IL NAZIONALISMO BASCO - La complessa e tormentata storia di un
fenomeno politico che da secoli è una spina nel fianco dello stato spagnolo.
IL TERRORISMO ETA SOTTO ACCUSA: "E' UN CANCRO NAZI-FASCISTA"
di VALENTINO NECCO
Il 13 maggio del 2001, dopo una campagna elettorale molto dura e combattuta, si sono svolte nei Paesi Baschi, una delle diciassette comunità autonome in cui è suddivisa la Spagna, le votazioni per l'elezione del Parlamento basco. I pochi trafiletti che ne davano conto sulla stampa italiana erano comprensibilmente sommersi dalla valanga di notizie e di commenti sulle elezioni politiche che, nello stesso giorno, si erano tenute in Italia, regalando la vittoria allo schieramento di centrodestra. Dell'aspro dibattito politico che aveva infiammato non solo i Paesi Baschi ma l'intera Spagna, quindi, non giungeva nessuna eco.
Un dibattito in cui la classe politica e l'opinione pubblica spagnola si sono confrontate (o meglio: scontrate, e duramente) su un tema che purtroppo continua a mettere in secondo piano tutti gli altri: il terrorismo dell'ETA.
L'ETA, com'è noto, è un'organizzazione armata che persegue il fine dell'indipendenza dei Paesi Baschi attraverso il ricorso alla violenza terrorista. E' noto d'altronde che esiste in molta parte della società basca un effettivo desiderio se non d'indipendenza, di maggior autonomia possibile dallo stato spagnolo.
A livello locale, il partito di maggioranza relativa è il PNV (Partido Nacionalista Vasco), d'orientamento cattolico e moderato, la cui posizione nei confronti della Spagna negli ultimi anni è progressivamente slittata dal tradizionale autonomismo a una sempre più spinta contestazione dell'architettura costituzionale che regge lo stato spagnolo e le sue componenti regionali. Un avvicinamento, insomma, all'indipendentismo proprio del
La bandiera basca
nazionalismo basco più radicale, quello del partito di Euskal Herritarrok (traducibile come "Cittadini Baschi", o meglio "Popolo Basco"). Euskal Herritarrok (di norma abbreviato con la sigla EH) è comunemente considerato come il braccio politico dell'ETA. EH, tra l'altro, pur partecipando alle elezioni locali, e solo a quelle, non riconosce come legittimo il parlamento basco.
Questo avvicinamento si è concretizzato nel 1998, con il patto di Lizarra (dal nome della città basca in cui è stato concluso; detto anche patto di Estella, che è il nome della stessa città in spagnolo), che ha sancito l'alleanza politica di tutti i partiti nazionalisti baschi. Attualmente è proprio la coalizione nazionalista a governare il parlamento dei Paesi Baschi, la cui sede è nella capitale Vitoria (Gasteiz in basco). Accanto al PNV e a EH fanno parte della coalizione partiti minori il più importante dei quali è Eusko Alkartasuna (EA, "Solidarietà Basca").
Il fatto che in ultima istanza l'obiettivo dell'ETA e dei partiti nazionalisti sia lo stesso, ossia la creazione di uno stato basco indipendente, ha però prodotto un terribile cortocircuito politico e sociale. Da quando nel 1976 la Spagna si è liberata della dittatura franchista ed è tornata alla democrazia, l'ETA ha fatto centinaia di morti. Anche se la schiacciante maggioranza della società basca ripudia l'uso delle armi come mezzo di lotta politica, il nazionalismo basco assume spesso posizioni quantomeno ambigue nei confronti della violenza dell'ETA (che, ricordiamolo, esercita indiscriminatamente il suo terrore contro civili innocenti). Il risultato è che si è creato un clima di legittimazione tacita della violenza, non fosse altro perché anche quando questa non viene giustificata, viene surrettiziamente, e in maniera quasi sistematica, considerata una risposta a un'altra ipotetica violenza perpetrata dallo stato oppressore spagnolo nei confronti del "popolo basco". Come vedremo lo stato spagnolo non è stato esente da colpe e da errori nel corso degli anni, ma costituirebbe un grave torto alla storia e alla logica avallare la visione di una nazione basca occupata manu militari, dalla Spagna da un lato e dalla Francia dall'altro. Certamente, durante i quasi quarant'anni di dittatura franchista (1939-1976), qualsiasi velleità di autonomia dei Paesi Baschi fu duramente soffocata dal nazionalismo spagnolo di Madrid, che impedì l'uso dell'euskera, cioè del basco. La simbologia del nazionalismo basco era severamente vietata: era reato, ad esempio, possedere ed esporre l'ikurriña, la bandiera basca bianco-rosso-verde. Molti tra i nazionalisti dichiarati non avevano scelta tra la galera e l'esilio. Eppure, per quanto tormentata e imperfetta, la transizione alla democrazia della seconda metà degli anni Settanta ha restituito agli abitanti dei Paesi Baschi (e del resto della Spagna, giacché la dittatura fascista non fece sconti a nessun tipo di dissidenza) tutti i diritti e le libertà fondamentali. Non solo: ha, di fatto, costituito un notevole passo avanti per tutte le istanze del nazionalismo basco rispetto a qualsiasi situazione storica reale precedente la dittatura. In altre parole, mai si era dato, per i Paesi Baschi, nella storia degli ultimi secoli, un grado d'autonomia reale così alto.
