Negli anni Venti l'egemonia del dollaro è già in atto. La globalizzazione inizia
la sua marcia creando pericolose interdipendenze. Che si evidenziano quando…
|
|
NEL '29 LA GRANDE CRISI DEGLI USA
SCONQUASSA L'ECONOMIA MONDIALE
|
|
|
|
Introduzione
Non sono in pochi oggi a ritenere che le economie mondiali stiano vivendo un momento di delicatissima stagnazione, la crisi di fiducia è davvero molto forte e i dati quotidiani provenienti dalle borse non lasciano ben sperare. Sembra incredibile come la new economy, termine oggi desueto, appena tre anni fa sembrava rappresentare la pietra filosofale capace di risolvere ogni problema di una economia che si stava incamminando verso cammini stanchi e apatici.
In quei mesi le borse di tutti i paesi occidentali aumentavano le loro contrattazioni a ritmi assolutamente incredibili e le azioni delle società legate allo sviluppo delle nuove tecnologie decuplicavano i loro valori in pochissimo tempo, guadagni facili che attraevano imprenditori senza scrupoli che fondavano nuove società per azioni con il solo scopo di approfittare di una situazione favorevole, ma chiaramente transitoria
Le percentuali di guadagno su quelle azioni erano davvero formidabili e in poco tempo si avvicinarono al mondo della borsa una moltitudine di persone (che poco o nulla avevano a che fare con l'effimero mondo di Piazza Affari o di Wall Street), speranzose di duplicare i propri risparmi. Un intero popolo che si trasformò in agente di borsa e in esperti dell'alta finanza.
Ricordo come non fosse raro in quei giorni di forte euforia incontrare per le vie di Milano capannelli di persone di fronte ai monitor, installate nelle vetrine delle banche, per guardare le quotazioni delle loro azioni. Queste persone si agitavano come se fossero riunite per guardare una importante partita di pallone, discutevano animatamente su questa o quella società come normalmente si discute di questo o quel giocatore di calcio. Questi nuovi investitori si lanciarono nel magico mondo della speculazione finanziaria con una fiducia totale e i pochi che si permettevano di mettere in dubbio gli esiti di questa espansione economica erano prontamente tacciati e accusati di essere pessimisti e menagrami.
E invece il tutto si rivelò una bolla di sapone destinata a durare poco e a suscitare la delusione di molti. Il passaggio dall'anno 2000 al 2001 fu infatti, per molti, particolarmente drammatico: fallimenti di società, bruschi ribassi borsistici con la conseguente e repentina fine del mito legato alla new economy. La speranza riposta nei titoli di borsa si trasformò in sensi di colpa per aver troppo frettolosamente abbandonato i sicuri e stabili titoli di stato, per il dispiacere di vedere la propria liquidazione assottigliarsi e, infine, per il semplice fatto di essersi lasciati coinvolgere nel sogno e nella illusione di un facile guadagno.
Gli attentati dell'11 settembre del 2001 riuscirono a nascondere temporaneamente l'attenzione dalla crisi in atto. La speranza di una rapida espansione economica era decisamente debole ma dopo l'11 di settembre essa lasciò il posto a un pessimismo suscitato dalla paura della guerra imperitura minacciata dall'amministrazione americana: subito la guerra all'Afghanistan, poi, in attesa, il cammino bellico passò per l'Iraq, l'Iran, la Corea del Nord, eccetera
Da allora il mondo occidentale è entrato in una fortissima crisi economica e finanziaria i cui esiti e le cui proporzioni sono ancora ignote. Negli Stati Uniti il recente fallimento della Enron, così come la grande crisi della FIAT in Italia, non dà certamente quella fiducia necessaria ai mercati per uscire da una pericolosa fase di stagnazione.
Sembra, per concludere questa breve introduzione, di essere ritornati in qualche modo a quel terribile periodo che seguì l'ottobre del 1929, quando la borsa di New York, dopo quattro anni di folli rialzi, era entrata in uno stato di crisi drammatica, portando i destini del mondo verso un futuro incognito.
