Dove affondano le radici del patriottismo di casa Savoia? A ben guardare forse neanche in quei momenti epici del Risorgimento fissati a chiare lettere nelle pagine dei libri di scuola, dall'inutile esposizione del petto al fuoco austriaco di Carlo Alberto a Novara fino alla proclamazione di quel primo re d'Italia, Vittorio Emanuele, non a caso incoronato come "secondo".
Del resto, prima delle guerre d'indipendenza la storia di casa Savoia ebbe poco a che spartire con la storia d'Italia. Nonostante nel '700 lo stato sabaudo fosse ormai divenuto - dopo aver a lungo gravitato, territorialmente e politicamente, nell'ambito del versante franco-svizzero delle Alpi -, almeno nel suo nucleo essenziale spiccatamente piemontese, a corte e tra l'aristocrazia la lingua francese era ancora molto usata. Peccato veniale se vogliamo, dato che la moda dell'epoca vedeva la lingua di Voltaire diffusa anche alla corte prussiana e in quella, ben più lontana, di San Pietroburgo.
Ma il fatto è che già nel '700 lo stato sabaudo differiva dagli altri stati della penisola italica per le sue origini: non aveva alle spalle una vivace storia comunale, non era nemmeno sorto dalla progressiva espansione amministrativa di un importante comune a tutto il suo contado, bensì dall'accorpamento di più feudi anticamente appartenuti a casa Savoia e definitivamente costituiti in monarchia da Emanuele Filiberto dopo il 1559.
Intraprendenza e avventurismo, qualità che a prima vista potrebbero apparire essenziali a un casato che intenda ambire alla costruzione di un grande stato unitario, non appartenevano al DNA dell'aristocrazia savoiarda. Se negli aristocratici lombardi, veneti e toscani queste attitudini si erano sviluppate in età comunale e poi con le attività mercantili, nel XVIII secolo in casa Savoia la vocazione era ancora quella delle origini, placidamente feudale e terriera. L'aristocrazia veniva ancora legata al potere monarchico con uffici e ricompense nobiliari e militari. Ancora nella seconda metà del '700, mentre buona parte d'Europa risentiva degli influssi dell'Illuminismo, l'azione di governo della monarchia sabauda si caratterizzava per un forte assolutismo conservatore, sostanzialmente accentratore e assai parco in materia di riforme.
Il conte Dalmazzo Francesco Vasco, che nel 1791 azzardò la pubblicazione di
un Essai sur une forme de gouvernement légitime et modéré par des lois fondamentales dove si propugnava una riforma costituzionale assolutamente moderata si buscò da Vittorio Amedeo III il carcere a vita. Non maggiore fortuna ebbe il movimento giacobino piemontese, i cui sentimenti rivoluzionari per un ordinamento nazionale e democratico valsero ai suoi principali esponenti la repressione del 1799.
Se in questi atteggiamenti non si riesce a ravvisare quella che poi sarà la vocazione patriottica e unitaria di casa Savoia, è invece nell'esercito e nella sua forza che si possono individuare i precedenti del Risorgimento. Sotto Vittorio Amedeo III (1773-1796) l'esercito fu irrobustito e potenziato fino a farne la spina dorsale di tutto lo stato.
Le gagliarde armi sabaude tuttavia non riuscirono ad evitare le sconfitte contro le armate
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La Restaurazione in
Piemonte fu intesa
come chiusura verso
l'esterno e verso
le nuove idee
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repubblicane francesi a partire dal 1792 e, successivamente, la poco gloriosa annessione del Piemonte alla Francia (1798). L'armistizio di Cherasco e l'occupazione militare francese fecero venire meno nei Savoia la fiducia nel proprio esercito, e nei patrioti giacobini quella nella liberalità di Napoleone. Il re fuggì a Parma, quindi a Firenze e poi in Sardegna, lasciando a società segrete di diversa tendenza (giacobine, aristocratiche e cattoliche) il compito di portare avanti in Piemonte l'attività antifrancese, ma non certo l'idea di una unità nazionale di tutta la penisola.
Il congresso di Vienna e la Restaurazione riportarono sul trono i sovrani legittimi. Nel regno sabaudo Vittorio Emanuele I abrogò i codici napoleonici, che in parte erano riusciti a rendere più fluida la confusa amministrazione precedente, per sostituirli con la vecchia legislazione e con l'uso ampio e discrezionale degli editti regi. La Restaurazione in Piemonte fu quindi intesa in tutto e per tutto come chiusura verso l'esterno e verso le nuove idee. Basti a dimostrarlo l'introduzione di barriere doganali interne tra la Liguria e il Piemonte e tra questi e la Savoia, per non parlare dei dazi proibitivi verso gli altri stati confinanti.
