Nati in diversi Paesi dopo la Prima guerra mondiale
QUEI FASCISMI PICCOLI PICCOLI
CHE INTOSSICARONO L'EUROPA
Un fenomeno favorito da un trattato di pace che decise confini insensati, da situazioni economiche disastrose e da democrazie deboli
Martedì
9 ottobre 1934: a Marsiglia è in visita ufficiale Alessandro
I Karagjeorgjevic, monarca pressoché assoluto del regno
di Jugoslavia. Nell'auto di rappresentanza siede al suo fianco
il ministro degli esteri francese Louis Barthou. Dalla folla che
assiste al passaggio del corteo, si staccano alcuni uomini che,
estratte le rivoltelle, fanno fuoco sull'auto che trasporta il
re, uccidendo sia lui che il ministro francese. Gli attentatori
appartengono al partito separatista croato degli "ustascia"
di Ante Pavelic, in lotta contro la politica panserba di Alessandro
I. Questo appena descritto non è che uno dei mille episodi
di violenza e di convulsione politica che riempirono le cronache
dell'Europa tra le due guerre. L'Europa che usciva dalla sconfitta
degli imperi centrali, che avrebbe dovuto avviarsi verso un avvenire
di pace e di democrazia, vide invece fiorire i regimi totalitari,
diversi dei quali, nati come reazioni a violenze ed ingiustizie,
divenirono a loro volta, fatalmente, forieri di violenze ed ingiustizie.
Il re di Jugoslavia, caduto sotto i colpi dei terroristi croati,
era l'uomo che nel 1929 aveva abolito le garanzie costituzionali
e instaurato un regime autoritario. D'altra parte il monarca si
era anche trovato a dover fare i conti con una realtà tutt'altro
che pacifica, in cui i contrasti tra le tre etnie principali (serbi,
croati e sloveni) sfociavano spesso in episodi gravissimi non
solo sulle piazze, ma anche negli stessi organi istituzionali:
l'anno precedente, il 20 giugno, in pieno Parlamento, un deputato
serbo aveva sparato contro il ministro croato Radic (inserito
nel governo a guida serba proprio per stemperare le mire indipendentistiche
croate) uccidendo lui e altri due deputati croati.
Quali furono le cause del dilagare di tante dittature minori? E' quanto vorremmo cercare di capire insieme, esaminando un fenomeno che fu davvero imponente. Gli anni 30 videro al potere regimi più o meno apertamente totalitari in Austria, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Jugoslavia, Grecia, Romania, Estonia e Lettonia. Furono le due grandi dittature "centrali", nazismo e fascismo, che generarono figli e figliastri? O le dittature "minori" ebbero comunque una loro genesi autonoma? Parlavamo di anni 30. Torniamo indietro, di una diecina d'anni. Nel gennaio del 1919 alcuni distinti signori si radunavano a Parigi: erano i rappresentanti dei paesi vincitori, riuniti nella conferenza di pace, che dovevano rimettere ordine in Europa per assicurare alle popolazioni un futuro di pace, prosperità, libertà e democrazia. Quelle popolazioni che avrebbero avuto anche diritto a un po' di tranquillità, considerando che quattro anni di follia avevano visto scontrarsi sui campi di battaglia oltre 64 milioni di uomini. 8 milioni e mezzo erano morti, e a questi andavano aggiunti un paio di milioni di "dispersi". Oltre 21 milioni erano stati i feriti, e un terzo di questi avrebbe sempre portato su di sè le mutilazioni. Infine più di cinque milioni di uomini avevano conosciuto la prigionia, e molti di loro erano ancora in attesa di potersi ricongiungere alle proprie famiglie. E in questa macabra contabilità abbiamo accomunato vincitori e vinti, perché quando passa la morte si cancellano finalmente le divisioni che lacerano gli uomini e resta solo spazio per il dolore e per la riflessione sull'inutilità della guerra. E' molto raro trovare nella storia guerre che risolvano problemi. Ciò può accadere in genere solo con l'annullamento fisico totale del popolo avversario. Ma, per quanta buona volontà gli uomini mettano nell'ammazzarsi, ciò in genere difficile da realizzare.
