IL NAZIONALISMO BASCO La complessa storia di un fenomeno politico
che da secoli è una tormentosa spina nel fianco dello stato spagnolo
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QUELLI DELL'ETA: ASSASSINI
TRAVOLTI DAL DELIRIO IDEOLOGICO
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Nella prima parte di questo articolo abbiamo descritto sommariamente la situazione sociale e politica attuale nei Paesi Baschi. Abbiamo considerato il ruolo del nazionalismo basco e ne abbiamo tratteggiato i principali fattori di identità, a cominciare dalla lingua, l'euskera, nonché il carattere di artificiosità di molti dei miti su cui esso si basa.
Resta ancora da analizzare la storia del nazionalismo basco stesso.
Prima però non sarà inutile ricordare che il nazionalismo è un fenomeno tipico dell'era moderna. Il concetto stesso di nazionalità è moderno: l'Académie française accettò il vocabolo "nazionalità" solo nel 1835. Leggiamo nell'introduzione a un libro del grande storico inglese Eric J. Hobsbawm: "Molte nazioni credono di avere origini antiche e nobilissime,
e spesso questa presunta profondità storica viene impugnata per dare forza e fierezza alla propria identità. In realtà, non pochi di questi contesti nazionali risalgono al secolo XIX, quando l'Europa ridefinì i propri equilibri interni configurando degli assetti statali che all'incirca sono quelli odierni." Non solo. Nella pur grande varietà di forme che i nazionalismi hanno assunto e assumono è possibile rilevare un'altra regolarità: al di sotto delle manifestazioni di ostilità di un'etnia nei confronti di un'altra, i nazionalismi nascondono spesso questioni che attengono al rapporto fra classi e ceti di una stessa società.
E' risaputo che i miti storici del romanticismo svolsero un ruolo rilevante nel sorgere dei nazionalismi nel secolo XIX, come fattori di legittimazione ideologica, per la necessità di tali movimenti di dotarsi di una storia ad hoc. Questa si basava spesso sull'invenzione di tradizioni (L'invenzione della tradizione, del 1983, è proprio il titolo di uno degli studi più famosi di Hobsbawm), quando non si trattava di falsificazioni o manipolazioni del passato.
Nella genesi e nello sviluppo del nazionalismo basco ritroveremo puntualmente tutti gli elementi appena considerati: la costruzione di un'identità per contrapposizione (alla Spagna e agli spagnoli), avvenuta in maniera per molti aspetti artificiale, sul finire dell'Ottocento; la falsificazione del passato e la sua ricostruzione in termini mitici; le trasformazioni delle dinamiche socioeconomiche che sul piano politico e culturale danno origine a fenomeni di reazione xenofoba e nazionalista.
La storia, la sociologia, la psicologia, l'antropologia hanno tutte contribuito, a modo loro, a dimostrare che l'identità (individuale e collettiva) non è un'entità oggettiva che può essere semplicemente scoperta o riconosciuta: essa, cioè, non è inerente all'essenza di un oggetto, ma dipende dalle nostre decisioni. Essa, in altri termini, ha carattere di convenzionalità.
Naturalmente quello dell'identità resta un problema aperto e a volerlo approfondire si rischia di scivolare addirittura sul piano filosofico, toccando l'ormai millenaria questione dell'esistenza degli universali. Qui ci accontentiamo di sottolineare che, per ciò che concerne i gruppi sociali, l'identità (nazionale o etnica che sia) è sempre "costruita" o "inventata".
Si può obiettare che la cultura in cui gli individui sono immersi, la lingua che si apprende sin dall'infanzia, le abitudini che si acquisiscono frequentando un dato contesto sociale sono così pervasivi da formare l'identità in modo quasi deterministico. Ciò è senz'altro vero: ma vale anche il ragionamento inverso. L'importanza della cultura, ossia di un sistema di simboli e valori appresi dagli individui e successivamente interiorizzati, è così grande proprio perché permette di "costruire" l'identità sociale. "Orientando" la cultura (attraverso l'educazione, la propaganda, la diffusione di simboli e valori) si orienta anche l'identità individuale e sociale; e se il fatto che essa sia percepita come un dato oggettivo e immutabile le conferisce in qualche modo lo status di realtà effettiva, ciò non toglie che si tratti sempre di un prodotto creato dall'uomo. Basti pensare alla nostra identità di italiani, che diamo per scontata quasi fosse sempre esistita, e che invece è il risultato di una lenta costruzione. La celebre frase di Massimo d'Azeglio: "Abbiamo fatto l'Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani", ormai ridotta a una nota di colore nella storia del nostro Risorgimento, ne è l'implicita prova.
Ma torniamo al caso che c'interessa, quello del nazionalismo basco, per vedere clamorosamente confermate sul piano pratico le considerazioni astratte fatte finora sui nazionalismi.
L'invenzione della tradizione basca fu realizzata nel secolo XIX dal fuerismo romantico e prenazionalista nella sua triplice versione politica, storica e letteraria, e continuata in buona misura, anche se con alcuni cambiamenti significativi, dal primo nazionalismo basco di Sabino Arana. Questi ereditò il discorso mitico e leggendario del fuerismo, reinterpretandolo in chiave già non più regionalista bensì nazionalista radicale.
Sabino Arana, è, come abbiamo già accennato nella prima parte di questo articolo, la figura imprescindibile della storia del nazionalismo basco.
Sabino de Arana-Goiri (questo il nome per esteso) nasce il 26 gennaio del 1865 ad Abando, piccolo paesino oggi inglobato dalla periferia di Bilbao, da una famiglia carlista proprietaria di alcune miniere e di alcuni cantieri navali.
Ma cosa significano i termini fuerismo e carlismo? Capirne il significato è cruciale per capire il pensiero di Arana e dunque un po' tutto il nazionalismo basco, che di Arana è, ancora oggi, fortissimamente debitore.
Per capire cosa sono il fuerismo e il carlismo (i due termini sono storicamente legati tra loro), bisogna però fare un rapido ripasso della storia della Spagna dal medioevo alla Rivoluzione Francese.
