Un grande simbolo della forza femminile, un personaggio emblematico,
di vastissima cultura, un'eroina della Rivoluzione Partenopea del 1799
ELEONORA DE FONSECA: ACCETTO'
IL PATIBOLO IN NOME DELLA LIBERTÀ
di STEFANIA MAFFEO
Un simbolo al femminile, un personaggio emblematico, un'eroina della Rivoluzione Partenopea del 1799. Eleonora Fonseca Pimentel, donna di singolare purezza di costumi, ingegno straordinario e vastissima cultura, di eccezionale precocità intellettuale, nacque a Roma il 13 gennaio 1752 dai portoghesi Clemente e Caterina Lopez in via Di Ripetta 22 e fu battezzata nella chiesa di S. Maria del Popolo. Nel 1760 giunse a Napoli con la sua famiglia.
Clicca sulla immagine per ingrandire
Eleonora De Fonseca Pimentel
La Pimentel, anche grazie all'affettuoso zio, l'abate Lopez, studiò greco, latino, matematica, fisica, chimica, botanica, mineralogia, astronomia, economia e diritto pubblico. Scrisse un libro di carattere finanziario, tradusse dal latino e commentò la classica dissertazione storico-legale di Niccolò Caravita del 1707: "Niun diritto compete al Sommo Pontefice sul Regno di Napoli ". L'omaggio della chinea, la mula bianca che, ogni anno, il 29 giugno, il re di Napoli consegnava al pontefice col relativo censo feudale, era stato abolito nel 1788, ma erano ancora vive le polemiche che avevano segnato l'evento. Nelle sue note Eleonora Pimentel riepilogava il lungo cammino percorso perché "la quistione della feudalità di un regno" diventasse "oggetto di stupore o di riso alla generazione futura", esprimendo gratitudine ed ammirazione per chi quel cammino aveva intrapreso. Ma l'intento della studiosa non era puramente celebrativo. Il suo interesse per la chinea, per la quale compose anche un sonetto in dialetto, era dovuto non solo al desiderio di comprendere le radici storiche di un problema finalmente risolto, ma ad una più generale riflessione sulla natura dello Stato, sui suoi fondamenti, sui suoi fini. Potevano terre e popoli essere trattati alla stregua di fedeli, essere trasmessi in base a norme di diritto medievale o di diritto privato, come beni qualunque? Non era possibile assimilare diritto privato e diritto pubblico, fondato, quest'ultimo, " sulla natura ed i diritti dell'uomo". In un vibrante passo, concisamente, ma, con esauriente semplicità, così la Pimentel esprimeva la sua concezione dello Stato: "Il Regno non è padronato, non è primogenitura, non è fedecommesso, non è dote: il Regno è amministrazione e difesa dei diritti pubblici della nazione, conservazione e difesa dei diritti privati di ciascun cittadino. Per questa amministrazione e per questa conservazione ci vogliono delle leggi, dunque la facoltà legislativa del principe; per questa duplice difesa ci vogliono delle forze, dunque la forza militare e civile nel principe; per queste forze ci vogliono delle rendite, dunque i tributi al principe; ed i tributi hanno perciò una misura relativa e proporzionata ai bisogni, non sempre eguali, della Nazione" . Data la sua predilezione per gli studi di economia e di diritto pubblico, approfondì soprattutto le opere di Gaetano Filangieri, nella cui casa incontrò Domenico Cirillo, Mario Pagano, Ferdinando Galiani, il massone Antonio Jerocades, Melchiorre Delfico, Carlo Lauberg, Francesco Conforti, Gabriele Manthonè, Ignazio Ciaia, divenuti tutti compagni della sua lotta rivoluzionaria. A 16 anni già conosceva varie lingue e faceva parte dell'Accademia dei Filateti, con il nome di Epolifenora Olcesamante, e dell'Arcadia. Pietro Metastasio ammirò la sua poesia e le scrisse, nell'ottobre 1770, una lettera di lodi e d'incoraggiamento. Vincenzo Cuoco ha giustamente scritto che, in questa donna, "la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l'adornavano". Intrattenne rapporti e corrispondenze epistolari con Voltaire e Goethe. Il 4 febbraio del 1778 sposò un generale dell'esercito napoletano, Pasquale Tria De Solis, nella chiesa di S. Anna, ma fu un matrimonio infelice: riuscì a separarsi dal coniuge violento, che le aveva anche procurato un aborto per le percosse, nel 1786; ebbe un figlio, Francesco, che morì, a pochi mesi, nel giugno 1779. In occasione di questo tragico avvenimento, che marcò nettamente la sua esistenza, la Pimentel scrisse un'ode e dei sonetti, nei quali dava libero sfogo a tutto il suo dolore di madre affranta, come dimostrano, eloquentemente, i seguenti versi:
Sola fra miei pensier sovente i' seggio
e gli occhi gravi a lagrimar m'inchino
quand'ecco in mezzo al pianto, a me vicino
improvviso apparir il figlio i' veggio.
Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio
Clicca sulla immagine per ingrandire
Gaetano Filangieri

gli usati vezzi e il volto alabastrino;
ma, come certa son del suo destino,
non credo agli occhi, e palpito ed ondeggio.
Ed ora la mano stendo, or la ritiro,
e accendersi e tremar mi sento il petto,
finché il sangue agitato al cor rifugge.
La dolce visione allor se 'n fugge;
e senza ch'abbia dell'error diletto,
la mia perdita vera ognor sospiro.
Figlio, tu regni in cielo, io qui men resto
Misera, afflitta e di te orba e priva…
Figlio, mio caro figlio, ahi! l'ora è questa
Ch' io soleva amorosa a te girarmi,
e dolcemente tu soli mirarmi
a me chinando la vezzosa testa.
Del tuo ristoro indi ansiosa e presta
I ' ti cibava; e tu parevi alzarmi
La tenerella mano, e i primi darmi
Pegni d'amor: memoria al cor funesta
.
Scoppiata la rivoluzione francese, ne accolse con entusiasmo le idee. Nel tempo stesso mutò la sua opinione e il suo atteggiamento nei riguardi dei sovrani di Napoli. Sino al 1790 esaltò Ferdinando IV e Maria Carolina. Questo sentimento ebbe inizio nel 1768; in tale anno, infatti, ella compose per le nozze dei sovrani un epitalamio dal titolo "Il tempio della gloria". Negli anni successivi dedicò un sonetto alla regina per il parto della seconda figlia e scrisse una cantata dal titolo "La nascita d'Orfeo" per il parto del primo figlio maschio della coppia regale. Non mancò, infine, di comporre un sonetto, in cui fece le più alte lodi al re, per la fondazione e la legislazione della colonia di San Leucio, "Componimenti poetici per le leggi date alla nuova popolazione di San Leucio da Ferdinando IV". Tale devozione alla corte finì con l'essere premiata; il re, avendo saputo che questa poetessa era separata dal marito e viveva in ristrettezze economiche, le fece assegnare un sussidio mensile come bibliotecaria della regina. In seguito allo scoppio della rivoluzione francese, i regnanti credettero opportuno di mutare politica, arrestando il movimento delle riforme e battendo la via della reazione. Allora la Pimentel si gettò nell'impegno politico per l'affermazione della libertà e per il progresso delle classi meno fortunate, passò all'opposizione diventando una fervente giacobina. All'epoca, chiunque parteggiasse per la Repubblica e per i controrivoluzionari era "giacobino", termine adoperato in senso oltraggioso, che evocava il Terrore e Robespierre, con cui la Rivoluzione Francese veniva, a sua volta, totalmente identificata. Ma i repubblicani del 1799 erano davvero tutti giacobini? E in che cosa consisteva il loro "giacobinismo"? I patrioti - come essi preferivano definirsi - diffidavano dei "partiti", termine che, nel loro linguaggio, designava, non tanto delle organizzazioni rappresentative di opinioni ed interessi politici diversi, quanto delle fazioni settarie e particolaristiche, nocive all'unità necessaria alle drammatiche circostanze del momento. Continui, per questo, erano i loro appelli a superare dei "partiti" così intesi, rivolti soprattutto ai repubblicani più accesi, che si riunivano nella Sala Patriottica. Su tale questione, Eleonora Fonseca Pimentel ebbe a scrivere, sul "Monitore napoletano" del 30 marzo 1799: "Cittadini, se volete forte il Governo, non l'indebolite voi stessi, comunicategli i vostri lumi, i vostri desiderj; ma circondatelo della vostra fiducia" . Gli ideali della Rivoluzione Francese infiammarono lo spirito di Eleonora a