Molte cose sono cambiate da allora, ma non sembra che la lezione sia servita.
1925-1929 evoluzione e crisi della borsa di New York
Nell'ottobre del 1929, dopo mesi di grande euforia, la borsa americana conobbe un repentino calo, molto più profondo e forte di tutti quelli precedenti, ma non tale da fare ritenere agli operatori un conseguente collasso nell'economia. Addirittura, nel periodo immediatamente successivo, l'economia statunitense mostrò vaghi segni di ripresa e la crisi del precedente ottobre parve soltanto un momentaneo arresto dell'espansione economica.
Ma il mondo del 1929 era già in grande parte globalizzato e una crisi negli Stati Uniti, paese economicamente egemone, si trasformò inevitabilmente in crisi globale. A partire dal 1932 gli operatori si resero conto che la crisi iniziata nel 1929 non era semplicemente congiunturale, ci si cominciava così a chiedere quando e come sarebbe stata possibile una ripresa dell'economia.
Se il momento non fosse stato tragico, potrebbe apparire perfino comica questa affermazione fatta dal Presidente degli Stati Uniti Coolidge di fronte al Congresso americano verso la fine del 1928: "A nessun congresso degli Stati Uniti riunito per discutere dei problemi dell'Unione era mai successo di trovarsi di fronte a una situazione tanto positiva. Nel Paese esiste tranquillità e soddisfazione insieme al più elevato record di anni di prosperità. All'esterno del paese perdura la pace e il benessere".
Gli americani in quegli anni di forte espansione economica che precedettero il collasso del 1929 cominciarono a scoprire le gioie del tempo libero e di uno stipendio che permetteva loro un certo agio: le automobili, i beni di consumo e, soprattutto, le fughe lontano dai rigori di un inverno, quello di New York, decisamente molto rigido.
La mite Florida fu sicuramente uno delle mete preferite, e così, in seguito a una invasione sempre più imponente, anche i lotti di terreno per costruire case e alberghi cominciarono a salire vertiginosamente di prezzo. Chi poteva investiva i suoi soldi in un pezzo di terreno per poi rivenderlo al doppio del prezzo pochi giorni dopo. La spartizione dei lotti, che dapprima era nata per assicurarsi un buon posto dove costruire case appetibili per i ricchi turisti newyorchesi, arrivò ad aree della Florida ben lontane dalla tanto ambita costa, ma tant'è, quello che era importante non era assicurarsi un buon posto al sole per le proprie vacanze bensì fare un "ottimo investimento". L'ingegno degli speculatori si spinge ben oltre e così, con appena il 10% del valore del terreno, ci si garantiva la possibilità di prenotare l'acquisto del lotto intero: questo acconto, com'è ovvio, era cedibile e anch'esso era soggetto alle inevitabili fluttuazioni del mercato, così, in sostanza, a tutti era garantita la possibilità di fare un buon investimento.
Intorno al 1926 i margini di guadagno su chi comprava quei terreni erano altissimi, tanto alti che era oramai impensabile potessero salire ancora e infatti l'ascesa si stabilizzò: tutta la Florida era stata lottizzata. %> La fine della speculazione in Florida avvenne però a causa di un fenomeno esogeno all'economia: una tempesta violentissima nella regione lasciò senza tetto tra le 17 e le 18 000 persone ponendo fine definitivamente all'ondata speculativa. Secondo Kenneth Galbraith, economista e storico dell'economia, la Florida rappresentò il primo indizio di una possibile crisi, o comunque, di un atteggiamento speculativo eccessivo.
