La cinematografia è uno strumento prezioso per lo studio del nostro passato.
Ma l'approccio a questo medium non deve essere dev'essere letterale
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IL FILM STORICO:
ISTRUZIONI PER L'USO
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Chissà se Lumiere avrebbe mai immaginato, nel giorno della sua prima proiezione cinematografica, che la tecnica da lui inventata avrebbe un giorno avuto un ruolo così importante nella nostra storia? Da quella prima proiezione è passato ormai più di un secolo, secolo durante il quale le immagini hanno acquisito un ruolo che da marginale si è fatto davvero fondamentale nel processo di costruzione di miti, simboli e soprattutto valori nell'ambito della nostra società. Dobbiamo però cercare di adottare alcune precauzioni di carattere metodologico quando ci accingiamo a "leggere" le informazioni che possono essere contenute in un film. Se è la storia che vogliamo spiegare attraverso i film non dobbiamo confondere il ruolo dello storico con quello di un critico cinematografico. Quando si cerca di capire quanto sia successo in un particolare periodo del nostro passato attraverso le immagini occorre infatti, a differenza di quanto potrebbe fare un critico cinematografico che colloca sempre l'avvenimento nel presente giudicando principalmente l'estetica del film, riportare, come se fossimo dei viaggiatori del tempo, il film in quel passato nel quale era stato prodotto e cercare di guardarlo come se fossimo insieme agli spettatori che ebbero la fortuna di vederne la proiezione il giorno della sua uscita nelle sale. Il film è sempre figlio della società che lo ha prodotto e porta con sé tutto il carico dei suo valori. È proprio questo il motivo principale che rende il film un documento storico assolutamente imprescindibile per la comprensione del passato.
Diffidenze ed entusiasmi intorno al cinema Quando nasce il cinema, alla fine dell'Ottocento alcuni storici si convincono che l'immagine cinematografica possa rappresentare il documento "assoluto" in quanto perfetto riproduttore della "realtà". Fino alla prima guerra mondiale l'entusiasmo intorno a questa nuova tecnologia, che si riteneva avrebbe potuto permettere di dare finalmente una descrizione degli avvenimenti assolutamente obiettiva, è tanto forte quanto ingenua. I primi libri pubblicati su questo argomento non prendono però minimamente in considerazione il fatto che l'operatore cinematografico sia libero di scegliere quali immagini catturare e quindi di dare una interpretazione della realtà soggettiva. Questo entusiasmo da parte degli storici sarà invero molto breve, quasi da subito essi si rendono conto che l'utilizzo delle immagini per interpretare la storia non è né semplice né così immediato come essi avevano creduto in un primissimo momento. La realtà del cinema, se di realtà si può parlare, è infatti manipolabile e la sua verità se non opportunamente interpretata è ingannevole. Proprio questa delusione porterà l'immagine ad essere esclusa dal "rango" dei documenti utilizzabili per l'interpretazione storica. Ci vorranno più di cinquant'anni perché il cinema possa tornare ad acquisire quel ruolo perduto di documento indispensabile per farci capire il nostro passato. Sarà necessario adottare una nuova metodologia di ricerca, capace di integrare altre scienze, oltre quelle storiche, come la semiotica e la sociologia, capaci di dare una interpretazione più profonda del film. Non dobbiamo inoltre dimenticare che i film, pur essendo documenti di finzione, sono ricchissimi di particolari minuziosi relativi alla vita sociale, sul mutare del paesaggio e sugli eventi grandi e piccoli dell'epoca in cui essi vengono prodotti. L'uomo si descrive nel cinema utilizzando sia il futuro, come nel caso dei film di fantascienza, sia usando il passato come nei film ambientati nel passato, remoto o prossimo che sia.