tal punto da farle introdurre nascostamente, durante un ricevimento a Corte, alcune copie in italiano del testo della Costituzione approvato dall'Assemblea Francese. Nel dicembre 1792, quando giunse a Napoli la flotta francese per ottenere il riconoscimento della Repubblica Francese, la Pimentel fu tra gli ospiti del comandante La Touche -Treville e finì sui registri della polizia borbonica. Il 5 ottobre 1798 venne perquisita la sua casa e, poiché vennero rinvenute alcune copie dell'Encyclopèdie di Diderot, venne arrestata e condotta nella dura prigione della Vicaria. Fu liberata verso la metà di gennaio del 1799, allorché i lazzaroni insorsero, aprendo le carceri da cui uscirono delinquenti comuni e prigionieri politici. Appena riacquistata la libertà fece parte, insieme con altri giacobini, di quel Comitato Centrale, che, riunitosi in casa dell'avvocato Nicola Fasulo, decise d'indurre il generale Championnet ad affrettare la sua avanzata su Napoli, per porre fine alla sanguinosa anarchia della plebe. Il 20 gennaio, alla testa di parecchie donne, la Pimentel entrò nel castello di S. Elmo. Due giorni dopo, i patrioti piantarono, nella sottostante piazza, l'albero della libertà e, tra i colpi di cannone, dichiararono decaduta la dinastia borbonica e proclamarono la Repubblica Napoletana, una e indivisibile, sotto la protezione della "grande nazione francese".
Clicca sulla immagine per ingrandire
Allegoria della Repubblica napoletana
In quell'occasione, la Pimentel declamò, fra vivissimi applausi, l' " Inno alla libertà ", da lei scritto a S. Elmo . Nei giorni dell'anarchia i rivoltosi cercarono la protezione del santo patrono della città, San Gennaro, contro i Francesi, costringendo il cardinale arcivescovo a portarlo in processione al ponte della Maddalena. Il 24 gennaio Championnet si recava in visita a San Gennaro. Il giorno seguente l'arcivescovo di Napoli rassicurava la popolazione comunicando con pubblico avviso che l'arrivo dei Francesi era stato protetto dalla Provvidenza, data la miracolosa liquefazione del sangue del santo protettore, avvenuta nella medesima sera dell'ingresso dell'armata francese. Eleonora Pimentel lamentava l'assenza del Governo a queste funzioni religiose: a suo vedere i suoi membri non erano capaci di sfruttare questi ed altri eventi che potevano servire a comunicare con il popolo: ad esempio, l'eruzione del Vesuvio verificatasi, dopo cinque anni di silenzio, nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione della Repubblica e che il Governo avrebbe dovuto presentare come segno di "allegrezza". Da donna acuta e lungimirante quale era, la sua non era una visione puramente strumentale dell'immaginario religioso popolare, tutt'altro. Secondo la giornalista, anche nelle cerimonie religiose, bisognava sottolineare tutta la distanza che separava il nuovo dall'antico regime. In quest'ultimo, infatti, il re non accompagnava mai la processione di San Gennaro; nel nuovo erano, invece, presenti il generale in capo ed il commissario organizzatore. Al contrario di chi vedeva in queste pratiche l'espressione di una religiosità superstiziosa intrisa di un paganesimo che la Chiesa non aveva potuto né voluto sradicare, l'eroina della Rivoluzione del 1799 napoletano coglieva appieno l'intreccio tra rituali religiosi e gerarchie politiche che caratterizzava la società di antico regime e suggeriva di appropriarsene per preparare la transizione al nuovo. Ma