Il mercato azionario americano
Eppure, nonostante segnali eloquenti di una distorsione nei mercati, in seguito alla crisi della Florida nulla cambiò, dopotutto i lucri prodotti dalle società per azioni non minacciavano ribassi e anzi gli investimenti azionari rimasero per tutto il 1928-29 piuttosto elevati. Investire cento nel 1924 significava avere all'inizio del 1925 180. Un momentaneo ribasso nel corso del 1926 fece da preludio al vero boom azionario del 1927: la quotazione delle azioni sale di giorno in giorno raggiungendo così un indice di 245.
Al contempo, siamo sempre nel 1927, una grande rimessa di obbligazioni della Federal Reserv creò surrettiziamente una grande disponibilità monetaria nei mercati successivamente reinvestita in azioni. Questo vuol dire che, attraverso meccanismi perversi, la stessa quantità di denaro reale veniva investita più volte creando una amplificazione virtuale della quantità di moneta. Si comprava una obbligazione con soldi reali, la banca incassava il denaro imprestandolo poi a imprenditori o semplici privati che intendevano investire in azioni, così, con una quantità di moneta pari a cento, si potevano comprare titoli di vario genere pari a 2-300.
Il rischio in un sistema economico non controllato e disciplinato dallo Stato è altissimo, il meccanismo dell'investimento virtuale, inceppandosi, può provocare una reazione a catena di proporzioni drammatiche.
Da quel momento in avanti il meccanismo messo in funzione da una società, quella americana, eccessivamente ottimista, per non dire ingenua, cominciò ad agire per conto suo perdendo ogni riferimento con la realtà economica.
La speculazione in borsa smise di essere controllabile assumendo dimensioni di proporzioni incredibili: la azioni salirono a ritmi vertiginosi, nel marzo del 1928 la media degli indici industriali crebbe di 25 punti.
La borsa manifestò segni di instabilità solamente a partire dal mese di giugno e un giornale di New York descriverà così i forti ribassi del 12 giugno dello stesso anno: "I ribassi di Wall Street sono caduti ieri con un fragore che si è sentito in tutto il mondo", ma il mercato azionario non aveva ancora esaurito il suo potere di attrarre denari e illusioni.
Subito dopo l'elezione di Hoover alla presidenza, nel novembre del 1928, gli indici di Wall Street tornarono a salire infrangendo inesorabilmente i record precedenti. Nel corso del 1928, solo per dare un esempio illustrativo della situazione, le azioni della Wright Aeronautics salirono da 69 a 289 punti, le azioni transazionate nel corso del 1928 erano state 920 550 032, nel 1927, appena un anno prima, erano state 576 990 875.
La borsa, perso il suo contatto con il mondo reale, prestò poca attenzione agli indicatori economici e, probabilmente, pochi erano interessati a sapere quali fossero gli effettivi bilanci delle aziende di cui compravano le azioni: l' importante era semplicemente che il prezzo di quel pezzo di carta salisse in continuazione. Gli investitori (con questo termine indichiamo tutte quelle persone che compravano azioni, perlopiù persone della classe media e alta americana) chiedevano i soldi in prestito per comprare le azioni alle banche le quali si accontentavano come garanzia del prestito di una parte di quelle azioni. I prestiti offerti ai clienti dai mediatori delle banche raggiunsero l'incredibile valore di 4 miliardi di dollari al primo di giugno del 1928, 5 miliardi il primo di novembre successivo e, verso la fine dell'anno, erano già saliti a 6 miliardi.
Le azioni erano così comprate con meri fini speculativi visto che i tassi di interesse dei prestiti da loro contratti erano più alti dei dividendi delle azioni (il tasso di interesse praticato dalle banche era intorno al 5-6%, i dividendi annuali delle azioni erano invece mediamente intorno all'1-2%). Il denaro, attratto dagli alti interessi, converse verso New York da ogni parte del mondo: invece di cercare lucri nella ricerca di nuove merci chi aveva a disposizione un capitale da investire preferì allora dirigersi verso il mercato finanziario americano creando a partire dal 1928, come vedremo meglio in seguito, delle fortissime strozzature nelle economie dei Paesi del resto del mondo.
