I SAVOIA (2) La grande avventura che portò un piccolo casato
di origine feudale a regnare sul nostro Paese fino al 1946


VITTORIO EMANUELE II
UN UOMO COMUNE
DI MOLTO BUON SENSO

Fu, con Cavour e Garibaldi, l'artefice dell'Unità d'Italia. Sovrano
un po' rozzo, esuberante e gran "cacciatore" di donne, è passato
alla storia come il "re galantuomo". Seppe capire l'importanza
di coniugare l'espansionismo dinastico con l'ideale nazionale.



Vittorio Emanuele II ascolta
la relazione di uno dei suoi ministri

di ALESSANDRO FRIGERIO
Con l'abdicazione di Carlo Alberto il Risorgimento italiano entra nella fase più calda. A Vignale, il 24 marzo 1849, è il nuovo re Vittorio Emanuele II a firmare l'armistizio con Radetzky, il quale ottiene dal giovane sovrano, in cambio di migliori condizioni di pace, l'impegno a non dare appoggio ai rivoluzionari italiani. Scriverà il vecchio maresciallo austriaco: "Il re […] dichiarò apertamente la sua ferma volontà di voler, da parte sua, dominare il partito democratico rivoluzionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che aveva minacciato lui stesso e il suo trono; e che per far questo gli occorreva soltanto un po' di tempo, e specialmente di non venire screditato all'inizio del suo regno, altrimenti non avrebbe potuto trovare nuovi ministri dabbene".
Del resto il vecchio maresciallo asburgico sfondava una porta aperta chiedendo al re di non dare credito ai democratici. Le convinzioni conservatrici del primogenito di Carlo Alberto e di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena erano, infatti, ormai piuttosto note. Come militare aveva dimostrato vigore e sprezzo del pericolo. Allo scoppio della prima guerra d'indipendenza Vittorio Emanuele aveva seguito l'esercito, al comando di una divisione di riserva. Si distinse nelle battaglie di Pastrengo, S. Lucia e Custoza. Alla battaglia di Goito (30 maggio 1848) guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo ferito. Ma sul piano schiettamente politico considerava una debolezza la concessione dello Statuto fatta dal padre. Nonostante i suoi sentimenti antidemocratici, tuttavia, dopo l'armistizio di Vignale sentì la necessità di seguire la strada paterna e mantenne lo Statuto, acquistandosi così l'appellativo di "re galantuomo".
Ha scritto lo storico Gianni Oliva che: "A dispetto dell'importanza del suo ruolo storico e della compiacenza dei biografi ufficiali, Vittorio Emanuele è stato in realtà un uomo 'normale' per intelligenza e per carattere, nel quale vizi, debolezze e abitudini si sono mescolati senza che un aspetto prevalesse sull'altro: un uomo 'comune' nel senso positivo del termine, privo di intuizioni geniali ma dotato di molto buon senso, consapevole delle proprie funzioni e dei propri poteri, ma anche dei propri limiti".
Uomo onesto e dabbene, Vittorio Emanuele II non fu quindi l'eroe risorgimentale tramandato dall'agiografia degli anni successivi all'Unità. Un po' rozzo, di complessione robusta, appassionato cacciatore di selvaggina e di donne (a proposito delle numerose amanti e della ricca messe di figli illegittimi, Massimo D'Azeglio dirà che meritava più che il titolo di "Padre dell'Italia" quello di "Padre degli italiani"), si trovava a suo agio più con il dialetto piemontese che con la lingua italiana, e preferiva una zuppa di fagioli ai ricchi pranzi di corte. Neanche lo slancio patriottico fece mai presa su di lui. Quando arrivò a Roma, dopo Porta Pia, pare che la fatidica
Pur lacunoso sul
piano dottrinario,
Vittorio Emanuele II
non mancò mai
in "immagine"
frase "Ci siamo e ci resteremo", sia stata costruita ad arte da qualche "portavoce" della corona perché la vera esclamazione del re, "I suma", cioè "finalmente siamo arrivati", trasudava ben poco orgoglio risorgimentale.