Alla caduta dell'impero romano si erano succedute varie invasioni di popoli barbari, tra i quali avevano prevalso, attorno alla prima metà del sec. V, i Visigoti, che avevano esteso il loro dominio sull'intera penisola iberica. Nel 587 la conversione del re Recaredo e dei suoi Visigoti al cattolicesimo aveva consegnato la futura Spagna alla cristianità, ma già nel
711 era cominciata la conquista da parte degli arabi. In pochi anni la quasi totalità della penisola era in mano ai musulmani berberi, tranne l'estremo Nord. Sotto l'emirato (poi califfato) di Cordoba la dominazione musulmana fu unitaria fino al 1031, quando il califfo Al Hakam III fu esautorato e si formarono tanti staterelli indipendenti, detti "reinos de Taifas". Quanto ai territori baschi, Pamplona era stata occupata dai mori già nel 732. Più tardi recuperò parzialmente la propria indipendenza, primo passo per la futura creazione del regno di Navarra (860), restando per un certo tempo tributaria dei musulmani.
Oltre alla Navarra, i regni cristiani del Nord erano quello confinante delle Asturie (detto poi di Leon), da cui si rese autonoma verso la metà del X secolo la contea di Castiglia elevata al rango di regno nel 1035. Nello stesso anno dal regno di Navarra si staccò il regno di Aragona che a sua volta assorbì, un secolo più tardi, la contea di Barcellona creata all'inizio del IX secolo da Carlo Magno col nome di Marca spagnola. Da queste terre partì l'iniziativa della Reconquista, vera crociata contro gli infedeli, in cui si combinarono in pari misura fervore religioso e sentimento nazionale. L'offensiva delle armi cristiane, condotta con vigore da nord da Alfonso VI (1065-1109), re di Leon, Castiglia e Galizia e da levante dal leggendario Cid Campeador (che riuscì a costruirsi un proprio Stato a spese del re musulmano di Valencia), ridusse al solo meridione spagnolo i possedimenti arabi. Nel secolo XIII il tracollo della dominazione araba si completò progressivamente (decisiva fu soprattutto la battaglia di Las Navas de Tolosa, nel 1212), anche se ai musulmani rimase il piccolo regno di Granada, che capitolò definitivamente solo nel 1492, sottomesso da Ferdinando d'Aragona. Va detto che in questo lungo e contrastato processo di riconquista, gli antenati degli attuali baschi lottarono a fianco degli altri popoli spagnoli: Diego Lopez de Haro, signore di Vizkaya, rappresentava l'avanguardia dell'esercito castigliano nello storico scontro di Las Navas de Tolosa.
Nel 1469 il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona aveva, di fatto, portato a conclusione anche il processo di unificazione politica della penisola: all'unione dei due regni, divenuta definitiva nel 1516, si era aggiunto l'annessione, nel 1512, del piccolo regno di Navarra.
Le modalità con cui si svilupparono l'invasione musulmana e la successiva riconquista cristiana diedero al Medioevo spagnolo delle peculiarità che lo distinguono dal resto dell'Europa. Nella formazione della monarchia spagnola si diedero circostanze particolarmente favorevoli per la limitazione del potere reale. Da un lato, durante le lunghe lotte contro gli arabi, la penisola veniva riconquistata a piccoli pezzi, che si costituivano in regni separati. Durante queste lotte si adottavano leggi e costumi popolari: inoltre, bisogna tener conto che non solo alcuni territori furono, nel corso della Reconquista, persi e riconquistati più di una volta, ma che l'annessione ai regni cristiani in molti casi prevedeva un adeguamento delle leggi a certe consuetudini o il rispetto di certi diritti preesistenti.
Ad ogni modo, la lenta redenzione dal domino arabo mediante una lotta tenace durata quasi ottocento anni diede alla penisola, una volta che fu totalmente emancipata, un carattere molto differente da quello che presentava il resto d'Europa di allora.
E' in questo periodo che si delineano e acquisiscono carattere di futura legge le libertà locali, i cosiddetti fueros (da cui, molto più tardi, la parola fuerismo), che assieme al sorgere di nuove entità statali (i distinti regni peninsulari a cui abbiamo appena fatto cenno, unificati poi in una monarchia assoluta), e la decadenza delle città condizionarono il divenire storico non solo del Paese Basco, ma di tutta la Spagna.
Per la verità tale processo di atomizzazione locale (riflesso sul piano delle istituzioni e del diritto) non è esclusivo della sola Spagna: da un certo punto di vista i fueros altro non sono che una manifestazione, di origine medievale, della pluralità giuridica che
Il fuero era
uno statuto
concesso dai re
agli abitanti
di una città
o di un villaggio
e regolava
molti aspetti
della vita sociale
ed economica |
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caratterizza il cosiddetto Ancien régime in tutto il continente. Ma è certo che la differenziazione giuridica del territorio spagnolo fu particolarmente marcata, tanto da influenzare, e rallentare, molto più che altrove, il processo di unificazione legislativa parallelo alla costruzione dei grandi stati nazionali.
Il fuero (in antico francese for) era, in sostanza, uno statuto concesso dai re agli abitanti di una città o di un villaggio, o di un dato territorio (ad esempio una valle). Si trattava in genere di un vero e proprio contratto, estremamente dettagliato, in cui erano definite le libertà accordate dal sovrano e che nessuno, nemmeno il sovrano stesso, aveva il diritto di infrangere.
Il fuero regolava molti aspetti della vita sociale ed economica, stabilendo regole riguardanti le libertà di commercio e le barriere doganali, specificando le imposte, autorizzando le fiere e i mercati, disciplinando gli obblighi militari. Sul piano delle libertà personali, molte erano le garanzie accordate: istituzione dell'habeas corpus, un particolare regime di tutela dei beni dell'accusato, proibizione della tortura agli arrestati salvo eresia, lesa maestà, falsificazione di monete e sodomia. Ci riferiamo qui proprio al caso che più ci interessa, quello del fuero di Navarra, ma molti altri ne esistevano, dai contenuti differenti, ma simili nell'impostazione. In questa parte della Spagna, tuttavia, queste eccezioni giuridiche resistettero più che in altre.
Dopo la Rivoluzione Francese i fueros, come tutti i privilegi di tipo feudale, vennero aboliti (non senza proteste e resistenze) nelle regioni basche del nord. Nei territori a sud dei Pirenei, invece, il processo fu molto più accidentato sia sul piano politico sia su quello istituzionale.
Nella Navarra e nelle province basche l'abolizione dei fueros dovette aspettare le cosiddette guerre carliste, nel 1833-39 e nel 1874-76. Dopo la tormentata parentesi del primo decennio del secolo, in cui Napoleone Bonaparte aveva messo sul trono di Spagna il fratello Giuseppe, la Spagna si orienta, con la Costituzione di Cadice (1812) verso un ordinamento di stampo liberale. Ma Ferdinando VII, rimesso sul trono dopo la vittoria anglo-spagnola sulla Francia, non intende approvarla. La rivolta dei liberali è vana, e nel 1814 la costituzione, che comportava l'unità giurisdizionale della Spagna (vale a dire, l'abrogazione dei fueros), è abolita.