Ma il passaggio dalla dittatura alla democrazia, e la contestuale approvazione prima della costituzione spagnola, poi del cosiddetto Statuto di autonomia (il documento che regola le competenze dei Paesi Baschi e i loro rapporti con lo stato) rappresenta un momento cruciale che merita di essere approfondito, e che riprenderemo più avanti.
Si può però aggiungere che l'oggettiva convergenza di fini tra nazionalismo basco ed ETA, considerato che l'alleanza dei partiti nazionalisti rappresenta politicamente la maggioranza dei baschi (nelle ultime elezioni il blocco nazionalista ha conseguito più del 52% dei voti, contro il 46% dei partiti cosiddetti statalisti o costituzionalisti, tra i quali il Partido Popular di Aznar, presidente del consiglio spagnolo), ha generato spesso una certa confusione nella percezione del problema basco dal di fuori della Spagna.
In più di un caso in Europa il nazionalismo e il terrorismo basco sono stati percepiti come espressioni di un movimento di liberazione nazionale proprio dei vecchi contesti colonialisti. Va detto subito, però, che si tratta di un criterio schematico e approssimativo, che non solo ignora completamente la storia della Spagna degli ultimi cinque secoli, ma
Dimostrazione dell'ETA
occulta la realtà di un paese, quello basco, il quale non solo gode costituzionalmente di istituzioni pienamente democratiche, equiparate a quelle del resto dei paesi che formano la comunità europea, ma gode anche di un'amplissima autonomia politica e amministrativa, che non ha eguali in Europa.
Non è buona norma anticipare le conclusioni di discorso o di un lavoro prima di averle adeguatamente esposte e giustificate. Abbiamo fatto in questo caso una parziale eccezione alla regola, proprio per sgombrare il campo da un possibile equivoco a proposito del seguito effettivo della causa della "liberazione" dallo stato spagnolo: il fenomeno del nazionalismo basco e delle sue rivendicazioni (siano esse perseguite attraverso la violenza terroristica piuttosto che attraverso il normale gioco politico) non è affatto rappresentativo di tutta la società basca, come il nazionalismo stesso tenta di dare a intendere e come spesso, più o meno in buona fede, molti osservatori esterni sono superficialmente portati a credere.
Quello che possiamo anticipare è che il fenomeno nazionalista basco, così come si presenta attualmente, ha ben poco di affascinante: perfettamente legittimo dal punto di vista politico, si nutre tuttavia nella pratica quotidiana di un vittimismo ingiustificato nei confronti del presunto oppressore spagnolo. Un vittimismo che a sua volta si nutre di miti costruiti artificialmente e di una lettura distorta del passato, rivisto attraverso la lente di un'ideologia nazionalista venata di xenofobia.
La realtà, come sempre, è piuttosto complessa. Se è vero che nei Paesi Baschi esiste una maggioranza di elettori che premia, almeno attualmente, una coalizione nazionalista, è altrettanto vero che le rivendicazioni secessioniste della classe dirigente politica basca sono molto meno sentite di quanto si creda dalla società civile. Del resto, non solo metà della popolazione basca è evidentemente non nazionalista, ma anche buona parte dell'elettorato che vota i partiti nazionalisti non sente il proprio essere basco in contrapposizione al proprio essere spagnolo. Eppure la violenza terrorista di pochi fanatici tiene in ostaggio l'intera società basca, e ne mina il normale funzionamento, perché è indubitabile che costringa a mettere in cima alle priorità politiche la questione del confronto con lo stato spagnolo, invece che il problema della disoccupazione piuttosto che dell'inquinamento. Dal punto di vista degli indipendentisti più radicali, proprio perché si tratta di una minoranza piuttosto esigua, la strategia violenta dell'ETA paga, perché mette un'intera società, e le sue istituzioni, nella tentazione di "trattare" con i terroristi una via di uscita. Già ora i Paesi Baschi stanno duramente pagando il clima di intimidazione instaurato dall'ETA e dal suo intorno politico fatto di connivenze se non di vera e propria complicità: sono quasi cento, per esempio, i giornalisti baschi non nazionalisti costretti a vivere sotto protezione della polizia. Molti concejales (consiglieri comunali) del Partido Popular (PP) o del Psoe (il partito socialista spagnolo) e i loro famigliari soffrono costantemente minacce e intimidazioni provenienti dai settori più estremisti del nazionalismo locale. Ma il problema non è circoscritto a poche figure pubbliche: sono migliaia i cittadini baschi toccati da questo dramma, tanto che secondo uno studio recente dell'Università dei Paesi Baschi un 15% dei cittadini è addirittura disposto a lasciare Paesi Baschi a causa del clima di intimidazione che sono costretti a sopportare. Del resto è già in atto un esodo silenzioso di tanti professori, intellettuali, artisti, ma anche semplici cittadini che a tale clima hanno preferito sottrarsi emigrando. Per finanziare la propria attività sovversiva ETA pratica quella che chiama "tassa rivoluzionaria", una sorta di pizzo dai connotati ideologici, imposto a molti imprenditori e professionisti baschi sotto minaccia di morte. Anche in questo caso il risultato è una lenta emorragia, oltre che di persone, di forze produttive e di investimenti.