La società di massa e il cinema Cinema, propaganda e massa sono fenomeni assolutamente legati tra di loro. Il cinema nasce insieme e per la società di massa, viene utilizzato sia per allietare le persone, sia per condizionarne il pensiero. Le sale cinematografiche diventano inoltre gli unici luoghi di incontro tra uomini e donne ancora separati da una società tradizionale che non vede ancora di buon occhio una promiscuità prematrimoniale tra i due sessi. Storicamente è con la prima guerra mondiale, ovvero tra il 1914 e il 1918, che i governi cominciano a rendersi conto delle enormi potenzialità che offre loro uno strumento tanto affascinante quanto convincente come il cinema. In un periodo nel quale l'unica fonte di informazione per buona parte della società è ancora quella orale visto l'ancora diffuso analfabetismo, il film, grazie al potere oggettivante dell'immagine, riesce a trasformare qualsiasi racconto in mito dandogli un potere trascendente le vite delle persone. La prima guerra mondiale è una guerra totale, coinvolge non solamente i soldati impegnati nelle trincee, ma anche la popolazione civile impiegata nella fabbriche per la produzione di armamenti per il fronte. Un'intera generazione viene trascinata in una guerra estremamente violenta e terribilmente logorante. In tutta Europa vengono istituiti Ministeri per la propaganda, vere e proprie macchine di pubblicità il cui scopo è di suscitare l'entusiasmo patriottico nelle masse di uomini/soldati. Masse di contadini che come unica realtà avevano avuto fino ad allora quella dei loro campi da coltivare e il cui unico legame con il mondo esterno era forse rappresentato dalla Chiesa. Il problema della mobilitazione non deve essere stato facile per chi governava e i Ministeri della propaganda erano sicuramente impegnati nella definizione di miti che fossero in grado di raggiungere gli archetipi più profondi di tutti gli strati della loro società. La produzione filmica si fa quindi vieppiù imponente, tutti i paesi belligeranti fanno a gara per produrre nuovi film: la Francia produce film per diffondere nella popolazione l'idea che la colpa della guerra sia dei tedeschi, l'Italia produce film inneggianti ai valori del risorgimento e della guerra come mito unificante della appena nata nazione (l'Italia si è unificata da appena 50 anni quando scoppia la prima guerra mondiale). Tutti i film comunque inneggiano al coraggio dei soldati e all'importanza di sostenere le ragioni della guerra. Studiare le scelte dei grandi uomini protagonisti del nostro passato non è l'unico modo per capire e studiare la storia. Altrettanto importante è anche capire quale fosse effettivamente il clima all'interno della popolazione e le condizioni in cui questi grandi personaggi devono effettuare le loro scelte. In questo senso la cinematografia ci consente proprio di cogliere questi aspetti riuscendo a farlo in un duplice senso: da un lato possiamo vedere quale fosse il linguaggio adottato dalla propaganda per convincere la popolazione relativamente ai valori della patria, della guerra e dell'odio nei confronti del nemico. Dall'altro lato abbiamo la possibilità di studiare quale fosse la ricaduta sul pubblico dei messaggi veicolati dal film. In questo caso interesse dello storico non è tanto giudicare i film in base alla loro bellezza estetica in quanto forma d'arte, al valore del regista, degli attori o della sceneggiatura. Ciò che è fondamentale per uno storico è che i documenti utilizzati, in questo caso i film, siano in grado di dare delle risposte soddisfacenti alle domande in questione.
Il film tra passato e presente Il film come documento storico ha però in sè un contenuto di profonda ambiguità dovuta al fatto che la sua riproducibilità lo porta a vivere in un contesto che è sempre presente. Gli spettatori di tutte le epoche tenderanno a interpretare i film con la sensibilità propria del loro tempo decontestualizzando la narrazione del film stesso dal periodo in cui esso è stato prodotto (quante volte succede, vedendo un vecchio film, di stupirsi dell'uso di un linguaggio che ci risulta essere antiquato). È proprio questa ambiguità a rendere affascinante un film, il fatto che esso riesca a trasportarci in una dimensione temporale radicalmente diversa dalla nostra e a proporci un sogno che, per il periodo della proiezione, diventa per noi realtà e nel cinema, tra tutte le arti, il limite tra realtà e finzione è estremamente labile. Il potere avvolgente di immagine, suono, parola riesce a trasportarci in una dimensione differente rispetto a quella di un libro o uno spettacolo teatrale. Questa ambiguità del film che vive tra un passato nel quale è stato prodotto e un presente nel quale viene visto è uno dei punti fondamentali dell'analisi storica della pellicola. Di fatto lo storico, se vuole dare una corretta interpretazione del film come documento capace di spiegare il gusto e i valori di una determinata epoca, deve sempre tenere in considerazione l'esistenza di questi due piani e quindi cercare di calarsi interamente nel periodo nel quale questo film è stato prodotto e visto per la prima volta, cercando di ritrovare quella dimensione passata nel quale il film era stato pensato. Attraverso l'analisi di un film noi possiamo comprendere quali fossero i gusti predominanti di un'epoca che vogliamo studiare e di come questi possano essere influenzati dal film stesso così come succede, ad esempio, nella cinematografia americana relativa alla guerra che oppone gli Stati Uniti al Vietnam. Filmografia che dapprima denota un forte entusiasmo della popolazione per l'impegno bellico per farsi poi, dopo le numerose sconfitte e le numerose atrocità che questa guerra ha comportato, assolutamente e impietosamente critico. Se il film utilizzasse un linguaggio differente da quello dei suoi contemporanei, o se parlasse di cose avulse dalla società che lo produce difficilmente potrebbe essere comprensibile dagli spettatori. Oggi, per fare un altro esempio, sono poco frequenti i film che parlano dei problemi legati alla tossicodipendenza da eroina tanto in voga nella cinematografia occidentale dei primi anni ottanta. Non tenere in giusta considerazione il contesto nel quale un film nasce e viene prodotto è di fatto l'errore più grande che uno storico potrebbe fare visto che l'analisi del film deve andare proprio nel senso di capire quali fossero le ragioni profonde che ne hanno determinato la produzione. Implicito in questo discorso è l'esistenza di un'altra dimensione fondamentale per capire un film: la distanza che ci separa oggi dallo spettatore il quale vede per la prima volta un film.