Ferdinando ha una figlia, Isabella, e un fratello, Carlos: secondo la legge salica in vigore presso i Borboni, dovrebbe essere lui a succedere al re. Ma Ferdinando abroga la legge, e dunque gli subentra Isabella. Si scatena una guerra di successione con tutti i caratteri di guerra civile. Con l'appoggio dei liberali (tanto numerosi nelle città basche quanto osteggiati nelle campagne) la regina Isabella ripristina la Costituzione e nel 1833 i fueros sono ufficialmente soppressi. Subito la Navarra si solleva, trascinando con sé i tradizionalisti del Guipuzcoa e della Vizkaya.
Nello scontro con il potere centrale il tradizionalismo dei carlisti si fonde con il movimento politico-militare per il ripristino delle consuetudini dei fueros, che più avanti sarà chiamato fuerismo.
Ecco finalmente spiegato il significato di queste due parole, e anche la loro intima connessione. Ma prima di tornare a Sabino Arana spendiamo ancora qualche parola per completare il quadro. I carlisti baschi formano un esercito (i cui combattenti sono detti requetes) semi-regolare e mal equipaggiato, ma capace comunque di dare del filo da torcere alle truppe reali, sconfitte in più di un'occasione. La vittoria finale arriderà però alle truppe di Isabella. Nel 1839 l'accordo di Bergara conclude le ostilità.
Il programma Paz y Fueros cerca di riconciliare le parti. Ma anche se le antiche consuetudini sono formalmente ristabilite, presto comincia una progressiva erosione, che vede come passo fondamentale l'insediamento di una dogana unificata nel 1841.
Come avrà modo di notare qualche anno più tardi uno speciale osservatore, Karl Marx, la situazione spagnola era così particolare che la rivoluzione borghese aveva dovuto avvenire, paradossalmente, sotto l'egida della monarchia. "Tra gli spagnoli, per vincere, la stessa rivoluzione dovette presentarsi come pretendente al trono. La lotta tra i due regimi sociali dovette assumere forma di battaglia per interessi dinastici opposti." (K. Marx. La Spagna Rivoluzionaria. New York Daily Tribune, 21 novembre 1854). L'analisi di Marx è, in questo caso, particolarmente lucida, anche per ciò che concerne l'esistenza di una lotta sociale mascherata da guerra dinastica.
La guerra aveva infatti messo a nudo una profonda frattura nella comunità basca spagnola. Da un lato, la borghesia liberale, industriale, mercantile. Dall'altro, la
popolazione rurale, tendenzialmente clericale e tradizionalista. La prima prevale nella Vizkaya, e in particolare a Bilbao, la seconda in Navarra e nelle zone montuose del Guipizkoa: si tratta in ogni caso, con tutta evidenza, di una frattura sociale e non geografica o etnica.
Lo sviluppo di un'economia capitalista era ormai da tempo incompatibile con un sistema di privilegi tipico dell'Ancien régime. Già nel XVIII secolo, negli attuali Paesi Baschi, si era andata diffondendo l'idea (difesa con particolare convinzione dall'economista Joaquin de Munibe) che non fosse possibile costruire un'economia moderna su base forale. Munibe, sull'onda della filosofia illuministica, individuava proprio nei fueros il principale ostacolo allo sviluppo socioeconomico.
Dopo la prima guerra carlista, i due fronti che potremmo definire liberal-industriale e tradizionalista-rurale continuano a combattere una guerra sotterranea (che sfocia pero talvolta in aperta battaglia), in cui il primo guadagna lentamente terreno al secondo. Con il tempo, infatti, le istituzioni nazionali prendono il sopravvento e si insatura un nuovo apparato legislativo che a poco a poco sopprime (o, il più delle volte, svuota di contenuto) tutte quelle disposizioni forali ormai anacronistiche in un ambito sociale ed economico sempre più capitalista. Ecco dunque, oltre alla dogana unificata e alla soppressione di certi privilegi fiscali, il servizio militare obbligatorio (come nel resto della Spagna) e la deroga da certi diritti di cittadinanza incompatibili con una costituzione borghese: ad esempio, secondo la legge forale solo i ricchi notabili (gli hidalgos) potevano essere eletti per le cariche pubbliche. Insomma, l'incompatibilità tra il sistema forale e le necessità del crescente mercato nazionale e internazionale era manifesta. Nonostante ciò, i fenomeni di reazione sociale al cambiamento saranno numerosi e spesso violenti. Ci vorranno altri trent'anni e una seconda guerra carlista per liquidare definitivamente, nel 1876, il sistema forale.
Certamente, non si può ridurre tutto un complesso di fattori a una dinamica di lotta di classe, ma è fuori di dubbio che il nucleo centrale del nazionalismo basco delle origini si incontra proprio nella sconfitta delle forze produttive tradizionali, legate a un'economia chiusa e basata sull'agricoltura, di fronte a una nascente borghesia di matrice capitalista. E' in questa fase che le rivendicazioni del carlismo, che di per sé non erano incompatibili con l'appartenenza dei Paesi Baschi alla Spagna, si orientano verso il separatismo. E' in questo periodo che il risentimento del mondo rurale e tradizionalista nei confronti della nuova Spagna borghese e liberale si trasforma in risentimento contro la Spagna tout-court. Il nazionalismo, da questo punto di vista, nasce come reazione alla sconfitta del vecchio regime di fonte all'industrializzazione.
Come abbiamo già avuto modo di dire, il clero ebbe un ruolo importante in questo processo: la Chiesa vedeva nell'ideologia della borghesia liberale, nelle sue "perniciose idee", diretta filiazione del pensiero laico e illuminista, un grave pericolo per i suoi interessi materiali e spirituali. Le misure liberiste adottate dopo il 1836 avevano tra l'altro contribuito a rinsaldare in un unico fronte non solo il clero e i proprietari terrieri locali, ma anche parte della massa contadina. La confisca e la vendita delle proprietà ecclesiastiche, infatti, non solo alienarono alla nuova Spagna le simpatie delle prime due classi sociali, ma non migliorarono per nulla le condizioni delle classi agricole inferiori. Anzi, che le terre finissero "dalle mani degli indulgenti frati a quelle dei calcolatori capitalisti", come ebbe a dire Marx, peggiorò la situazione dei vecchi affittuari, a causa dell'aumento delle rendite, per cui la superstizione di questa numerosa classe, già istigata dalla Chiesa per l'alienazione dei beni ecclesiastici, ricevette ulteriore alimento dall'impatto degli interessi materiali intaccati.