Nel febbraio del 2000 il Forum di Ermua (Foro de Ermua), un'organizzazione basca per la difesa dei diritti umani (alla quale l'anno successivo l'Unione Europea avrebbe riservato uno speciale riconoscimento) rilasciava una lunga dichiarazione di fronte al Parlamento Europeo.
Quel documento, poi comunemente definito dichiarazione di Strasburgo, si intitolava per esteso "Dichiarazione al Parlamento Europeo sul neonazismo e la violenza politica nei Paesi Baschi".
Così recita l'introduzione del documento: "Il cancro nazi-fascista estirpato alla fine della II Guerra Mondiale minaccia oggi di generare metastasi nelle pretese secessioniste delle
"Il cancro
nazi-fascista
estirpato alla fine
della II Guerra
Mondiale
minaccia oggi
di generare
metastasi..."
minoranze etniche e linguistiche dell'Unione Europea quando esse antepongono le loro aspirazioni alle libertà del cittadino e ai suoi irrinunciabili diritti democratici.
Questo nazismo non è ormai più quello delle grandi nazioni esistenti bensì quello delle nazioni che si vorrebbero creare e che per questo sacrificano l'individuo al gruppo e all'ideologia.
Allo stesso modo questo nazional-socialismo sfrutta un vittimismo tanto se non più pericoloso di quello che servì da alibi al nazismo storico, perché trattandosi di minoranze risulta più credibile. Ed è più pericoloso di quello dell'estrema destra austriaca perché quest'ultimo risponde al modello classico e riconoscibile ed è, per di più, un nazismo ancora virtuale che non ha prodotto vittime come ha fatto quello dell'ETA. E' necessario, oggi più che mai, lanciare un grido d'allarme nel Parlamento Europeo."
Accuse pesanti, ma, come vedremo, non gratuite. Accuse, in ogni caso, degne di attenzione, proprio perché giungono dall'interno della società basca stessa, la quale è spesso erroneamente percepita come monolitica e completamente votata alla causa dell'indipendentismo. In realtà è proprio questo il punto nodale del "problema basco": la deriva di un nazionalismo basco che tende a percepirsi come espressione di un intero "popolo", di un nazionalismo che disconosce, di fatto, la nozione di cittadinanza in favore di un progetto di stato su base etnica. Un nazionalismo, infine, che avvelena la vita quotidiana della società basca identificando sistematicamente come "nemico del popolo basco" chiunque metta in discussione la causa dell'indipendenza dalla Spagna. Ma anche questa è una questione che meriterà più avanti uno speciale approfondimento.
Abbiamo fin qui nominato solo la Spagna, perché è in Spagna che si manifesta il fenomeno nazionalista (ed è quindi soprattutto a questa parte che faremo riferimento in questo articolo), ma ricordiamo che una parte dei Paesi Baschi ricade sotto la sovranità dello stato francese.
A questo punto è necessario fare una pausa e fornire le principali coordinate storico-geografiche dei Paesi Baschi, allo scopo di inquadrare meglio sia la situazione attuale, sia le cause storiche del nazionalismo basco.