I tassi di interesse dei prestiti bancari subirono una brusca impennata attingendo l'incredibile quota del 12%. Le banche, a loro volta, si rivolgevano alla Federal Reserv, che, come abbiamo visto, aveva a disposizione una grande quantità di moneta, per attingere altri soldi da dare in prestito. La Federal Reserv agiva da banca centrale: imprestava i suoi soldi alle altre banche a tassi di interesse decisamente più bassi, normalmente intorno al 5%. Il presidente Coolidge, sempre attento e acuto osservatore (!!), poco prima della scadenza del suo mandato nel gennaio del 1929 disse: "la situazione economica è assolutamente solida e i titoli azionari si presentano ancora a un prezzo sottostimato.
Durante i mesi di febbraio e di marzo le riunioni della giunta della Federal Reservdiventarono quasi quotidiane, si incominciava a percepire che qualcosa nel sistema finanziario non stava funzionando a dovere. L'ansia nei mercati si fece forte soprattutto perché dalle riunioni della Fed non trapelava nulla: presto l'ansia si trasformò in panico e il 26 marzo Wall Street registrava un primo poderoso crollo. Le vendite aumentavano, i tassi di interesse praticati sui prestiti dalle banche salivano spinti dall'incertezza al 20% e il denaro liquido scarseggiava. Il meccanismo sembrava avere raggiunto la sua fine e invece un ulteriore prestito della banca National City di New York evitò il collasso imminente.
Un caso emblematico che può essere citato a mo' di esempio è quello della Goldman Sachs and Company. La Goldman Sachs era un trust di investimento (società di questo tipo erano piuttosto frequenti all'epoca), nato verso la fine del 1928 con un valore di 100 milioni di dollari suddivisi in un milione di azioni dal valore di 100 dollari ciascuna. Subito dopo la fondazione, il 90 % delle azioni venne venduto al pubblico per un prezzo di 104 dollari l'una, durante il febbraio del 1929 la Goldman Sachs si fuse con un altro trust di investimento, la Financial and Industrial Securities Corporation, il capitale della Goldam Sachs, che come abbiamo visto era inizialmente di 100 milioni di dollari, venne allora valutato 235 milioni di dollari, ovvero più del 100% del capitale investito appena tre mesi prima, e ogni azione, che era stata inizialmente venduta a 104 dollari, valeva 222 dollari. Pochi anni più tardi, racconta laconicamente un dirigente della Goldman, quelle azioni valevano poco più di un dollaro!
Durante l'estate del 1929 i prestiti per comprare azioni effettuati dai mediatori bancari agli speculatori finanziari aumentava di 400 milioni di dollari al mese, alla fine dell'estate superavano i 700 milioni, di questi più della metà arrivavano da imprese e privati, del paese e dall'estero, i tassi di interesse con cui venivano pagati i prestiti erano altissimi, raramente scendevano al 6%, per attestarsi a un valore medio che oscillava tra il 7 e il 12%, sembrava che in quei mesi Wall Street stesse assorbendo i soldi del mondo intero.
L'alba della crisi
A mettere in allarme il mercato fu la pubblicazione dei dati riguardanti l'economia reale che nell'autunno del 1929 indicavano l'entrata in un pericoloso stato di depressione. In giungo gli indici di produzione industriale dettero i primi segni di stagnazione, in ottobre l'indice della produzione industriale era di 117, tre mesi prima era 126.
In sostanza, mancava solo la caduta del sistema finanziario, ma, nonostante gli indici della produzione industriale dessero segnali poco incoraggianti, pochi si aspettavano il crollo della borsa.
Certo in molti si erano resi conto della pericolosità del sistema speculativo, ma difficilmente i giornalisti o gli economisti giudicati pessimisti potevano ottenere spazi sui giornali. Anzi, molti giornalisti ricevevano premi per scrivere articoli compiacenti, per tacere verità sempre più evidenti, la ruota doveva continuare a girare e nessuno aveva il diritto di criticarne il meccanismo.