la gloria della Pimentel Fonseca è legata alla creazione del suo famoso giornale, portavoce ufficiale del Governo Provvisorio, ma assolutamente indipendente, come quando si trattava di denunciare le ruberie francesi: il "Monitore napoletano", che si pubblicava due volte alla settimana, il martedì ed il sabato. Complessivamente uscirono, dal 2 febbraio all' 8 giugno 1799, trentacinque numeri e, in ognuno di essi, la Pimentel dimostrò di essere una grande giornalista . In questo singolare giornale, che aveva sede in un edificio preso in fitto dal Marchese Sifola e da sua moglie Maria Rosa Galliano sulla Salita S. Anna di Palazzo, precisamente in Via Santa Teresella degli Spagnoli N°.46, venne mirabilmente sintetizzato e commentato tutto ciò che, nel campo governativo, con la pubblicazione di atti e comunicati, e legislativo, ebbe luogo a Napoli durante i cinque mesi di vita della Repubblica. La Pimentel, che aveva anche il dono dell'eloquenza e partecipò varie volte ai dibattiti della Sala d'Istruzione Pubblica, parlando sempre di libertà, mirò soprattutto ad elevare il tono morale del popolo napoletano "viziato da tanti secoli di assurdo sistema politico e dalla recente corruzione di un governo il più profondamente corrotto di tutti i governi dispotici". Nei suoi articoli di fondo sono vive le preoccupazioni di coinvolgere nei propositi dei patrioti le classi umili di Napoli e delle campagne, avverse all'idea di Repubblica. Per questo esortava a fare dei periodici scritti in dialetto da far leggere nelle chiese e nelle piazze, per contrastare la tendenza a giudicare solo sulla base di voci e dicerie prive di riscontro, su cui facevano leva i realisti: "Rammento a' nostri rappresentanti, ch'egli è non solo molto utile, ma d'intrinseco dovere nella democrazia, che il popolo sia inteso de ' fatti, e posto in istato di giudicarne; altrimenti come vi prenderà interesse? […] l'istruzione teorica fa qualche filosofo, la sola istruzione pratica fa le nazioni" . Diversa era, quindi, la popolazione delle campagne da quella delle città; il popolo di Napoli era, a sua volta, fortemente stratificato in gruppi diversi, da quelli più ricchi ed istruiti fino alla plebe. Così la Pimentel si esprimeva a tal proposito: "Questa parte del Popolo, la quale per fintanto che una miglior istruzione non l'innalzi alla vera dignità di Popolo, bisognerà continuare a chiamar plebe, comprende non solo la numerosa minuta popolazione della città, ma benanche l'altra più rispettabile delle campagne: e se sopra di questa parte posa pur nelle monarchie la forza dello Stato, vi posa nella Democrazia non solo la forza ma la dignità. Una gran linea di separazione e forse maggiore, che in qualunque altro luogo disgiunge fra noi questa parte dal rimanente del popolo, appunto perché non si ha con essa un linguaggio comune. Se ben si rimonti alla cagione de ' nostri mali, si vedranno derivati particolarmente da questa separazione; è il segreto di ogni tirannia, e molto più lo fu della nostra, il fomentarla; il nostro segreto dev 'esser quello di sollecitamente distruggerla: finché dunque la plebe mercé lo stabilimento di una educazione Nazionale non si riduca a pensar come Popolo, conviene, che il Popolo si pieghi a parlar come plebe. Quindi ogni buon cittadino, cui per la comunione del patrio linguaggio, si rende facile il parlare e 'l commischiarsi fra lei, compie con ciò opera non solo utile, ma doverosa".