I Paesi Baschi, dunque: si tratta di un'entità geografico-culturale piuttosto ben definita, politicamente divisa tra Francia e Spagna. Le province basche del nord (talvolta, tuttavia, definite province orientali) sono quelle francesi del Laburdi (Labourd), della Bassa Navarra e di Zuberoa; esse non hanno alcuna autonomia in seno allo Stato francese e sono parte del più ampio Dipartimento dei Pirenei Atlantici. In realtà alcune forme non di autonomia, ma di riconoscimento della specificità basca della zona sono state gradualmente introdotte dal dopoguerra ad oggi: tra queste, il finanziamento statale dell'insegnamento della lingua basca, l'euskera. Il movimento autonomista è ad ogni modo ultraminoritario nelle province basche di Francia: irrilevante su scala nazionale, è poco visibile anche su scala locale. Diverso il discorso dall'altro lato dei Pirenei, dove invece il movimento nazionalista è assai forte, tanto da generare spinte secessioniste, anche violente com'è quella dell'ETA.
Le province basche spagnole sono tre: Biscaglia, Guipuzkoa e Araba, che costituiscono la Comunità Autonoma Basca (Cav). I nazionalisti baschi considerano inoltre la Navarra (Nafarroa in basco) parte integrante dei Paesi Baschi e rivendicano come loro capitale Pamplona. La Comunidad Foral de Navarra, questo il nome in spagnolo della regione (uniprovinciale, con capitale appunto a Pamplona), rappresenterebbe dal punto di vista geografico la parte più estesa dei Paesi Baschi: la sola Navarra è, infatti, grande più o meno come le altre sei province basche messe insieme. La causa dell'annessione della Navarra ai Paesi Baschi è un cavallo di battaglia del nazionalismo più radicale, ma in verità suscita più entusiasmo fuori che dentro la Navarra, regione in cui ormai il basco non è parlato che da uno scarso 10% della popolazione, e in cui la causa dell'indipendenza dalla Spagna suscita ben tiepidi entusiasmi.
Un'avvertenza: spesso esiste più di una grafia per i toponimi baschi, non solo perché generalmente esiste un nome basco e uno in spagnolo, ma perché essendo il basco una lingua dalla tradizione prevalentemente orale, talvolta il medesimo toponimo viene scritto in modo leggermente diverso. Come norma generale, adotteremo qui la versione in spagnolo (o meglio in castigliano, che con il gallego, il catalano e il basco è la principale delle quattro lingue nazionali). Ricordiamo anche che l'espressione spagnola País Vasco è generalmente tradotta in italiano al plurale (Paesi Baschi), ma che la traduzione letterale (Paese Basco) è altrettanto legittima e indica la stessa entità geografico-politica. In basco invece esistono due differenti espressioni per designare i Paesi Baschi: la prima è Euskal Herria, che etimologicamente significa "popolo della lingua basca" e che indica sia il Paese Basco sia il popolo basco. (Che questi due concetti siano definiti dalla medesima espressione, è senz'altro significativo.) La seconda è Euskadi, un neologismo che risale a poco più di un secolo fa e che ha un significato più politico, anche se è entrato ormai nell'uso comune. La parola Euskadi (inizialmente si scriveva Euzkadi) fu coniata nel 1900 da Sabino Arana, il padre del nazionalismo basco e fondatore (nel 1895) del Partito Nazionalista Basco (PNV). Essa è composta dalla radice euzko (basco) e dal suffisso di (insieme), e la sua valenza ideologica sta nel voler indicare l'unità politica (mai esistita in epoca moderna) delle sette provincie basche.
Le tre province basche propriamente dette sono dunque Vizcaya (Bizkaia in basco) con capoluogo Bilbao (Bilbo), Guipuzcoa (Guipuzkoa) con capoluogo San Sebastian (Donosti) e Alava(Araba) il cui capoluogo Vitoria (Gasteiz) è anche la capitale della Comunità Autonoma Basca. Vizcaya e Guipuzcoa, entrambe affacciate sull'Oceano (più precisamente sul Golfo di Vizcaya, quello che noi chiamiamo Golfo di Biscaglia) sono in assoluto le province più densamente popolate, rispettivamente con 1.155.000 e con 676.500 abitanti. Nella più grande Alava (che invece non si affaccia sul mare) vivono invece solo 272.500 persone, e dunque la densità di popolazione è decisamente bassa.
Se, come fa il nazionalismo basco, volessimo calcolare anche la Navarra e le province francesi del Nord, i Paesi Baschi conterebbero poco più di 2.873.500 abitanti.

Territorio Abitanti Bascofoni % bascofoni
Alava 272.447 25.300 9,3
Guipuzkoa 676.488 310.100 45,8
Vizkaya 1.155.106 212.600 18,4
(Navarra) 519.277 52.023 10,0
Bassa Navarra 29.298 18.897 64.5
Lapurdi 204.598 53.195 26,0
Zuberoa 16.298 8.915 54,7
Totale 2.873.512 681.030 23,7

La tabella precedente riassume i dati principali sul numero degli abitanti delle singole province basche e sulla rispettiva percentuale di bascofoni. Tale percentuale è un dato molto importante e da osservare con particolare attenzione, poiché il principale, se non esclusivo fattore d'identità dei baschi è proprio la lingua, l'euskera.