L'unico passo, compiuto del tutto inconsapevolmente, verso l'italianizzazione dello stato sabaudo, fu l'annessione di Genova. Al porto ligure facevano da tempo capo gli interessi economici e finanziari inglesi, nonché importanti flussi commerciali verso il Lombardo-Veneto. La permeabilità di Genova a nuovi correnti di pensiero, l'intraprendenza commerciale della sua borghesia, secolarmente collegata da flussi di scambi con la Toscana, Roma, Napoli e la Sicilia contribuì a suscitare nei Savoia le prime attenzioni verso il resto della penisola. Fu costituita una marina da guerra e a partire dal 1815 la politica sabauda prese a orientarsi con maggiori ambizioni nel gioco diplomatico europeo, guidata dal sincero atteggiamento antiaustriaco degli ambienti di corte e dello stesso Vittorio Emanuele I. Ma ancora una volta le ambizioni dei Savoia furono portate avanti senza tradire le proprie radici, che erano pur sempre quelle di un piccolo casato di origine feudale, incapace di intendere la politica di potenza se non come pura e semplice espansione dei propri domini.
Del resto, intellettuali sabaudi liberal-moderati come Santorre di Santarosa o Cesare Balbo, erano convinti che se di patriottismo italiano bisognava parlare non lo si poteva fare se non nei termini di una predominante fedeltà al Piemonte e alla dinastia sabauda. Lo stesso odio antiasburgico, che durante il Risorgimento diventerà un potente fattore di aggregazione e uno straordinario veicolo di diffusione del pensiero liberale e patriottico, era in realtà di discendenza sabauda. L'ostilità dei Savoia verso gli Asburgo rimontava infatti dal rancore per aver perso per mano austriaca i territori lombardi ottenuti nel '700 da Carlo Emanuele III, oltre che, naturalmente, dal pericolo rappresentato nel presente dall'egemonia asburgica in Italia.
Quando all'inizio del 1820-21 scoppiano i moti a Napoli e in Sicilia i liberali piemontesi guardatono con interesse alla possibilità di introdurre nel regno una costituzione ricalcata su quella spagnola e contemporaneamente iniziarono a fare pressioni al fine di dichiarare guerra all'Austria e costituire un regno dell'alta Italia sotto l'egida di casa Savoia. Il 1821 segnò quindi la nascita di un vero e proprio ideale liberale-nazionale marcatamente antiasburgico, ideale attorno al quale si radunarono intellettuali e borghesi piemontesi e lombardi ma non in modo diretto la dinastia sabauda. Come è noto, Vittorio Emanuele I
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Vittorio
Emanuele I di Savoia ritratto
con la moglie e i tre figli |
preferì abdicare piuttosto che concedere la costituzione, lasciando al giovane reggente Carlo Alberto, che allora farà la sua comparsa sulla scena, lo scomodo e improprio ruolo di interprete del movimento antiaustriaco e costituzionale.
Sulla figura indecisa, più che ambigua, di Carlo Alberto, molto è stato scritto. Figlio di Carlo Emanuele I di Savoia, sesto principe di Carignano, e di Maria Cristina di Sassonia-Curlandia, all'epoca della dominazione napoleonica in Piemonte Carlo Alberto aveva seguito i corsi di studio a Parigi ed a Ginevra. Nel 1814 Napoleone lo aveva nominato sottotenente del Reggimento Dragoni, ma, caduto l'Impero, fece ritorno a Torino e fu riammesso nella famiglia reale, benché guardato con un po' di sospetto a causa delle sue simpatie per la Francia. Queste presunte simpatie gli valsero la stima dei circoli liberali torinesi, anche se in realtà gli ideali della Rivoluzione non ebbero molta parte nella sua formazione. Di mentalità tradizionalista, fortemente legato alla chiesa e alla dinastia, permeato da un generico sentimento antiasburgico, Carlo Alberto appariva nonostante tutto assai più aperto rispetto al tradizionale e grigio ambiente di corte. Inviso all'aristocrazia reazionaria piemontese, incarnava per i giovani liberali la speranza di un vero patriottismo italiano. Ma in realtà il giovane principe di Carignano aveva ben poco del liberale, e la possibilità di una guerra contro l'Austria veniva interpretata da lui solo nei termini di una espansione dinastica.