L'ERRORE FONDAMENTALE E così le guerre fatalmente generano nuovi problemi, tanto più acuti se accade, come accadde, che i vincitori si riuniscano per dettare le condizioni, senza tenere in alcun conto le ragioni dei vinti. Questo atteggiamento, sostanzialmente punitivo, fu senza dubbio l'errore fondamentale dei paesi vincitori della Grande Guerra. Un errore che avrebbe portato con sè una pesantissima serie di conseguenze. Nella conferenza di pace le decisioni effettive furono prese da un comitato ristretto delle potenze maggiori: Gran Bretagna, Francia, Italia e Stati Uniti. Le nazioni sconfitte non furono ammesse alla conferenza. Attribuendo la responsabilità principale della guerra alla Germania, ad essa furono imposte condizioni onerosissime con il trattato di Versailles, sottoscritto il 28 giugno 1919.
E' interessante, per cogliere il clima in cui si svolse la conferenza, notare che la cerimonia si svolse, per espressa volontà francese, nello stesso salone in cui nel 1871, al termine della guerra franco-prussiana, era stata proclamata la nascita del Reich germanico. Con questo trattato rinacque come stato indipendente la Polonia, con annessioni territoriali a spese della Germania, e con la creazione di quel "corridoio" di Danzica che si sarebbe rivelato, anni dopo, uno dei più bei regali fatti ad Hitler. Fu anche espressamente vietato ai Tedeschi residenti nei territori, già asburgici, dei Sudeti e dell'Austria, il ricongiungimento politico con la Germania. Il 10 settembre di quell'anno il trattato di Saint-Germain-en-Laye, oltre a creare la "piccola Austria" come stato indipendente, impose la riunione della Boemia e della Moravia con la regione dei Sudeti, così da formare uno stato cecoslovacco e stabilì l'unione di Slovenia, Bosnia, Croazia e Montenegro alla Serbia, costituendo il nuovo stato della Jugoslavia. Il 27 novembre del 19 il trattato di Neuilly impose pesanti cessioni territoriali alla Bulgaria, che perse così ogni accesso al mare. Infine il trattato del Trianon, firmato il 4 giugno del 20, obbligò l'Ungheria a cedere territori a Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania, col risultato che circa tre milioni di magiari si trovarono inseriti, come minoranze etniche, negli stati confinanti.
MINORANZE ETNICHE FRUSTRATE Tutti questi diktat ebbero come risultato l'ingresso di cospicue minoranze etniche tedesche, ucraine e magiare in stati nazionali diversi. Nei territori ex-russi sul Baltico si formarono gli stati indipendenti di Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. Intorno al nuovo regime comunista russo fu creato una sorta di "cordone sanitario" di Stati-cuscinetto, in funzione di contenimento della spinta rivoluzionaria. Ci scusiamo con il lettore per questa elencazione forse un po' noiosa; ma necessaria, per capire come l'Europa "ricominciò" nel 1919, e in quale clima: i trattati di pace della conferenza parigina posero le basi di infiniti malcontenti, diedero spazio a revanscismi mai completamente sopiti, in un'Europa che comunque (e questo problema riguardava anche le nazioni vincitrici) usciva stremata economicamente dalla guerra. Non solo: l'imposizione alla Germania (e, seppure in misura minore, all'Ungheria) di un debito di guerra esorbitante fu la causa principale di un'inflazione che travolse i risparmi di migliaia di famiglie, creando una massa di persone che all'umiliazione della sconfitta aggiunse la difficoltà a soddisfare i più elementari bisogni quotidiani. Su queste premesse, tutt'altro che buone, si innescò anche, agli inizi degli anni 30, il riflesso in Europa della crisi americana che, dal crollo della borsa di Wall Street, portò con sé un'ondata di fallimenti, a livello mondiale, di industrie e di istituzioni finanziarie. Etnie divise, o riunite a forza; miseria; umiliazioni. I nuovi stati sorti dalla conferenza di Parigi si trovarono a fare i conti con questo cocktail esplosivo, mentre aleggiavano anche confusamente messaggi e speranze di riscatto rivoluzionario per le classi più umili. In apertura parlavamo dell'attentato in cui perse la vita il re di Jugoslavia: questo stato, creato a tavolino, resta forse l'esempio migliore di come non si possa imporre un'identità nazionale tra popoli diversi per cultura, tradizione, religione. La Serbia, regno indipendente dal 1882, quando si era resa autonoma dall'Impero Ottomano, aspirava ad una posizione di guida delle popolazioni slave meridionali. La Croazia a sua volta, animata da un forte sentimento nazionale, aveva raggiunto nel 1868 una parziale autonomia dall'Ungheria, alla quale era stata per secoli assoggettata, nè accettava di trovarsi in una posizione subordinata rispetto alla Serbia.