Il basco dà tanta importanza alla sua lingua che si definisce in base a questo parametro. Per dire che una persona è basca si dice che è "euskaldun", il che significa precisamente che è "bascofono", "che parla il basco": non v'è altro modo, in basco, di dire "basco".
Come si può notare, la percentuale di basco-parlanti sul totale degli abitanti è molto bassa: resta bassa anche se si considerano solo le prime quattro province, quelle in territorio spagnolo, dove le rivendicazioni autonomiste sono molto più vivaci. Anzi, a ben vedere, la percentuale relativa di bascofoni, a parte la zona di San Sebastian (che è infatti il massimo focolaio del nazionalismo basco più radicale), proprio in queste province è decisamente inferiore alla media.
Si aggiunga che nella stragrande maggioranza dei casi i cosiddetti bascofoni sono bilingui, il che significa che il castigliano è in ogni caso parlato o compreso dalla quasi totalità dei cittadini baschi.
La lingua basca è un caso affascinante di lingua-isola, nel senso che manca di parentele conosciute. Il basco, si sente spesso ripetere, è la più antica lingua europea: pre-esisteva, cioè, alle attuali lingue indo-europee come quelle latine, germaniche, slave o celtiche, o a quelle meno diffuse come il greco o l'albanese. Ad oggi l'enigma della lingua basca non è stato ancora risolto: si sono ipotizzate parentele con altre lingue iberiche, con quelle del Nord Africa o del Caucaso, ma nessuna di queste è stata finora dimostrata. Il basco è l'unica lingua parlata in Europa sopravvissuta all'arrivo degli indoeuropei circa quattromila anni fa.
Purtroppo, come vedremo, questo isolamento, che in qualche modo è il simbolo dell'estraneità allo scorrere della storia, è stato assunto come paradigma dal nazionalismo più radicale, che ha di sovente trasformato la difesa della lingua basca in una battaglia di retroguardia. Il fatto che per molta parte del nazionalismo basco l'euskara sia prima di tutto un simbolo, e un simbolo di chiusura allo spagnolo, ne stravolge in qualche modo la funzione principe: l'euskara, insomma, è soprattutto un legame e non un mezzo di comunicazione.
Dedicarsi alla ricerca delle origini del nazionalismo basco implica una riflessione profonda sull'origine stessa dell'identità basca, o, in altri termini, sull'origine del "popolo basco"
Un simbolo dell'ETA
inteso come gruppo etnico e culturale distinto da quelli circostanti. Una delle caratteristiche fondamentali del nazionalismo basco è l'autorappresentazione di sé come gruppo caratterizzato da un lignaggio estremamente antico ed estremamente puro. Nella retorica corrente del nazionalismo, il riferimento alle origini è molto frequente e vi si ricorre per sottolineare come il popolo basco, nella sua fedeltà a determinate tradizioni e in particolare al suo idioma, il basco appunto, sia rimasto uguale a se stesso nel corso dei secoli. In sostanza, l'identità basca si basa su un'idea purezza etnico-culturale che si traduce nel mito dell'isolamento.
A voler ben vedere, qualsiasi nazionalismo, e più di tutti quelli di stampo etnico come quello basco, si fondano su di una qualche mitologia dell'isolamento. Una mitologia, cioè, che tende a pescare nel passato prossimo e remoto di un popolo solo certi tratti di una cultura e a trascurare quelli che invece provano (com'è normale che avvenga nel corso dei secoli, per qualsiasi cultura) le contaminazioni e le sovrapposizioni tra diverse tradizioni culturali. Più certi elementi di una cultura sembrano risalire indietro nel tempo, più il preteso isolamento di tale cultura dalle altre sembra essere provato. Senza voler considerare il fatto che la costruzione di un'identità ha ben poche prospettive se è fatta con lo sguardo costantemente volto al passato, va detto che di norma, ad un attento esame della storia, l'isolamento culturale si rivela essere non un fatto, ma una delle tante possibili autorappresentazioni di sé.
La medesima attitudine si riscontra anche per ciò che riguarda l'euskera, del quale vengono costantemente rimarcate le remotissime origini. Abbiamo già detto che è luogo comune che il basco sia la lingua più antica d'Europa. L'equazione identitaria che identifica come basco colui che possiede l'euskera (euskaldun) implica che il popolo basco sia conseguentemente identificato quale popolo più antico d'Europa. Questa tesi risulta credibile solo se considerata superficialmente, ma il nazionalismo basco non omette mai di ricordarla, e non ha mancato d'influenzare molti studi con pretese di scientificità.