Si spiega così il ruolo apparentemente poco chiaro avuto durante i moti del 1821 in Piemonte. Prese contatti con i rivoltosi, ma all'ultimo momento si fece da parte, mentre i congiurati continuarono a contare su di lui. Avvenuta l'abdicazione del re Vittorio Emanuele I divenne reggente ed accordò la Costituzione salva l'approvazione del Re, cioè di Carlo Felice, che in quei giorni si trovava al di fuori dei confini del Regno. Questi invece disapprovò l'operato, chiamò gli austriaci in Piemonte e ordinò a Carlo Alberto di abbandonare i rivoltosi e di fuggire a Novara, dove le truppe erano rimaste fedeli al Re. Accusato di doppiogiochismo dagli ambienti di corte ma anche dai liberali, Carlo Alberto si fece da allora fama di indeciso. Mazzini lo definirà "l'Amleto della monarchia", più tardi verrà sbertucciato come "re tentenna", fino a immortalarsi nella definizione carducciana di "italo Amleto".
Si recò quindi in esilio presso il suocero, Ferdinando III di Toscana, poi prese parte alla repressione della rivoluzione liberale spagnola combattendo al Trocadero, attirandosi in tal modo l'odio dei suoi antichi amici politici.
Quando dieci anni dopo i moti del 1821 Carlo Alberto salì al trono, uno dei primi a complimentarsi con lui fu Mazzini, che con una accorata lettera invitò il nuovo sovrano a mettersi alla guida del movimento per la libertà e l'unità d'Italia. In tutta risposta le autorità di Torino diramarono ai posti di frontiera l'ordine di impedire all'autore della inopportuna missiva l'ingresso negli Stati Sardi.
Nei primi anni di regno continuò nei suoi atteggiamenti ambivalenti. Dimostrò grande energia e rigore nel reprimere qualunque tentativo di rivoluzione liberale. Si dedicò con alacrità al riordinamento dello Stato, risanando le finanze, promuovendo lo sviluppo economico del Regno, riorganizzando l'esercito e dando impulso alle riforme amministrative di cui le più notevoli furono l'istituzione del Consiglio di Stato (organo giurisdizionale con il quale il sovrano veniva in certo senso ad autolimitare la propria autorità) e la
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Carlo
Alberto, re di Sardegna
e del Piemonte, l'"indeciso" |
promulgazione di un nuovo codice civile. In questa attività Carlo Alberto più che alle nuove idee del secolo guardò alla tradizione settecentesca ed in parte ripristinò la tradizione amministrativa napoleonica che Vittorio Emanuele I aveva improvvisamente abbandonato. In politica estera si distinse per il sostegno dato alla causa del legittimismo aiutando in Portogallo i miguelisti ed in Spagna i carlisti, parteggiando entrambe le volte per i reazionari contro i liberali. Pur nemico dell'Austria si alleò con essa nel 1831 per timore della Francia di Luigi Filippo
Nel 1845 concesse un colloquio a Massimo d'Azeglio, allora impegnato a tessere una tela di rapporti cospiratori in tutta Italia. Al d'Azeglio rivolse un invito a temporeggiare: "Faccia sapere a que' signori - gli disse - che stiano in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma che siano certi, che, presentandosi l'occasione, la mia vita, la vita de' miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana". D'Azeglio, riportando le dichiarazioni del sovrano poco tempo dopo, aggiungerà sibillino: "Queste le parole: il cuore lo vede Iddio". Le intenzioni di Carlo Alberto continuavano ad apparire insondabili ai più.
Ha scritto lo storico Giorgio Candeloro, nella sua monumentale
Storia dell'Italia moderna, che il re sabaudo era certamente favorevole all'idea di una confederazione italiana da attuarsi dopo eliminata l'Austria ed assicurata al Regno di Sardegna l'egemonia; ma è certo anche che su due punti Carlo Alberto restava intransigente: sulla conservazione del sistema assolutistico con esclusione di qualsiasi concessione costituzionale e sulla continuazione di una politica religiosa rigidamente cattolica secondo una linea assai più vicina al gesuitismo che al cattolicesimo liberale.
L'elezione di Pio IX, che sembrò dar corpo alla concezione giobertiana di un papato conscio di una missione italiana, indusse Carlo Alberto a rompere gli indugi. Chiesa e trono potevano porsi alla guida del movimento unitario, togliendo a repubblicani e rivoluzionari qualsiasi velleità di comando. Per conquistare alla casa Savoia l'egemonia sul resto dell'Italia Carlo Alberto scelse quindi di rinfocolare il suo tradizionale sentimento antiaustriaco e di fare affidamento, in modo del tutto strumentale, sull'ala liberale più moderata del movimento nazionale. Che tuttavia non si lasciò abbindolare così facilmente. In una lettera a Minghetti dell'ottobre 1847 Massimo d'Azeglio, che aveva fondato il suo patriottismo a partire dalle opere dell'Alfieri, scriveva a proposito dell'equivoco concetto di nazionalità interpretato da Carlo Alberto: "Il re […] è un misto di terrore di perdere una particella d'assolutismo, di paura di cospirazioni e di frodi e slealtà, per mantenersi allo
status quo. Figuratevi che a Balbi e Doria chiamati a Torino, disse che […] dovevasi intendere nazionalità
Piemontese! Eccovi che uomo è. […] Se non muta strada anderà male per lui, pel Piemonte, ove qualche cosa succederà e porterà forse male complicazioni per tutta Italia".