IL PROBLEMA DEI BALCANI La Slovenia non aveva alle spalle una storia di autonomia, essendo stata, fino al 1918, parte integrante dell'Austria. In compenso la sua capitale, Lubiana, era uno dei più vivaci centri artistici-letterari d'Europa. I contrasti tra le nazioni/regioni si manifestarono quasi subito, avendo come protagonisti il partito radicale serbo di Pasic e il partito contadino croato di Radic. Il colpo di stato di Alessandro I venne accettato come minor male da buona parte della popolazione, stanca di disordini e attentati. La morte di Alessandro I non cambiò sostanzialmente nulla, perché il successore, principe Paolo, proseguì una politica autoritaria e di oppressione delle componenti etniche non serbe, che sarebbe continuata fino al crollo militare della Jugoslavia (1941) e alla creazione dell'effimero stato indipendente croato di Ante Pavelic, che a sua volta instaurò una dittatura, ferocemente anti-serba, che seguì poi le sorti della caduta del fascismo, suo sponsor principale. In Austria il 12 novembre 1918 l'assemblea nazionale proclamò la nascita della repubblica democratica. Ma praticamente da subito il nuovo stato si dimostrò fragile. Il contrasto tra la popolazione viennese, moderna, borghese e industriale e il mondo contadino delle zone circostanti, si tradusse in un polarità politica tra il partito socialdemocratico, forte nella capitale, e il partito conservatore dei cristiano-sociali, che affondava le sue radici nelle campagne. I primi ebbero la meglio nelle elezioni dell'assemblea costituente, ma in seguito la guida del governo passò in mano ai conservatori. Tutto ciò accadeva in uno stato che faceva fatica ad trovare una propria autonoma identità e dove sempre più vive si facevano le spinte alla riunificazione con la Germania. I conflitti sociali, causati in buona parte anche dalle nuove povertà indotte dalla crisi economica della Germania, che restava il principale partner commerciale, travagliarono la vita dei governi di Seipel e Ramek e culminarono nella sommossa socialista di Vienna (15 luglio del 27), repressa energicamente dal prefetto di polizia Schober. Questi divenne a sua volta capo del governo nel 29, avviando una riforma costituzionale che fece dell'Austria uno stato accentratore e autoritario.
NASCE IL NAZISMO AUSTRIACO Il successore di Schober, Dolfuss, si trovò a dover fronteggiare una nuova insurrezione socialista a Vienna (12-15 febbraio 1934) e il sorgere di un partito nazista austriaco, che apertamente operava per l'annessione alla Germania. Dolfuss impose un nuovo giro di vite autoritario, con un'ulteriore riforma costituzionale, rivolta a costituire uno stato nazionale cristiano a partito unico. Venne ucciso dai nazisti in un fallito tentativo di putsch il 25 luglio del 34. Il suo successore, Schuschnig, proseguì la sua politica in una situazione sempre più precaria che precipitò il 12 marzo del 38, quando le truppe tedesche entrarono in Austria, realizzando l'Anschluss (riunificazione), ufficialmente richiesta dal ministro dell'interno, nazista, imposto al governo da Hitler. In Ungheria venne proclamata nel novembre del 1918 la repubblica popolare, in cui emerse la figura del comunista Bela Kun, rientrato in patria dalla Russia proprio allo scopo di fondare il partito comunista ungherese. Il governo da lui presieduto si apprestava a dare il via ad una serie di riforme (nazionalizzazioni, consigli operai, eliminazione delle scuole religiose ecc.) sull'esempio del modello sovietico. L'esperimento durò poco: il 3 agosto del 1919 l'ammiraglio Miclos Horthy, con l'appoggio delle truppe rumene e cecoslovacche, e d'intesa con Francia e Inghilterra, assunse il potere in qualità di "reggente" per l'imperatore Carlo d'Asburgo. L'Ungheria tornava ad essere formalmente una monarchia, che peraltro non vide mai un re sul trono, perché la reggenza di Horthy durò fino alla fine della seconda guerra mondiale. Questi, dovendo fare i conti con una mai del tutto sopita opposizione interna di sinistra, affidò dapprima la guida del governo al conte Bethlen, che impostò una politica di stampo nettamente conservatore. Ma la vera svolta autoritaria si ebbe nel 1932, col regime del generale Gyula Gombos, sotto il quale si accrebbe l'influenza del movimento delle "croci ferrate", antisemita, di ispirazione nazista, fondato nel 35 da Ferenc Szalasi.