L'equivoco di base per cui la maggiore lontananza nel tempo delle origini della lingua basca darebbe maggior forza alla tesi dell'originalità del popolo basco rispetto ai suoi vicini (e di riflesso alla causa del separatismo basco) ha probabilmente fatto sì che l'attenzione di molti studiosi sia stata rivolta quasi esclusivamente ai tratti distintivi della lingua piuttosto che a quelli che provano un contatto e una sovrapposizione con altri idiomi.
La questione della lingua è doppiamente importante poiché le autorità politiche nazionaliste hanno fatto in questi anni un uso del basco strumentale a quella che viene comunemente definita la strategia di "costruzione nazionale". Proprio perché il basco non è la lingua maggioritaria, il nazionalismo basco si trova di fronte a una difficoltà evidente: quale credibilità ha l'ipotesi di una "patria basca" quando il fattore d'identità principale, la lingua, è prerogativa di una minoranza? Come risolvere il problema cruciale di un ipotetico stato basato sull'omogeneità etnico-linguistica quando questa visione è in contrasto con l'idea moderna di cittadinanza, ma soprattutto quando questa stessa omogeneità nei fatti non esiste? Parte della classe politica nazionalista ha pensato di utilizzare l'arma dell'educazione, e lo ha fatto in modo molto spregiudicato, tanto che in più di un'occasione (abbiamo visto per esempio la dichiarazione del Foro di Ermua) le autorità locali sono state accusate di fomentare tra le giovani generazioni l'odio verso la Spagna, attraverso un insegnamento distorto della storia o della geografia (ad esempio, più del 75% dei libri di testo impiegati nelle scuole fanno riferimento a un'entità politica inesistente quando parlano dei Paesi Baschi, poiché vi includono, senz'alcuna indicazione, la Navarra e le provincie basche francesi) e attraverso la discriminazione della lingua spagnola nell'insegnamento. E' perciò frequente sentir parlare in Spagna, a questo proposito, di conflitto linguistico, anche se si tratta propriamente di un conflitto politico, riguardante l'uso
Sabina Arana
simbolico che si fa della lingua, dato che il recupero dell'euskera è stato subordinato a un progetto politico di costruzione nazionale basco. Progetto che, come abbiamo ripetuto ormai molte volte, non rappresenta la volontà di tutti i baschi, ma solo quella del settore nazionalista (altra particolarità del nazionalismo è quella di parlare sempre, sistematicamente, in nome di una fantomatica "volontà del popolo basco").
Il conflitto esistente è quello tra un settore nazionalista che approfitta (anche se lo fa legittimamente) del potere che ha a livello regionale per promuovere una sorta di immersione culturale che ai non nazionalisti appare invece una violazione dei diritti dei baschi non euskaldun (cioè che non parlano euskera).
Non si hanno dati ufficiali, ma sono migliaia (3000 circa) i maestri e professori non euskaldun (o che semplicemente non accettano che la lingua sia forzatamente usata come fattore di conflitto sociale) che negli ultimi 15 anni hanno lasciato il Paese basco.
Per tornare alla originalità dell'idioma basco, dobbiamo dire che, se è vero che finora non è stata dimostrata con sicurezza alcuna parentela con altre lingue, è anche vero niente prova che il basco debba restare per sempre al di fuori di qualsiasi tentativo di classificazione.
In particolare, la domanda interessante, dato il contesto che abbiamo descritto, è la seguente: è davvero il castigliano (cioè lo spagnolo) una lingua straniera, non autoctona, nel Paese Basco? Per il nazionalismo la risposta è semplicissima: sì, e in quanto tale è riflessa, di fatto, nello statuto di autonomia basco (una sorta di costituzione regionale), che, pur contraddicendo una realtà sociolinguistica opposta, conferisce al castigliano solo il grado di lingua coofficiale, e non propria del Paese Basco, privilegio che può ostentare solo l'euskera. E' quest'ultima, si dice, la lingua originaria, ancestrale dei baschi, la cui antichità resta sconosciuta e che non ha potuto essere imparentata con nessun'altra lingua conosciuta. Su questo non c'è molto da discutere, in effetti, ma le cose si complicano se consideriamo che il basco attuale è completamente differente da quei frammenti di basco antico giunto fino ai giorni nostri. Nessuna variante del basco attuale, in altre parole, ha potuto essere utilizzata per interpretare il basco antico o protobasco. A partire da questo cosiddetto protobasco (di cui abbiamo un esempio in alcune glosse datate tra il la fine del secolo X e l'inizio del secolo XI) la interpretazione dell'antichità della lingua basca dipende dal criterio linguistico che si vuole adottare. Se si opta per un criterio di intelligibilità, il basco attuale non è solo lo stato di una lingua nel suo decorso storico, ma una lingua distinta, posto che il protobasco è inintelligibile da parte del basco moderno. Da questo punto di vista, autorevoli linguisti sostengono, forse con una certa dose di provocazione, che il castigliano potrebbe considerarsi più antico dell'euskera all'interno dello stesso territorio basco. In realtà stabilire l'età relativa di una lingua è impresa quasi impossibile.