Spinto dagli eventi, nel 1848 Carlo Alberto accordò alcune riforme che l'opinione pubblica richiedeva, ma solo dopo un analogo passo compiuto da Ferdinando II di Napoli. La promessa fu adempiuta il 4 marz, non senza crisi di coscienza ed ondeggiamenti. La Costituzione, lo Statuto Albertino, era ricalcata sulla carta francese del 1830 e non instaurava il governo parlamentare ma quello costituzionale (quindi senza responsabilità dei ministri dinanzi alle Camere). Due giorni dopo la creazione del ministero "costituzionale", affidato a Balbo, scoppiavano a Milano le Cinque Giornate.
Le motivazioni dell'intervento del re sabaudo in quella che passerà alla storia come la prima guerra d'Indipendenza sono state variamente interpretate. Lo storico Giorgio Candeloro, studioso di formazione gramsciana, scrive a proposito dei timori che indussero Carlo
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"Cosa sarebbe
accaduto alla
monarchia sabauda
se a Milano..."
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Alberto a prendervi parte: "Che sarebbe avvenuto della monarchia sabauda se a Milano fossero prevalsi i repubblicani? Certamente una nuova Cisalpina sarebbe divenuta il centro di raccolta e di propulsione del movimento nazionale italiano ed avrebbe forse potuto travolgere anche il trono sabaudo. Era logico che Carlo Alberto e i suoi ministri giudicassero questa ipotesi peggiore di una vittoria austriaca e che pertanto fossero propensi ad intervenire in Lombardia per appoggiare i moderati ed ottenere così che la Lombardia stessa, e possibilmente tutto il Lombardo-Veneto, si unisse al Piemonte in un solo regno".
La guerra, condotta personalmente dal re, dopo alcuni successi iniziali, finì con la grave rotta di Custoza cui seguì la battaglia di Milano ed il rientro dei piemontesi nelle terre del regno sardo. La sconfitta, originata da varie cause, tra cui l'incapacità del re come comandante supremo, originò gravi ma infondati dubbi sulla sua lealtà. Alcuni, memori del 1821, arrivarono addirittura ad insinuare che Carlo Alberto si fosse fatto battere apposta dagli austriaci (per essere "costretto" a ritirare lo Statuto). In realtà il re non solo lasciò che fino al luglio del 1848 il governo restasse parlamentare, ma tollerò che venissero revocati dal loro impiego pubblico militari e civili che l'opinione pubblica giudicava avversi al nuovo regime ed alla fine dell'anno chiamò al governo i democratici con Gioberti alla testa. Addirittura si oppose al piano di questi di intervenire in Toscana per abbattervi il governo democratico di Guerrazzi e restaurare quello del granduca Leopoldo II preferendo licenziare il ministro e riprendere, come voleva l'opinione pubblica, la guerra contro l'Austria benché fosse convinto dell'enorme difficoltà dell'impresa e dovesse rinunciare ad essere il comandante supremo dell'esercito, carica alla quale fu chiamato un esule polacco, Wojciech Chrzanowski. La breve campagna si risolse in tre giorni con la disastrosa battaglia di Novara (23 marzo 1849): Carlo Alberto abdicò il giorno stesso in favore del figlio Vittorio Emanuele II, ritirandosi in Portogallo, a Oporto, ove morì pochi mesi dopo (28 luglio).
La rapida fine suscitò attorno a Carlo Alberto un alone di benevola simpatia di cui non aveva mai goduto quand'era in vita. Figura complessa, non può certo definirsi il vero anticipatore dell'Unità d'Italia. Titubante, indeciso, pervaso da un generico odio contro l'Austria, rispettoso della Chiesa e desideroso di ampliare i confini del suo regno, ma senza dare spazio a rivoluzionari e repubblicani, si trovò a interpretare un ruolo difficile senza avere programmi ben precisi. Eppure, rispetto alla tradizione rigidamente assolutista del passato di casa Savoia rappresentò un poderoso balzo in avanti. Fu lui, insomma, ad aprire la strada alla fase finale del Risorgimento italiano.
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1 - continua)