Clicca sulla immagine per ingrandire
Gruppi di cittadini in una piazza
di Napoli durante la rivoluzione
Tutto ciò che era nobile, alto ed eroico venne esaltato ed ebbe l'incondizionato appoggio della Fonseca Pimentel, senza mai rinunciare, però, all'indipendenza dei giudizi ed alla volontà di proporre le strade da battere per superare le difficoltà di una situazione complessa ed instabile. Del "Monitore napoletano" e della sua animatrice Benedetto Croce ha fatto un esemplare ritratto: "Non distrazioni, non discorsi di letteratura o astratte discettazioni. Il Monitore va rapido e diritto, tutto assorto nelle questioni essenziali ed esistenziali, che si affollarono in quei pochi mesi, i quali, per intensità di vita, valsero parecchi anni. E, in esso, ritroviamo le fuggevoli gioie, le ansie sempre rinnovate, i propositi e le aspettative dei patrioti napoletani, espressi con le parole della loro virile compagna, con la forma ed il colorito individuale che prendevano nell'animo di lei" . Nel maggio 1799 l'esercito francese, agli ordini del generale Macdonald, si allontanò da Napoli per recarsi nell'Italia settentrionale. I patrioti rimasero allora in balìa di se stessi. Ma, secondo la Pimentel, non bisognava disperare. Era quello il momento di "dar saggio di forza e di volontà" alla Francia ed all'Europa. Negli ultimi numeri del Monitore, la Pimentel finì col rivelare il suo ardente desiderio di realizzare l'unità della Nazione con "la potenza del braccio" della gioventù italiana. La regina Maria Carolina seguì attentamente il bisettimanale, facendosi prestare i numeri da Lady Hamilton. Quando le orde del Cardinale Ruffo, inviato dai Borbone per la riconquista di Napoli, giunsero alle porte della città, la Pimentel si rifugiò a Sant'Elmo e finì nelle liste dei capitolati, per i quali era garantito l'espatrio. Caduta la Repubblica, la quale, nonostante la brevità della sua drammatica vicenda, fu un momento fondamentale, non solo della storia meridionale, ma nella elaborazione della tradizione democratica italiana, la Pimentel venne arrestata. Stette per oltre un mese prigioniera, insieme con altri repubblicani, in una delle navi che si trovavano ormeggiate nel golfo di Napoli. Passò poi nelle carceri della Vicaria. Il 17 agosto la Giunta di Stato la condannò a morte mediante capestro per aver osato parlare e scrivere contro il re, violando la capitolazione. Eleonora chiese di essere decapitata anziché impiccata, ma la giunta respinse la domanda. L'esecuzione ebbe luogo il 20 agosto alle due del pomeriggio in Piazza del Mercato, gremita d'immensa folla di popolo e circondata da numerose truppe di fanteria e da due reggimenti di cavalleria. In quel giorno furono giustiziati otto condannati politici; due di essi vennero decapitati: il principe Giuliano Colonna e il duca Gennaro Serra; gli altri sei, fra cui Eleonora, il vescovo di Vico Equense Michele Natale ed il sacerdote Nicola Pacifico, furono impiccati. Vincenzo Cuoco ha riportato che Eleonora, prima di salire sul patibolo, bevve il caffé e pronunciò il famoso verso di Virgilio: "Forsan et haec olim meminisse juvabit" (Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo). Il Nardini, a sua volta, ha affermato che il popolo cercò invano di costringere la donna a gridare "Viva il re". Degli otto condannati, la Pimentel fu l'ultima e, prima di porgere il collo al boia, sentì il dovere di salutare i suoi compagni già morti. Il corpo della Pimentel fu sepolto, nei pressi del luogo dell'esecuzione in Piazza Mercato, nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli, nella Sala del Capitolo Maggiore, ma, prima della sepoltura, il cadavere, non più ritrovato in seguito alla demolizione della chiesa, venne, per una giornata intera, lasciato penzoloni, a ludibrio della plebaglia. Fu questa l'ultima ed atroce offesa recata ad una delle donne più intelligenti, più colte e più pure del 18° secolo.