Ma sarà soprattutto Sabino Arana, che ha poco più di vent'anni quando scoppia la seconda guerra carlista, a catalizzare questi differenti fattori. Come abbiamo avuto modo di dire nella prima parte, fu Arana a inventare dal nulla i simboli baschi, a cominciare dalla bandiera, e a costruire quasi da zero, benché favorito dal contesto storico, il nazionalismo basco fornendogli una mitologia (un passato di oppressioni) e una prospettiva politica (l'indipendenza dalla Spagna).
Nei primi decenni del secolo, inoltre, la rivisitazione e la rivalutazione delle tradizioni popolari avevano caratterizzato i movimenti artistici e culturali legati al romanticismo, e dato impulso alla riscoperta del basco, relegato al rango di dialetto parlato dalla gente volgare, come lingua letteraria. In questo clima si dipana l'opera di Arana, che attorno ai 17 anni comincia proprio a dedicarsi allo studio della storia e della lingua basca. La cosa paradossale è che Arana, fino ad allora, il basco non lo parlava né lo comprendeva. Con la morte di suo padre, nel 1883, la famiglia si trasferisce temporaneamente a Barcellona. Lì, con l'aiuto del fratello Luis, comincia a pubblicare i suoi primi lavori di etimologia e
grammatica basca. In realtà lo stesso Arana non parla di basco bensì di "vizkaino", cioè di una delle tante varianti dialettali in cui veniva parlato il basco. Agli studi linguistici segue però un interesse sempre più vivo per la politica: comincia a delinearsi in lui l'idea di un Paese Basco unito e indipendente dalla Spagna.
Nel 1900 egli crea il neologismo Euskadi per identificare questa virtuale identità politica, che da allora non solo diventa per il separatismo basco una meta per il futuro, ma viene proiettata artificiosamente nel passato per diventare un modello mitico di libertà e unità perduta.
Con Arana si compie definitivamente la parabola del fuerismo, che vedeva nell'istituzione del fuero un fattore d'identità della regione basco-navarra.
Con lui infatti il fuerismo non è più reinterpretato in chiave regionalista, ma nazionalista radicale. Arana esaspera i caratteri mitici e leggendari della retorica del fuerismo, rivisitando il passato in maniera assolutamente spregiudicata e rileggendolo come una storia di conflitti tra baschi e spagnoli.
Nel 1892, a Bilbao, egli pubblica il suo primo lavoro nazionalista: "Bizkaya por su independencia. Cuatro glorias patrias".
Si tratta di una ricostruzione di quattro battaglie medievali, piena di miti non dimostrabili storicamente, e che infatti fu rifiutata dalla storiografia erudita e positivista del tempo. Al nazionalismo basco di Arana dedicheranno alcuni dei loro commenti più sarcastici e velenosi proprio due baschi come Pio Baroja e Miguel de Unamuno, forse i più grandi intellettuali che la Spagna abbia avuto a cavallo di Otto e Novecento.
Da notare che il nazionalismo difeso in questo libro si riferisce ancora alla sola provincia di Bilbao, cioè la Bizkaya: solo due anni più tardi rivendicherà la federazione dei sette territori baschi. La sua principale opera teorica è "El Partido Carlista y los Fueros Vascos Navarros", del 1897. Le sue idee le diffonderà soprattutto attraverso la rivista Bizkaitarra. Il livello scientifico delle sue opere è però molto scarso: del resto, rifiutati i miti sul passato del popolo basco dalla comunità scientifica, il nazionalismo di Arana e dei suoi seguaci si rifugia nella letteratura leggendaria degli scrittori fueristi, con l'esplicita intenzione di trovarvi suggestioni che possano infiammare la fantasia della popolazione. E' così che il fuerismo prima e il nazionalismo poi creano una patria basca immaginaria, una specie di Arcadia felice ed egualitaria, piena di antiche guerre di indipendenza degli antenati baschi contro gli invasori romani o spagnoli, esaltate come glorie patrie con i suoi eroi nazionali apocrifi, o martiri della patria, che una volta sono esseri mitologici (come Libe, personaggio di un melodramma di Arana), altre volte sono meri personaggi di finzione.
E' a partire da questa visione che il passato prossimo e remoto viene sistematicamente manipolato o addirittura falsificato: così Arana parlò di "leggi basche" invece che di generici fueros, e ancora ai giorni nostri il nazionalismo legge la persistenza dei fueros fino al secolo XIX come la prova dell'esistenza di uno stato basco separato da quello spagnolo, o le guerre carliste come una manifestazione della "secolare" lotta dei baschi per la loro liberazione nazionale.
La realtà storica ci racconta invece di una profonda frattura sociale tra i baschi. Una parte di essi sul piano dinastico difendeva Carlos e suoi discendenti come legittimi re di Spagna, e sul piano ideologico difendeva la permanenza delle istituzioni dell'Antico regime. Non vi era però alcuna rivendicazione secessionista da parte dei carlisti. Il sollevamento carlista avvenne in Castiglia, e le regioni in cui la causa carlista fu appoggiata massicciamente furono La Mancha e Valencia. In Navarra e nelle province basche la divisione tra città (prevalentemente liberali) e campagna (tradizionalisti), invece, fu netta. I due assedi di Bilbao da parte carlista sono, sotto questo aspetto, paradigmatici.
Quello che colpisce nell'opera di Arana, tuttavia, è l'odio sistematico contro tutto ciò che è spagnolo. Un odio che sul piano della dottrina politica si risolve in un programma dai caratteri apertamente razzisti. La sua idea principale fu quella di distinguere radicalmente le "razze" basca e latina e di battersi per l'indipendenza della prima. Tuttavia, per quanto si cerchi di restituire il pensiero di Arana al contesto dell'epoca, non si può sfuggire alla conclusione che il suo indipendentismo passi attraverso l'idea di una vera e propria "pulizia etnica" ante litteram. Nel 1897 Arana invocava l'unione dei baschi "per la salvezza della patria comune, cioè della razza stessa". La Spagna diventava per la prima volta non solo una potenza straniera da cui bisognava separarsi, ma il simbolo stesso del male. Arana carica costantemente la descrizione della Spagna e degli spagnoli dei peggiori attributi fisici e morali, cosicché lo spagnolo è dipinto come di volta in volta come brutto,
Nel 1895 Arana
fonda il Partito
nazionalista basco
(Pnv), basato su
una dottrina razzista,
ultracattolica
e separatista |
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sgradevole, infido, ladro, empio, fannullone, sporco, criminale, effemminato e così via. In molti passi dei suoi scritti vi sono commenti talmente carichi di razzismo xenofobo nei confronti degli spagnoli che in più di un'occasione la sua figura è stata accostata a quella di Adolf Hitler. Naturalmente, essendo il dibattito politico sull'indipendenza dei Paesi Baschi molto vivo ancora oggi, si è trattato spesso di un accostamento polemico, ma non per questo privo di una qualche fondatezza.