Difficile quindi chiedersi oggi cosa per Vittorio Emanuele II rappresentasse allora il concetto di nazione italiana. Non era certo quella profondamente descritta da Pasquale Stanislao Mancini come "una società naturale di uomini, da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale", né tantomeno quella cantata dal Manzoni in Marzo 1821, "una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue e di cor". Cresciuto nel Piemonte della Restaurazione, il re era stato educato alla lettura dei testi religiosi, della storia della propria dinastia, e sottoposto con metodo allo studio di latino, francese e matematica (ma i precettori si lamentavano per la scarsa applicazione). E una volta prese in mano le redini del Regno sabaudo continuerà a lungo, perlomeno fino al 1859, a coltivare l'idea del padre di un accrescimento territoriale dello stato sabaudo.
Lacunoso sul piano dottrinario, al re non mancò mai invece l'"immagine". Una vera e propria operazione promozionale venne attuata sulla sua figura dai mass media dell'epoca. Ha scritto Alberto Banti, in un recente saggio sulle origine dell'identità nazionale, che "fin dall'episodio dell'incontro di Vignale, del 24 marzo 1849, la proiezione dell'immagine del re guerriero, giusto e coraggioso, si spostò [da Carlo Alberto] sul figlio, Vittorio Emanuele, di cui una ricca pubblicistica cominciò a celebrare magnanimità, fermezza e vigore virile. La lealtà nei confronti dello Statuto, i buoni successi politici e militari di cui fu se non artefice, certamente simbolo riassuntivo (dalla guerra di Crimea, alla campagna del 1859, all'occupazione dell'Italia centrale nel 1860, alla patriottica deferenza nei confronti di Garibaldi) ne fecero un re estremamente popolare. Le sue qualità più apprezzate furono il coraggio personale, l'indole affabile e comunicativa, non disgiunta dal senso della dignità reale, i comportamenti gioviali, irruenti, spavaldi, una schietta, istintiva adesione a modi di essere pragmatici, ispirati al buon senso comune e lontani dalle sottigliezze della politica".
Ma torniamo agli avvenimenti del 1849. Se l'esercito era stato duramente provato dalla sconfitta non migliore era la situazione interna del regno, scosso anche da una sommossa repubblicana a Genova (aprile '49) repressa nel sangue. La maggior difficoltà politica era costituita dall'ostilità della Camera dei Deputati, a maggioranza democratica, a ratificare il trattato di pace con l'Austria. Vittorio Emanuele II, per superare l'opposizione della Camera emanò il proclama di Moncalieri (20 novembre '49) con il quale scioglieva la Camera ed indiceva nuove elezioni. L'appello reale conseguì il suo effetto e il Piemonte, firmata la pace con l'Austria, poté dedicarsi alla soluzione dei grandi problemi interni, primo fra tutti il consolidamento del regime costituzionale.
Propenso ad esercitare l'autorità regia fuori dai limiti dello Statuto, Vittorio Emanuele II diede tuttavia prova di lealtà costituzionale promulgando, nonostante fosse contrario, le leggi Siccardi contro i privilegi del clero. A ciò, tuttavia il monarca fu indotto anche dal fermo contegno del governo, presieduto da Massimo D'Azeglio.
Nel novembre 1852 al D'Azeglio successe Camillo Benso conte di Cavour. I rapporti di Vittorio Emanuele II con Cavour non furono facili, poiché il grande ministro, pur devoto alla monarchia, non esitava ad esporre i suoi punti di vista, non sempre concordi con quelli del sovrano. Cavour gli rimproverò sempre l'eccessiva disinvoltura sentimentale e la relazione con la "bella Rosina", che potevano provocare un danno di immagine a livello internazionale. Ma tra i due i contrasti erano anche politici e caratteriali. Ammiratore del modello parlamentare inglese il Cavour, deciso a rivendicare un ruolo attivo nelle faccende politiche il re, la loro convivenza fu dettata dalle necessità contingenti. Valga per tutte una lettera di Cavour a Lamarmora scritta negli ultimi mesi del 1860, quando ormai il più era fatto: "Il re non mi ama, ed è di me geloso; mi sopporta come ministro, ma è lieto quando non mi ha al fianco. Dal canto mio mentirei se vi dicessi di aver dimenticato che il giorno in cui il re entrava a Firenze a Palazzo
Vittorio Emanuele II (al centro) incontra
il generale austriaco Radetzky
