Vittoria dopo vittoria il grande condottiero unno
costruisce il suo "regno del nord". Poi cala in Italia
e arriva a Roma, preparandosi a invaderla. Ma…


UN PAPA FERMA
IL CICLONE ATTILA



Papa Leone I ferma Attila

di FERRUCCIO GATTUSO
Attila guarda ad Oriente Per ben due anni, Attila si gustò il potere assoluto. Un guerriero e un nomade come lui, a capo di un popolo con le stesse caratteristiche, non poteva restare a lungo in silenzio. L'economia degli Unni - che rifiutavano il lavoro della terra e non possedevano la minima capacità navigatrice - non si poteva basare che sulla caccia e il saccheggio di altri popoli. Questo motivo, unito all'ovvia considerazione che i due imperi guidati da Roma (e Ravenna) e Costantinopoli erano ricchissimi, faceva sì che Attila volgesse il suo sguardo prima al più vicino oriente, e poi ad occidente. In realtà, c'è un altro motivo per cui Attila dirigesse la sua sete di dominio verso i romani: il condottiero unno, che la letteratura cristiana, vuole barbaro e spietato, subiva il fascino della cultura romana. Alla corte di Attila non pochi erano i consiglieri e gli educatori romani, tenuti come ostaggi e come ospiti: Attila si considerava un sovrano europeo, e intendeva dare agli unni la dignità che altri popoli barbari e cristianizzati (i Visigoti, ad esempio) avevano ottenuto nel confronto e nel contatto coi romani.
Fino al 447, quindi, gli avamposti dell'impero d'Oriente non dovettero temere alcunché dal popolo che aveva terrorizzato il continente. Ma in quell'anno fatidico, caratterizzato da un inverno particolarmente crudele e da una conseguente carestia, spinse diversi popoli alla ricerca di animali, cibo e caldo. Tra questi, gli Unni. Il primo territorio ad essere invaso dai guerrieri di Attila fu la Tracia (oggi una regione occupata da Grecia, Bulgaria e Turchia): si può ben comprendere come le intenzioni del condottiero unno fossero quelle di dirigersi verso Costantinopoli. La città romana, leggendaria per splendore e ricchezza, aveva subito in quei difficili mesi, oltre alla carestia, una serie di terremoti, che ne avevano minato il sistema di sicurezza. Le grosse torri di avvistamento, le altissime mura che difendevano la Roma d'oriente erano crollate, o erano diventate pericolanti. I cronisti parlano del crollo di ben cinquantasette torri di difesa. Tutto questo mentre Attila e i suoi stavano avvicinandosi. La Storia dimostrerà come sia Costantinopoli che Roma resisteranno, anzi non saranno mai violate da Attila: sono fiorite leggende e superstizioni su queste due occasioni sprecate dal condottiero, che avrebbe potuto trasformarsi nell'uomo più potente del mondo conosciuto. Non siamo in grado di dire con esattezza i motivi per cui il mondo civilizzato riuscì a distinguere agli Unni (vi sono, però, molte possibili spiegazioni), ma sicuramente sembra un segno del destino che il Flagello di Dio si fosse fermato a pochi passi dal pieno trionfo.
Per Costantinopoli dunque l'unica speranza era una drammatica corsa contro il tempo: per anni i cultori della civitas romana avrebbero lodato l'impresa degli abitanti della capitale d'Oriente che, sotto la guida del prefetto pretoriano Flavio Costantino, si organizzò in squadre per la ricostruzione delle torri e delle mura. Per quanti possa sembrare incredibile, il prefetto romano sfruttò, con astuzia e intelligenza, l'acerrima rivalità che vi era tra le due fazioni del circo, gli azzurri e i verdi. Le due tifoserie diedero vita quindi ad una sorta di derby per la ricostruzione: gli abitanti di Costantinopoli non sapevano se credere ai loro occhi quando videro le mura della propria città, nuovamente erette, ancora più alte che in passato, nel tempo di soli sessanta giorni. Gli Unni, una volta giunti sotto Costantinopoli, si
Un cavaliere unno
trovarono di fronte una fortezza inespugnabile, con ben due linee fortificate di 66 metri di profondità. "Il lavoro, gigantesco e ingegnoso - scrive Mario Bussagli nel suo Attila - colpì profondamente la fantasia dei cittadini […] tanto che l'iscrizione celebrativa bilingue, tuttora visibile sul muro detto di Teodosio II, nella versione latina affermava fra l'altro, che a stento la dea Pallade (Athena) avrebbe potuto costruire altrettanto velocemente mura tanto solide". Quelle mura, mille anni dopo, avrebbero resistito anche agli attacchi dei Turchi.