Nel 1895 Arana fonda il Partito nazionalista basco (Pnv), basato su una dottrina razzista, ultracattolica e separatista, che formalizza l'esistenza di una comunità etnica distinta dagli spagnoli e dai francesi e che tenta di fare del problema basco un problema internazionale. Il Partito nazionalista basco di oggi non è più quello di Arana, ma il peccato originale del razzismo di Arana (il cui pensiero non è mai stato veramente rinnegato) non deve essersi ancora completamente estinto se all'alba del terzo millennio Xavier Arzalluz, il suo attuale segretario (accusato tra l'altro da alcuni giornalisti spagnoli di presunte simpatie naziste in gioventù), cita la prevalenza di sangue Rh negativo nelle vene dei baschi come prova della loro diversità etnica.
L'ideologia del nazionalismo basco, abbiamo già ripetuto, prese forma in un contesto di rapida industrializzazione della regione, in particolare della Bizkaya, sede principale della siderurgia spagnola. Ai fattori traumatici di cambiamento più volte citati, si aggiunse un'ondata di immigrazione di operai venuti da altre regioni della penisola, che Sabino Arana paragonò a un'invasione di spagnoli socialisti e atei. Ecco un passo fra i tanti dei sui scritti: "Il basco (in realtà Arana non dice ancora "basco", ma "bizkaino", ovvero della provincia di Bizkaya, nda) che vive tra le montagne, che è il vero basco, è, per carattere, religioso (assistete a una messa in qualche villaggio isolato e ne sarete edificati); lo spagnolo che abita lontano dalle città, o è fanatico o empio [...] Un esempio di questo: qui in Bizkaya, dove tutti gli spagnoli, che non sono pochi, sono liberi pensatori ". Anche in questo caso, la visione del Pnv non deve essere cambiata di molto, viste le recentissime dichiarazioni di Arzalluz sulla rovina che gli immigrati hanno costituito per il Paese Basco.
I separatisti baschi hanno molto spesso presentato la loro lotta come quella di un popolo colonizzato e oppresso. Sfuggiva al nazionalismo di allora e (più colpevolmente) continua a sfuggire al nazionalismo odierno che difficilmente una colonia importa manodopera dall'esterno. Anzi: è proprio in questo periodo che il Paese Basco registra il maggiore incremento demografico, la maggiore densità di ferrovie, i massimi investimenti, la massima accumulazione di capitale e il massimo sviluppo della flotta mercantile: una situazione diametralmente opposta a quella tipica di una colonia.
Certo è che l'irruzione del proletariato industriale costituì un vero terremoto sociale: per di più, le posizioni apertamente razziste dei nazionalisti stimolarono reazioni di odio e avversione verso tutto ciò che era basco da parte di molti immigrati, innescando un circolo vizioso in cui la parte più reazionaria della società basca ebbe buon gioco nell'additare l'invasione dei maketos (con questo termine il nazionalismo indica spregiativamente gli spagnoli) come l'origine di tutti i mali sociali.
Il Partito Nazionalista Basco si presenta alle elezioni del 1898, quando Arana risulta eletto nella circoscrizione di Bilbao con circa 4.500 voti.
Arana, che era sempre stato di salute cagionevole, muore il 25 novembre del 1903, a soli 38 anni. Una vita breve ma che ha lasciato un segno indelebile nella storia dei Paesi Baschi, che dopo Arana hanno un nome (Euskadi), un simbolo (l'ikurriña, la bandiera basca modellata sull'Union Jack britannica), una lingua (l'euskera batua, o basco unificato, giacché i vari dialetti baschi erano di difficile comprensione reciproca). Arana, forse cosciente che tutte le identità si formano soprattutto per contrapposizione, lascia inoltre un'eredità fondamentale: un nemico, la Spagna.
Alla morte di Arana i dirigenti che subentrano alla guida del neonato partito formano una leadership meno carismatica ma di certo non meno radicale del suo predecessore nell'odio antispagnolo e nella volontà di indipendenza: "Euskadi o Spagna, uccidere o morire" è il lemma più usati.
Dal 1902 al 1931 regna sulla Spagna Alfonso XIII, che governa con una certa intelligenza il passaggio della Spagna dall'Antico regime alla modernità industriale. Il sovrano non brillerà però per progressismo, e i conflitti sociali causati dall'affermarsi del proletariato industriale in molte città della Spagna (e specialmente nei Paesi Baschi), saranno spesso affrontati con spirito autoritario e reazionario. Il rinnovamento economico si accompagna, come avviene in molti altre parti d'Europa, alla repressione più o meno forte dei nascenti
movimenti operai. La lunga parentesi della dittatura del generale Primo de Rivera (dal 1923 al 1930) dice molto sul clima politico della Spagna di quegli anni. Nel frattempo, in concomitanza della prima Guerra Mondiale (a cui la Spagna assisterà come spettatore neutrale) nel Pnv si verificano divisioni politiche che riflettono la divisone della borghesia basca in sostenitori della Germania e sostenitori degli alleati, in funzione dei rispettivi interessi commerciali all'estero. Divisioni non da poco, visto che di lì a poco provocheranno addirittura una scissione del partito.
Il motivo principale della scissione, tuttavia, va ricercato nell'atteggiamento ambivalente del nazionalismo basco di fronte ai cambiamenti sociali e alla situazione politica dell'epoca. Va detto che la dittatura di Primo de Rivera era stata salutata con un certo sollievo da gran parte dell'imprenditoria basca.
Nonostante il punto qualificante del nazionalismo basco sia la separazione da Madrid, il dna conservatore (per non dire reazionario) porta molti dirigenti a concepire il problema sociale come una mera questione di ordine pubblico. Lo spettro del comunismo fa paura e in più di un caso i dirigenti del partito non esitano a chiamare in causa l'odiato governo centrale di fronte ai disordini e agli scioperi operai. Una parte del Pnv, che ritiene prioritario il mantenimento dell'ordine sociale (in altri termini, dello status quo) si stacca dal partito e forma un gruppo chiamato Comunión Nacionalista. Il Pnv continuerà a rappresentare soprattutto la piccola borghesia insoddisfatta, mantenendo invece ferma l'istanza separatista.