Martedì 29 ottobre 1929 fu il giorno più devastante della storia della borsa di New York, le vendite di azioni si fecero massicce in un mercato nel quale l'assenza di compratori era quasi totale.
La Westinghouse, le cui azioni valevano 286 dollari in settembre, aprì le sue contrattazioni in quel mattino offrendo a 131 dollari ogni sua azione per poi chiudere a 120, mentre la Goldman Sachs aprì le contrattazioni a quota 60 per poi chiudere a 35 dollari ad azione.
Il sospetto di repentini crolli si allargò a tutti i trusts di investimento per paura, o forse consapevolezza, che queste azioni potessero rapidamente non valere più nulla. Il mercato crollò vertiginosamente fino al 13 di novembre, in questa data gli indici industriali del Times si erano abbassati da 452 a 224 punti, la crisi finanziaria era anche crisi economica!
Una breve pausa nei crolli lasciò sperare in bene gli operatori: i primi tre mesi del 1930 furono infatti di sostanziale stabilità.
Era allora opinione comune che tutto sommato fosse stato necessario all'economia un ridimensionamento dei valori dei titoli azionari, ma che fosse ora giunto il momento per la ripresa.
La verità era un'altra: la ripresa non arrivò e dopo un breve periodo di stabilità apparente i crolli ritornarono a farsi drammatici e inarrestabili fino al giungo del 1932. Gli indici industriali del Times che avevano chiuso nel novembre del '29 a 224 punti si trovarono a giugno del '32 a 58 punti, la produzione di acciaio aveva raggiunto il 12% della sua capacità produttiva.
Per dare una idea della dimensione della crisi occorre qui fornire qualche dato: nel 1933 il Prodotto interno lordo americano era inferiore di un terzo rispetto a quello del 1929, crollando in tre anni del 28%, per ritornare solo nel 1937 al livello del 1929 inoltre, nel 1938, un americano su cinque era disoccupato.
Ripercussioni in Europa
Come ben sappiamo la crisi economica e finanziaria iniziata negli Stati Uniti si ripercosse meccanicamente e perversamente su tutto il mondo. In particolare in Europa, la cui economia era legata agli Stati Uniti da un complesso sistema di prestiti, le conseguenze furono particolarmente drammatiche: in Germania, il PIL crollò 15,7%, in Italia, dove l'economia era autarchicamente controllata dal fascismo, il crollo fu leggermente più moderato, attestandosi "solo" al 6,1%.
Occorre ricordare come l'Europa di quegli anni non era ancora uscita completamente dai traumi provocati dalla prima guerra mondiale e così la crisi dapprima finanziaria, poi economica, si trasformò rapidamente in un dramma di proporzioni incontrollabili che investì come un tornado la sfera sociale e politica. Gli scambi tra i paesi si ridussero drasticamente e i governi di tutti i paesi si ripiegarono su scelte di carattere prettamente autarchico accentuando e alimentando in questo modo gli effetti della crisi.
Eppure, le conseguenze della depressione successiva al '29 continuano a stupire.
Infatti per l'Europa questo non era il primo confronto con un ciclo economico negativo: probabilmente, la crisi in auge alla vigilia della prima guerra e rimandata poi a conflitto concluso, non fu meno forte di questa sviluppatasi all'inizio degli anni Trenta.