Quando gli unni giunsero nei pressi di Costantinopoli la difesa della città fu affidata a Flavio Zenone, mentre lo scontro in campo aperto toccò agli uomini guidati dal comandante Arnegisclo. Furono le forze bizantine ad attaccare per prime, presso il Vit, un affluente del Danubio, al confine con la Bulgaria: la battaglia, nella quale Arnegisclo morì sorrise ai bizantini e obbligò gli Unni a deviare il proprio corso lontano dalla capitale. Attila guidò i suoi uomini nell'llirico e nei Balcani dove misero a ferro e fuoco, radendole al suolo, più di sessanta città. Incredibilmente, le forze dell'Impero d'Occidente non intervennero: come comandante supremo delle forze romane vi era infatti quell'Ezio che aveva frequentato in gioventù gli unni, vi aveva vissuto insieme come ostaggio, e comprendeva a fondo la loro sensibilità. Ezio era, anche, un amico degli Unni: perlomeno fino a quando Attila non avrebbe minacciato l'Occidente. E anche in quel caso, il comandante romano si sarebbe avvalso di divisioni unne "rinnegate" per combattere l'esercito di Attila.
Questi pensò bene di allentare la pressione su Costantinopoli, ma solo provvisoriamente, riversandosi sulla popolazione degli Acatziri, da sempre refrattari al dominio unno e fieri combattenti. In questo modo Attila manteneva alta la tensione tra i propri uomini e faceva terra bruciata intorno a Costantinopoli. Attila, per di più, sottomise infine questo popolo, inglobandolo nelle proprie forze di combattimento, recuperando una forza d'urto considerevole. Nei confronti di Costantinopoli, però, il condottiero avrebbe semplicemente avanzato richieste economiche: sapeva bene, Attila, che i propri uomini non avrebbero potuto assediare a lungo la città, tanto più che erano fiaccati dalla malaria, mentre una pressione psicologica avrebbe potuto fruttare di più. un trattato, firmato da Anatolio nel 448, prevedeva un tributo annuale e la liberazione di tutti i prigionieri unni, oltre alla restituzione di coloro che avevano tradito gli Unni per l'Impero. "Molti di questi uomini - scrive Patrick Howarth in Attila - piuttosto che essere consegnati agli Unni scelsero di finire uccisi dai loro ufficiali e così il prestigio dell'esercito imperiale, non più in grado di proteggere le sue stesse reclute, crollò drammaticamente". Attila avanzò anche richieste territoriali: un'area larga 500 chilometri nei pressi del basso Danubio. Fu questa richiesta che fece ben comprendere ai romani d'Oriente e d'Occidente che Attila sarebbe stato un pericolo finché fosse vissuto: ora gli Unni non chiedevano solo soldi, il "racket" nomade, occasionale, ma terre, domini. Attila voleva un regno tutto suo.