Dopo il golpe di Primo de Rivera, è quindi solo il Pnv ad essere colpito: alcuni organi di stampa vengono censurati (ma presto riappaiono con un altro titolo), e un trentina locali del Pnv chiusi per ordine governativo. Il suo maggior leader, Elías Gallastegui, è costretto all'esilio. La repressione, bisogna aggiungere, è però esclusivamente politica e prende di mira il separatismo (che per il nazionalismo spagnolo, cultore della "sacra unità della Spagna", è inconcepibile), ma non le attività culturali e linguistiche, che sono invece tollerate.
Agli inizi degli anni Trenta la storia della Spagna subisce una sorta di accelerazione, che vede la caduta della dittatura e della monarchia, l'avvento della Seconda Repubblica (la prima, effimera, risaliva al secolo precedente), la vittoria del Fronte Popolare delle sinistre, la riforma agraria, la reazione dell'esercito e il levantamiento del generale Francisco Franco, che nel 1936 darà inizio a una sanguinosa e terribile guerra civile, nella quale morirà più di un milione di spagnoli. La storia di questi anni è conosciuta, ed è un capitolo molto denso, che voler approfondire porterebbe molto lontano. Ricordiamo brevemente che, nel febbraio del 1936, dopo la vittoria elettorale del Fronte Popolare (coalizione di partiti e sindacati anarchici e di sinistra), la reazione approfitta dell'assassinio di José Calvo Sotelo, capo dell'opposizione monarchica, per colpire. L'armata di stanza in Marocco dà il via alla rivolta che, capeggiata dal generale Franco, si estende a macchia d'olio. E' l'inizio di una guerra civile destinata a durare tre anni. Una guerra che, pur essendo in tutto e per tutto spagnola, diventa il banco di prova delle grandi potenze, schierate (con aiuti più o meno ingenti e un impegno più o meno diretto) sui due fronti avversi. Nel settembre del 1936, i requetes navarresi, eredi dei carlisti di quasi un secolo prima, risultano decisivi nell'aggiudicare ai franchisti la regione, tagliando, a Irún, la ritirata ai repubblicani. Singolare ironia della storia: gli eredi più diretti del nazionalismo basco fanno un favore a colui che più di tutti sopprimerà le spinte secessioniste in nome di un nazionalismo tutto spagnolo. Il primo di ottobre del 1936, nelle zone non ancora cadute sotto il dominio di Franco, è proclamato il primo statuto di autonomia. Sarà un'esperienza effimera, vissuta durante il drammatico periodo della guerra, ma a suo modo è un momento storico. Il Pnv sale al potere a Bilbao, e José Antonio de Aguire (appoggiato dai partiti comunista e socialista) diventa il primo presidente di un "governo basco". Il 1937 è tristemente famoso per i bombardamenti di Durango e Guernika: gli aerei dei franchisti (pilotati anche da fascisti italiani) fanno strage di civili. Del massacro di Guernika renderà testimonianza Pablo Picasso con l'omonimo quadro, uno dei capolavori più conosciuti del Novecento.
Malgrado la strenua resistenza dei gudaris (soldati baschi controllati politicamente dal Pnv) e degli anarchici della colonna Durruti, i nazionalisti, superiori di numero, passano di vittoria in vittoria, e nel giugno del 1937 i soldati navarresi di Franco si impadroniscono di Bilbao. Il governo basco si rifugia a Bayonne, in Francia. La guerra si trascina fino al 28 febbraio 1939, quando cade Madrid, ultimo baluardo repubblicano.
Da quel momento la Spagna, e con essa il Paese Basco, scompare dalla scena. La storia
le risparmierà, fortunatamente, la partecipazione alla Seconda Guerra mondiale. Ma per il resto è come se tutto il paese si sia addormentato sotto la cappa di piombo della dittatura. La vita politica e culturale è congelata, e molti hanno preso la via dell'esilio.
Tra il 1950 e il 1960, va ricordato, si verifica una seconda ondata migratoria verso i Paesi Baschi: che sono in questo periodo la regione a maggior tasso di reddito pro capite e di crescita demografica. La conseguenza a lungo termine, dal punto di vista del nazionalismo basco, sarà quella di rendere la regione ancor meno omogenea dal punto di vista "etnico" e "linguistico".
C'è da dire che l'esistenza del Pnv in questa fase è quasi impercettibile. Eppure, sotto la superficie di un regime duro e repressivo (soprattutto fino agli anni Sessanta), qualcosa si muove.
E' nella decade degli anni Cinquanta che si assiste alla formazione dei primi nuclei d'insoddisfazione tra le fila nazionaliste nei confronti della politica di immobilismo del nazionalismo ufficiale. Da questi fermenti, come vedremo fra breve, nascerà un gruppo di giovani nazionalisti radicali che si darà, significativamente, il nome di Ekin (Fare). E' il 1952. Questo sarà il nucleo dirigente di quello che più tardi sarà denominato Euskadi ta Askatasuna (Patria Basca e Libertà), organizzazione molto più nota per la sua sigla: ETA.
Il contesto socio-politico di questo periodo presenta significative somiglianze con quello in cui era maturato il nazionalismo di Arana. Reindustrializzazione massiccia e conseguente ondata (come già accennato) di immigrati da altre regioni spagnole; lotte operaie sempre più numerose (una volta superato il primo periodo di terrore franchista); rovina della piccola borghesia agraria e, in minor misura, urbana; calcolata repressione governativa delle manifestazioni culturali in lingua basca, e, infine, immobilismo del nazionalismo ufficiale di fronte a tutto ciò. Va ricordato che molti dirigenti del Pnv continuavano il loro esilio, e che dall'estero la loro attività si risolveva in un serie di tentativi, del tutto inefficaci, di accreditare la causa dell'indipendenza basca presso le potenze straniere.
Poiché l'ideologia attuale dei militanti di ETA (e del suo braccio politico nel parlamento basco) si richiama confusamente e superficialmente a un marxismo che cercano di coniugare con l'idea di lotta di liberazione nazionale, è interessante notare che la provenienza sociale del nucleo originario di ETA era di estrazione piccolo borghese, completamente estranea agli interessi delle classi operaie. I giovani che ne facevano parte provenivano dalla elitaria università gesuita di Deusto.