L'UNGHERIA NELL'ORBITA DI HITLER
D'altra parte il tenace revisionismo magiaro, teso a recuperare
i territori già ungheresi ceduti col trattato del Trianon,
portarono il reggente
Horthy
ad una politica sempre più avventurosa, a tentativi di
impossibili equilibri internazionali, che altro non fecero che
spingerlo sempre più verso la Germania nazista, che ne
appoggiava le rivendicazioni. Alleanza fatale: l'Ungheria seguì
le sorti della Germania in guerra, e nel marzo del 44 fu da questa
occupata militarmente. Horthy, che sul finire del conflitto aveva
cercato invano una pace separata con i sovietici, fu internato
in Baviera da Hitler con l'accusa di tradimento. Dopo tanti anni
di convulsioni e di lotte, all'Ungheria sconfitta nella seconda
guerra mondiale fu imposto il ritorno alle frontiere del Trianon.
In Polonia la politica tra le due guerre fu strettamente condizionata
al tentativo di far fronte ai due nemici "tradizionali":
tedeschi e russi. Ricostituita nel 1918 come stato indipendente,
la Polonia guidata dal maresciallo Pilsudsky e successivamente
dal generale Rydz-Smigly, si diede dal 1926 un regime solo formalmente
parlamentare, ma nel quale i poteri erano accentrati di fatto
nell'esecutivo, che cercò, con una politica autoritaria,
conservatrice e nazionalistica, di controllare i sommovimenti
interni, in buona parte di ispirazione nazista e comunista. Nel
settembre del 1939 i due nemici storici, Russia e Germania, si
coalizzarono e si spartirono lo stato polacco. In Albania, paese
poverissimo ed arretrato, in cui non esisteva alcuna tradizione
parlamentare e la cui indipendenza era stata riaffermata nel 1920,
più che di lotta politica si poteva parlare di lotta tra
clan rivali. Tra questi emerse nel 24 quello guidato da Zogu,
appoggiato dalla Jugoslavia. Zogu nel 28 proclamò la nascita
del Regno di Albania, attribuendosene la corona con l'appoggio
del governo italiano. Spinto da Francia e Inghilterra, Re Zogu
cercò in seguito di svincolarsi dalla sempre più
pesante tutela italiana: la risposta del governo di Mussolini
fu l'occupazione militare dell'Albania (settembre 39), la deposizione
del Re e l'attribuzione della corona d'Albania a Vittorio Emanuele
III. In Grecia il periodo fra le due guerre fu dominato dalla
figura del generale Ioannis Metaxas, grande sostenitore della
restaurazione monarchica, che avvenne nel 35. Ministro della Guerra
nel governo presieduto da Konstantinos Demertzis, gli succedette
nel 36 nella carica di Primo Ministro, instaurando un regime totalitario,
assumendo direttamente diversi dicasteri e facendosi nominare
(luglio 38) primo ministro a vita.
DUE DUCI IN GUERRA FRA LORO Mostrò energia e abilità nella guerra contro l'Italia e fino alla sua morte, avvenuta il 15 gennaio del 1941, godette di vasta popolarità, perché seppe far leva sull'orgoglio nazionale greco, ferito prima dalle infelici vicende militari con la Turchia (1922), poi dall'ultimatum di Mussolini (1940). In Bulgaria, mutilata dal trattato di Neuilly, la situazione politica restò per diversi anni molto agitata, dominata dalla presenza di due forti partiti: il comunista e il partito dei contadini. Il tentativo del leader di quest'ultimo, e capo del governo, Aleksander Stamboljski di attuare una seria riforma agraria, anche nell'intento di togliere argomenti alla propaganda comunista, fu stroncato da un colpo di stato militare, che instaurò un regime conservatore, mantenuto poi dai numerosi e deboli governi borghesi che si susseguirono e fecero sempre più ricorso a misure repressive contro gli oppositori e i separatisti macedoni, senza peraltro mai riuscire a riportare l'ordine nel paese. Nel 1934 il Re Boris III, con un nuovo colpo di stato militare, instaurò una dittatura personale, che durò fino all'infausta avventura militare a fianco delle potenze dell'Asse.
La Romania ebbe convulse vicende politiche determinate in buona parte da motivi opposti a quelli di altre nazioni. Infatti, se paesi come l'Ungheria o la Bulgaria potevano lamentare legittimamente le mutilazioni territoriali imposte dalla conferenza di Parigi, la Romania, che aveva beneficiato di annessioni, si trovò a dover far fronte alle tensioni sempre più forti tra la maggioranza rumena e le forti minoranze (circa il 30% della popolazione) rappresentate da magiari, russi e dagli ebrei, da sempre oggetto di una politica di segregazione ed oppressione. Inoltre le gravi difficoltà economiche del primo dopoguerra, complicate da questioni dinastiche (re Carol II, dopo aver rinunciato al trono a favore del figlio Michele, divenuto re con un consiglio di reggenza, nel 1930, tornato in patria, volle riprendersi la corona), causarono continue crisi di governo.