Un esempio di analisi storica: il mito nazionalista italiano tra il 1914 e il 1938 Cabiria, (1914) e Scipione l'Africano (1937) sono tra i primi colossal prodotti in Italia. Due film che pur avendo lo stesso soggetto storico, le guerre dell'antica Roma contro Cartagine, manifestano appieno la differente sensibilità del momento nel quale essi sono stati realizzati e ci offrono quindi la possibilità di portare nel reale il discorso prevalentemente teorico svolto nel corso di questo articolo. Cabiria nasce in un'epoca nella quale l'Italia è reduce dalle sue prime esperienze coloniali e nella quale il contrasto tra le potenze europee si fa sempre più drammatico, contrasto che porterà di lì a poco allo scoppio del primo conflitto mondiale. Palcoscenico del film è l'antica Roma e le gloriose guerre puniche contro i cartaginesi. Cabiria è una ragazza rapita dalle truppe di Annibale di stanza in Sicilia e successivamente portata a Cartagine. Dopo una riorganizzazione delle truppe, Roma riesce a reagire e a vincere una guerra che ormai credeva di avere irrimediabilmente perso. Scipione l'Africano, mitico condottiero delle truppe romane, oltre a vincere le truppe di Cartagine libererà anche Cabiria salvandola dal sacrificio al dio Moloch al quale i cartaginesi la stavano offrendo. Protagonista di questa storia non è tanto l'eroismo di Scipione l'Africano, bensì lo sono le peripezie che Cabiria si trova a dovere affrontare. Una spiegazione dei motivi che portano alla realizzazione della più grande produzione italiana di quel tempo, un milione di lire oro, può essere ricercata nella volontà da parte del regista e sceneggiatore Giovanni Pastrone di dare agli italiani una tradizione unitaria che in realtà non era mai esistita. L'Italia è unita da soli cinquant'anni e il mito della romanità può fungere da collante per una nazione ancora inesistente e divisa al suo interno dalle molte lingue e dalle molte tradizioni. Oltretutto non può essere neppure sottovalutata la coincidenza tra le prime esperienze coloniali italiane, la guerra italo-turca per il dominio sulla Libia e il tema della conquista di Cartagine che "casualmente" si trova proprio in nord Africa. Passano vent'anni e il quadro storico cambia radicalmente, l'Italia non è più una democrazia da tempo e Mussolini è diventato il Duce degli italiani. Eppure i miti del passato utilizzati come soggetti per i film sono gli stessi: il tema della romanità e le epiche battaglie contro i cartaginesi. Scipione l'Africano è la nuova super produzione del 1937, siamo di nuovo a cavallo tra guerre coloniali e a ridosso di una nuova guerra mondiale. La storia del film è però questa volta molto differente: non si tratta più infatti di salvare una giovane donna rapita, ma di salvare una patria intera messa in pericolo dalle truppe di Annibale. Scipione riesce dapprima a distogliere l'attenzione delle truppe di Annibale di stanza in Italia e successivamente a sconfiggerle nel leggendario scontro sulla piana di Zama. Evidenti in questo film sono gli intenti propagandistici propri del fascismo, vi è una correlazione fortissima tra la figura di Scipione l'Africano, salvatore della patria, e Mussolini il fondatore del nuovo impero (proclamato pochi anni prima). Nel film i romani sono sempre visti sotto una luce benevola, all'opposto gli africani vengono giudicati in chiave fortemente critica (siamo alla vigilia della firma delle leggi razziali). La scena finale del film è addirittura plateale nel cercare di creare un parallelismo tra il duce Benito Mussolini e l'antico condottiero romano, quando Scipione fa scorrere tra le mani il grano d'Africa e dice: "Buon grano e fra poco, con l'aiuto degli dèi, ci sarà la semina", richiamando così la campagna del grano voluta qualche tempo prima da Mussolini stesso e sottolineando i motivi per i quali era stata affrontata la campagna d'Etiopia nel 1935. Differentemente da quanto avviene nel film Scipione l'Africano in Cabiria vi è sì una esaltazione del mito della romanità come radice della nostra tradizione e la volontà di esaltare lo spirito nazionalistico di un popolo che ancora non si sentiva italiano, ma non è possibile riscontrarvi l'esaltazione del leader come avviene nel film Scipione l'Africano, fortemente intriso dell'ideologia fascista. L'Italia del 1914, quando cioè viene realizzato Cabiria, è ancora una democrazia e ben difficilmente avrebbe potuto idealizzare il ruolo di un capo a cui affidare la risoluzione di tutti i suoi problemi come avverrà dieci anni più tardi. Al di là del loro valore artistico, Cabiria e Scipione l'Africano a mio avviso manifestano in modo particolarmente eloquente i valori culturali dell'epoca nel quale vengono prodotti. Essi sono un esempio tangibile di come sia possibile interpretare il nostro passato grazie all'utilizzo del cinema. Questo confronto tra due film aventi lo stesso soggetto potrebbe essere fatto per numerosi altri film e permette di rilevare quante cose possono cambiare nel giro di pochi anni nella storia di un Paese.