In un primo momento il gruppo Ekin non marca eccessiva distanza dall'ideologia del Pnv. "Avevamo una grande inclinazione e un'enorme simpatia verso il partito per la semplice ragione che, nella breve storia della resurrezione della coscienza nazionale basca, il Pnv, con i suoi difetti e la sua incostanza, era la forza reale che più aveva fatto per Euskadi": così nel 1977 Julen Madariaga, uno dei fondatori di Ekin-ETA, riconosceva il legame verso il Pnv. Agli occhi degli spagnoli di oggi, dichiarazioni come questa sono particolarmente significative, perché una delle polemiche correnti riguardo al problema basco concerne la vera natura del Pnv, che in teoria si presenta come partito moderato e conservatore in opposizione agli estremisti di Euskal Herritarrok, ma che in pratica sembrano condividerne gli obbiettivi e tollerane i metodi. (Recentemente, ha destato molta polemica una frase del leader del Pnv, Arzalluz, tanto infelice quanto rivelatrice: ci sono quelli che scuotono l'albero e quelli che raccolgono le noci. Trasparente l'analogia: ETA scuote l'albero dei Paesi Baschi, il Pnv raccoglie i frutti della violenza.)
L'impostazione teorica dell'ETA delle origini differisce molto poco da quella offerta dal nazionalismo ufficiale del Pnv. L'ideologia su cui si basa sarà eminentemente quella di Sabino Arana, la cui figura è rivendicata senza imbarazzo alcuno: "Sopra di tutto resta l'essenza degli ideali di quel colosso della razza basca, di quel cuore che tracciò il cammino della Resurrezione Patria. Missione che a noi tocca compiere rilevandolo come portatori della torcia olimpica del destino della nostra patria" (Cuadernos de Formacion. Sabino Arana II" Citato da G. Jauregui Bereciartu: Ideologia y estrategia politica de ETA, pag. 90).
Tuttavia due differenze ci sono: la prima, di relativa importanza, è l'abbandono del confessionalismo cattolico tipico del Pnv; la seconda è la messa in secondo piano del fattore razziale, tanto caro agli aranisti duri e puri, e la sua sostituzione con quello etnico, la cui base sarà costituita dalla lingua come fattore agglutinante e determinante dell'idiosincrasia basca.
Non stupisce dunque che nei documenti di ETA dei primi anni si ritrovino tutta la mitologia
I primi attentati
di ETA,
nel 1959, consistono
nella collocazione
di ordigni esplosivi
nelle città
di Bilbao, Vitoria
e Santander |
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e le falsificazioni storiche del nazionalismo (armonia sociale tra i baschi, inesistenza del feudalesimo nei Paesi Baschi, rimpianto dell'antico regno di Navarra come Stato indipendente basco, la spiegazione delle guerre carliste come guerre nazionali basche, eccetera).
Anche i flussi migratori degli anni Cinquanta sono interpretati come un aspetto di una strategia di consapevole ostilità verso il popolo basco orchestrata dal regime fascista di Franco. ETA ha ereditato da Arana anche la tendenza a porsi fuori dalla realtà e a interpretarla in maniera del tutto distorta. L'accento si sposta, almeno formalmente, più sugli aspetti sociali, e ETA comincia a parlare di "liberazione sociale dei baschi", ma sul piano pratico l'ideale di stato etnico cambia poco.
Tra il 1952 e il 1958 c'è collaborazione tra Ekin e il Pnv, ma quest'ultimo non vuole rinunciare alla sua egemonia sul movimento nazionalista. Nel 1958 si forma ETA nei territori spagnoli e Enbata in quelli francesi. Sarà però solo ETA ad acquistare, con la sua attività terroristica, un ruolo di primo piano nella storia dei Paesi Baschi. I primi attentati di ETA, nel 1959, consistono nella collocazione di ordigni esplosivi nelle città di Bilbao, Vitoria e Santander.
Nel 1962, in occasione della Prima Assemblea di ETA, esce il libro Vasconia, pubblicato in Argentina da Federigo Krutwig, ex direttore dell'Accademia della Lingua Basca, che rilancia, depurato delle tesi razziste, il nazionalismo di Arana, e lo coniuga con una dottrina di liberazione nazionale basata sui modelli anticolonialisti che nello stesso periodo lanciano verso l'indipendenza molti paesi del "terzo mondo". Il libro diventerà un riferimento obbligato per i simpatizzanti del nazionalismo radicale.
Nel 1967 ETA assassina il commissario di polizia Melitòn Manzanas, conosciuto come il torturatore di Irun. Nel 1970, il processo di Burgos, che condanna a morte sei militanti di ETA per questo omicidio, polarizza l'attenzione internazionale. Le proteste contro il regime dittatoriale di Franco sono numerose, l'ETA si sente spalleggiata dall'opinione pubblica. L'evento culminante di questo periodo sarà la "operazione Orco": il 20 dicembre 1973 viene giustiziato nel cuore di Madrid l'ammiraglio Carrero Blanco, numero due del regime, braccio destro di Franco.
L'operazione è eclatante: l'auto di Carrero Blanco viene fatta saltare da una bomba così potente che l'auto finisce sul tetto di una casa alta diversi piani.
Naturalmente la repressione è feroce. Gli assassini di ETA negli ultimi anni del franchismo, comunque, sono visti dal resto dei partiti politici nel Paesi Baschi e nel resto della Spagna se non con favore, almeno senza un deciso rifiuto. Si tratta in fondo di omicidi politici giustificati dall'esistenza di una dittatura.
Ma con la morte di Franco, nel 1975, la situazione cambia radicalmente. Durante l'agonia del caudillo, il re Juan Carlos assume il governo ad interim.
Resistendo intelligentemente a tentazioni autoritarie, il re favorisce il ritorno alla democrazia: una sorta di baratto istituzionale con le sinistre porta alla legalizzazione del partito comunista e in cambio le forze repubblicane accettano di non contestare la monarchia.
Tra le prime misure adottate ci sono la legalizzazione del basco del catalano e del galiziano, decretate lingue "ufficiali" alla stessa stregua del castigliano.
Poi presta giuramento e nomina come premier un uomo nuovo, il democristiano Adolfo Suàrez, e stila, con l'apporto di tutte le forze politiche, una Costituzione avanzate e liberale, che prevede una forte autonomia dei Paesi Baschi e della Catalogna.
Il testo della Costituzione è approvato a larga maggioranza, ma con l'astensione dei deputati del Pnv. Il 6 dicembre 1978 il popolo spagnolo approva a sua volta il testo, sottoposto a referendum. Escludendo l'altissima percentuale di astenuti (33%) i sì sono circa il 59%, i no l'8%. Nei Paesi Baschi l'astensione è ancora più alta, e supera il 50% in Guipuzkoa e in Bizkaya.