Fu allora che si pensò ad un complotto per uccidere Attila. Le trattative seguite alla pace del 448 si protrassero per oltre un anno: nella primavera del 449 Attila inviava a Costantinopoli il proprio ambasciatore unno, Edeco: questi doveva avanzare l'ennesima richiesta di transfughi rifugiatisi presso i romani. Edeco era accompagnato da un romano transfuga, quell'Oreste che sarebbe stato padre dell'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo
Nella primavera
del 449 Attila invia
a Costantinopoli
l'ambasciatore Edeco
Augusto, che il destino e il sarcasmo della storia avrebbero trasformato in Augustolo, destinato a vedere il crollo definitivo dell'Impero nel 476. Durante le trattative una parte fondamentale la svolgevano evidentemente gli interpreti. Tra essi un ruolo fondamentale lo assunse un certo Bigilas. I giorni che Edeco passò a Costantinopoli, venne ospitato nella sontuosa casa del potente Crisafio. Fu costui ad avanzare la proposta di tradimento ad Edeco: l'ambasciatore unno era uomo fidato e poteva accedere facilmente al cospetto di Attila: ebbene, Edeco avrebbe potuto vivere in quel lusso e con grandi favori materiali se avesse assassinato Attila. Gli approcci, prudenti, di Crisafio a Edeco furono sempre tradotti da Bigilas. Si venne quindi a creare un accordo segreto tra i tre, esteso solo successivamente all'imperatore Teodosio. Si pensò quindi a inventare, con un pretesto, un ambasceria presso Attila: la missione sarebbe stata guidata dall'ambasciatore Massimino, nobile romano che sarebbe rimasto a completa insaputa del piano, fungendo da specchietto per le allodole. Nell'estate del 499 la missione partì per Sofia, dove avrebbe dovuto incontrare Attila. Il capo unno si negò per diverse settimane finché incontrò, in un villaggio a nord della città, la delegazione. Le testimonianze di questo complotto sono dello scrittore romano Prisco, che parla del fatto che Attila da tempo, grazie a proprie talpe presso i propri uomini e nella stessa Costantinopoli, fosse venuta a conoscenza del piano. Prisco avanza anche la possibilità, molto probabile, che lo stesso Edeco avesse informato Attila. Tutti rimasero stupiti, infatti, quando Attila smascherò, in un confronto diretto, l'interprete Bigilas, scoperto con una grossa somma d'oro non lo uccise ma lo incatenò fino a quando il figlio non fosse andato e tornato a Costantinopoli con una somma consistente di libbre d'oro. A quel punto Bigilas sarebbe tornato, umiliato, a Costantinopoli, accompagnato da Oreste fino al cospetto dell'imperatore Teodosio, con un sacchetto pieno d'oro appeso al collo. Teodosio, di fronte al fallimento del complotto, avrebbe dovuto solamente ingoiare il rospo. E, ovviamente, offrire ad Attila la testa del nobile Crisafio, che aveva ordito tutta la macchinazione. Incredibilmente, Crisafio si salvò per una serie di circostanze: la sua eliminazione era auspicata anche dal rivale Flavio Zenone, e Teodosio, costretto a scegliere tra offrire Crisafio al potente Zenone o all'altrettanto potente Attila, non si mosse. Nel frattempo Crisafio avvicinò, tramite suoi uomini Attila, e gli parlò nella lingua che sapeva sarebbe risultata efficace nei confronti di un unno: quella del denaro. Crisafio si comprò la vita, anche se la perse poco tempo dopo quando Teodosio morì nel luglio del 450, a causa di una caduta da cavallo: Crisafio, corrotto personaggio certo non amato a Costantinopoli, perse il grande protettore e venne giustiziato in pubblico, senza il benché minimo processo. Pace fu fatta. Ora Attila, che si garantiva rapporti amichevoli con il nuovo imperatore Marciano, avrebbe volto il suo sguardo ad Occidente
Attila guarda ad Occidente Attila pensò che, con Costantinopoli inespugnabile, le sue orde potevano sempre puntare verso Occidente: qui l'impero viveva una profonda crisi, la capitale si era spostata da Roma alla più sicura Ravenna, in territorio paludoso e più facilmente difendibile. In più, Attila pensava ad emulare l'impresa di Alarico, condottiero visigoto che, alla testa di un esercito variegato di barbari aveva prima minacciato Costantinopoli e poi aveva invaso l'Italia (nel 400). Alarico, dopo varie vicissitudini, in una sfida prima perdente e poi vittoriosa con il comandante romano Stilicone, riuscì a marciare persino su Roma. Le sue orde, nel 408 raggiunsero le mura della Città eterna, e cominciarono un assedio che durò l'intero inverno. Esso fu rotto dalla solita arma cui ricorrevano i romani per piegare i miopi barbari: il denaro. Alarico accettò di ritirarsi sotto pagamento di cinquemila libbre d'oro e ventimila d'argento, più seta e spezie. Due anni dopo, però, Alarico tornò a battere cassa e, clamorosamente, occupò Roma. "Per Attila - scrive Howarth - quarant'anni dopo la lezione era chiara: Roma era molto più vulnerabile di Costantinopoli, le sue difese materiali erano molto più deboli e la sua immensa popolazione poteva venire affamata fino alla resa in breve tempo".