La disfatta: la fine della seconda guerra mondiale La visione di una nazione forte e potente che viene diffusa a partire dalla fine dell'Ottocento e che abbiamo visto essere stata descritta nel cinema attraverso Cabiria e Scipione l'Africano non regge però alla realtà dei drammi degli orrori portati dalla violenza perversa della seconda guerra mondiale. Come se ci fossimo svegliati da un torpore drammatico ci siamo resi conto, nel corso del secondo conflitto, che il mito di una nazione violentemente dinamica porta solo distruzione. Triste compito del cinema è ora di rappresentare lo squallore di paesaggi devastati dalle bombe, del dolore di famiglie ridotte sul lastrico: nasce il neo-realismo, forse uno dei periodi più fecondi per il cinema italiano. Questa volta a essere raccontate non sono più le epopee del "glorioso" passato, soldati di tutte le epoche in atteggiamenti virilmente possenti quasi fossero dei super uomini alle cui virtù tutti gli uomini della nazione devono ispirarsi. Roma città aperta è probabilmente uno dei film più significativi di quell'Italia abbandonata dal re Vittorio Emanuele III, presa in giro da Mussolini e devastata dai Tedeschi. Lo scenario nel quale il film di Rossellini si svolge è la Roma occupata nel 1944 dai nazisti perversamente occupati nella caccia dei loro nemici più insidiosi, i partigiani. Il film girato in parte durante l'occupazione e montato subito dopo riesce a trasportarci in una dimensione di valori più semplici di quelli decantati fino ad allora, ma quelli di una Italia autentica e popolare, fino a raggiungere, in alcune sue parti, un certo macchiettismo tipico del cinema neo-realista. La narrazione si fonde e confonde totalmente con il contesto storico narrato, il film è una totale reazione contro la retorica nazionalistica che da trent'anni offusca la mentalità delle persone.
Conclusioni Quello che ho cercato di proporre nel corso dell'articolo è uno dei mille percorsi che possono essere fatti attraverso le migliaia di chilometri di pellicola girate nel nostro passato. Immagini che non sono mai neutrali ma che ci raccontano e ci ingannano perché in un modo assolutamente fazioso ci vogliono portare nella loro realtà. L'ingenuità di un documentario storico, ad esempio, nasconde tutta la furbizia di chi lo ha girato. Per questa ragione è fondamentale dotarsi di strumenti per immunizzarsi dalle deviazioni che le "immagini parlanti" ci portano. È difficile, anzi, forse è addirittura illusorio pensare di riuscire in questa titanica impresa, ma, dopotutto, come sostiene Benedetto Croce, la storia è sempre contemporanea e quindi non sempre particolarmente obiettiva. Ovvio che anche l'interpretazione di un film in chiave storica sia contingente all'epoca in cui questo film viene interpretato e che in esso si fonda la storia del film con la nostra storia personale.
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BIBLIOGRAFIA- Dizionario universale del cinema, di Fernando Di Giammatteo - Editori Riuniti, 1986, Roma
- Scene dal passato, di Peppino Ortoleva - Editori Riuniti, 1998, Roma
- L'occhio e l'orecchio dello storico, di Giovanni de Luna - La Nuova Italia, Scandicci, 1993
- Teoria del cinema rivoluzionario, di Vertov Ejzestejn - Feltrinelli, Varese, 1975
- Manuale del film, di Gianni Dondolino - Ed. UTET, Torino, 1995
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