I nazionalisti radicali si appoggiano alla mancata "ratifica basca" della Costituzione per giustificare la successiva instabilità, dimenticando che le regole della democrazia comportano proprio l'accettazione della volontà della maggioranza. Certo comportano anche il rispetto delle minoranze, ma abbiamo più volte ricordato che proprio la Costituzione del 1978 ha accordato ai Paesi Baschi un'autonomia senza precedenti.
La Costituzione prevede inoltre l'amnistia per i prigionieri politici, il che comporta la liberazione di molti membri di ETA.
Nel 1979 è accordato lo Statuto di Autonomia ai Paesi Baschi, alla Catalogna e alla Galizia. In questo caso i sì, nei Paesi Baschi, sono quasi il 54%. Il margine è risicato, ma già di molto superiore a quello dell'anno precedente. Gli spagnoli possono guardare a
questi risultati come a un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda delle preferenze politiche personali, ma la legalità e la democraticità del referendum si presta a pochi dubbi. Quello che non convince è la pretesa nazionalista di introdurre un elemento di dubbio quanto alla validità politica dei risultati: la democrazia è conflitto di idee, e il risultato di una votazione è valido anche se non si verifica un plebiscito. Si pensi al referendum tenutosi in Italia nel dopoguerra, che si chiuse con una vittoria ancor più risicata della repubblica sulla monarchia.
Altro dispiacere ai nazionalisti radicali lo dà la Navarra, che col medesimo referendum del 1979 rifiuta di unirsi alle tre province della "Comunità Autonoma Basca".
Nel 1978, intanto, era nata Herri Batasuna, che significa Unità Popolare. Più simile a una coalizione politica che a un vero e proprio partito, Herri Batasuna si costituirà legalmente come partito politico nel giugno del 1986. Nato come espressione politica di ETA, ha un programma politico che si articola intorno a pochi punti fondamentali: amnistia per prigionieri e rifugiati politici; legalizzazione dei partiti indipendentisti; ritiro delle forze di polizia spagnole; un'economia antioligarchica che rispetti gli interessi delle classi lavoratrici; un nuovo Statuto di Autonomia "quadriprovinciale" (cioè con l'unione della Navarra ai Paesi Baschi), con diritto di autodeterminazione e controllo sulle forze armate, che riconosca la sovranità basca e promuova la lingua basca.
Questo programma è sottoscritto sia da ETA sia da Herri Batasuna, e la sua attuazione, dicono i nazionalisti radicali (e continuano a dirlo ancora oggi) comporterebbe la cessazione della lotta armata da parte della prima e la normale partecipazione alle istituzioni da parte della seconda.
ETA, infatti, e con essa Herri Batasuna (HB) continuano a considerare illegittimo il governo spagnolo anche se ormai tutte le libertà individuali sono state ripristinate e il funzionamento delle istituzioni rispetta tutti i criteri delle democrazie liberali moderne. Ciò significa, in particolare, che ETA continua a uccidere. Tra l'altro, nel corso degli anni, gli obiettivi di ETA non sono più soltanto i simboli del potere statale, come esercito e polizia, ma anche civili che si oppongono alle pretese nazionaliste. L'amnistia per i prigionieri politici, quindi, non ha più il valore che poteva avere anni prima. I militanti di ETA si sono di fatto convertiti in semplici assassini, in fanatici accecati da un'ideologia delirante. Nel 1979 la Spagna ottiene che la Francia sopprima lo statuto di rifugiati politici per gli etarras (militanti di ETA).
Negli anni Ottanta alcuni ministri del governo socialista di Felipe Gonzales offriranno però una scusa formidabile alla violenza dell'ETA: la "guerra sucia", ovvero la "guerra sporca" contro ETA. Madrid e Parigi si accordano per debellare il terrorismo e un gruppo di poliziotti spagnoli (denominato GAL), coperti dal ministero dell'Interno, e probabilmente con l'implicito benestare della polizia francese, entrano in territorio francese dove agiscono impunemente catturando, torturando e assassinando alcuni presunti militanti terroristi.
Lo scandalo scoppierà, clamoroso, solo negli anni Novanta, contribuendo non poco alla vittoria del Partido Popular di Aznar, che governa ancora oggi.
Il nazionalismo basco non manca di leggere in questa terribile vicenda l'ennesimo attacco della Spagna al popolo basco, che giustifica la lotta armata di ETA come reazione a quella dello Stato spagnolo. Ma a parte che è facile obiettare che i colpevoli di queste (pur gravissime) "deviazioni" sono stati regolarmente processati e condannati, è evidente che nei Paesi Baschi la violenza, a più di vent'anni dalla fine della dittatura, non si fronteggiano di due nazionalismi. Negli anni Ottanta il controterrorismo dei GAL non incontro il minimo appoggio tra la popolazione non nazionalista basca.
Senza dubbio, il fatto che esista una consistente minoranza della popolazione (Euskal Herritarrok, erede di Herri Batasuna, ha preso il 10% dei voti nelle ultime elezioni) che non disapprova la violenza terrorista, costituisce un enorme problema politico, che è estremamente difficile trattare come un mero problema di polizia.
L'atteggiamento molto intransigente dell'attuale governo nei confronti del nazionalismo basco non aiuta. Alcune iniziative, come la recente riabilitazione ufficiale da parte del governo di un torturatore franchista vittima dell'ETA, sono pane per i denti del vittimismo nazionalista.
Ancor meno aiuta l'intransigenza di parte della classe politica spagnola in materia istituzionale, che ammanta (forse per reazione al nazionalismo basco, che invece fa il contrario) la Costituzione (che esclude esplicitamente la possibilità che una regione possa staccarsi dallo Stato spagnolo) di una sacralità e di una "intoccabilità" che non possiede. Niente, in altre parole, impedisce che si metta in moto un meccanismo che porti, gradualmente e democraticamente, a un referendum sull'indipendenza dei Paesi Baschi. Ma un tale processo non può essere avviato sotto il ricatto della violenza dell'ETA. Proprio perché l'attuale situazione politico-istituzionale è il miglior compromesso che sia stato raggiunto da 170 anni a questa parte (si pensi all'inesistente autonomia dei Paesi Baschi francesi), il terrorismo antispagnolo non si giustifica in alcun modo. E' molto difficile dare torto a tutti coloro che sostengono che lo scioglimento dell'ETA e la fine della violenza devono essere un prerequisito, e non un effetto di un eventuale processo di separazione dei Paesi Baschi dalla Spagna.
(2 - FINE)
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