Attila, al momento di dirigersi verso occidente e puntare per l'Italia, doveva tenere conto
Sella usata dai cavalieri dell'esercito unno
della presenza dei Visigoti e dei Burgundi. Attila avrebbe dovuto venire a scontrarsi con i secondi, ma con i primi - il cui potente e leggendario re era Tedorico, nemico storico del comandante romano Ezio - sarebbe potuto venire a patti. Il piano fallì perché Ezio, fine politico oltre che grande uomo d'armi, seppe evitare questo accerchiamento, stabilendo buoni rapporti con i Visigoti. La cosa difficile da comprendere per noi oggi, ma estremamente chiara al tempo, fu che proprio lo spettro di Attila costituì il cambiamento dei rapporti tra i popoli d'Occidente. Visigoti, Goti, Burgundi e Bagaudi - sebbene chiamati barbari dai romani - erano popoli per lo più cristianizzati, venuti a compromessi e ormai conviventi accanto ai romani. Era Attila, il famigerato capo degli Unni, il Flagello di Dio secondo la vulgata cristiana, ad essere percepito come l'alieno, il vero barbaro. Molte cose avrebbero dovuto sconsigliare Attila dal seguire il suo destino in Occidente, dove avrebbe trovato la sconfitta nella leggendaria battaglia dei Campi Catalauni. Eppure, un elemento imprevedibile si rivelò fondamentale.
"[…] Attila - spiega Bussagli - sente che il suo destino è ormai europeo e mediterraneo. L'unità culturale ed economica del mondo romanizzato, dove ancora domina il solido aureo che è, insieme, strumento e simbolo di questa unità, attrae irresistibilmente il cavaliere delle steppe che anela, per sé e per i suoi, ad una integrazione che sia, possibilmente, predominio assoluto". Questa sete di potere si accompagna ad una sete di romanità e ad una curiosa storia sentimentale.
Il richiamo per l'Italia si fa per Attila assolutamente irrevocabile quando, in modo stupefacente, appare nella sua vita la giovane Giusta Grata Onoria, figlia di Flavio Costanzio incoronato imperatore d'occidente l'8 febbraio 421, e di Galla Placidia, incoronata Augusta lo stesso giorno. Figlia di cotanta madre (Galla Placidia difese la cristianità e la romanità, contribuì a rendere grande Ravenna, patì la servitù sotto i barbari, e poi riottenne il potere), Onoria viveva ai margini dei privilegi imperiali, dal momento che l'imperatore era divenuto il fratello minore Valentiniano III. Onoria veniva percepita come rivale dell'imperatore e non le si permetteva un matrimonio con un uomo che potesse essere ambizioso, e divenire di conseguenza pericoloso per Valentiniano. La giovinezza sfioriva lentamente, a Ravenna: il suo ultimo amante, Eugenio, venne fatto arrestare e decapitare per ordine del fratello. Onoria venne obbligata a sposare un vecchio e ricco senatore di nome Flavio Basso Ercolano. La misura era colma, e la forte Onoria, clamorosamente per quei tempi, compì un'impresa che definire audace è poco. Nella primavera del 450 la donna fece arrivare ad Attila, tramite il fedele eunuco Giacinto, un messaggio che il condottiero unno interpretò come chiarissimo: una grossa somma d'oro, una lettera nella quale Onoria chiedeva ad Attila di liberarla dal matrimonio imposto, e l'anello imperiale personale. Fu quest'ultimo dono a convincere Attila: Onoria chiedeva il fidanzamento.
A questo punto, nella mente di Attila si affacciarono diverse ipotesi: la proposta, sincera o meno che fosse, gli dava la possibilità di muovere verso l'Italia con una missione simbolica e pratica. Il capo unno - che gli storici attestano possedesse moltissime mogli e altrettanti innumerevoli figli e che avesse una carica sessuale fuori dal comune - sicuramente vedeva in Onoria la più luminosa tentazione. Sposando una Augusta, Attila poteva porsi, come aveva segretamente sempre ambito, sullo stesso piano dei romani. Non solo: un
Elmo dei soldati di Attila
nobile romano, vero e proprio magister militum. Onoria era la carta vincente per ottenere un amore non imposto ma richiesto e un potere politico immenso.