Pitti, esso, lungi dal rivolgermi una sola parola di ringraziamento, mi disse cose villane e dure, che dette da altri che da un re ci avrebbero condotto sul terreno. Come rappresentante del principio monarchico, come simbolo dell'Unità, sono pronto a sacrificare la re la vita, le sostanze, ogni cosa infine; come uomo desidero da lui un solo favore, il rimanermene il più lontano possibile".
Tuttavia Vittorio Emanuele II, spirito bellicoso ed esuberante, accettò pur tra molti contrasti la politica cavouriana, sia nel desiderio di restaurare la fama del suo esercito e del suo Regno, sia nel caso dell'intervento in Crimea. Per aumentare il prestigio ed i domini della sua casata approvò l'alleanza con Napoleone III, con il quale il re sabaudo condivideva un certo gusto per la politica segreta, e manovrò per tenere a bada gli elementi più rivoluzionari e i fautori della democrazia come Mazzini.
In fondo la grande intuizione che portò Vittorio Emanuele a farsi paladino dell'Unità d'Italia consiste nell'aver capito che la tendenza dei ceti emergenti borghesi a creare uno stato nazionale era ormai irreversibile e che la monarchia doveva adeguarvisi mettendosene alla testa con la sua autorità, e cercando di ritagliarsi più margine di controllo possibile. Si spiegano così anche i cosiddetti tentennamenti attribuitigli dai democratici nel decennio precedente l'Unità. Lo capì benissimo, ad esempio, il patriota Daniele Manin che, in una lettera del 1856, scrisse: "Finché l'idea nazionale non è generalmente e notoriamente accettata, l'esitazione del governo piemontese è naturale. Siamo giusti, e mettiamoci ne' suoi panni. La monarchia piemontese non può tirar la spada e gittarne il fodero finché non è tolto intieramente il dubbio che dopo la vittoria i mazziniani non solo le negheranno la debita ricompensa, ma tenteranno cacciarla dal trono de' suoi padri".
Gli anni più favorevoli a Vittorio Emanuele furono quelli dal '59 al '61. In quei due anni fatidici riuscì, sfruttando abilmente la congiuntura politica, a coniugare espansionismo dinastico con ideologia nazionale. Partito in guerra contro l'Austria nell'aprile del '59, meno di due anni dopo era acclamato re d'Italia da un Parlamento italiano. Certo, alla rapida ascesa del monarca contribuì l'opera di Cavour e di Giuseppe Garibaldi che, con la spedizione dei Mille, gli donò il grande regno meridionale. Ma si deve riconoscere che in quegli ultimi anni decisivi Vittorio Emanuele II fu decisamente per la causa dell'unità nazionale.
La firma dell'armistizio di Villafranca nel luglio del 1859, che assegnava al Piemonte la sola Lombardia, firma osteggiata da Cavour che temeva così di vedere sfumare l'idea unitaria, fu voluta da Napoleone III e accettata di buon grado dal re. Tale atteggiamento di Vittorio Emanuele ha fatto sospettare una sua scarsa passione patriottica, a vantaggio invece di un utilitarismo dinastico del tutto contingente. Ma i sospetti verranno fugati dall'atteggiamento tenuto nei confronti di Garibaldi e dei Mille. Cavour si opporrà per paura di eccessivi sviluppi democratici, il re, invece, appoggerà la spedizione, anche se con parole velate: "Caro Generale - scrisse a Garibaldi il 22 luglio 1860 - Lei sa che allorquando Ella partì per la Spedizione di Sicilia non ebbe la mia approvazione: ora mi risolvo a darle un suggerimento nei gravi momenti attuali, conoscendo la sincerità dei suoi sentimenti verso di me. Per cessare la guerra fra Italiani e Italiani io la consiglio a rinunziare all'idea di passare colla sua valorosa truppa sul continente Napoletano". Curiose parole quelle di un re, che come capo supremo dell'esercito, invece di intimare a Garibaldi un dietrofront, si limita a "suggerire" e "consigliare", nella speranza, neanche troppo nascosta, che l'eroe faccia poi di testa sua e metta tutti di fronte al fatto compiuto!
Proclamato il Regno d'Italia nel marzo del 1861, al compimento dell'unità italiana mancavano ancora il Veneto e Roma, ma la trasformazione di Casa Savoia - avvenuta tra contrasti, indecisioni e con il concorso determinante di casualità e necessità - da piccolo potentato di origine alpina a dinastia regnante italiana era ormai compiuto.
(2 - FINE)



Bibliografia

Torna in copertina