Le origini di una crisi tanto profonda vanno quindi ricercate, secondo Derek Aldcroft, proprio negli Stati Uniti: "In breve, gli Stati Uniti, infersero due severi colpi al sistema economico mondiale in un periodo in cui questo era più vulnerabile e pertanto meno in grado di sopportarli. Il primo colpo venne con la riduzione dei
La fase finale
della crisi europea
cominciò a maggio
con il crack
della Credit Asntalt |
|
prestiti esteri del 1928-29 e il secondo con il culmine del boom americano, nell'estate del 1929"
Il calo dei prestiti esteri si erano già ridotti dall'estate del 1928 e gli investimenti in Europa erano già da tempo poco appetibili, come abbiamo già visto gli alti tassi di interesse praticati dalla Federal Reserv attraeva la maggior parte degli investimenti, le emissioni di capitale americano in conto estero, nel corso del 1928 calarono addirittura del 50%, creando così un impatto deflazionistico sull'intera economia globale.
Ma la crisi europea si fece chiaramente ancora più forte in seguito alla crisi americana del 1929, a quel punto i prestiti e i capitali dagli Stati Uniti verso il vecchio continente si arrestarono completamente insieme alle importazioni dall'Europa. Ad aggravare tutta la situazione vi era una crisi economica già da tempo latente in Europa: il ciclo di espansione era finito e i conti pubblici non erano stati stabilizzati, quasi si ritenesse infinito il flusso di prestiti provenienti dagli Stati Uniti.
La fase finale della crisi europea cominciò a maggio con il crack della Credit Asntalt , società austriaca che deteneva più dei due terzi di tutti i depositi del sistema bancario di quel paese, lo stato della liquidità di questa banca scatenò il panico negli ambienti bancari europei. Le aspettative di governi e investitori si rivolsero verso la Gran Bretagna, unico paese ancora in grado di concedere prestiti, ma la fiducia nelle capacità di Londra di garantire la sua solvibilità durò poco e così la crisi dall'Europa attraversò rapidamente il canale della Manica e il 21 settembre del 1931 la Gran Bretagna uscì ufficialmente dal gold standard.
L'economia americana riprese a crescere solamente a partire dagli anni '32 - '33, ma le ripercussioni della crisi in Europa avevano oramai preso un cammino irreversibile.
La sfiducia compromise qualsiasi attività di interscambio tra le nazioni, così la Gran Bretagna trascurò gli scambi con il continente per rivolgersi ai paesi del suo impero, in Italia il fascismo si ripiegò su scelte ancora più violentemente nazionaliste, in Germania la fame e il pessimismo aprirono le porte al nazional-socialismo: ancora una volta si ritenne di potere fare fronte a una crisi economica con l'aggressività e la guerra. La ripresa, vera, arrivò in Europa solamente nel 1945 dopo che la più grande tragedia della storia aveva smesso di mietere le sue vittime.
Conclusioni: il modello Minsky
Leggendo "La storia delle crisi finanziarie" di Kindleberger si rimane particolarmente sorpresi nel vedere quanto la struttura di questa crisi appena iniziata non fosse altro che un clichet ripetuto nel corso di questo ultimo secolo varie volte. A scanso di dubbi, occorre sottolineare che il suo libro Kindleberger lo scrive nel 1978, cioè a distanza di più di vent'anni dall'attuale crisi.
Nel modello elaborato da Hyman Minsky, citato da Kindleberger, il boom economico è alimentato da un'espansione del credito bancario che allarga l'offerta totale di moneta, nei tempi passati con la concessione diretta di nuova moneta, oggi, che tale operazione non è più consentita, concedendo prestiti nella forma di depositi bancari addizionali. Il credito bancario risulta, dal modello di Minsky, altamente instabile. L'aumento dell'offerta di moneta si traduce in domanda effettiva di beni e servizi finanziari.
Dopo qualche tempo l'accresciuta domanda si scontra con la capacità di produrre o con l'offerta delle attività finanziarie esistenti. I prezzi aumentano, dando luogo a nuove opportunità di profitti e attraendo altre imprese e investitori. Si sviluppa un effetto retroattivo positivo, giacché i nuovi investimenti determinano incrementi di reddito che stimolano i nuovi investimenti e nuovi incrementi di reddito. A questo punto, ci spiega Kindleberger, il mercato raggiunge uno stadio di euforia. La speculazione sugli aumenti di prezzo si aggiunge agli investimenti per la produzione e la vendita.