Attila manda un'ambasceria a Ravenna, dove dichiara Onoria "sua sposa" e che se la donna avesse subito un'offesa la sua furia si sarebbe scatenata sull'Impero. In più, il capo unno chiedeva metà dell'Impero d'Occidente per sé e per la sua nuova sposa!
La campagna d'Italia La campagna avviene nel 451: gli unni si spostano insieme a fedeli alleati come gli Eruli, i Rugi, gli Sciri. Attila puntò prima verso la Gallia: era quella la regione promessa ad Onoria dal padre e che il fratello Valentiniano le aveva strappato. L'Impero doveva reagire, e nel più deciso dei modi: mandò, come proprio comandante supremo, il suo più valoroso soldato, e cioè Ezio, che in gioventù aveva conosciuto Attila, ne era addirittura divenuto amico. I movimenti di Attila in Gallia indussero non solo i Visigoti ad allearsi con Ezio, ma anche i Franchi, i Burgundi, gli Armoricani.
Dopo aver conquistato diverse città, Attila seppe che lo scontro decisivo sarebbe avvenuto nella regione della Champagne: nei cosiddetti Campi Catalauni avvenne lo scontro tra i due eserciti contrapposti, in un territorio scelto dallo stesso Attila perché agile per gli spostamenti equestri, nei quali gli unni eccellevano.
La battaglia fatidica avvenne, con molta probabilità, il 20 giugno 451. Attila, che era un uomo molto sensibile ai messaggi dei suoi sciamani, accettò lo scontro perché questi gli avevano predetto una sconfitta personale, ma anche la morte del grande condottiero avversario in quel giorno fatidico. In effetti una morte illustre avvenne, e fu quella del re dei Visigoti, Teodorico, che nel cuore dei combattimenti, perì o travolto da una ritirata dei suoi uomini o, più eroicamente, trafitto dalla freccia di un nemico. Attila pensava di perdere la battaglia ma vincere la guerra avvalendosi della morte di Ezio. Ma Ezio non cadde. La battaglia vide la distruzione totale dei due eserciti: l'evento colpì a tal punto il mondo civilizzato che per molto tempo corse la leggenda che, nelle tre notti successive allo scontro, i fantasmi dei guerrieri caduti continuassero a combattersi.
In ogni caso, come scrive Bussagli "il fatto che Ezio fosse sopravvissuto alla battaglia fu la fortuna dello stesso Attila. I Visigoti anelavano a chiuderlo nel suo campo fortificato e a spazzarlo via con un assalto rabbioso o, meglio, a far morire di fame lui e i suoi. […] Ma Ezio era rimasto amico (nonostante tutto) ed è probabile che vagheggiasse un'idea speculare, se così si può dire, rispetto a quella che aveva portato Attila in Gallia. Anche Ezio, infatti, vedeva quale enorme forza sarebbe nata da un'unione unno-romana e, probabilmente, immaginava gli unni come milizie dell'impero non più mercenarie, ma coesistenti e tese ad identici scopi".
Ezio riuscì a far allontanare gli alleati Visigoti e Franchi, soprattutto il figlio di Teodorico, Torrismondo, vagheggiandogli l'ipotesi che nel suo regno, in sua assenza i fratelli e parenti potessero togliergli il trono che gli spettava dopo la morte del padre. Ezio permise così ad Attila un'onorevole fuga, in Gallia.
L'anno seguente, il 452, però, Attila tornò a farsi vivo: il miraggio di Onoria non si era dileguato, evidentemente. Dalle Alpi Giulie calò con i suoi guerrieri e non incontrò resistenza alcuna. Ezio, pur conoscendo la psicologia degli Unni, non si aspettava questo ritorno, che dimostrava innanzitutto la "diversità" dell'uomo e condottiero Attila rispetto ai suoi predecessori. Gli Unni si riversarono in quello che è l'attuale Nord-Est, cingendo d'assedio Aquileia e conquistandola. "Quando cadde - scrive ancora Bussagli - tutto il mondo romano tremò, trattenendo il respiro". Da qui gli unni calarono verso sud, nell'attuale Veneto (alcuni storici fanno risalire la nascita di Venezia, fortificazione sull'acqua, che gli unni temevano, a questo periodo), conquistando città e villaggi, compresa Padova. Da qui Attila si mosse ad ovest: Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo: tutte caddero sotto il suo tallone, espugnate, distrutte, i loro cittadini massacrati sul posto e, i fortunati sopravvissuti alla
Esempio di artigianato unno
carneficina, fatti schiavi. Meglio andò ai milanesi e ai pavesi, miracolosamente risparmiati (furono uccisi in numero considerevolmente minore).
