosa che la Storia non ha mai fatto è stata quella di insegnare niente a nessuno: certamente sarà un mio parere personalissimo ma di fatto vediamo rifare continuamente tutti gli errori possibili e immaginabili. Per quanto mi riguarda è un luogo comune che tenderei ad eliminare; la Storia è passione, piacere e interesse, ma dove c'è passione difficilmente c'è un insegnamento. Ognuno dalla Storia cerca tendenzialmente di ricavare delle motivazioni e degli insegnamenti per continuare a fare tranquillamente quello che faceva prima. No, direi proprio sinceramente di no, che non è maestra ma è soltanto molto appassionante e molto bella, questo sì.