In un momento successivo la speculazione tende a distogliersi dagli oggetti veramente di valore e a rivolgersi a quelli meno consistenti. Gruppi sempre più ampi di persone cercano di diventare ricchi senza capire realmente il processo che si sta svolgendo. Con il procedere del boom speculativo, saggi dell'interesse, velocità di circolazione e prezzi continuano tutti ad aumentare e, a questo punto, alcuni investitori decidono di vendere e di realizzare i guadagni. Questo è il momento in cui il mercato, all'apice delle sue possibilità di espansione comincia, a ristagnare, e in cui le vendite degli operatori vengono compensate dagli acquisti delle nuove reclute.
Il segnale specifico
che fa precipitare
una crisi può
essere il fallimento
di una banca
o di un'impresa
troppo alla corda |
|
A questo punto gli speculatori si rendono conto del rischio di una crisi di liquidità con conseguenze disastrose per i prezzi dei beni e dei titoli, il segnale dell'imminente disastro viene dato normalmente dal fallimento di una banca o di un'impresa troppo alle strette, la fuga si scatena, i prezzi diminuiscono e i fallimenti aumentano. La liquidazione degenera in panico e le persone si affrettano, finché è loro possibile, a vendere.
Il segnale specifico che fa precipitare una crisi può essere il fallimento di una banca o di un'impresa troppo alla corda, o la caduta del prezzo di un oggetto primario di speculazione, comunque sia la fuga si scatena, i prezzi diminuiscono e i fallimenti aumentano. La liquidazione degenera in panico appena si comincia a comprendere che la quantità di moneta è limitata, insufficiente a consentire a tutti di vendere al massimo.
Il panico, come la speculazione, si alimenta da solo, finché si verifica uno o più di questi tre elementi:
1) I prezzi cadono così in basso che la gente viene spinta di nuovo a muoversi verso attività meno liquide;
2) L'attività viene arrestata ponendo limiti alla diminuzione dei prezzi, chiudendo le borse o impedendo gli scambi
3) Un prestatore di ultima istanza, in genere le banche centrali, riesce a convincere i mercati che la moneta sarà disponibile in ammontare sufficiente a far fronte alla domanda di liquido ripristinando così un clima di fiducia.
Da quell'ottobre del 1929 ci sono state molte crisi finanziarie non necessariamente degenerate in crisi economica, come, giusto per citare un esempio, il crollo della borsa di New York del 1987, vi sono state crisi economiche non degenerate in dramma, come la crisi derivata dall'aumento del prezzo del petrolio nel 1973.
Quello che però sembra essere differente oggi, rispetto alle crisi ripetutesi nel corso di questi ultimi settant'anni, è la capacita e la fiducia riposta nello stato come agente equilibratore e dinamizzatore dell'economia.
Il New deal progettato e lanciato da Roosevelt (forse il più grande tra i presidenti che gli Stati Uniti abbiano mai avuto) nel 1933 come mezzo per uscire dalla crisi, attraverso una complessa serie di interventi diretti dello stato, sembra oggi avere lasciato il passo a una concezione dell'economia iper-liberista molto simile a quella che aveva preceduto la grande crisi del 1929. Keynes, economista conservatore, sulle cui teorie di intervento statale si è basata la nostra economia del dopoguerra, sembra essere stato messo troppo frettolosamente in soffitta, per rispolverare proposte troppo fiduciose nella capacità dei mercati finanziari e economici di autogestire il proprio equilibrio.
|
|
BIBLIOGRAFIA- Aldcroft, Derek, L'economia europea dal 1914 al 1990, Editori Laterza, Bari, 2000
- Kindleberger, Charles, Storia delle crisi finanziaria, Editori Laterza, Bari, 2001
|
|
|