Per un po', gli Unni resteranno a nord del Po: gli sciamani annunciavano ad Attila il pericolo di una calata verso Roma. Il pensiero correva ad Alarico che, dopo averla saccheggiata, era morto di malattia in Calabria, prima di sbarcare in Africa. Inoltre, carestia e peste colpivano le file degli Unni e un'avanzata verso sud avrebbe allontanato gli Unni dai rifornimenti. La paura che Attila si dirigesse a Roma, però, spinse Ezio a convincere il papa stesso, Leone I, ad intervenire. Non era eccezionale che un'ambasceria fosse guidata da un uomo di Chiesa, ma era sensazionale che a farlo fosse il pontefice massimo "e per di più - scrive Bussagli - un papa come Leone I, uomo di indiscussa fierezza e di notevole abilità diplomatica che, inoltre, non parla mai di questa missione nei suoi scritti e nelle sue lettere".
La presenza del papa significava che l'impero stava, realmente, tremando. L'incontro tra Attila e Leone I fu condizionato dalla mentalità del primo: per il capo unno gli uomini di religione rivestivano enorme importanza, li temeva, di qualunque religione fossero.
Roma era la Città sacra, che gli sciamani gli avevano sconsigliato di conquistare, Attila temeva ciò che era "sacro". Molte furono le leggende attorno all'evento: c'è chi disse che i santi Pietro e Paolo apparissero al fianco di Leone I, chi disse che Attila fosse rimasto impressionato dalla presenza di un vecchio che, vicino al Papa, impugnava una spada sguainata.
Quel che è certo è che i due uomini si parlarono da soli, lontano da tutti. Coloro che scrutavano da lontano potevano solo notare il silenzio che avvolgeva le due figure, forse le espressioni cangianti dei loro visi. Alla fine, clamorosamente, Attila si ritirò, tornò dai suoi e fece voltare loro le spalle a Roma, alla conquista più luminosa che il popolo unno avrebbe potuto mai ricordare nelle proprie leggende.
Mentre cavalcava nuovamente verso nord, non erano pochi coloro che pensavano ad una dolorosa sconfitta: Attila non aveva ottenuto in sposa Onoria, e la sua campagna era costata la vita di decine di migliaia di morti.
La delusione per la mancata conquista sentimentale, però svanì ben presto: le cronache parlano di un ennesimo matrimonio con cui il capo unno si legò ad una bellissima e giovane donna di nome Ildico. Nell'anno 453 era chiaro che Attila avrebbe puntato nuovamente su Costantinopoli, l'impero d'oriente, per sfidare il nuovo imperatore marciano, che fra l'altro aveva ricusato ogni patto precedente. Costantinopoli non "pagava" più, e una campagna militare si imponeva. C'è chi sostiene che Attila non si fosse ancora arreso sulla questione di Onoria, e che avesse saputo che la nobildonna romana era stata spedita a Costantinopoli.
Le nozze con Ildico furono celebrate con tutta la magnificenza e l lusso che si doveva ad un grande capo. Attila bevve moltissimo nei baccanali che seguirono alla celebrazione. La stessa notte, il grande condottiero, moriva nel sonno soffocato da un'emoraggia. Il suo corpo non rivelava nessun segno di violenza, Attila aveva avuto simili problemi di salute già in passato, la giovane Ildico piangeva in un angolo. Nel silenzio più assoluto le guardie di Attila entrarono nella tenda raccolsero il corpo del capo e non toccarono la giovane sposa, evidentemente innocente.
Per gli Unni iniziava un percorso storico a ritroso, verso l'oblio.
(2 - FINE)



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