E' pero da sottolineare la tesi di altri studiosi, che, sulla base del fatto che la culla del castigliano comprende parte delle province di Alava e Vizcaya (oltre alla Cantabria e alla zona a nord di Burgos), considerano che il castigliano sia sorto come lingua "koinetica" parlata dagli stessi baschi. Si tratterebbe, cioè, di una lingua mista, nata in una zona di contatto basco-latino, sviluppatasi proprio per facilitare la comprensione tra genti di parlata distinta. Come vediamo, questa interpretazione, nient'affatto stravagante (non sono pochi gli indizi che la suffragano), rompe decisamente la visione di una lingua straniera imposta da un popolo estraneo. Del resto, vedremo meglio anche questo, è la storia a smentire l'idea di una eterna contrapposizione tra spagnoli e baschi, che al contrario hanno sempre convissuto, anche se talvolta in maniera conflittuale, così come, fino all'apparire del nazionalismo sul finire dell'Ottocento hanno convissuto le due lingue.
Se retrocediamo al tempo delle invasione romane, possiamo vedere quali sono le vere cause della progressiva ritirata del basco a favore dello spagnolo. Man mano che la romanizzazione progredì, i popoli del nord della penisola iberica persero progressivamente parte della propria fisionomia etnica e linguistica originale, incapaci di mantenere per ragioni materiali l'inarrestabile e schiacciante, ma al tempo stesso civilizzatore, peso del latino, veicolo strumentale della superiorità produttiva e culturale dello schiavismo romano.
Non tutti i popoli del nord, tuttavia, soffriranno questo processo nella stessa misura. Una serie di tribù conosciute più tardi col nome generico di vasconi, conserveranno per un periodo più lungo la propria idiosincrasia etnico-linguisitca. I vasconi, secondo gli antichi
I vasconi, secondo
gli antichi
testi classici,
erano gli abitanti
del territorio
che attualmente
costituisce la totalità
della Navarra
testi classici, erano gli abitanti del territorio che attualmente costituisce la totalità della Navarra, una parte del Guipúzcoa, Logroño e Aragón (Aragona). Assieme a questi abitavano la zona una serie di popoli quali autrigoni, caristi e varduli, che avrebbero occupato il resto dell'attuale Paese Basco e buona parte dei territori limitrofi.
E' un mito interessatamente difeso dai nazionalisti baschi quello della sconfitta dei romani da parte dei vasconi. Ma quello che è sicuro è che tutto il sud del territorio vascone, ricco per l'agricoltura e l'allevamento, fu occupato da Roma. Il nord, montagnoso e con scarse risorse, non attrasse i romani, che ebbero in Pamplona (Iruña in basco, la "città" per antonomasia) il loro limite urbano settentrionale più importante. La partecipazione dei vasconi al mondo romano non fu certamente scarsa, tanto che si ritrovano menzioni su soldati vasconi al servizio delle legioni romane ai confini dell'impero, e della loro partecipazione alle vicissitudini delle ricorrenti guerre civili interne all'impero.
La dominazione romana e la progressiva adozione del latino apriranno una frattura linguistica nel territorio dei vasconi, poiché accanto alla parte meridionale romanizzata restava la parte settentrionale, in cui l'influenza romana non fu così intensa. Un fenomeno similare si ebbe sull'altro versante dei Pirenei, in Aquitania, benché a coordinate geografiche invertite, giacché in questo caso l'influsso latino si distribuiva lungo la direttrice nord-sud. Questo fece sì che la lingua e la toponimia basca includessero un gran numero di prestiti latini, romanzi, e, in misura però assai minore, celtici.
Alcuni linguisti affermano che la lingua basca in realtà configura una serie di dialetti, tra essi imparentati, ma distinti l'uno dall'altro, tali che molte volte era impossibile che si potessero intendere a vicenda i parlanti dei rispettivi dialetti. E', in qualche modo, un fenomeno analogo a quello esistente tra le lingue romaniche o tra altri gruppi linguistici conosciuti. Ciò che è certo è che solo in tempi recenti, l'Accademia della Lingua Basca, nel suo Congresso di Aránzazu del 1968, tenendo in conto queste differenze dialettali, approvò ufficialmente i criteri per unificare artificialmente tali dialetti istituendo l'euskera batua, o basco unificato, basato in gran parte sul guipizcoano, il dialetto del Guipúzcoa.