IN ROMANIA UN RE DITTATORE In una situazione di disordine, si rafforzava progressivamente il movimento delle "Guardie di Ferro", fondato nel 1926 da Corneliu Codreanu, che si poneva a difesa delle tradizioni etnico culturali della popolazione rumena, isola latina nel mondo slavo. Re Carol II nel 1938 riuscì a far votare una nuova costituzione, che instaurava la sua dittatura personale e del partito unico, denominato "Fronte della rinascita nazionale". Contro le Guardie di Ferro fu attuata una vera politica di sterminio, sopprimendo anche il loro leader, e causando la vendetta del movimento, che assassinò il primo ministro Calinescu. Dopo un vano tentativo di mantenere la Romania neutrale, re Carol II dovette piegarsi alla sottomissione all'Asse, di cui seguì le disastrose sorti. Anche in Estonia, nel 1933, e in Lituania, nell'anno successivo, sorsero regimi dittatoriali; la Finlandia fu retta da governi di chiara impostazioni conservatrice. Mentre buona parte dell'Europa era scossa da tutti questi sommovimenti che abbiamo sommariamente esposto, nella penisola iberica il Portogallo, dopo lunghi anni di disordini e di crisi economica, si affidava ad Antonio de Oliveira Salazar, grigio professore di economia politica, chiamato al governo nel 1928 quale ministro delle finanze, che divenne primo ministro nel 1932, e iniziò la costruzione di uno stato di tipo autoritario, conservatore e corporativo, che sopravvisse per quarant'anni. In Spagna la sanguinosa guerra civile (1936-1939) vide l'affermarsi della Falange del generale Francisco Franco, che condusse il suo paese in un regime totalitario prima e poi in un'indolore passaggio alla monarchia costituzionale. Conclusa questa veloce carrellata, ci sembrano opportune alcune riflessioni. Si è parlato spesso tra gli storici (o tra i presunti tali) di "esportazione" del fascismo in Europa; ma quale dei vari regimi che abbiamo esaminato può essere definito come "fascista"? Anzi tutto bisogna intendersi sui termini: il fascismo fu un'esperienza peculiare, estremamente legata alla figura carismatica di Mussolini e con caratteristiche di partecipazione popolare attiva abbastanza uniche, che vennero meno solo dopo la sciagurata scelta del 10 giugno del 1940, quando il Duce gettò l'Italia nella tragedia della Seconda guerra mondiale.
I CAMPI MINATI DI VERSAILLES Parliamo piuttosto di regimi totalitari; e in questo senso si può senza dubbio affermare che l'Italia fu presa come "esempio" di una modalità di soluzione funzionale, ma antidemocratica, dei problemi interni. D'altra parte la scarsa fiducia nelle democrazie nasceva anche dall'incapacità delle stesse a far fronte agli enormi problemi del primo dopoguerra. Ma questi problemi da dove nacquero? Non è nostro compito fornire delle verità: non abbiamo questa ambizione. Al più saremmo soddisfatti di fornire ai nostri lettori materia di riflessione e di approfondimento. E in tale ottica ci sentiamo di affermare che i partecipanti alla conferenza di Parigi crearono una serie di campi minati, salvo poi stupirsi o scandalizzarsi se chi camminava sulle mine saltava per aria. Infatti, a fianco di paesi che giunsero alla dittatura per proprie vicende interne (Grecia, Portogallo) o per assoluta mancanza di tradizioni democratiche (Albania), abbiamo visto che per diversi altri paesi le modifiche di frontiere, la creazione di unioni effimere e forzose, la mancanza di sensibilità verso tradizioni secolari, furono fonti di disordini e travagli che non potevano che sfociare in soluzioni autoritarie. E qui ci siamo soffermati solo a parlare delle dittature "minori". Ma non scordiamoci che gli statisti del 1919, decidendo che la Germania, già sconfitta sul campo di battaglia, andava anche punita, umiliata, mutilata e immiserita, fornirono argomenti ineccepibili per la "irresistibile ascesa" di un dittatore paranoico che aveva promesso alla Germania la redenzione, la potenza e il primato sul mondo. L'una e l'altra materia gli furono fornite in abbondanza. Il suo nome era Adolfo Hitler.