In conclusione, le vicissitudini storiche della lingua o dei dialetti baschi sono stati quelli di una lingua marginale, relegata al mondo rurale e frequentemente associata, fino a non molto tempo fa, all'ignoranza e all'abbrutimento considerati tipici di quel mondo. Ma al contrario di quello che è successo con l'irlandese (il cui uso era perseguito e punito da parte dell'invasore inglese) il basco non ha mai sofferto di una rigorosa proibizione ufficiale, fatta eccezione forse per i primi anni della dittatura fascista di Franco. Già negli anni Cinquanta, comunque, nonostante l'esaltazione dei "valori della razza e della lingua spagnole" si ebbe una certa apertura alla diffusione scritta del basco. Negli anni Sessanta cominciarono invece ad apparire le prime ikastolas, scuole in lingua basca.
E' innegabile che il basco abbia sofferto un processo di emarginazione dovuto al fatto, sottolineato in precedenza, di non aver potuto servire come strumento efficace di nuove forze produttive, cosicché il suo posto fu occupato in primo luogo dal latino, e più tardi dalle sue varianti dialettali. Sono dunque di carattere economico i fattori che più hanno contribuito alla lenta emarginazione del basco.
Per ciò che concerne la letteratura scritta in lingua basca, il suo sviluppo è stato recente. I primi testi sono tutti in dialetto labortano (Labourd, Francia), sono di carattere religioso e scritti tutti da religiosi. Uno dei primi e dei più noti, il libro di poesie di Bernard Dechepare, apparve nel 1545. Sarà a partire dal XVIII secolo che il guipuzcoano, grazie al commercio d'oltremare e al declino commerciale del Labourd, acquisterà maggior importanza e di conseguenza maggior forza letteraria, che sarà però sempre marginale in confronto alla letteratura in lingua romanza. Nel secolo XIX si ha un auge della letteratura profana rispetto a quella religiosa, riflesso nella lingua basca dei contrasti sempre più vivaci tra la dinamica borghesia delle città e un mondo rurale, ancorato a relazioni economiche e
Dimostrazione popolare basca
sociali arcaiche. Non è perciò per nulla casuale l'appoggio, riscontrabile anche al giorno d'oggi, dato dalla chiesa locale alla difesa a e alla riscossa della lingua basca. In questo caso non si va molto lontani dalla verità adottando un'interpretazione che intravede una dinamica di potere e di dominio di classe al di sotto di ciò che potrebbe apparire un semplice fenomeno di tradizionalismo, di anacronistica nostalgia di un mondo minacciato dalla modernità.
Per il clero, "l'euskera della gente semplice e ignorante" è una lingua da proteggere di fronte all'irruzione di altre lingue estranee, poiché in tal modo la si protegge dalla contaminazione ideologica esteriore, che metterebbe in pericolo il potere materiale e ideologico del clero stesso all'interno di certi strati della società basca: "La nostra lingua possiede inoltre un'altra virtù e un altro vantaggio. Così come il solido muraglione circonda il pascolo o la vigna, la nostra lingua si erge ai confini del Paese Basco. Essa protegge le nostre immacolate credenze, le nostre buone abitudini e tutti gli antichi costumi, mentre allontana da noi le falsità dei vicini, le loro azioni disoneste e il seme cattivo dello straniero". (Arbelbide. "Igandea edo Jaunaren Eguna". El domingo o el día del Señor. Citato da Ibon Sarasola, Historia Social de la Literatura Vasca, p.71.) Questa allocuzione di un vescovo ai suoi fedeli è solo un esempio tra i tanti possibili di come con frequenza il clero basco abbia fatto della difesa della lingua un uso strumentale e ideologico.
Abbiamo fin qui sviscerato, anche se soltanto parzialmente, la storia della lingua basca e abbiamo parlato del ruolo simbolico che essa svolge nel conflitto tra nazionalismo basco e stato spagnolo. Resta però ancora insoluto il problema più importante. Come è possibile che il livello di conflittualità tra baschi e spagnoli sia giunto fino al punto di produrre un fenomeno terrorista come l'ETA? Come nasce una lettura della storia (che disgraziatamente ETA condivide anche col nazionalismo basco democratico) che interpreta tutta la storia dei Paesi Baschi come una lotta continua per l'indipendenza?
Il nome chiave lo abbiamo già fatto, ed è quello di Sabina Arana, singolare personaggio, padre spirituale e materiale del nazionalismo basco. Egli inventò dal nulla i simboli baschi, a cominciare dalla bandiera, e possiamo ben dire che costruì quasi da zero, benché favorito dal contesto storico, il nazionalismo basco fornendogli una mitologia (un passato di oppressioni) e una prospettiva politica (l'indipendenza dalla Spagna).
Ma di questo parleremo nella prossima puntata.
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